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La tempesta del dubbio.

Nel brano seguente, tratto dall’autobiografia di Giuseppe Mazzini, il protagonista ci racconta il travaglio interiore, le sofferenze e i dolori provati in seguito alla fuga che dovette fare dalla Svizzera a causa della condanna a morte decretata dal re di Sardegna.

 

Nel gennaio del 1837 io giunsi a Londra. Ma in quelli ultimi mesi io m’era agguerrito al dolore e fatto da vero tetragono, come dice Dante, ai colpi della fortuna che m’aspettavo. Non ho mai potuto, per non so quale capriccio della mia mente, ricordare le date di fatti anche gravi, spettanti alla mia vita individuale. Ma s’anch’io fossi condannato a vivere secoli, non dimenticherei mai il finir di quell’anno 1836 e la tempesta per entro i vortici della quale fu presso a sommergersi l’anima mia. E ne accenno qui rilutante, pensando ai molti che dovranno patire quel ch’io patii e ai quali la voce d’un fratello escito, battuto a sangue, ma ritemprato dalla burrasca, può forse additare la via di salute.

Fu la tempesta del dubbio: tempesta inevitabile, credo, una volta almeno nella vita d’ognuno che, votandosi a una grande impresa, serbi core e anima amante e palpiti d’uomo, ne si intristisca a nuda e arida formola della mente, come Robespierre. Io aveva l’anima traboccante e assetata di affetti, e giovine e capace di gioia come ai giorni confortati dal sorriso materno, e fervida di speranze se non per me, per altrui. Ma in quei mesi fatali mi si addensarono intorno a turbine sciagure,delusioni, disinganni amarissimi, tanto ch’io intravidi in un subito nella scarna sua nudità la vecchiaia dell’anima solitaria e il mondo deserto di ogni conforto nella battaglia,per me. Non era solamente la rovina, per un tempo indefinito, d’ogni speranza italiana, la dispersione dei nostri migliori, la persecuzione che disfacendo il lavoro svizzero ci toglieva anche quel punto vicino all’Italia, l’esaurimento dei mezzi materiali, l’accumularsi d’ogni maniera di difficoltà pressocchè insormontabili tra il lavoro iniziato e me; ma il disgregarsi di quell’edificio morale d’amore e di fede nel quale soltanto io poteva attingere forze a combattere, lo scetticismo ch’io vedeva sorgermi innanzi dovvunque io guardassi, l’illanguidirsi delle credenze in quei che più s’erano affratellati con me sulla via che sapevamo tutti fin dai primi giorni gremita di triboli, e più ch’altro, la diffidenza che io vedeva crescermi intorno ne’miei più cari, delle mie intenzioni, delle cagioni che mi sospingevano a una lotta apparentemente ineguale. Poco m’importava anche allora che l’opinione dei più mi corresse avversa. Ma il sentirmi sospettato d’ambizione o d’altro men che nobile impulso dai due o tre esseri sui quali io aveva concentrato tutta la mia potenza d’affetto, mi prostrava l’anima in un senso di profonda disperazione. Or questo mi fu rivelato in quei mesi appunto nei quali, assalito da tutte parti,io sentiva prepotente il bisogno di ricoverarmi nella comunione di poche anime sorelle che m’intendessero anche tacente; che indovinassero ciò ch’io, rinunziando deliberatamente a ogni gioia della vita, soffriva; e soffrissero, sorridendo, con me. Senza scendere a particolari, dico che quelle anime si ritrassero da me.

Quand’io mi sentii solo nel mondo, solo,fuorchè con la povera mia madre, lontana e infelice essa pure per me, m’arretrai atterrito davanti al vuoto. Allora, in quel deserto, mi s’affacciò il dubbio. Forse io errava e il mondo aveva ragione. Forse l’idea ch’io seguiva era un sogno. E fors’io non seguiva un’idea, ma la mia idea, l’orgoglio del mio concetto, il desiderio della vittoria più che l’intento della vittoria, l’egoismo della mente e i freddi calcoli d’un intelleto ambizioso, inaridendoil core e rinnegando gli innocenti spontanei suoi moti che accennavano soltanto a una carità modestamente in un piccolo cerchio, a una felicità versata su poche teste e divisa, a doveri immediati e di facile compimento. Il giorno in cui quei dubbi mi solcarono l’anima, io mi sentii non solamente e inesprimibilmente infelice, ma comeun condannato conscio di colpa e incapace d’espiazione. I fucilati di Alessandria, di Genova, di Chambery, mi sorsero innanzi come fantasmi di delitto e rimorso purtroppo sterile. Io non potea farli rivivere. Quante madri avevano già pianto per me! Quante piangerebbero ancora s’io mi ostinassi nel tentativo di risuscitare a forti fatti, al bisogno d’una patria comune, la gioventù d’Italia? E se questa Patria non fosse che un’illusione? Se l’Italia, esaurita da epoche di civiltà, fosse oggimai condannata dalla Provvidenza a giacere senza nome e missione propria, aggiogata a nazioni più giovani e rigogliose di vita? D’onde traeva io il diritto di decidere sull’avvenire e trascinare centinaia, migliaia d’uomini al sacrifizio di se e d’ogni cosa cara?

Non m’allungherò gran fatto ad anatomizzare le conseguenze di questi dubbi su me: dirò soltanto ch’io patii tanto da toccare i confini della follia. Io balzava la notte dai sonni e correva quasi deliro alla mia finestra chiamato, com’io credeva, dalla voce di Jacopo Ruffini. Talora, mi sentiva come sospinto da una forza arcana a visitare, tremante, la stanza vicina, nell’idea ch’io avrei trovato persona allora prigioniera o cento miglia lontana. Il menomo incidente, un suono, mi costringeva alle lagrime. La natura, coperta di neve com’era nei dintorni di Grenchen, mi pareva ravvolta in un lenzuolo di morte sotto il quale m’invitava a giacere. I volti della gente che mi toccava vedere mi sembravano atteggiarsi, mentre mi guardavano, a pietà, più spesso a rimprovero. Io sentiva seccarsi entro meogni sorgente di vita. L’anima incadaveriva. Per poco che quella condizione di mente si fosse protratta, io insaniva davvero o moriva travolto nell’egoismo del suicidio. Mentr’io m’agitava presso a soccombere sotto quella croce, un amico a poche stanze da me, rispondeva ad una fanciulla che, insospettita del mio stato, lo esortava a rompere la mia solitudine:” Lasciatelo, ei sta cospirando e in quel suo elemento è felice”. Ah ! Come poco indovinano gli uomini le condizioni dell’anima altrui, se non la illuminano, ed è raro, coi getti d’un amore profondo!

Un giorno, io mi destai coll’animo tranquillo, coll’intelleto rasserenato, come chi si sente salvo da un pericolo estremo. Il primo destarmi fu sempre momento di cupa tristezza per me, come di chi sa di riaffacciarsi a una esistenza più di dolori che d’altro; e in quei mesi mi compendiava in un subito tutte e ormai insopportabili lotte che avrei dovuto affrontare nella giornata. Ma quel mattino, la natura pareva sorridermi consolatrice e la luce rinfrescarmi, quasi benedizione, la vita nelle stanche vene. E il primo pensiero che mi balenò innanzi alla mente fu :”questa tua è una tentazione dell’egoismo: tu fraintendi la Vita”.