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Il ritorno dell’Eroe.

Dopo tanti anni passati a combattere per la libertà delle popolazioni sudamericane Garibaldi, in seguito alle notizie provenienti dall’Italia, decide di tornare nel 1848 alla testa di 63 patrioti a dare man forte alle lotte di liberazione. In questo pezzo troverete il racconto del suo ritorno tratto dalla sua autobiografia.

Il ritorno in Italia.

Sessantatre lasciammo le sponde del Plata per recarci sulla terra italiana a combattere la guerra di redenzione. Giacchè non solamente v’eran molti indizi di movimenti insurrezionali nella penisola, ma in caso contrario si era decisi di tentare la fortuna, e procurar di promuoverli, sbarcando nelle coste boschive della toscana, o dove presenza potesse essere più accettata ed opportuna. C’imbarcammo sul brigantino Speranza, il di cui noleggiamento potemmo effettuare grazie all’economie nostre e al generoso patriottismo di alcuni nostri conterranei, tra i quali si distinsero G. Battista Capurro, Giannello Dellazoppa, Massero, G. Avegno, e sopra tutti l’eccellente nostro Stefano Antonini, su di cui pesò la maggior parte del nolo e le provviste tutte necessarie al viaggio.
Noi marciavamo al conseguimento della brama, del desiderio di tutta la vita; quelle armi gloriosamente brandite alla difesa d’oppressi d’altre contrade, noi volavamo ad offrirle alla veneranda patria nostra!
Oh ! Quell’idea era soverchio compenso ai pericoli, disagi, patimenti, che incontrar si potevano sulla via d’una vita intera di tribolazioni.
Davanti a noi schiudevasi l’Eden della nostra immaginazione. E se l’idea di quanto rimaneva dietro di noi non l’avesse offuscata, del tutto completa sarebbe stata la felicità nostra.
Dietro a noi rimaneva il popolo del nostro affetto, poiché un ben caro popolo è l’orientale! E noi avevamo diviso per tanto tempo le poche sue gioie e i molti dolori. Ed ora lo lasciavamo non vinto, non abbattuto nel sublime coraggio, ma in preda al più malvagio dei concepimenti umani, alla diplomazia francese.
Noi lasciavamo i nostri fratelli d’armi senza aver combattuto l’ultima battaglia! Ed era ben doloroso, qualunque ne fosse la cagione!
Quel popolo festante all’aspetto nostro, fiducioso e tranquillo sulla bravura dei nostri militi, ci dava in ogni occasione segni manifesti del suo affetto e della sua gratitudine. E quella terra che noi amavamo da figli racchiudeva l’ossa di tanti nostri Italiani generosamente caduti per redimerla!
Il 15 aprile 1848 fu la partenza. Usciti dal porto di Montevideo con favorevole brezza, abbenchè minaccioso il tempo, eravamo verso sera tra la costa di Maldonado e l’isola di Lobos. Alla mattina del seguente giorno appena la sommità della Sierra de Las Animas si distinguevano, poi si sommersero e soli gli spazi dell’Atlantico si offrivano alla vista nostra, e davanti a noi la più bella, la più sublime delle aspirazioni: la liberazione della patria.
Sessantatre tutti giovani, tutti fatti ai campi di battaglia. Due malati: Anzani, affralita oltremodo la salute nelle sante crociate dei popoli, langiuva sotto il peso di dolorosa consunzione. Sacchi, gravemente ferito nel ginocchio, aveva una gamba da spaventare, ma la fede e le cure fraterne valsero a depositarlo non sano ma salvo sul lido italiano. Anzani non doveva trovare in Italia che una sepoltura, accanto a quella dei suoi parenti.
Fu il nostro viaggio felicissimo e breve. Gli ozi della navigazione si passavano per lo più in trattenimenti proficui. Gli illetterati erano istruiti da chi sapeva e non si trascuravano i ginnastici esercizi. Un inno patrio, composto e messo in musica dal nostro Coccelli, era la preghiera di tutte le sere. Noi lo cantavamo in crocchio sulla tolda della Speranza. Intonato da Coccelli e ripetuto in coro da sessanta voci con entusiasmo sommo.
Varcammo così l’Oceano incerti sulle sorti d’Italia, altro sapendo oltre alle riforme promesse da Pio IX. Il punto indicato da approdare in Italia era in Toscana, ove si doveva sbarcare comunque ne fosse stata la situazione politica, incontrando amici o dovendo combattere nemici. Un approdo in Santa Pola, nella costa di Spagna, modificò le nostre risoluzioni e fissò la meta nostra a Nizza; la malattia d’Anzani aggravavasi. I pochi viveri adeguati alla sua situazione erano esausti, bisognava approdare la costa per provvedersene. Giungemmo in Santa Pola. Andato in terra il capitano Gazzolo, comandante la Speranza, ritornò celermente a bordo con notizie tali da far impazzire uomini assai meno esaltati di noi. Palermo, Milano, Venezia e le cento città sorelle avevano operato la portentosa rivoluzione. L’esercito piemontese perseguiva l’austriaco sbaragliato; l’Italia tutta rispondeva all’appello dell’armi come un sol uomo e mandava contingenti di prodi alla guerra santa.
Lascio pensare all’effetto prodotto su tutti noi da tali notizie; era un correre sulla tolda della Speranza abbracciandoci l’un l’altro, fantasticando, piangendo di gioia. Anzani balzava in piedi superando l’orrendo suo stato di distruzione. Sacchi voleva ad ogni costo esser tolto dal suo giaciglio ed esser trasportato sopra coperta.
Alla vela! Alla vela! Era il grido di tutti, e certamente se non si fosse eseguito subito tale atto ne sarebbero risultati disordini. In un lampo fu salpata l’ancora e il brigantino era alla vela. Il vento sembrava corrispondere al nostro desiderio, all’impazienza nostra. In pochi giorni costeggiammo la Spagna, la Francia e giungemmo in vista d’Italia, della terra promessa! Non più proscritti, non più obbligati a pugnare per scendere sul lido della patria nostra. E perciò, cambiato il divisamento di approdare in Toscana, fu scelto Nizza, primo porto italiano, e vi sbarcammo il 23 giugno 1848.
Nelle sventure, per cui ero passato nella mia vita tempestosa, io avevo sempre sperato in giorni migliori. Lì, a Nizza, v’era un complesso di felicità per me, come a nessun uomo è concesso di pretender maggiore. Troppa felicità veramente! Ed ebbi quasi un presentimento di sciagure non lontane.
Anita mia,ed i miei bimbi, partiti d’America alcuni mesi prima, erano lì, riuniti alla vecchia mia genitrice, ch’io idolatravo e che non vedevo da quattordici anni. Parenti cari e preziosi amici dell’infanzia mi riabbracciavano, giubilanti di vedermi, ed in un’epoca così fortunata!
Quella popolazione di concittadini miei, sì buona, sì esaltata dalla sorte sublime che brillava sull’orizzonte dell’avvenire italiano, era fiera del poco da me operato nel nuovo mondo! Oh! Certo era la posizione mia invidiabile! Intenerito, io rammento tante dolci emozioni, che si presto e sì dolorosamente doven terminare! Non giunti ancora all’entrata del porto, già la cara mi consorte apparivami in una barchetta tripudiando dall’allegrezza. Una popolazione immensa mostravasi da tutte le parti accorrendo al ricevimento del pugno di prodi che disprezzando lontananza e pericoli traversavano l’Oceano per venire ad offrire il sangue loro alla patria.
Buoni e valorosi compagni miei! Quanti di voi dovevan cadere sulla terra natale coll’amara disperazione di non averla redenta! Eran pur belli di virtù, di bravura, di gloria, quei giovani compagni miei! E se fossero degni della loro missione lo provarono sui campi delle patrie battaglie, ove le loro ossa biancheggiano, forse insepolte e senza un sasso che ricordi a queste nuove generazioni, che essi fecero indipendenti dallo straniero, tanto valore e tanto sacrificio!

G. Garibaldi: Memorie autobiografiche.

Wind Of Change – Vento Di Cambiamento –

Seguo la Moskva
giù al Gorky Park
ascoltando il vento del cambiamento
una estiva notte d’agosto
i soldati passano oltre
ascoltando il vento del cambiamento

Il mondo è vicino
avresti mai pensato
che noi potessimo essere così vicini, come fratelli?
il futuro è nell’aria
lo posso sentire ovunque
soffiare con il vento del cambiamento

Portami alla magia del momento
in una notte gloriosa
dove i bambini di domani sognano
nel vento del cambiamento

Camminando per la strada
ricordi lontani
sono sepolti nel passato per sempre
seguo la Moskva
giù al Gorky Park
ascoltando il vento del cambiamento

Portami alla magia del momento
in una notte di gloria
dove i bambini di domani condividono i loro sogni
con te e con me
portami alla magia del momento
in una notte di gloria
dove i bambini di domani condividono i loro sogni
nel vento del cambiamento

Il vento del cambiamento
soffia diritto in faccia al tempo
come un tempesta che suonerà la campana della libertà
per la pace della mente
lascia cantare la tua balalaika
ciò che la mia chitarra vuole dira

Portami alla magia del momento
in una notte di gloria
dove i bambini di domani condividono i loro sogni
con te e con me
portami alla magia del momento
in una notte di gloria
dove i bambini di domani condividono i loro sogni
nel vento del cambiamento.

Scorpions.