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I fratelli bandiera

In questo pezzo L. Settembrini ricorda il martirio dei giovani fratelli bandiera e dei loro compagni accorsi in Calabria per dare una mano nella rivolta di Cosenza.

Nel mese di giugno giunsero in Calabria i fratelli Bandiera, il Ricciotti, il Moro e altri compagni. Questi sventurati e generosi giovani vennero tratti dalle voci sparse ad arte che i rivoltosi di Cosenza stavano sulle montagne, combattevano e desideravano capi. Un bandito calabrese, detto il Nivaro, rifuggito a Corfù, li guidava. S’indirizzarono verso San Giovanni in Fiore, chiamarono fratelli quelli che incontrarono, dissero che erano venuti per aiutarli e liberarli: furono battuti, rubati, spogliati; nove di essi fucilati, gli altri mandati in galera. Morirono col coraggio dei martiri, intrepidi, dignitosi, ammirati anche da quelli che li condannarono, pianti in segreto da tutti.
Ora tanto sangue sparso, tanti sforzi fatti l’un dopo l’altro, tanti uomini che gemono nelle galere e tanti altri che son pronti a fare lo stesso, senza temere le stesse e maggiori pene, mostrano chiaramente che la nazione soffre mali insopportabili, che non è degna della sua oppressura, e vuole e deve cangiare condizione.

da L. Settembrini: Protesta del popolo delle Due Sicilie

Altri tentativi di rivolta

Negli anni seguenti non mancarono altre congiure ed altri martirii. Nel 1842 l’Aquila alza un grido e comincia con l’uccidere il comandante le armi della provincia, Gennaro Tanfano, che era stato capo dei briganti del cardinale Ruffo, spia e cagnotto di Carolina in Sicilia, membro della commissione dello scrutinio, codardo e crudele tanto quanto infame. Fu spedito all’ Aquila il generale Casella, e furono tratti innanzi alla commissione centotrentatrè accusati; ne furono condannati cinquantasei, quattro fucilati. Nel 15 maggio ecco un altro grido a Cosenza. Francesco Salfi, Michele Musacchio, Emmanuele Mosciaro, Francesco Coscarella, Giuseppe De Filippis, muoiono combattendo, dopo di aver ucciso il Galluppi capitano dei gendarmi.

Rivolta nella provincia di Salerno

Intanto nella provincia di Salerno i popoli fremevano: i tre fratelli Capozzoli, della piccola terra di Bosco, perseguitati dal governo, li aizzavano: nel 1828 fu gridata la costituzione in Bosco, Centola, Camerata, Li usati, Rocca Gloriosa, San Giovanni a Piro. Francesco atterrito vi mandò con pieni poteri un Francesco Saverio del Carretto capo di gendarmi. Questo sbirro, che pochi anni innanzi aveva fatto il carbonaro, divenuto boia, col cannone spianò Bosco fin dalle fondamenta, vi rizzò una colonna a perpetuare l’infamia del sacrificio, diede la caccia ai ribelli, e formò una commissione di suoi sbirri che fece morire venti persone, fra le quali il canonico De Luca, vecchio ottuagenario, ed un guardiano dei cappuccini, condannò quindici all’ergastolo, quarantatre alla galera, molte centinaia a varie pene minori; confiscava i beni bende condannati. Nel dì 8 novembre moriva lo stupido e crudele Francesco, e nell’agonia della morte vedeva intorno al suo letto le ombre di colore che aveva fatto uccidere; onde negli ultimi deliri fu udito dire: “Che son queste grida? Il popolo vuole la costituzione? Dategliela e lasciatemi tranquillo”.

L. Settembrini