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L’abdicazione di Carlo Alberto.

In questo brano C. A. Vecchi ci racconta dello stato d’animo di Carlo Alberto nel vedere la sconfitta del suo esercito a Novara e i sentimenti che lo portarono all’abdicazione.

L’abdicazione di Carlo Alberto.

Presente a tutti gli attacchi della Bicocca, presente allo sfacelo della sua armata, non poteva farsi più nessuna illusione sulle conseguenze di quella campale giornata. Onde, soprafatto dal dolore, fissando col pensiero lo stato suo, correva sugli spalti della porta di Genova, ove cadevano a furia i proiettili nemici. L’anima sua pareva non sentisse le cose fuori, era interamente assorta in un vuoto in cui essa si tendeva brancolando e brancolando cercava una tregua ai suoi tormenti. Ma a Dio non piacque esaudire la sua preghiera di morte. Molti che amavano la libertà e l’indipendenza della patria erano stati un giorno da lui abbandonati senza apparente rammarico. Molti altri, quasi fossero rei di delitti, banditi a viva forza dal loco natio. Ed altri fatti languire in dure prigioni. Ed altri ancora spietatamente uccisi per mano del carnefice. E per lunghi anni – non equilibrando il pensiero e l’azione – aveva sobbarcato se stesso e costretto i suoi popoli a piegare all’influenza di una setta nefasta, all’arbitrio di perfidi governanti che amareggiavano loro le fonti della vita civile. Ora egli scontava con le sue pene le atroci pene patite da migliaia di uomini per lui, e provava l’angoscia che dentro rode le carni, e non geme. La divina giustizia lo faceva umiliato e infelicissimo per indi redimerlo degno di sé e dell’Italia, che per due anni aveva occupato d’amore operoso la mente sua e il suo braccio.
Fu giocoforza adoperare la più grande insistenza onde ritrarlo da quel luogo ferale e condurlo in città. Ai primi che lo sollecitavano rispondeva: “Signori, lasciatemi morire! E’ questo il mio ultimo giorno!”. Appena in Novara chiese al maresciallo un armistizio cui egli rispose accordandolo a patto di occupare il territorio posto tra il Ticino e la Sesia, insieme con la cittadella di Alessandria. Aggiunse che, non fidandosi del re, voleva in ostaggio il duca di Savoia. Riunito un consiglio di guerra, e chiarito non potersi resistere ulteriormente, Carlo Alberto non volendo accettare condizioni alle quali l’onor suo ripugnava, disse di voler rendere l’ultimo servizio al paese abdicando. Ed a quelli che insistevano perchè revocasse la sua decisione, pacatamente rispose: “La mia risoluzione è presa. Io non sono più il re. Il re è mio figlio”. E chiusosi in una stanza, scrisse l’atto di abdicazione.

Da C. A. Vecchi: L’Italia. Storia di due anni. 1848-1849

13 Gennaio

In questo articolo Nisco continua a raccontare il secondo giorno della rivoluzione Siciliana.

La mattina del 13 non si vedevano più milizie per la città, ma tardi ricominciò il combattimento, stimolando i soldati la vergogna della sconfitta patita, per il rapido ritirarsi in luogo di occupare la città, e il popolo il continuo sopraggiungere si gente dalle campagne e dalle terre vicine.

Nicola Nisco