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Le Tombe dei Giganti – Sardegna

Alcuni dicono che si tratta delle tombe dei giganti che in un lontano passato hanno camminato sulla Terra. Inoltre, le lapidi sarebbero resti del leggendario continente perduto di Atlantide. Chi ha costruito queste enigmatiche strutture? E per quale scopo? Sono state usate come fosse comuni? Ci sono ancora molte domande senza risposta riguardanti le Tombe dei Giganti in Sardegna.

Le tombe dei giganti (tumbas de sos zigantes / is gigantis) sono monumenti costituiti da sepolture collettive appartenenti al periodo dei nuraghi(duemila anni prima di Cristo) e presenti in tutta l’isola. Sono delle costruzioni a pianta rettangolare absidata, edificate mediante dei monoliti di pietra di grandi dimensioni conficcati nella terra.

Questi particolari sepolcri consistono essenzialmente in una camera funeraria lunga sino a 30 metri e alta sino a 3 metri. In origine l’intera struttura veniva ricoperta da un tumulo somigliante più o meno ad una barca rovesciata. La parte frontale della struttura è delimitata da una sorta di semicerchio, quasi a simboleggiare le corna di un toro, e nelle tombe più antiche, al centro del semicerchio è posizionata una stele alta in alcuni casi fino a 4 metri, finemente scolpita e fornita di una piccola apertura alla base che – si suppone – veniva chiusa da un masso.

Nel corso dei secoli la tomba dei giganti mantenne inalterata la pianta a protome taurina o a nave capovolta, ma per la sua costruzione furono progressivamente applicate le tecniche architettoniche impiegate nello sviluppo di pozzi sacri e nuraghi. Il primo tipo di tomba dei giganti è il cosiddetto “tipo dolmenico” dotato della tipica stele centinata raramente monolitica e più sovente bilitica. Successiva a questa tipologia è il tipo a filari con esedra non più caratterizzata dalla presenza della stele e delle ali dell’esedra con massi conficcati a coltello, ma di una muratura a filari orizzontali; in questo caso i massi sono lievemente squadrati. La successiva evoluzione consiste nella applicazione della isodomia rilevata già in vari nuraghi e pozzi sacri. A questa tipologia appartengono due sottotipi: la tomba con portello centrale architravato e la tomba con portello ricavato in una lastra trapezoidale.

I membri della tribù, del clan o del villaggio, venivano a rendere omaggio ai morti della comunità, senza distinzione di rango, senza particolari privilegi e senza apportare offerte di valore. Col tempo sono state utilizzate come ossari nei quali depositare le spoglie dei defunti una volta che queste erano divenute degli scheletri. Molto probabilmente venivano scarnificate prima della sepoltura (sono state rinvenute tracce di questa pratica sulle ossa), e venivano seppellite quando raggiungevano un numero consistente. I culti legati alle tombe di giganti sono da collegarsi al dio Toro e alla dea Madre e, secondo alcune ipotesi, la forma della costruzione richiama sia ad una testa bovina sia ad una partoriente (la morte era infatti legata alla nascita secondo il principio della rinascita).

Secondo alcune leggende, prima dell’arrivo della civiltà nuragica, questi sepolcri ospitavano i resti di uomini giganti potenti che vivevano nella zona, idea in gran parte dovuta alla dimensione massiccia delle pietre utilizzate, alcune delle quali raggiungono l’altezza di 30 metri. Tuttavia, nessun resto di esseri umani giganti è mai stato trovato nelle tombe.

La tomba di Coddu Vecchiu è il sito più enigmatico, dato che poco si sa circa i rituali che venivano celebrati nel sito, o il simbolismo che veniva evocato. Alcuni ritengono che le tombe erano considerate come dei portali verso l’aldilà, una sorta di passaggio dal mondo fisico a quello spirituale.
I Nuragici costruivano le tombe su siti creduti fortemente geo-energetici: le lastre venivano disposte in posizione semicircolare, in modo da allinearsi con le linee energetiche della Terra e avevano la capacità di catturare e amplificare questa geo-energia.

Il malato veniva adagiato sulle pietre per ottenere la guarigione dall’energia positiva che emana la zona. Tale forza si credeva potesse beneficiare anche i morti, aiutandoli nel processo di separazione dell’anima spirituale dal corpo fisico.

Dunque, le Tombe dei Giganti offrono un interessante spaccato sui rituali delle antiche civiltà, ma non forniscono molte altre informazioni oltre al fatto di essere state usate come tombe: esse sembrano offrire più domande che risposte.

Fonti principali Wikipedia.

San Leonardo de Siete Fuentes – Oristano –

Oggi vi vorrei proporre una località molto molto suggestiva della mia splendida regione, la Sardegna. San Leonardo di Siete Fuentes è una località vicino al comune di Santu Lussurgiu, molto più antico, probabilmente, delle notizie storiche che abbiamo, ricco di vegetazione e di fonti d’acqua. La magia, il fascino,la storia, un senso mistico ti travolge appena posi il piede in quel sito. Spero che le notizie che ho raccolto nella rete possano aiutarvi a farvi un bel quadro di questo meraviglioso sito religioso.

San Leonardo de Siete Fuentes o di Siete Fuentes (Santu Nenaldu in dialetto sardo) è una frazione del comune di Santu Lussurgiu, che prende nome dell’omonima chiesa e dalle sette fonti qui presenti.

Si trova a pochi chilometri dal capoluogo comunale, in direzione nord sulla S.P. 20. È situato a 684 m sul livello del mare. Nell’abitato risiedono stabilmente solo poche persone, ma si popola maggiormente nel periodo estivo.
L’abitato si sviluppò intorno alla chiesa omonima e all’antico ospedale. In quel periodo il territorio apparteneva al Giudicato di Torres che fra il 1127 e il 1182 era sotto la guida del Giudice Gonario II, che partecipò alla seconda crociata. All’estinzione della dinastia del Giudicato di Torres con la morte della Giudicessa Adelaide i suoi territori diventarono parte del Giudicato di Arborea e con essi la villa di San Leonardo. Dal XIII secolo appartenne ai Cavallieri di Malta.

La chiesa di San Leonardo, frazione di Santulussurgiu (Oristano), rappresenta una delle rare testimonianze visibili della presenza dei Cavalieri Templari in Sardegna.
Originariamente la tenuta si trovava a quasi 700 metri di altitudine, in una zona ricca di sorgenti di acque minerali e fu probabilmente questo, insieme alla salubrità dell’aria, che portò i Templari a insediarsi proprio in questa zona. In relazione a questo fatto è da considerarsi anche che la Sardegna, durante il Medioevo, era una terra inospitale per via delle numerose paludi costiere, in questo senso San Leonardo sorgeva in una posizione privilegiata.
Quello che rimane oggi è la piccola chiesa con annesso l’edificio dell’ospedale che appartiene ancora ai Cavalieri di Malta. La struttura è discretamente conservata e subì degli ampliamenti durante il XIII e il XIV secolo. La facciata presenta due porte d’ingresso delle quali una, la più antica, è stata murata; sul fianco destro della chiesa spiccano due croci di Malta mentre una terza croce si trova sulla campana di bronzo.
Ancora oggi la chiesa di San Leonardo de Siete Fuentes è meta di pellegrinaggi in onore del santo.
Nel XII secolo l’intero complesso venne affidato ai monaci benedettini i quali gestivano altri due edifici annessi: un ospedale e un oratorio; quando subentrarono i Templari, il primitivo insediamento divenne una fiorente precettoria con annesse vaste e ricche proprietà nei dintorni.
Tra le tante storie che si narrano intorno a questo sito, forse quella più aderente alla realtà storica riguarda Guelfo della Gherardesca, uno dei figli superstiti del Conte Ugolino, la cui famiglia aveva vasti possedimenti nell’isola.
Quando Guelfo seppe dell’uccisione del padre e dei fratelli, levò le armi contro le milizie pisane e catturò uno dei colpevoli, Giovanni Gubatta.
L’uomo venne trascinato nel castello di Monreale, le cui rovine si possono scorgere sopra un’altura del Campidano, presso Sàrdara, e venne strangolato dallo stesso Guelfo.
Sconfitto dai pisani, Guelfo della Gherardesca vagò per tutta la Sardegna fino a quando non trovò rifugio proprio nel convento di San Leonardo de Siete Fuentes, dove terminò o suoi giorni.

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Nuova rubrica – cucina tradizionale italiana- Sardegna

Un buongiorno a tutti i miei lettori, da oggi inizierò una nuova rubrica dedicata ad un argomento che ci rende famosi nel mondo e fa grande il made in Italy, la nostra cucina tradizionale. Ogni settimana pubblicherò una ricetta di una regione italiana e per partire inizierò dalla Sardegna, spero vi possa piacere. Colgo l’occasione per farvi i miei migliori auguri di buone vacanze.

Fregola sarda con le arselle.

Ingredienti per 4 persone:

  • 300 g di fregola sarda grossa

  • 600 g di arselle o vongole piccole

  • 1 litro di brodo di pesce

  • 3 cucchiai di olio extravergine di oliva

  • 200 g di pomodori freschi per sugo o pelati

  • 2 pomodori secchi

  • 2 spicchi d’aglio

  • peperoncino

  • prezzemolo


Preparazione:

  • Pulite pochi pesci da zuppa (300 g circa) e metteteli a bollire in acqua salata (1,2 litri) per 15 minuti. Visto che difficilmente i pesci saranno recuperabili vanno bene anche piccoli ma di varietà diversa.

  • Dopo cottura lasciate riposare per poter spillare il brodo senza filtrare.

  • Lavate energicamente le arselle cercando di individuare e levare quelle già aperte e quelle eventualmente piene di sabbia, quindi riponetele in un recipiente colmo d’acqua ben salata almeno per un ora affinché spurghino.

  • Cuocete in una padella larga le arselle sgocciolate a fuoco vivace, coprendo con un coperchio per evitare l’eccessiva evaporazione dell’acqua, finché si aprono.

  • Separate le arselle dal liquido di cottura con la raccomandazione di scartare quelle chiuse che potrebbero essere piene di sabbia. Per alleggerire il piatto, si possono asportare i gusci e i semigusci vuoti. Se è il caso, filtrare il liquido di cottura e tenerlo comunque da parte.

  • Fate rosolare dolcemente nell’olio in un largo tegame gli spicchi d’aglio schiacciati unendo quasi subito i pomodori secchi sminuzzati e il peperoncino (non deve risultare troppo piccante).

  • Versate quindi la fregola rigirando velocemente per farle assorbire in modo più uniforme possibile l’olio ed iniziate ad aggiungere pochissimo (uno o due mestoli) brodo di pesce.

  • Appena la fregola avrà assorbito il liquido, versate tutto il liquido di cottura delle arselle e i pomodori sminuzzati. Girate frequentemente ed aggiungete mano a mano il brodo di pesce.

  • Dopo 7-8 minuti assaggiate il liquido per poter eventualmente aggiustare di sale. Tenendo presente l’acqua salata delle arselle ed il sale dei pomodori secchi generalmente c’è poco o niente da aggiungere.

  • L’acqua di cottura deve essere assorbita quasi del tutto dalla fregola che cuocerà in 12 minuti circa. Nel caso in cui non fosse terminata la cottura ed aveste finito il brodo di pesce, aggiungete acqua calda.

  • A cottura ultimata aggiungete il trito di prezzemolo, rigirate e lasciate riposare per qualche minuto prima di servire. In questi minuti verrà assorbita l’acqua in eccesso badando bene che la fregola non si asciughi troppo.


Vino consigliato:

  • Torbato di Sella e Mosca, Segolai della Trexenta, Vermentino di Gallura.

 

P.S.

Le pubblicazioni riprenderanno regolarmente dal 17/08/2016.

Tanti saluti