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Le cinque giornate di Milano – La sollevazione –

In questo pezzo il Cattaneo continua nella descrizione dei fatti dei cinque giorni di rivoluzione svolti a Milano.

La sollevazione
Il podestà andò veramente a fare la sua visita al governo (a domandare a nome del popolo alcune concessioni). Credeva di aver fatto solamente un’altra delle sue dimostrazioni. E la ribellione scoppiava; e contro ogni suo intento, vedevasi correre per la città il tricolore cisalpino. A quella vista le guardie austriache restavano immote e stupefatte! Se un uomo metteva il capo a una finestra, il popolo gridava che il posto degli uomini era nella strada; i giovani uscivano d’ogni parte con pistole, sciabola e bastoni. Ma dei quarantamila fucili da troppa di cui ci si era fatta bugiarda promessa, io per quanto avidamente cercassi, non ne vedeva uno solo. Non mi riuscì di penetra re fino al governo; erano già barricate le vie, disarmato le guardie e alcune uccise. Esce dalla turba un giovane d’animo deliberato, Enrico Cernuschi, e detta al conte O’Donnel tre decreti: licenza d’armarsi alla guardia civica: abolita la polizia: consegnate le armi alla sua guardia, e ogni suo potere al Municipio. Poi conduce seco il conte prigioniero; e savoiardi, col podestà e col regio delegato della provincia, in mezzo alla folla armata, verso il palazzo municipale. Giunta la comitiva nella via del Monte è accolta dal fuoco d’un centinaio di soldati. Il podestà col prigioniero si rifugia in casa Vidiserti. Ed è per questo fortuito incontro che l’autorità municipale, recapito dei cittadini e quartier generale dei combattenti, si trovò in luogo così remoto dalla sua sede. Il che Radetzky ignorando, circondò la sera da due parti il palazzo municipale; fece sfondare le porte a cannonate, sperando di trovarvi a concilio tutto quel comitato direttore intorno a cui volgeva con pari illusione il cieco odio del nemico e l’incauta fiducia dei cittadini; e trascinò prigionieri in castello quanti vi si trovavano a cercare ordini o novelle. La risolutezza e l’audacia che fin dal primo istante di mostrarono i combattimenti, fecero credere al nemico che una mano forte e sapiente governasse ogni loro moto; il che appare dalla relazione che Radetzky stesso inserì nella Gazzetta Universale. Impauriti dal suono del martello che sommoveva tutta la città, preoccupati dal pensiero di assicurare le comunicazioni fra i tanti posti qua e là sparsi e di salvare i loro ufficiali e impiegati, gli Austriaci si turbarono la mente, obliarono ogni più opportuno provvedimento, e fino a due milioni di denaro sonante, deposti nelle varie casse della città. Il vecchio Radetzky medesimo, dopo avere affaticato sei mesi a scavare il sanguinoso abisso in cui sperava precipitare il popolo, si salvò con vil fuga in castello, dimenticando nel suo palazzo perfino il suo farsetto e quella spada, che gli nei grotteschi suoi proclami millantava da sessantacinque anni irresistibilmente vittoriosa. Alle otto di sera, Radetzky scrisse ai municipali, intimando loro di disarmare la guardia civile; conchiudeva dicendo: “ Mi riserbo poi di far uso del saccheggio e di tutti gli altri mezzi che stanno in mio potere, per ridurre all’obbedienza una città ribelle; ciò mi riuscirà facile, avendo a mia disposizione un esercito agguerrito di centomila uomini e duecento pezzi di cannone”.

LE CINQUE GIORNATE DI MILANO

In questo pezzo il Cattaneo inizia a descrivere i fatti che animarono le famose cinque giornate di rivoluzione a Milano.

Prime ostilità
Il generalissimo Radetzky, attorniato da uno stato maggiore di teutonica, agognava al momento di far sangue e roba, millantandosi di voler rifare in Italia le stragi di Galizia. Come dubitarne, quando si vedeva comparire nello stesso tempo in Brescia con autorità militare il carnefice Benedek e con autorità civile il fratello del carnefice Breindl? Al primo di Gennaio, i giovani di tutto il regno si erano invitati fra loro a non fumar più tabacco, per togliere alla finanza austriaca le sue principali entrate. Lo stato maggiore distribuì tosto trentamila sigari ai soldati, e dando loro quanto denaro bastasse a ubbriacarli, li mandò ad attaccar briga in città. I medici delle prigioni riconobbero nelle vie bande di condannati, alcuni in atto di fumare per irritare il popolo; altri in atto di urlare dietro i soldati che fumavano. Alla sera del 3 gennaio, granatieri ungheresi e dragoni tedeschi si avventavano colle sciabole sulla gente che moveva pacifica per la città; evitando i giovani, ferivano e uccidevano vecchi e fanciulli. Si seppe che arrestati molti cittadini si trovarono senz’armi; onde fatta a manifesta la vile insidia dei militari, molti dicevano apertamente: “ un’altra volta noi pure saremmo armati!”.
Ma poco parendo ormai le deportazioni la polizia impetrò il giudizio statario, cioè l’autorità di processare e impiccare entro due ore. L’infame legge doveva prendere rigore al martedì grasso, quando appunto cominciava, giusto il rito ambrosiano, quel prolungamento di carnevale ch’è festevole convegno in Milano a migliaia di famiglie delle vicine città. Il popolo, interdetto dagli usati sollazzi, e dai guadagni, mirava taciturno quel delirio dei suoi governanti; egli sentiva nell’animo l’ora del conflitto.
Il truculento Radetzky armata il castello; faceva partire da Milano il governatore Spaur, l’uomo mansueto, faceva partire il viceré e la sua famiglia; voleva averci affatto in mano dei suoi.
Avezzo a tarda veglia, io potei contare dalle mie stanze in due ore ben nove pattuglie; in quelle notti carnevalesche, già si festose, non altro si udiva che la greve e tarda pedata del soldato. Ogni giorno, deportazioni improvvise rapinano altri cittadini; le donne tremavano; l’ansietà cresceva; e pure nessuno fuggiva; un lume di speranza era in fondo ai cuori. Le novelle di ogni giorno accendevano sempre più le menti; un giorno era la ribellione di Palermo, un altro la costituzione a Napoli; un altro, a Firenze, a Torino: un altro la repubblica a Parigi. Il falso, aggiunto al vero, accresceva la febbre; si sussurrava di sessantamila fucili, già preparati per noi da Carlo Alberto, lungo la frontiera – di quarantamila già introdotti a Milano; d’un contingente chiamato alle armi a Torino, di due contingenti, di tre, di quattro; – e, tra due mesi, entro uno, a giorni, ogni cosa sarebbe presta alla guerra. E gli Austriaci, dal canto loro, pubblicamente dicevano che, per frenare il Piemonte, si era dimandata in pegno Alessandria; e contavano prefisso alla loro entrata colà il 6 di Marzo’.

CARLO CATTANEO