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L’onore del popolo è salvo.

In questo pezzo troverete le lodi da parte dell’Assemblea dei Rappresentanti dello Stato di Venezia, al comportamento tenuto dalla popolazione veneziana alla reazione dell’esercito austriaco che vigliaccamente bombardò anche il centro abitato.

Dimostriamo coi fatti la gratitudine nostra a questo popolo raro, il quale invece di abbisognare di incoraggiamento, è scuola esso a noi di coraggio viva, e c’insegna come si difende l’onore, come la disgrazia rende le nazioni più grandi. Egli ha sostenuto le palle, il disaggio, la vigilia all’aperto, la fuga dal suo nido entro lo stesso suo nido: ha sostenute le grida dei figlioli affamati, e senza indagare le ragioni dell’attendere, dello sperare, del credere, ha pazientemente atteso, tenacemente sperato, abbondantemente creduto. L’onore del popolo è salvo: né nemico crudele né perfido amico glielo può torre.

Da Le Assemblee del Risorgimento. Venezia, 1849

Atti della Repubblica Romana.

Nel seguente articolo troverete i principi fondamentali della costituzione romana.

Promulgazione della costituzione.

A mezzogiorno del 3 luglio dalla loggia del Campidoglio fu promulgata la Costituzione della Repubblica Romana, tra i plausi e gli evviva alla Repubblica.

Dai Principi fondamentali
I) La sovranità è per diritto eterno nel popolo. Il popolo dello Stato romano è costituito in Repubblica.
II) Il regime democratico ha per regola l’eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà né privilegi di nascita o di casta.
III) La Repubblica con le leggi e con le istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni materiali e morali di tutti i cittadini.
IV) La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli, rispetta ogni nazionalità, promuove l’Italiana.

Da le Assemblee del Risorgimento. Roma, 1849

La Roma del popolo.

Di seguito potrete leggere il discorso di insediamento quale rappresentante del popolo di G. Mazzini all’assemblea costituente romana.

Repubblica Romana
Assemblea Costituente. Seduta del 6/3/1849

Giuseppe Mazzini va a porsi alla destra del Presidente. Nuovi applausi.
G. Mazzini:” Se le parti dovessero farsi qui tra noi, i segni di affetto che voi mi date, dovrebbero farsi, o colleghi, da me a voi e non da voi a me; perchè tutto il poco bene che io ho non fatto ma tentato di fare, mi è venuto da Roma. Roma fu sempre una specie di talismano per me, giovinetto io studiava la storia d’Italia, e trovai che mentre in tutte le altre storie tutte le nazioni nascevano, crescevano, recitavano una parte nel mondo, cadevano per non ricomparire più nella prima potenza, una sola cità privilegiata da Dio del potere di morire, e di risorgere più grande di prima ad adempiere una missione nel mondo, più grande della prima adempiuta. Io vedeva sorgere la prima Roma degli imperatori, e colla conquista stendersi dai confini dell’Africa ai confini dell’Asia; io vedeva Roma perire cancellata dai barbari, da quelli che anche oggi il mondo chiama barbari, e la vedeva risorgere, dopo aver cacciati gli stessi barbari, ravvivando dal suo sepolcro il germe dell’incivilimento; e la vedeva risorgere più grande e muovere colla conquista non dell’armi ma della parola, risorgere nel nome dei papi e ripetere le sue grandi missioni. Io diceva in mio cuore: è impossibile che una città, la quale ha avuto sola al mondo due grandi vite, una più grande dell’altra, non ne abbia una terza. Dopo la Roma che operò colla conquista delle armi, dopo la Roma che operò colla conquista della parola, verrà, io diceva a me stesso, verrà la Roma che opererà colla virtù dell’esempio: dopo la Roma degli imperatori, dopo la Roma dei papi, verra la Roma del popolo.

Da Le Assemblee del Risorgimento. Roma, 1849

Le cinque giornate di Milano – Milano dopo la vittoria.

Qui il Cattaneo ripercorre i lo stato d’animo dei cittadini di Milano in seguito alla cacciata degli Austriaci.

In quel mezzo la città si era ripiena di gente venuta da tutte le terre intorno. Alcuni avevano armi; altri venivano a cercarne; altri a salutare gli amici usciti dal pericolo, o a non trovarli più; altri solo a satisfarsi nel nel vedere le vestigia della pugna. Le turbe dei contadini stavano immote come gregge a rimirare i cocchi e i mobili pomposi accavallati in mezzo alle vie, gli spezzami delle tegole sul terreno sconvolto, le mura crivellate dalle palle, le logge di granito spaccate dal cannone, le reliquie tuttavia fumanti dell’incendio, i cadaveri stessi da riconoscere negli ospedali o malsepolti in castello e abbandonati nelle fosse; e in mezzo a tanti orrori, muover serene quelle donne, che colle loro mani avevano divelto i selciati e caricate le armi, e quel popolo placido e faceto, che godeva a udirsi dire valoroso e vittorioso da quei duri uomini dei campi e delle montagne.

L’Italia sa e l’Italia può

Sciolti da ogni rito i giovani e liberi propagatori si erano, per cosi dire, approfondati nell’onda popolare. D’ogni cosa essi fecero arma morale a confortare la moltitudine, conscia degli affetti suoi, ma inconscia della sua forza. Essi si tradussero in volgare alle smembrate provincie l’arcano dell’unità. Adoperarono i fogli clandestini e i pubblici, i canti, gli evviva a Pio IX, il sasso di balilla, le catene di Pisa. Adoperarono i panni funebri delle chiese e i panni gai delle veglie festive; assortirono in tricolore le rose e le camelie, gli ombrelli e le lanterne; trassero fuori il cappello calabrese e il giustacuore di velluto, il vessillo della nazione e quello della sue cento città. Era quella una lingua nuova che parlava a tutte le genti d’Italia più alto e chiaro che l’altra lingua in cinque secoli non avesse parlato. Essi accesero di vetta in vetta lungo l’Appennino le fiamme del dicembre; essi congregarono sulla fossa di Ferruccio i montanari della Toscana; essi domarono coi fieri applausi dei trasteverini le ritroso voglie del pontefice. Essi rivelarono il popolo al popolo, l’Italia all’Italia, gettarono sul viso al barbaro armato il guanto della nazione inerme e impavida; trassero la plebe che aveva taciuto trent’anni, a dire ad una voce: l’ora è venuta; a svellere con l’erculea mano i graniti delle vie; a togliere in poche ore ai vecchi generali ogni senno e ogni coraggio. Il popolo poteva fare: voleva fare; ma senz’essi non aveva fatto. Per essi ora è certo che l’Italia sa e l’Italia può.

(da C. Cattaneo: Considerazioni sulle cose d’Italia nel 1848)