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Le cinque giornate di Milano – La ritirata del nemico.

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Qui il Cattaneo continua la descrizione degli scontri con gli Austriaci nello specifico la loro ritirata.

Il nemico s’inoltrava lento e stanco fra mille ostacoli; in qualche luogo trovò il bastione già ingombro di piante atterrate; spese tutta la notte a trarsi fuori dalla città. Doveva condurre seco artiglierie, le bagaglie, i feriti, più di trecento famiglie di officiali e di impiegati stranieri, decrepiti generali, gli sventurati che il capriccio militare aveva fatti ostaggi, e qualche migliaio di soldati italiani. Molti di costoro erano stati saldi contro i colpi dei fratelli; ma non tutti sapevano rassegnarsi a seguire nella fuga lo straniero. Agli incroci delle vie, dove era facile sottrarsi, i generali paravano loro in faccia la bocca del cannone; alla menoma esitanza si udivano gli officiali gridar loro: O avanti o morte!

Le cinque giornate di Milano – Italia Libera –

Qui il Cattaneo descrive i giusti comportamenti tenuti dai cittadini milanesi.

Italia Libera

Rimovendo ogni controversia di forme politiche e di confini principeschi, noi deliberammo di parlare immantimente a nome dell’Italia e della Libertà. In fronte a tutti gli atti nostri era scritto: Italia Libera.
Si fece appello a quei veterani che esitavano a mettersi fra i combattenti. “Non è mai delitto difendere la patria”, si diceva loro. Si suggeriva al popolo che nell’atto di cacciare il nemico dai pubblici stabilimenti, non lasciasse commettere guasti; e il popolo salvò le raccolte scientifiche, i dipinti, le carte e i denari. Si pubblicarono i nomi dei poveri cittadini che con ammirabile astinenza e fedeltà consegnavano gli oggetti preziosi venuti in loro mani. Il saccheggio e l’incendio furono armi lasciate ai nostri nemici.

Le cinque giornate di Milano -Sulla via della Libertà-

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Villa Belgioioso Milano

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Villa Belgioioso Milano

In questo articolo il Cattaneo descrive la prima notte e il primo mattino della rivoluzione Milanese

Sulla via della Libertà.

Si è fatto computo che in quella prima notte la città tutta non avesse a fronte del nemico più di tre o quattrocento fucili di ogni sorta; poiché, temendo che da giorno a giorno uscisse precetto di rassegnare le armi, molti le avevano mandate in villa.
Al vedere il misero armamento della città, irrequieto e ansioso io sollecitava, durante la notte, gli amici che vegliavano innanzi alla casa Vidiserti, a trasferire in sito meno pericoloso il quartier generale; essendochè allo spuntar del mattino quel luogo, posto fra due strade come il palazzo municipale, sarebbe stato in egual modo assalito e preso, con quanti mai vi erano. Mi rispondevano che avrebbero venduta cara la vita. Ma io replicava che non dovevano prepararsi a soccombere ma piuttosto a vincere e a vivere; epperò a nulla trascurare di ciò che poteva dar vittoria. L’avviso mio, già presso al mattino, finalmente prevalse. Cernuschi si adoprava intanto per farli accomodare in casa del conte Carlo Taverna, posta dall’altro lato della via dei Bigli, ch’è angusta, tortuosa e agevole a serragliare. Il giardino confininava con altri; onde prima che il quartier generale fosse accerchiato, si avrebbe agito a trasferirlo altrove. Cernuschi si procacciò la chiave d’un cancello che si apriva dietro i giardini, di fronte alla casa di Alessandro Manzoni; fece traforare il recinto del giardino Belgioioso e pose sentinelle sui muri degli altri; per modo che quel primiero rifugio della casa Vidiserti divenne quasi un’opera avanzata, dietro la quale erano più linee successive di difesa, con sicure vie d’uscita. Siffatto gruppo di recinti e barricate aveva nel mezzo quella casa con cortile rivestito di freschi del cinquecento detta la casa Taverna antica; dimora del console francese; ove, a lato del tricolore cisalpino sventolava quello della repubblica. La vista di quel vessillo e la fede nell’amicizia di quella nazione poderosa, non furono senza effetto nel terribile momento nel quale un intero popolo con si esigue forze si cimentava sulla sanguinosa strada della Libertà. Tutto ciò si era fatto avanti lo spuntar del giorno; e immantinenti si fece toccare a martello e gridare alle armi. A tutta prima stavamo con certa apprensione che il notturno riposo avesse mai rallentato gli animi; ma a poco a poco si videro uscire i cittadini e accorrere baldanzosi alle prime barricate; e in pochi istanti ai capi delle vie già tuonava d’ogni parte il cannone nemico.

Le cinque giornate di Milano – La sollevazione –

In questo pezzo il Cattaneo continua nella descrizione dei fatti dei cinque giorni di rivoluzione svolti a Milano.

La sollevazione
Il podestà andò veramente a fare la sua visita al governo (a domandare a nome del popolo alcune concessioni). Credeva di aver fatto solamente un’altra delle sue dimostrazioni. E la ribellione scoppiava; e contro ogni suo intento, vedevasi correre per la città il tricolore cisalpino. A quella vista le guardie austriache restavano immote e stupefatte! Se un uomo metteva il capo a una finestra, il popolo gridava che il posto degli uomini era nella strada; i giovani uscivano d’ogni parte con pistole, sciabola e bastoni. Ma dei quarantamila fucili da troppa di cui ci si era fatta bugiarda promessa, io per quanto avidamente cercassi, non ne vedeva uno solo. Non mi riuscì di penetra re fino al governo; erano già barricate le vie, disarmato le guardie e alcune uccise. Esce dalla turba un giovane d’animo deliberato, Enrico Cernuschi, e detta al conte O’Donnel tre decreti: licenza d’armarsi alla guardia civica: abolita la polizia: consegnate le armi alla sua guardia, e ogni suo potere al Municipio. Poi conduce seco il conte prigioniero; e savoiardi, col podestà e col regio delegato della provincia, in mezzo alla folla armata, verso il palazzo municipale. Giunta la comitiva nella via del Monte è accolta dal fuoco d’un centinaio di soldati. Il podestà col prigioniero si rifugia in casa Vidiserti. Ed è per questo fortuito incontro che l’autorità municipale, recapito dei cittadini e quartier generale dei combattenti, si trovò in luogo così remoto dalla sua sede. Il che Radetzky ignorando, circondò la sera da due parti il palazzo municipale; fece sfondare le porte a cannonate, sperando di trovarvi a concilio tutto quel comitato direttore intorno a cui volgeva con pari illusione il cieco odio del nemico e l’incauta fiducia dei cittadini; e trascinò prigionieri in castello quanti vi si trovavano a cercare ordini o novelle. La risolutezza e l’audacia che fin dal primo istante di mostrarono i combattimenti, fecero credere al nemico che una mano forte e sapiente governasse ogni loro moto; il che appare dalla relazione che Radetzky stesso inserì nella Gazzetta Universale. Impauriti dal suono del martello che sommoveva tutta la città, preoccupati dal pensiero di assicurare le comunicazioni fra i tanti posti qua e là sparsi e di salvare i loro ufficiali e impiegati, gli Austriaci si turbarono la mente, obliarono ogni più opportuno provvedimento, e fino a due milioni di denaro sonante, deposti nelle varie casse della città. Il vecchio Radetzky medesimo, dopo avere affaticato sei mesi a scavare il sanguinoso abisso in cui sperava precipitare il popolo, si salvò con vil fuga in castello, dimenticando nel suo palazzo perfino il suo farsetto e quella spada, che gli nei grotteschi suoi proclami millantava da sessantacinque anni irresistibilmente vittoriosa. Alle otto di sera, Radetzky scrisse ai municipali, intimando loro di disarmare la guardia civile; conchiudeva dicendo: “ Mi riserbo poi di far uso del saccheggio e di tutti gli altri mezzi che stanno in mio potere, per ridurre all’obbedienza una città ribelle; ciò mi riuscirà facile, avendo a mia disposizione un esercito agguerrito di centomila uomini e duecento pezzi di cannone”.

I TEMPI TERRIBILI

In questo pezzo il Cattaneo descrive le condizioni degli stati Italiani e la crescente voglia di tutti i patrioti sia sul territorio nazionale sia gli esuli di sostenere qualsiasi principe che volesse farsi carico dell’indipendenza e dell’unificazione del nostro paese.

I tempi si facevano terribili: l’Italia fremeva del sangue sciupato in Milano, in Padova, a Pavia. Gli esuli volgevano dalle terre trasmarine gli occhi all’Italia. Il proscritto Garibaldi scriveva il 27 dicembre da Montevideo al proscritto Antonini: “Io pure con gli amici penso andare in Italia ad offrire i deboli servigi nostri al pontefice o al granduca di Toscana”. E lì offerse poscia anche a quel re che lo aveva condannato a morte.
E ponevano in comune il peculio di poveri soldati per tragittare d’America in Italia quelli più poveri ancora che “volevano far dono del braccio e della vita in difesa della patria”. Né ponevano al dono condizioni superbe, né tampone un patto di costituzionali franchiglie, poiché “animati dal sempre crescente progresso che andava facendo lo spirito nazionale in Italia, e dai segni non dubbi dell’accordo tra principi e popoli, avevano sollevato l’animo a quelle medesime speranze che vedevano fomentate ed accolte dai governi del loro paese”.
E parimenti in Europa, si apprestavano gli esuli al medesimo sacrificio delle più care loro memorie, per offrire il sangue loro ai principi italiani. Gioberti scriveva da Parigi, fin dal settembre 1847, con qual gioia vi fosse accolta dai proscritti la nuova che Carlo Alberto fosse disposto a tutelare l’indipendenza italiana e collegarsi col gran pontefice, e come a tale annuncio tutte le discrepanze d’opinioni e d’affetti fossero scompare.

da C. Cattaneo: Considerazioni sulle cose d’Italia nel 1848