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L’Italia sa e l’Italia può

Sciolti da ogni rito i giovani e liberi propagatori si erano, per cosi dire, approfondati nell’onda popolare. D’ogni cosa essi fecero arma morale a confortare la moltitudine, conscia degli affetti suoi, ma inconscia della sua forza. Essi si tradussero in volgare alle smembrate provincie l’arcano dell’unità. Adoperarono i fogli clandestini e i pubblici, i canti, gli evviva a Pio IX, il sasso di balilla, le catene di Pisa. Adoperarono i panni funebri delle chiese e i panni gai delle veglie festive; assortirono in tricolore le rose e le camelie, gli ombrelli e le lanterne; trassero fuori il cappello calabrese e il giustacuore di velluto, il vessillo della nazione e quello della sue cento città. Era quella una lingua nuova che parlava a tutte le genti d’Italia più alto e chiaro che l’altra lingua in cinque secoli non avesse parlato. Essi accesero di vetta in vetta lungo l’Appennino le fiamme del dicembre; essi congregarono sulla fossa di Ferruccio i montanari della Toscana; essi domarono coi fieri applausi dei trasteverini le ritroso voglie del pontefice. Essi rivelarono il popolo al popolo, l’Italia all’Italia, gettarono sul viso al barbaro armato il guanto della nazione inerme e impavida; trassero la plebe che aveva taciuto trent’anni, a dire ad una voce: l’ora è venuta; a svellere con l’erculea mano i graniti delle vie; a togliere in poche ore ai vecchi generali ogni senno e ogni coraggio. Il popolo poteva fare: voleva fare; ma senz’essi non aveva fatto. Per essi ora è certo che l’Italia sa e l’Italia può.

(da C. Cattaneo: Considerazioni sulle cose d’Italia nel 1848)

I TEMPI TERRIBILI

In questo pezzo il Cattaneo descrive le condizioni degli stati Italiani e la crescente voglia di tutti i patrioti sia sul territorio nazionale sia gli esuli di sostenere qualsiasi principe che volesse farsi carico dell’indipendenza e dell’unificazione del nostro paese.

I tempi si facevano terribili: l’Italia fremeva del sangue sciupato in Milano, in Padova, a Pavia. Gli esuli volgevano dalle terre trasmarine gli occhi all’Italia. Il proscritto Garibaldi scriveva il 27 dicembre da Montevideo al proscritto Antonini: “Io pure con gli amici penso andare in Italia ad offrire i deboli servigi nostri al pontefice o al granduca di Toscana”. E lì offerse poscia anche a quel re che lo aveva condannato a morte.
E ponevano in comune il peculio di poveri soldati per tragittare d’America in Italia quelli più poveri ancora che “volevano far dono del braccio e della vita in difesa della patria”. Né ponevano al dono condizioni superbe, né tampone un patto di costituzionali franchiglie, poiché “animati dal sempre crescente progresso che andava facendo lo spirito nazionale in Italia, e dai segni non dubbi dell’accordo tra principi e popoli, avevano sollevato l’animo a quelle medesime speranze che vedevano fomentate ed accolte dai governi del loro paese”.
E parimenti in Europa, si apprestavano gli esuli al medesimo sacrificio delle più care loro memorie, per offrire il sangue loro ai principi italiani. Gioberti scriveva da Parigi, fin dal settembre 1847, con qual gioia vi fosse accolta dai proscritti la nuova che Carlo Alberto fosse disposto a tutelare l’indipendenza italiana e collegarsi col gran pontefice, e come a tale annuncio tutte le discrepanze d’opinioni e d’affetti fossero scompare.

da C. Cattaneo: Considerazioni sulle cose d’Italia nel 1848

La vita è missione.

In seguito al brutto periodo, in cui ha ballato sul bordo del precipizio della follia,passato dopo la fuga dalla Svizzera il Mazzini elabora il vero obiettivo della sua vita, che seguirà fino alla fine dei suoi giorni.

Rinsavii da me, senza aiuto altrui, mercè un’idea religiosa ch’io verificai nella storia. Scesi dalla nozione di Dio a quella del progresso, da quella del progresso a un concetto della vita, alla fede in una missione, alla conseguenza logica del dovere, norma suprema; e giunto a quel punto giurai a me stesso che nessuna cosa al mondo avrebbe ormai potuto farmi dubitare e sviarmene. Fu, come dice Dante, un viaggio dal martirio alla pace: pace violenta e disperata, nol nego, perchè io mi affratellai col dolore come un pellegrino nel suo mantello; pur pace, dacchè imparai a soffrire senza ribellarmi; e fui da allora in poi in tranquilla concordia con l’anima mia. Diedi un lungo tristissimo addio a tutte le gioie, a tutte le speranze di vita individuale sulla terra. Scavai con le mie mani la fossa, non degli affetti – Dio mi è testimonio ch’io li sento oggi ,canuto, come nei primi giorni della mia giovinezza – ma ai desideri, alle esigenze, ai conforti ineffabili degli affetti, e calcai la terra su quella fossa, sì che altri ignorasse l’io che vi stava sepolto. Per cagioni, parecchie visibili, altre ignote, la mia vita fu, è, e durerebbe, s’anche non fosse presso a compiersi, infelice; ma non ho pensato mai, da quei giorni in poi, un’istante, che la felicità dovesse influire sulle azioni. Benedico riverente Dio padre per qualche consolazione d’affetti – non conosco consolazioni da quelle fuori – ch’egli ha voluto, sugli ultimi anni, mandarmi, e vi attingo forza a combattere il tedio dell’esistenza che talvolta mi si riaffaccia; ma se anche quelle consolazioni non fossero, credo sarei quale sono. Splenda il cielo serenamente azzurro come in un bel mattino d’Italia o si stenda uniformente plumbeo e color di morte come tra le brume del settentrione, non vedo che il dovere muti per noi. Dio è sempre al di sopra del cielo terrestre e le sante stelle della fede e dell’avvenire splendono nell’anima nostra quando anche la loro luce si consumi senza riflesso come la lampada in sepoltura.

Da G. Mazzini: Ricordi autobiografici