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I fatti del 1831.

Giudizi sulla Carboneria

Tale mi appariva la carboneria: associazione alla quale non erano mancate generose intenzioni, ma idee, e priva, non del sentimento nazionale, ma di scienza e logica per ridurlo in atto. Il cosmopolitismo che una osservazione superficiale d’alcune contrade straniere le aveva suggerito, ne aveva ampliato la sfera, ma sottraendole il punto d’appoggio. L’eroica, educatrice costanza degli affratellati e il martirio intrepidamente affrontato, avevano grandemente promosso quel senso d’eguaglianza che è ingenito in noi, preparato le vie all’unione, iniziato a forti imprese con un solo battesimo uomini di tutte le classi sociali, sacerdoti, scrittori, patrizi, soldati e figli del popolo. Ma la mancanza di un programma determinato le avevano tolto sempre la vittoria di pugno.

Queste riflessioni m’erano suggerite dall’esame dei tentativi e delle disfatte della carboneria. E i fatti appena allora conchiusi nell’Italia Centrale mi confermavano in esse, additandomi a un tempo altri pericoli da combattersi: primi fra i quali erano quelli di collocare le speranze della vittoria nell’appoggio di governi stranieri, e quello di fidare lo sviluppo, il maneggio delle insurrezioni a uomini che non avevano saputo iniziarle.

I moti del 1831

Nei fatti del 1831 il progresso delle tendenze si era rivelato innegabile. L’insurrezione non aveva invocato come necessità indeclinabile l’iniziativa delle alte classi o della milizia: era sorta dalle viscere del paese. Dopo tre giornate di Parigi, il popolo di Bologna s’affollava all’Ufficio Postale. I giovani salivano nei caffè sulle sedie e leggevano ad alta voce i giornali agli astanti. Si preparavano armi, s’ ordinavano compagnie di volontari, si sceglievano i capitani. I comandanti la truppa dichiaravano al prolegato che non assalirebbero i cittadini. Lo stesso aveva luogo nell’altre città.

L’Eco del cannone sparato, nella notte del 2 febbraio in Modena, contro la casa di Ciro Menotti aveva dato il segnale. Bologna s’era levata il 4. Il 5, il popolo di Modena, riavutosi dallo stupore, aveva cacciato in fuga Duchi e duchisti: Imola, Faenza, Forlì, Cesena, Ravenna s’erano emancipate. Il 7, Ferrara aveva seguito l’esempio: gli Austriaci s’erano ritratti. Pesaro, Fossombrone, Fano ed Urbino s’erano, l’8, liberate dai loro Governatori. Il moto aveva trionfato il 13 in Parma; poi a Macerata, Camerino, Ascoli, Perugia, Terni, Narni ed in altre città. Ancona, dove il colonnello Sutterman s’era mostrato in sulle prime disposto a resistere, aveva ceduto davanti ad alcune compagnie di soldati e di guardie nazionali comandate da Sercognani. E tutto questo s’era operato per impulso di popolo, per entusiasmo collettivo che si stendeva alla donna e ai canuti; mentre le prime lavoravano coccarda e bandiere, parecchi tra i veterani del Grande Esercito mostravano ai giovani lievemente diffidenti le cicatrici delle antiche ferite, dicendo loro: “Noi le riportammo difendendo il nostro paese”. Così il 25 febbraio, due milioni e mezzo quasi d’Italiani avevano abbracciato la Causa Nazionale, presti a difesa od offesa per l’emancipazione degli altri loro fratelli.

Ed era infatti la Causa Nazionale che gli istinti avevano in quei moti universalmente additato alle moltitudini. Italiana era la coccarda adottata per ogni dove in onta alle preghiere d’Orioli ed altri appartenenti più tardi al Governo. Dai primi giorni la gioventù bolognese aveva tentato d’invadere la Toscana; quella di Modena e Reggio d’inoltrare su Massa. Più dopo, le Guardie Nazionali chiedevano d’esser condotte per la via del Furlo sul Regno. Di quel moto, tutto italiano nell’origine e nell’intento, i Capi intanto avevano fatto un moto puramente provinciale. Sua legge naturale era stendersi, allargare la propria base, quanto era possibile; essi l’avevano limitata nei più angusti confini; avevano prosciutto ogni tentativo di propaganda; avevano accumulato ostacoli alla rivoluzione invece di lavorare a spianarli. La nazionalità era l’anima dell’impresa; ed essi avevano cercato sostegni alla rivoluzione fuori d’Italia.

La guerra coll’Austria era inevitabile; bisognava dunque preparare la vittoria; ed essi avevano dichiarato che il trionfo della rivoluzione consisteva nel conservarsi pacifici; che la pace non era solamente possibile, ma probabile e quasi certa; e che in conseguenza era necessario astenersi da ogni dimostrazione tendente a turbare. La rivoluzione s’incamminava necessariamente, per natura d’elementi e per condizioni speciali delle terre in sorte, a repubblica: i Governi non potevano esserle favorevoli: urgeva cercarle alleati in elementi omogenei, nei popoli; ora, solo pegno di alleanza tra i popoli sono le dichiarazioni di principii, ed essi non ne avevano fatto alcuna; avevano calcolato sulla aiuto del re, e prostrato un moto di popolo ai piedi della diplomazia. Bisognava suscitare l’azione coll’azione, l’energia coll’energia, la fede con la fede.

(da G. Mazzini: Ricordi autobiografici)

 

Blowin In The Wind – Soffia nel vento

Bob Dylan