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Le cinque giornate di Milano – Addio, brava e valorosa gente!

Di seguito continua la descrizione del Cattaneo dell’incontro con il maggiore Austriaco per la discussione di un eventuale armistizio, ma le notizie provenienti dalla città faranno si che questo risulti impossibile.

Entrò in quell’istante un prete della chiesa di San Bartolomeo a ragguagliarci che gli Austriaci vi avevano trucidato allora il predicatore quaresimale e commesse altre enormità. Il maggiore, che stava appunto vantandoci l’umanità e il buon volere dei suoi, ne parve assai turbato, e si volse a interrogare il prete. Frattanto gli astanti si raccoglievano in crocchi, caldamente disputando intorno all’armistizio. Ciò vedendo Casati richiese il maggiore che volesse ritirarsi nella sala vicina, affinchè i cittadini potessero deliberare fra loro la risposta.
Il maggiore, sedendo nella sala del Consiglio di Guerra, mirava attonito quella gioventù che in folla entrava e usciva, che al vederlo colà e all’udire la cagione della sua venuta, prorompeva unanime nel più sdegnoso biasimo di ogni tregua.
Dopo un quarto d’ora, Casati fece rientrare il parlamentario e gli disse: “Signore, non abbiamo potuto metterci d’accordo. Vogliate dunque rappresentare a Sua Eccellenza, da una parte i sentimenti della municipalità dall’altra quelli dei combattenti, affinchè possa prendere in conseguenza risoluzioni”. Fu ben dolorosa la meraviglia che a tutti i presenti cagionò quella dichiarazione, in cui la municipalità pareva separare la sua casa dalla nostra.
Il maggiore prese allora congedo. Sceso sotto il portico, sostò ad aspettare che gli bendassero gli occhi. Ma non fu fatto; non parve esservi cosa in città che fosse prezzo dell’opera celargli. Commosso visibilmente da quanto aveva veduto, strinse la mano ad uno dei cittadini che lo avevano accompagnato, dicendogli col suo straniero accento: “ Addio, brava e valorosa gente.”
Da un’intera generazione era forse quella la prima volta che uno straniero diceva al nostro popolo una parola di giustizia!