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LE CINQUE GIORNATE DI MILANO

In questo pezzo il Cattaneo inizia a descrivere i fatti che animarono le famose cinque giornate di rivoluzione a Milano.

Prime ostilità
Il generalissimo Radetzky, attorniato da uno stato maggiore di teutonica, agognava al momento di far sangue e roba, millantandosi di voler rifare in Italia le stragi di Galizia. Come dubitarne, quando si vedeva comparire nello stesso tempo in Brescia con autorità militare il carnefice Benedek e con autorità civile il fratello del carnefice Breindl? Al primo di Gennaio, i giovani di tutto il regno si erano invitati fra loro a non fumar più tabacco, per togliere alla finanza austriaca le sue principali entrate. Lo stato maggiore distribuì tosto trentamila sigari ai soldati, e dando loro quanto denaro bastasse a ubbriacarli, li mandò ad attaccar briga in città. I medici delle prigioni riconobbero nelle vie bande di condannati, alcuni in atto di fumare per irritare il popolo; altri in atto di urlare dietro i soldati che fumavano. Alla sera del 3 gennaio, granatieri ungheresi e dragoni tedeschi si avventavano colle sciabole sulla gente che moveva pacifica per la città; evitando i giovani, ferivano e uccidevano vecchi e fanciulli. Si seppe che arrestati molti cittadini si trovarono senz’armi; onde fatta a manifesta la vile insidia dei militari, molti dicevano apertamente: “ un’altra volta noi pure saremmo armati!”.
Ma poco parendo ormai le deportazioni la polizia impetrò il giudizio statario, cioè l’autorità di processare e impiccare entro due ore. L’infame legge doveva prendere rigore al martedì grasso, quando appunto cominciava, giusto il rito ambrosiano, quel prolungamento di carnevale ch’è festevole convegno in Milano a migliaia di famiglie delle vicine città. Il popolo, interdetto dagli usati sollazzi, e dai guadagni, mirava taciturno quel delirio dei suoi governanti; egli sentiva nell’animo l’ora del conflitto.
Il truculento Radetzky armata il castello; faceva partire da Milano il governatore Spaur, l’uomo mansueto, faceva partire il viceré e la sua famiglia; voleva averci affatto in mano dei suoi.
Avezzo a tarda veglia, io potei contare dalle mie stanze in due ore ben nove pattuglie; in quelle notti carnevalesche, già si festose, non altro si udiva che la greve e tarda pedata del soldato. Ogni giorno, deportazioni improvvise rapinano altri cittadini; le donne tremavano; l’ansietà cresceva; e pure nessuno fuggiva; un lume di speranza era in fondo ai cuori. Le novelle di ogni giorno accendevano sempre più le menti; un giorno era la ribellione di Palermo, un altro la costituzione a Napoli; un altro, a Firenze, a Torino: un altro la repubblica a Parigi. Il falso, aggiunto al vero, accresceva la febbre; si sussurrava di sessantamila fucili, già preparati per noi da Carlo Alberto, lungo la frontiera – di quarantamila già introdotti a Milano; d’un contingente chiamato alle armi a Torino, di due contingenti, di tre, di quattro; – e, tra due mesi, entro uno, a giorni, ogni cosa sarebbe presta alla guerra. E gli Austriaci, dal canto loro, pubblicamente dicevano che, per frenare il Piemonte, si era dimandata in pegno Alessandria; e contavano prefisso alla loro entrata colà il 6 di Marzo’.

CARLO CATTANEO