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Ingresso dei Francesi a Roma.

Nel pezzo seguente E. Dandolo ci descrive i sentimenti del popolo di Roma nei momenti subito prima e durante l’ingresso dei francesi in città.

Cresceva in città l’incertezza e la confusione. Turbe di popolani si aggiravano per le vie chiedendo con grida sinistre si continuasse la guerra; la maggior parte in un disdegnoso silenzio si preparava a sobbarcarsi all’antico giogo. Ma non una barricata fu abbattuta, non un posto di guardia nazionale sguernito, non un magistrato abbandonò il suo posto. Le deputazioni al campo su succedevano, e non si concludeva nulla. Finalmente con atto magnanimo furono spalancate le porte della città, consegnate le truppe in quartiere, e a quell’esercito, che veniva annunziandosi liberatore, rispose l’assemblea che, cedendo alla forza, Roma non resisteva più: compissero i Francesi il loro triste mandato.
La stessa mattina Garibaldi, adunata in piazza San Pietro la truppa ed i volontari, invitò chi non volesse deporre le armi a seguirlo. Annunziava ch’ei correva a gettarsi sulle montagne, non promettendo nulla, eccetto fame, sete, pericoli e combattimenti. Quattromila uomini si riunirono a lui; ed egli uscì dalla porta San Giovanni in Laterano, avviandosi alla volta di Tivoli. Nessuno ignora la fine dell’avventata sua spedizione, non ultimo miserando episodio di una istoria ancora più miseranda.
Il giorno 3 luglio alle quattro pomeridiane l’esercito francese faceva ingresso nella città soggiogata. Tutte le vie erano deserte, chiuse le imposte e le porte; un tetro silenzio regnava dapertutto. Nell’affacciarsi a Piazza del Popolo “ritornato a libertà”, s’arrestarono stupefatti all’aspetto di quella città, si minacciosa ancora nel suo silenzio. Fu dato ordine che si mettessero i cappellozzi sui fucili e, preceduti da forte avanguardia, al passo di carica entrarono 12 mila uomini. Nel medesimo momento la costituzione della Repubblica romana veniva con gran pompa pubblicata dal Campidoglio, in presenza di tutta l’Assemblea e di gran folla di popolo.

Da E. Dandolo: I volontari e i bersaglieri lombardi

Appello ai giovani – siete la nostra speranza!

Quando vedrete il filmato che vi propongo verso la fine ricordate le parole di S. di Santarosa di circa duecento anni fa e riflettete.

Appello ai giovani.

O giovani del mio sventurato paese! È a voi che esso ha affidato le sue ultime speranze. All’uscire dai colleggi, o dalle case paterne, pieni d’ardore e di vita, voi non vi vedete attorno che stranieri che vi umiliano; non avete dinanzi che un avvenire senza onore, senza gloria;non beni di fortuna che possiate godere con sicurezza, non piaceri che non vi possano essere avvelenati dagli insulti, dal disprezzo dei vostri padroni, o dei loro satelliti, più odiosi ancora. Si, o gioventù d’Italia, ti disprezzano, sperano che una vita molle e oziosa snervi le tue facoltà, credono che ardore e coraggio tu avrai solo a parole. Lo dicono i nostri tiranni, e sogghignano ogniqualvolta fermano su te i loro sguardi sprezzanti. Ne dubiti forse? Passa le Alpi; ovunque tu vada intenderai che persino di te i nemici di libertà e che abbian diritto di attendere gli amici da te.

S. di Santarosa