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Le cinque giornate di Milano – Radetzky invia un parlamentare –

cattaneo

Descrizione del Cattaneo del terzo giorno della rivoluzione milanese e del fallimento delle trattative con gli Austriaci.

Radetzky invia un parlamentare.

Verso il meriggio del terzo dì, un parlamentare venne scortato dai cittadini al Consiglio, era un maggiore dei Croati; credo quello stesso Sigismondo Ettingshausen che poscia tratto la resa di Peschiera. Decoroso della persona, e ravvolto poi nel mantello come in atto di farsi ritrarre, ei dichiarò che il generalissimo Radetzky lo mandava a rilevare quale fosse la mente dei magistrati della città.
Ciò udito, noi lo indirizzammo nella sala ove era la municipalità coi nuovi suoi collaboratori. Dopo un quarto d’ora, il Casati fece invitare noi pure al colloquio; e avendoci esposto come il generalissimo, cedendo a un senso di umanità, avesse dato al maggiore l’incarico che si è detto, aggiunse che il municipio propone un armistizio di quindici giorni; il quale intervallo pareva necessario affinchè il maresciallo potesse far conoscere a Vienna il nuovo stato delle cose, e ottenesse la facoltà di fare le opportune concessioni. Casati, intendendo dunque che il generalissimo consegnasse nelle caserme tutti i soldati, e impegnandosi dalla sua parte a far desistere dal combattimento i cittadini, desiderava sapere se il Consiglio di Guerra volesse a tal uopo interporsi presso i combattenti.
Esplorato con uno sguardo l’animo dei miei colleghi, mi rivolsi al conte Casati, facendogli considerare che non mi pareva già più possibile distaccare i combattenti dalle barricate. Casati rispose che lo si potrebbe ottenere a poco a poco. Gli domandai allora se, dato il caso che lo si potesse, eravamo ben certi che la prima notte che avremmo dormito nei nostri letti, non saremmo tutti stati sorpresi e appiccati.
Il maggiore, mostrandosi offeso, m’interruppe dicendo: “Signore, non contate voi niente per l’onore militare?” “Credete voi, signore”, io gli risposi, “che l’onor militare ci assicuri dalla polizia e dal giudizio statario? Chi può dire che le ostilità sospese non vengano a ripigliarsi da un momento all’altro, per fatto proprio di un soldato o d’un cittadino? Dopo aver provato le primizie della vittoria, è difficile che i cittadini si rassegnino a soffrire più a lungo la presenza di soldati stranieri. È già il terzo giorno che il tocco delle nostre campane chiama alle armi il paese intorno; il fragore del vostro cannone deve essersi udito fin dentro la frontiera svizzera e piemontese. Senza dubbio, in questo istante i nostri amici sono in via per soccorrerci; assediati come siamo al centro della città non ne abbiamo certa notizia; pure dall’alto dei campanili scorgiamo moti insoliti. È ben certo ad ogni modo che il suono a martello deve giungere, da un campanile all’altro, sino ai confini del regno. Se, data la parola dell’armistizio, vedessimo poi le vostre truppe approfittarne per piombare fuori sui nostri amici, noi non potremmo rimanere testimoni impassibili, senza essere chiamati vili da loro; né potremmo uscire a soccorrerli senza essere chiamati perfidi da voi.”