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Le cinque giornate di Milano – Milano dopo la vittoria.

Qui il Cattaneo ripercorre i lo stato d’animo dei cittadini di Milano in seguito alla cacciata degli Austriaci.

In quel mezzo la città si era ripiena di gente venuta da tutte le terre intorno. Alcuni avevano armi; altri venivano a cercarne; altri a salutare gli amici usciti dal pericolo, o a non trovarli più; altri solo a satisfarsi nel nel vedere le vestigia della pugna. Le turbe dei contadini stavano immote come gregge a rimirare i cocchi e i mobili pomposi accavallati in mezzo alle vie, gli spezzami delle tegole sul terreno sconvolto, le mura crivellate dalle palle, le logge di granito spaccate dal cannone, le reliquie tuttavia fumanti dell’incendio, i cadaveri stessi da riconoscere negli ospedali o malsepolti in castello e abbandonati nelle fosse; e in mezzo a tanti orrori, muover serene quelle donne, che colle loro mani avevano divelto i selciati e caricate le armi, e quel popolo placido e faceto, che godeva a udirsi dire valoroso e vittorioso da quei duri uomini dei campi e delle montagne.

Le cinque giornate di Milano – Addio, brava e valorosa gente!

Di seguito continua la descrizione del Cattaneo dell’incontro con il maggiore Austriaco per la discussione di un eventuale armistizio, ma le notizie provenienti dalla città faranno si che questo risulti impossibile.

Entrò in quell’istante un prete della chiesa di San Bartolomeo a ragguagliarci che gli Austriaci vi avevano trucidato allora il predicatore quaresimale e commesse altre enormità. Il maggiore, che stava appunto vantandoci l’umanità e il buon volere dei suoi, ne parve assai turbato, e si volse a interrogare il prete. Frattanto gli astanti si raccoglievano in crocchi, caldamente disputando intorno all’armistizio. Ciò vedendo Casati richiese il maggiore che volesse ritirarsi nella sala vicina, affinchè i cittadini potessero deliberare fra loro la risposta.
Il maggiore, sedendo nella sala del Consiglio di Guerra, mirava attonito quella gioventù che in folla entrava e usciva, che al vederlo colà e all’udire la cagione della sua venuta, prorompeva unanime nel più sdegnoso biasimo di ogni tregua.
Dopo un quarto d’ora, Casati fece rientrare il parlamentario e gli disse: “Signore, non abbiamo potuto metterci d’accordo. Vogliate dunque rappresentare a Sua Eccellenza, da una parte i sentimenti della municipalità dall’altra quelli dei combattenti, affinchè possa prendere in conseguenza risoluzioni”. Fu ben dolorosa la meraviglia che a tutti i presenti cagionò quella dichiarazione, in cui la municipalità pareva separare la sua casa dalla nostra.
Il maggiore prese allora congedo. Sceso sotto il portico, sostò ad aspettare che gli bendassero gli occhi. Ma non fu fatto; non parve esservi cosa in città che fosse prezzo dell’opera celargli. Commosso visibilmente da quanto aveva veduto, strinse la mano ad uno dei cittadini che lo avevano accompagnato, dicendogli col suo straniero accento: “ Addio, brava e valorosa gente.”
Da un’intera generazione era forse quella la prima volta che uno straniero diceva al nostro popolo una parola di giustizia!

Le cinque giornate di Milano – Radetzky invia un parlamentare –

cattaneo

Descrizione del Cattaneo del terzo giorno della rivoluzione milanese e del fallimento delle trattative con gli Austriaci.

Radetzky invia un parlamentare.

Verso il meriggio del terzo dì, un parlamentare venne scortato dai cittadini al Consiglio, era un maggiore dei Croati; credo quello stesso Sigismondo Ettingshausen che poscia tratto la resa di Peschiera. Decoroso della persona, e ravvolto poi nel mantello come in atto di farsi ritrarre, ei dichiarò che il generalissimo Radetzky lo mandava a rilevare quale fosse la mente dei magistrati della città.
Ciò udito, noi lo indirizzammo nella sala ove era la municipalità coi nuovi suoi collaboratori. Dopo un quarto d’ora, il Casati fece invitare noi pure al colloquio; e avendoci esposto come il generalissimo, cedendo a un senso di umanità, avesse dato al maggiore l’incarico che si è detto, aggiunse che il municipio propone un armistizio di quindici giorni; il quale intervallo pareva necessario affinchè il maresciallo potesse far conoscere a Vienna il nuovo stato delle cose, e ottenesse la facoltà di fare le opportune concessioni. Casati, intendendo dunque che il generalissimo consegnasse nelle caserme tutti i soldati, e impegnandosi dalla sua parte a far desistere dal combattimento i cittadini, desiderava sapere se il Consiglio di Guerra volesse a tal uopo interporsi presso i combattenti.
Esplorato con uno sguardo l’animo dei miei colleghi, mi rivolsi al conte Casati, facendogli considerare che non mi pareva già più possibile distaccare i combattenti dalle barricate. Casati rispose che lo si potrebbe ottenere a poco a poco. Gli domandai allora se, dato il caso che lo si potesse, eravamo ben certi che la prima notte che avremmo dormito nei nostri letti, non saremmo tutti stati sorpresi e appiccati.
Il maggiore, mostrandosi offeso, m’interruppe dicendo: “Signore, non contate voi niente per l’onore militare?” “Credete voi, signore”, io gli risposi, “che l’onor militare ci assicuri dalla polizia e dal giudizio statario? Chi può dire che le ostilità sospese non vengano a ripigliarsi da un momento all’altro, per fatto proprio di un soldato o d’un cittadino? Dopo aver provato le primizie della vittoria, è difficile che i cittadini si rassegnino a soffrire più a lungo la presenza di soldati stranieri. È già il terzo giorno che il tocco delle nostre campane chiama alle armi il paese intorno; il fragore del vostro cannone deve essersi udito fin dentro la frontiera svizzera e piemontese. Senza dubbio, in questo istante i nostri amici sono in via per soccorrerci; assediati come siamo al centro della città non ne abbiamo certa notizia; pure dall’alto dei campanili scorgiamo moti insoliti. È ben certo ad ogni modo che il suono a martello deve giungere, da un campanile all’altro, sino ai confini del regno. Se, data la parola dell’armistizio, vedessimo poi le vostre truppe approfittarne per piombare fuori sui nostri amici, noi non potremmo rimanere testimoni impassibili, senza essere chiamati vili da loro; né potremmo uscire a soccorrerli senza essere chiamati perfidi da voi.”

L’Italia sa e l’Italia può

Sciolti da ogni rito i giovani e liberi propagatori si erano, per cosi dire, approfondati nell’onda popolare. D’ogni cosa essi fecero arma morale a confortare la moltitudine, conscia degli affetti suoi, ma inconscia della sua forza. Essi si tradussero in volgare alle smembrate provincie l’arcano dell’unità. Adoperarono i fogli clandestini e i pubblici, i canti, gli evviva a Pio IX, il sasso di balilla, le catene di Pisa. Adoperarono i panni funebri delle chiese e i panni gai delle veglie festive; assortirono in tricolore le rose e le camelie, gli ombrelli e le lanterne; trassero fuori il cappello calabrese e il giustacuore di velluto, il vessillo della nazione e quello della sue cento città. Era quella una lingua nuova che parlava a tutte le genti d’Italia più alto e chiaro che l’altra lingua in cinque secoli non avesse parlato. Essi accesero di vetta in vetta lungo l’Appennino le fiamme del dicembre; essi congregarono sulla fossa di Ferruccio i montanari della Toscana; essi domarono coi fieri applausi dei trasteverini le ritroso voglie del pontefice. Essi rivelarono il popolo al popolo, l’Italia all’Italia, gettarono sul viso al barbaro armato il guanto della nazione inerme e impavida; trassero la plebe che aveva taciuto trent’anni, a dire ad una voce: l’ora è venuta; a svellere con l’erculea mano i graniti delle vie; a togliere in poche ore ai vecchi generali ogni senno e ogni coraggio. Il popolo poteva fare: voleva fare; ma senz’essi non aveva fatto. Per essi ora è certo che l’Italia sa e l’Italia può.

(da C. Cattaneo: Considerazioni sulle cose d’Italia nel 1848)

La vita è missione.

In seguito al brutto periodo, in cui ha ballato sul bordo del precipizio della follia,passato dopo la fuga dalla Svizzera il Mazzini elabora il vero obiettivo della sua vita, che seguirà fino alla fine dei suoi giorni.

Rinsavii da me, senza aiuto altrui, mercè un’idea religiosa ch’io verificai nella storia. Scesi dalla nozione di Dio a quella del progresso, da quella del progresso a un concetto della vita, alla fede in una missione, alla conseguenza logica del dovere, norma suprema; e giunto a quel punto giurai a me stesso che nessuna cosa al mondo avrebbe ormai potuto farmi dubitare e sviarmene. Fu, come dice Dante, un viaggio dal martirio alla pace: pace violenta e disperata, nol nego, perchè io mi affratellai col dolore come un pellegrino nel suo mantello; pur pace, dacchè imparai a soffrire senza ribellarmi; e fui da allora in poi in tranquilla concordia con l’anima mia. Diedi un lungo tristissimo addio a tutte le gioie, a tutte le speranze di vita individuale sulla terra. Scavai con le mie mani la fossa, non degli affetti – Dio mi è testimonio ch’io li sento oggi ,canuto, come nei primi giorni della mia giovinezza – ma ai desideri, alle esigenze, ai conforti ineffabili degli affetti, e calcai la terra su quella fossa, sì che altri ignorasse l’io che vi stava sepolto. Per cagioni, parecchie visibili, altre ignote, la mia vita fu, è, e durerebbe, s’anche non fosse presso a compiersi, infelice; ma non ho pensato mai, da quei giorni in poi, un’istante, che la felicità dovesse influire sulle azioni. Benedico riverente Dio padre per qualche consolazione d’affetti – non conosco consolazioni da quelle fuori – ch’egli ha voluto, sugli ultimi anni, mandarmi, e vi attingo forza a combattere il tedio dell’esistenza che talvolta mi si riaffaccia; ma se anche quelle consolazioni non fossero, credo sarei quale sono. Splenda il cielo serenamente azzurro come in un bel mattino d’Italia o si stenda uniformente plumbeo e color di morte come tra le brume del settentrione, non vedo che il dovere muti per noi. Dio è sempre al di sopra del cielo terrestre e le sante stelle della fede e dell’avvenire splendono nell’anima nostra quando anche la loro luce si consumi senza riflesso come la lampada in sepoltura.

Da G. Mazzini: Ricordi autobiografici

La tempesta del dubbio.

Nel brano seguente, tratto dall’autobiografia di Giuseppe Mazzini, il protagonista ci racconta il travaglio interiore, le sofferenze e i dolori provati in seguito alla fuga che dovette fare dalla Svizzera a causa della condanna a morte decretata dal re di Sardegna.

 

Nel gennaio del 1837 io giunsi a Londra. Ma in quelli ultimi mesi io m’era agguerrito al dolore e fatto da vero tetragono, come dice Dante, ai colpi della fortuna che m’aspettavo. Non ho mai potuto, per non so quale capriccio della mia mente, ricordare le date di fatti anche gravi, spettanti alla mia vita individuale. Ma s’anch’io fossi condannato a vivere secoli, non dimenticherei mai il finir di quell’anno 1836 e la tempesta per entro i vortici della quale fu presso a sommergersi l’anima mia. E ne accenno qui rilutante, pensando ai molti che dovranno patire quel ch’io patii e ai quali la voce d’un fratello escito, battuto a sangue, ma ritemprato dalla burrasca, può forse additare la via di salute.

Fu la tempesta del dubbio: tempesta inevitabile, credo, una volta almeno nella vita d’ognuno che, votandosi a una grande impresa, serbi core e anima amante e palpiti d’uomo, ne si intristisca a nuda e arida formola della mente, come Robespierre. Io aveva l’anima traboccante e assetata di affetti, e giovine e capace di gioia come ai giorni confortati dal sorriso materno, e fervida di speranze se non per me, per altrui. Ma in quei mesi fatali mi si addensarono intorno a turbine sciagure,delusioni, disinganni amarissimi, tanto ch’io intravidi in un subito nella scarna sua nudità la vecchiaia dell’anima solitaria e il mondo deserto di ogni conforto nella battaglia,per me. Non era solamente la rovina, per un tempo indefinito, d’ogni speranza italiana, la dispersione dei nostri migliori, la persecuzione che disfacendo il lavoro svizzero ci toglieva anche quel punto vicino all’Italia, l’esaurimento dei mezzi materiali, l’accumularsi d’ogni maniera di difficoltà pressocchè insormontabili tra il lavoro iniziato e me; ma il disgregarsi di quell’edificio morale d’amore e di fede nel quale soltanto io poteva attingere forze a combattere, lo scetticismo ch’io vedeva sorgermi innanzi dovvunque io guardassi, l’illanguidirsi delle credenze in quei che più s’erano affratellati con me sulla via che sapevamo tutti fin dai primi giorni gremita di triboli, e più ch’altro, la diffidenza che io vedeva crescermi intorno ne’miei più cari, delle mie intenzioni, delle cagioni che mi sospingevano a una lotta apparentemente ineguale. Poco m’importava anche allora che l’opinione dei più mi corresse avversa. Ma il sentirmi sospettato d’ambizione o d’altro men che nobile impulso dai due o tre esseri sui quali io aveva concentrato tutta la mia potenza d’affetto, mi prostrava l’anima in un senso di profonda disperazione. Or questo mi fu rivelato in quei mesi appunto nei quali, assalito da tutte parti,io sentiva prepotente il bisogno di ricoverarmi nella comunione di poche anime sorelle che m’intendessero anche tacente; che indovinassero ciò ch’io, rinunziando deliberatamente a ogni gioia della vita, soffriva; e soffrissero, sorridendo, con me. Senza scendere a particolari, dico che quelle anime si ritrassero da me.

Quand’io mi sentii solo nel mondo, solo,fuorchè con la povera mia madre, lontana e infelice essa pure per me, m’arretrai atterrito davanti al vuoto. Allora, in quel deserto, mi s’affacciò il dubbio. Forse io errava e il mondo aveva ragione. Forse l’idea ch’io seguiva era un sogno. E fors’io non seguiva un’idea, ma la mia idea, l’orgoglio del mio concetto, il desiderio della vittoria più che l’intento della vittoria, l’egoismo della mente e i freddi calcoli d’un intelleto ambizioso, inaridendoil core e rinnegando gli innocenti spontanei suoi moti che accennavano soltanto a una carità modestamente in un piccolo cerchio, a una felicità versata su poche teste e divisa, a doveri immediati e di facile compimento. Il giorno in cui quei dubbi mi solcarono l’anima, io mi sentii non solamente e inesprimibilmente infelice, ma comeun condannato conscio di colpa e incapace d’espiazione. I fucilati di Alessandria, di Genova, di Chambery, mi sorsero innanzi come fantasmi di delitto e rimorso purtroppo sterile. Io non potea farli rivivere. Quante madri avevano già pianto per me! Quante piangerebbero ancora s’io mi ostinassi nel tentativo di risuscitare a forti fatti, al bisogno d’una patria comune, la gioventù d’Italia? E se questa Patria non fosse che un’illusione? Se l’Italia, esaurita da epoche di civiltà, fosse oggimai condannata dalla Provvidenza a giacere senza nome e missione propria, aggiogata a nazioni più giovani e rigogliose di vita? D’onde traeva io il diritto di decidere sull’avvenire e trascinare centinaia, migliaia d’uomini al sacrifizio di se e d’ogni cosa cara?

Non m’allungherò gran fatto ad anatomizzare le conseguenze di questi dubbi su me: dirò soltanto ch’io patii tanto da toccare i confini della follia. Io balzava la notte dai sonni e correva quasi deliro alla mia finestra chiamato, com’io credeva, dalla voce di Jacopo Ruffini. Talora, mi sentiva come sospinto da una forza arcana a visitare, tremante, la stanza vicina, nell’idea ch’io avrei trovato persona allora prigioniera o cento miglia lontana. Il menomo incidente, un suono, mi costringeva alle lagrime. La natura, coperta di neve com’era nei dintorni di Grenchen, mi pareva ravvolta in un lenzuolo di morte sotto il quale m’invitava a giacere. I volti della gente che mi toccava vedere mi sembravano atteggiarsi, mentre mi guardavano, a pietà, più spesso a rimprovero. Io sentiva seccarsi entro meogni sorgente di vita. L’anima incadaveriva. Per poco che quella condizione di mente si fosse protratta, io insaniva davvero o moriva travolto nell’egoismo del suicidio. Mentr’io m’agitava presso a soccombere sotto quella croce, un amico a poche stanze da me, rispondeva ad una fanciulla che, insospettita del mio stato, lo esortava a rompere la mia solitudine:” Lasciatelo, ei sta cospirando e in quel suo elemento è felice”. Ah ! Come poco indovinano gli uomini le condizioni dell’anima altrui, se non la illuminano, ed è raro, coi getti d’un amore profondo!

Un giorno, io mi destai coll’animo tranquillo, coll’intelleto rasserenato, come chi si sente salvo da un pericolo estremo. Il primo destarmi fu sempre momento di cupa tristezza per me, come di chi sa di riaffacciarsi a una esistenza più di dolori che d’altro; e in quei mesi mi compendiava in un subito tutte e ormai insopportabili lotte che avrei dovuto affrontare nella giornata. Ma quel mattino, la natura pareva sorridermi consolatrice e la luce rinfrescarmi, quasi benedizione, la vita nelle stanche vene. E il primo pensiero che mi balenò innanzi alla mente fu :”questa tua è una tentazione dell’egoismo: tu fraintendi la Vita”.

 

Il Giuramento della giovine Italia

 

Nel nome di Dio e dell’Italia. Nel nome di tutti i martiri della santa causa italiana, caduti sotto i colpi della tirannide, straniera e domestica. Pei doveri che mi legno alla terra ove Dio m’ha posto, e ai fratelli che Dio m’ha dati – per l’amore, innato in ogni uomo, ai luoghi ove nacque mia madre e dove vivranno i miei figli – per l’odio innato in ogni uomo, al male, all’ingiustizia, all’usurpazione, all’arbitro – pel rossore ch’io sento in faccia ai cittadini dell’altre nazioni, del non aver nome né diritti di cittadino, né bandiera di nazione, né patria – pel fremito dell’anima mi creata alla libertà, impotente ad esercitarla, creata all’attività nel bene ne impotente a farlo nel silenzio e nell’isolamento della servitù – per la memoria dell’antica potenza – per la coscienza della presente abbiezione – per le lagrime delle madri italiane – pei figli morti sul palco , nelle prigioni, in esilio – per la miseria dei milioni.

Io N.N.

Credente nella missione commessa da Dio all’Italia, e nel dovere che ogni uomo nato Italiano ha di contribuire al suo adempimento;

– Convinto che dove Dio ha voluto che fosse nazione, esistono le forze necessarie a crearla – che il Popolo è depositario di quelle forze; – che nel dirigere pel Popolo e col Popolo sta il segreto della vittoria;

Convinto che la Virtù sta nel l’azione e nel sacrificio – che la potenza sta nell’Unione e nella coscienza della volontà; Do il mio nome alla Giovine Italia, associazione d’uomini credenti nella stessa fede, e giuro:

– Di consacrarmi tutto e per sempre a costituire con essi litania in Nazione, Una, Indipendente, Libera, Repubblicana;

– Di promuovere con tutti i mezzi, di parola, di scritto, d’azione, l’educazione dė miei fratelli all’interno della Giovine Italia, all’associazione che solo può rendere la conquista durevole;

– Di non appartenere da questo giorno in poi ad altre associazioni;

– Di uniformarmi alle istruzioni che mi verranno trasmesse, nello spirito della Giovine Italia, da chi rappresenta con me l’unione dė miei fratelli, e di conservarne, anche a prezzo della vita, in violati i segreti;

– Di soccorrere coll’opera e col consiglio a miei fratelli nell’associazione.

ORA E SEMPRE.

Così giuro, invocando sulla mia terra l’ira di Dio, l’abbominio degli uomini e l’ infamia dello spergiuro, s’io tradissimo in tutto o in parte il mio giuramento.

(Giuseppe Mazzini, esiliato a Londra, inizia l’educazione dei fanciulli poveri italiani)