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Le cinque giornate di Milano – Radetzky lascia Milano.

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In questo pezzo il Cattaneo descrive la terza notte della sommossa di Milano e delle atrocità compiute dagli Austriaci alla partenza di Radetzky.

Radetzky, per celare la sua ritirata, si giovò della prima oscurità; faceva battere tutti i suoi tamburi e tuonare tutti i cannoni, quasi intraprendesse un disperato assalto; aveva messo fuoco a varie case. Mentre io mi sforzava riconoscere da un luogo alto la posizione degli edifici che si vedevano ardere a levante e settentrione, ad un tratto divampò verso ponente una colonna altissima di fiamma, come se il nemico fosse a distruggere quel ricovero che non poteva più difendere. Ma era solo una vasta congerie di paglia, di carri e di masserizie che egli abbruciava nel gran cortile d’armi, per consumare, a quanto sembra, i cadaveri dei suoi, giusta il suo costume di occultare quelle tristi prove della sconfitta. Dicesi ardesse, morti o vivi anche alcuni prigionieri e ostaggi dei quali nulla più si seppe, e nessuna reliquia rimase!
Mentre il bagliore degli incendi e la furia delle artiglierie tenevano intento il popolo, le colonne nemiche, richiamate da ogni parte e ammassate dietro il Castello, sfilavano dense e furtive sui viali del bastione. Ma molti cittadini, fatti accorti della mente del nemico, accorrevano a tribolarlo, prodigando ormai essi pure il fuoco; dacchè nella sola caserma dell’incoronata avevano rinvenuto ventiquattro miglia di polvere.
Al di fuori, i montanari si aggrappavano agli alberi e sui tetti delle case per trarre di piano sul bastione. Di tempo in tempo, e quando quella molestia era troppo grave, i battaglioni nemici sostavano, rispondendo con poderose cariche. Gli assidui colpi cingevano la città d’un semicerchio scintillante; col mutare del vento udivasi, ora più da una, ora più da un’altra parte, il battere a stormo dei sessanta campanili ormai tutti liberi.