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Partenza dei volontari toscani

In questo pezzo il Montanelli descrive la composizione dei battaglioni che accorrevano in aiuto di Milano e la reazione dei paesi attraversati dalle colonne dei volontari.

Noi partimmo divisi in due colonne: una da Pisa alla volta di Massa, l’altra da Firenze alla volta di Modena. Eravamo nella prima Pisani, senesi, Lucchesi, Maremmani, Livornesi, col battaglione degli scolari capitanato dai professori. Era la seconda di Fiorentini, Aretini, Pistoiesi, Pratesi. Io, benchè capitano degli scolari, mi feci soldato comune parendomi che toccasse a noi liberali più sporgenti dare un po’ di buon esempio di abnegazione in fatto di spalline e di paghe, cosa tanto necessaria alle imprese popolari. Ed oh meravigliose a vedere quelle legioni improvvisate, nelle quali il medico, l’avvocato, l’artigiano, il nobile, il ricco, l’indigente, il prete, il padrone e il servitore, marciavano mescolati in culto d’Italia! Oh letizia di sentirci finalmente guerrieri d’Italia! Partimmo fra gli auguri e le strette di mano della gente accalcata per le vie, partimmo fra un agitare di fazzoletti delle donne affacciate ai balconi, alle quali temperavano il dolore dell’addio la carità della patria, e al figlio, allo sposo, all’amante, presentita aureola di gloria. E i rimasti promettevano pensare alle famiglie degli artigiani cui la guerra levava il braccio guadagnante loro il pane; e per le vie le colonne mosse dalla città si riscontravano coi gruppi mossi dai borghetti di campagna. Al nostro traversare i paesetti, le campane suonavano a festa, piovevano fiori sulle baionette luccicanti al sole di primavera.

I moti Napoletani del 1820

In questo pezzo G. Pepe ci descrive alcuni punti fondamentali dei moti Napoletani del 1820, dai primi scontri all’esilio di re Ferdinando.

Gli insorti pronti all’azione

Avevo meco quattro reggimenti di cavalleria, quasi tutte le milizie della provincia di Avellino, che ascendevano a circa cinque mila, ed un battaglione di bersaglieri. I carbonari in armi, ordinati in corpi sciolti, erano circa venti mila. Da Foggia attendevo il reggimento di cavalleria di Russo, cinque mila militi e carbonari quanti più ne volessi. Mentre io dettava istruzioni ai capi dei corpi, e studiavami ordinare provvisoriamente e alla meglio gli insorti, mi giunsero lettere del duca di Calabria e messi da parte del re, che mi assicuravano conceduta la costituzione di Spagna, quindi non vi era luogo a combattere.

Il re concede la costituzione

Ecco in succinto ciò che era accaduto a Napoli. Appena si seppe la mia mossa coi due reggimenti di cavalleria, la gioventù , già tutta nutrita d’idee liberali, vedendo il governo incapace di far argine alla rivoluzione, si unì, e chiese che il re desse la costituzione; questi radunò in consiglio i ministri e le persone che credè più opportune per fedeltà e senno. Il consesso opinò si concedesse la chiesta costituzione. Né invero opinare potevasi altrimenti, dacchè la stessa guardia reale che, se non tutta, in grandissima parte rimaneva devota al principe, non avrebbe osato dichiararsi contro la volontà nazionale. Se quella guardia non seguì l’esempio del resto dell’esercito, ciò avvenne più dall’essere stata col re in sicilia, che dai vantaggi di cui vedevasi privilegiata fra gli altri corpi. Il re pertanto promulgò l’editto che segue:

alla nazione del regno delle Due Sicilie.

Essendosi manifestato il voto generale della nazione del regno delle Due Sicilie di volere un regno costituzionale, di piena nostra volontà, consentiamo e promettiamo nel corso di otto giorni di pubblicarne le basi.

Fino alla pubblicazione della costituzione le leggi vigenti saranno in vigore. Soddisfatto in questo modo al voto pubblico, ordiniamo che le truppe ritornino ai loro corpi, ed ogni altro alle sue ordinarie occupazioni.

Napoli, il 6 luglio 1820

Ferinando.

Nel tempo stesso il re nominò ministri nuovi, e dicendo che le sue infermità non gli permettevano di sostenere le fatiche indispensabili a chi governa, nominò suo figlio, duca di Calabria, vicario generale del regno. Questo vicariato ricordare faceva la mala fede dello stesso re in Sicilia. Quindi l’editto parve concepito in termini troppo vaghi e la numerosa caterva di studenti tumultuava e chiedeva con minaciosi gridi la costituzione di Spagna. Onde il seguente decreto.

La costituzione del regno delle Due Sicilie sarà la stessa del regno delle Spagne nell’anno 1812, sanzionata da S. M. Cattolica nel marzo di quest’anno, salvo le modificazioni che la rappresentanza nazionale, costituzionalmente convocata, crederà di proporsi per adottarla alle circostanze particolari dei regi domini.

Francesco, vicario.

I liberali, vedendo firmato il decreto dal duca di Calabria vicario, e non dal re, a ragione ripeterono le minacce,finchè il decreto stesso comparve di bel nuovo firmato dal re.

Non una voce di vendetta

E qui giova riflettere quanto sia grande la bonarietà dei popoli, e come l’amore del poterespinge sempre i principi alla dissimulazione. Il sangue sparso dal re Ferdinando nel 1799 era presente nella memoria degli insorti napoletani, molti dei quali avevano di persona assistito a quei tremendi misfatti regi, eppure non una voce sola di vendetta si levò, ma tutti concordemente dissero:”non si parli del passato, si dimentichino le prigioni, l’esilio, il padre, il fratello uccisi; il re governi costituzionalmente e sarà amato qual padre, rispettato qual principe”. Ma il re mulinava in segreto:” il potere mi viene da Dio, il popolo non deve giudicare le mie azioni, e molto meno lagnarsene; vinto, or prometto ogni cosa, ma prestosi vedrà che un re non si lascia offendere impunemente”.

Il re giura di conservare la costituzione

Il 13 luglio nella cappella regia privata, Ferdinando I al cospetto del ministero, dei membri della giunta e di me, qual generale in capo, giurò, in nome di Dio, di conservare e difendere la costituzione di Spagna del 1812, con le modificazioni che sarebbero state proposte dal Parlamento e da lui sancite; e poscia che ebbe pronunziato il giuramento con voce alta e ferma, qual uomo vago di espandere i moti dell’anima, si avvicinò a me, che per debito di modestia tenevami lungi da lui tra gli ultimi, e mi disse con il volto bagnato di lagrime:” Generale, credimi, questa volta ho giurato dal fondo del cuore”. E così dicendo tenea la mano sul cuore. Io ne fui talmente commosso che univami al suo pianto, comechè dai balconi di quella stanza, convertita quel giorno in cappella, vedessi il sito della Darsena, da dove, nel 1802, giovinetto ancora, carico di catene, partivo per terminare i miei giorni nella Fossa del Marittimo, d’ordine dello stesso re Ferdinando.

Il re giura di fronte al Parlamento.

Né per andare d’anni né per volgere di fortuna potrò mai cancellare dalla mia memoria il giorno 1°ottobre 1820 in cui adunavansi per la prima volta i rappresentanti della Nazione. A crescere lustro e solennnità alla cerimonia ordinai venisse nella capitale parte dei presidii di Gaeta e Capua, onde numerose erano le schiere che facevano ala, lungo la via, dalla reggia alla vasta chiesa dello Spirito Santo, dove il principe doveva giurare la costituzione al cospetto del Congresso. Il popolo della capitale e delle provincie vicine poteva appena capire nella larga strada di Toledo e nelle piazze che di tratto in tratto la tramezzano. La famiglia reale mosse a mezzogiorno preciso. La carrozza in cui stavano il re e il vicario era l’ultima ed io la seguiva cavalcando, accompagnato dallo stato maggiore dell’esercito. Si andava a passo lento; gli applausi dei popolanierano molti, ma senza entusiasmo: era facile scorgere che re, esercito e popolo si sforzavano a far mostra di reciproca confidenza e amore. L’istinto della moltitudine è per lo più profetico; ed in quella occorenza la memoria dei passati spergiuri di Ferdinando e la condotta che di recente aveva tenuto nei mesi scorsi era cagione di tristi presentimenti. La chiesa al nostro giungereera piena zeppa di spettatori, i quali serbavano un silenzio al quale noi meridionali siamo poco avvezzi. Il re collocavasi in trono, ed accanto a lui stava il vicario, venivano poscia i grandi della corte,in mezzo ai quali fui chiamato a sedere, perchè non sapevo dove situarmi. Il re con tutte le forme richieste pronunziò il giuramento, ad alta voce e come uomo che rifuggiva dal solo pensiero di nuovo spergiuro.

Il re parte per Lubiana.

Ferdinando s’imbarcò sul vascello inglese, il Vendicatore, ma fù costretto ad andare col legno a Baia, vicino a Napoli, poiché il vascello urtò di notte tempo una fregata parimenti inglese, e quindi fu mestieri riparare alcuni guasti. Una deputazione del Parlamento accorse ad ossequiarlo; ed egli fece ad essa lieta accoglienza, mostrò il petto insignito del nastro della seta carbonica, che i carbonari medesimi mostravano più fuori delle loro vendite, e ripetè tutto quanto aveva detto e giurato. Il duca di Ascoli, suo intimo amico e compagno di sventura in Sicilia, recossi parimenti alla fregata inglese, e gli disse:”ora che siete libero d’ogni pericolo ditemi in che modo devo regolarmi durante la vostra assenza”. Il re dolente di cosifatta inchiesta rimproverò il duca come colui che poneva in forse il suo verace desiderio di veder consolidato a costo di ogni sacrificio il trono costituzionale, e di eseguire quanto aveva giurato. Il duca plaudì con pianto di tenerezza a quei nobili sensi, e quella sua ammirazione fu, al ritorno del re suo amico, punita con l’esilio.

G. Pepe: Memorie intorno alla sua vita e ai recenti casi d’Italia.

Guglielmo Pepe (Squillace, 13 febbraio 1783Torino, 8 agosto 1855) è stato un patriota e generale italiano nell’esercito del Regno delle Due Sicilie, sposato con Marianna Coventry (ScoziaTaranto, 9 marzo 1865) e fratello di Florestano Pepe.