I moti Napoletani del 1820

In questo pezzo G. Pepe ci descrive alcuni punti fondamentali dei moti Napoletani del 1820, dai primi scontri all’esilio di re Ferdinando.

Gli insorti pronti all’azione

Avevo meco quattro reggimenti di cavalleria, quasi tutte le milizie della provincia di Avellino, che ascendevano a circa cinque mila, ed un battaglione di bersaglieri. I carbonari in armi, ordinati in corpi sciolti, erano circa venti mila. Da Foggia attendevo il reggimento di cavalleria di Russo, cinque mila militi e carbonari quanti più ne volessi. Mentre io dettava istruzioni ai capi dei corpi, e studiavami ordinare provvisoriamente e alla meglio gli insorti, mi giunsero lettere del duca di Calabria e messi da parte del re, che mi assicuravano conceduta la costituzione di Spagna, quindi non vi era luogo a combattere.

Il re concede la costituzione

Ecco in succinto ciò che era accaduto a Napoli. Appena si seppe la mia mossa coi due reggimenti di cavalleria, la gioventù , già tutta nutrita d’idee liberali, vedendo il governo incapace di far argine alla rivoluzione, si unì, e chiese che il re desse la costituzione; questi radunò in consiglio i ministri e le persone che credè più opportune per fedeltà e senno. Il consesso opinò si concedesse la chiesta costituzione. Né invero opinare potevasi altrimenti, dacchè la stessa guardia reale che, se non tutta, in grandissima parte rimaneva devota al principe, non avrebbe osato dichiararsi contro la volontà nazionale. Se quella guardia non seguì l’esempio del resto dell’esercito, ciò avvenne più dall’essere stata col re in sicilia, che dai vantaggi di cui vedevasi privilegiata fra gli altri corpi. Il re pertanto promulgò l’editto che segue:

alla nazione del regno delle Due Sicilie.

Essendosi manifestato il voto generale della nazione del regno delle Due Sicilie di volere un regno costituzionale, di piena nostra volontà, consentiamo e promettiamo nel corso di otto giorni di pubblicarne le basi.

Fino alla pubblicazione della costituzione le leggi vigenti saranno in vigore. Soddisfatto in questo modo al voto pubblico, ordiniamo che le truppe ritornino ai loro corpi, ed ogni altro alle sue ordinarie occupazioni.

Napoli, il 6 luglio 1820

Ferinando.

Nel tempo stesso il re nominò ministri nuovi, e dicendo che le sue infermità non gli permettevano di sostenere le fatiche indispensabili a chi governa, nominò suo figlio, duca di Calabria, vicario generale del regno. Questo vicariato ricordare faceva la mala fede dello stesso re in Sicilia. Quindi l’editto parve concepito in termini troppo vaghi e la numerosa caterva di studenti tumultuava e chiedeva con minaciosi gridi la costituzione di Spagna. Onde il seguente decreto.

La costituzione del regno delle Due Sicilie sarà la stessa del regno delle Spagne nell’anno 1812, sanzionata da S. M. Cattolica nel marzo di quest’anno, salvo le modificazioni che la rappresentanza nazionale, costituzionalmente convocata, crederà di proporsi per adottarla alle circostanze particolari dei regi domini.

Francesco, vicario.

I liberali, vedendo firmato il decreto dal duca di Calabria vicario, e non dal re, a ragione ripeterono le minacce,finchè il decreto stesso comparve di bel nuovo firmato dal re.

Non una voce di vendetta

E qui giova riflettere quanto sia grande la bonarietà dei popoli, e come l’amore del poterespinge sempre i principi alla dissimulazione. Il sangue sparso dal re Ferdinando nel 1799 era presente nella memoria degli insorti napoletani, molti dei quali avevano di persona assistito a quei tremendi misfatti regi, eppure non una voce sola di vendetta si levò, ma tutti concordemente dissero:”non si parli del passato, si dimentichino le prigioni, l’esilio, il padre, il fratello uccisi; il re governi costituzionalmente e sarà amato qual padre, rispettato qual principe”. Ma il re mulinava in segreto:” il potere mi viene da Dio, il popolo non deve giudicare le mie azioni, e molto meno lagnarsene; vinto, or prometto ogni cosa, ma prestosi vedrà che un re non si lascia offendere impunemente”.

Il re giura di conservare la costituzione

Il 13 luglio nella cappella regia privata, Ferdinando I al cospetto del ministero, dei membri della giunta e di me, qual generale in capo, giurò, in nome di Dio, di conservare e difendere la costituzione di Spagna del 1812, con le modificazioni che sarebbero state proposte dal Parlamento e da lui sancite; e poscia che ebbe pronunziato il giuramento con voce alta e ferma, qual uomo vago di espandere i moti dell’anima, si avvicinò a me, che per debito di modestia tenevami lungi da lui tra gli ultimi, e mi disse con il volto bagnato di lagrime:” Generale, credimi, questa volta ho giurato dal fondo del cuore”. E così dicendo tenea la mano sul cuore. Io ne fui talmente commosso che univami al suo pianto, comechè dai balconi di quella stanza, convertita quel giorno in cappella, vedessi il sito della Darsena, da dove, nel 1802, giovinetto ancora, carico di catene, partivo per terminare i miei giorni nella Fossa del Marittimo, d’ordine dello stesso re Ferdinando.

Il re giura di fronte al Parlamento.

Né per andare d’anni né per volgere di fortuna potrò mai cancellare dalla mia memoria il giorno 1°ottobre 1820 in cui adunavansi per la prima volta i rappresentanti della Nazione. A crescere lustro e solennnità alla cerimonia ordinai venisse nella capitale parte dei presidii di Gaeta e Capua, onde numerose erano le schiere che facevano ala, lungo la via, dalla reggia alla vasta chiesa dello Spirito Santo, dove il principe doveva giurare la costituzione al cospetto del Congresso. Il popolo della capitale e delle provincie vicine poteva appena capire nella larga strada di Toledo e nelle piazze che di tratto in tratto la tramezzano. La famiglia reale mosse a mezzogiorno preciso. La carrozza in cui stavano il re e il vicario era l’ultima ed io la seguiva cavalcando, accompagnato dallo stato maggiore dell’esercito. Si andava a passo lento; gli applausi dei popolanierano molti, ma senza entusiasmo: era facile scorgere che re, esercito e popolo si sforzavano a far mostra di reciproca confidenza e amore. L’istinto della moltitudine è per lo più profetico; ed in quella occorenza la memoria dei passati spergiuri di Ferdinando e la condotta che di recente aveva tenuto nei mesi scorsi era cagione di tristi presentimenti. La chiesa al nostro giungereera piena zeppa di spettatori, i quali serbavano un silenzio al quale noi meridionali siamo poco avvezzi. Il re collocavasi in trono, ed accanto a lui stava il vicario, venivano poscia i grandi della corte,in mezzo ai quali fui chiamato a sedere, perchè non sapevo dove situarmi. Il re con tutte le forme richieste pronunziò il giuramento, ad alta voce e come uomo che rifuggiva dal solo pensiero di nuovo spergiuro.

Il re parte per Lubiana.

Ferdinando s’imbarcò sul vascello inglese, il Vendicatore, ma fù costretto ad andare col legno a Baia, vicino a Napoli, poiché il vascello urtò di notte tempo una fregata parimenti inglese, e quindi fu mestieri riparare alcuni guasti. Una deputazione del Parlamento accorse ad ossequiarlo; ed egli fece ad essa lieta accoglienza, mostrò il petto insignito del nastro della seta carbonica, che i carbonari medesimi mostravano più fuori delle loro vendite, e ripetè tutto quanto aveva detto e giurato. Il duca di Ascoli, suo intimo amico e compagno di sventura in Sicilia, recossi parimenti alla fregata inglese, e gli disse:”ora che siete libero d’ogni pericolo ditemi in che modo devo regolarmi durante la vostra assenza”. Il re dolente di cosifatta inchiesta rimproverò il duca come colui che poneva in forse il suo verace desiderio di veder consolidato a costo di ogni sacrificio il trono costituzionale, e di eseguire quanto aveva giurato. Il duca plaudì con pianto di tenerezza a quei nobili sensi, e quella sua ammirazione fu, al ritorno del re suo amico, punita con l’esilio.

G. Pepe: Memorie intorno alla sua vita e ai recenti casi d’Italia.

Guglielmo Pepe (Squillace, 13 febbraio 1783Torino, 8 agosto 1855) è stato un patriota e generale italiano nell’esercito del Regno delle Due Sicilie, sposato con Marianna Coventry (ScoziaTaranto, 9 marzo 1865) e fratello di Florestano Pepe.

Di sacro genio arcano

Un bellissimo componimento di G. Rossetti tratto da ” La Costituzione di Napoli”

Di sacro genio arcano.

Di sacro genio arcano

al soffio animatore

divampa il chiuso ardore

di patria carità;

e fulge ormai nell’arme

la gioventù raccolta.

Non sogno questa volta,

non sogno libertà!

Dalle nolane mura

la libera coorte

gridando:- a Monteforte!

Alza il vessillo e va:

la cittadina tromba

lieta squillar s’ascolta.

Non sogno questa volta,

non sogno libertà!

Fin dal fecondo Liri

all’Erice fiorito

quel generoso invito

più vivo ognor si fa

e degli eroi la schiera

sempre divien più folta.

Non sogno questa volta,

non sogno libertà!

………………………………….

Già coronata è l’opera:

patria, ringrazia il nume;

o qual ti cinge lume

di nuova maestà!

Chi fia che più ti dica

barbara terra incolta?

Non sogni questa volta,

non sogni libertà!!

(da G. Rossetti: La costituzione di Napoli)

Gabriele Pasquale Giuseppe Rossetti è stato un poeta, critico letterario e patriota italiano. Wikipedia
Data di nascita: 28 febbraio 1783, Vasto

Viva l’Italia

Di seguito il testo di una bellissima canzone di F. de Gregori.

Viva l’Italia, l’Italia liberata,

l’Italia del valzer, l’Italia del caffè.

L’Italia derubata e colpita al cuore,

viva l’Italia, l’Italia che non muore.

 

Viva l’Italia, presa a tradimento,

l’Italia assassinata dai giornali e dal cemento,

l’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura,

viva l’Italia, l’Italia che non ha paura.

Viva l’Italia, l’Italia che è in mezzo al mare,

l’Italia dimenticata e l’Italia da dimenticare,

l’Italia metà giardino e metà galera,

viva l’Italia, l’Italia tutta intera.

 

Viva l’Italia, l’Italia che lavora,

l’Italia che si dispera, l’Italia che si innamora,

l’Italia metà dovere e metà fortuna,

viva l’Italia, l’Italia sulla luna.

 

Viva l’Italia, l’Italia del 12 dicembre,

l’Italia con le bandiere, l’Italia nuda come sempre,

l’Italia con gli occhi aperti nella notte triste,

viva l’Italia, l’Italia che resiste.

 

Francesco de Gregori

1815-1821

In questo articolo possiamo leggere un’attenta analisi della situazione politica dell’Europa dopo la caduta di Napoleone.

L’Italia dopo il congresso di Vienna.

Mentre l’Europa tutta intiera progredì (lentamente secondo desiderio di quella parte generosa, che appunto allora incominciò a chiamarsi liberale,ma rapidamente, magnificamente, se si consideri l’andamento normale delle grandi rivoluzioni umane), progredì, dico, nella restaurazione continentale dei governi rappresentativi estesisi così dalla Francia alla Spagna, alla Prussia e quasi tutta la Germania, ed alla Grecia, l’Italia rimase restaurata tutto contrariamente sotto ai governi assoluti, sotto la preponderanza dell’Austria, capo dell assolutismo, capo francamente professatosi della resistenza alla rivoluzione liberale europea. I principi restaurati tornarono tutti con affetti, con pregiudizi di fuoriusciti, cioè del tempo in cui erano usciti, si riadattarono quindi volontariamente a quella preponderanza austriaca, che consentiva con essi e prometteva di difenderli. Tutti restaurarono le forme antiche, assolute, il buon Re piemontese peggio che gli altri. Promossero pochi progressi, o, come le chiamarono poi, riforme; ne effettuarono anche più poche da principio, per tutti quei primi venti anni che furono, bisogna dirlo,dei più oscuri e più sciocchi vissuti mai in Italia. Alcuni uomini non mediocri furono talora chiamati al Governo; ma pochi e per poco tempo; i più, i soliti, mediocrissimi. I popoli all’incontro, i governati che avevan fatto poco o nulla sotto Napoleone, se non lasciarsi splendidamente governare da lui, e si sarebbero adattati a lasciarsi governare da altri, per poco che si fosse fatto con qualche splendore, od onore di liberalità, si adontarono fino dal 1814, e via via di più ogni anno, di essere tra i popoli d’Europa più oscuratamente e più illiberalmente governati, senza nulla di quella libertà e di quella indipendenza che udivano lodarsi, vantarsi, estendersi altrove.

( da C. Balbo: sommario della Storia d’Italia)

Cesare Balbo: politico e uomo di cultura piemontese.

Cesare Balbo (Torino, 21 novembre 1789Torino, 3 giugno 1853) è stato un politico e scrittore italiano, Presidente del Consiglio del Regno di Sardegna.

Cesare Balbo in una litografia del 1848

Scopo del mio blog

Buongiorno a tutti i miei lettori, che spero diventiate tantissimi, l’obbiettivo di questo blog è la descrizione di tutti quei fatti che portarono all’unità dell’Italia vista direttamente dai protagonisti.

Di volta in volta pubblicherò degli articoli tratti direttamente dagli scritti di coloro che si adoperarono per raggiungere quell’obbiettivo, spero vi possa piacere ed interessare, grazie per la vostra cortese attenzione.

Solo chi sa può essere veramente libero!

In questa canzone dei Litfiba viene esaltata l’unica via per poter essere protagonisti di una rivoluzione della società.

Partimmo un lunedi’
In direzione sud
Cercando l’ altra strada
Che ci ha portato qui
Vedemmo Pancho Villa
E la rivoluzione
Ci disse non e’ morta
Ci sono nuove idee
Siamo umani, siamo umani
Non puo’ andare cosi’
E poi Toro Seduto
Incazzato anche con noi
Mi scusai per la storia ma
Non generalizzare
Le droghe, il gioco e il resto
Non piovono dal cielo
Lo so non e’ progresso
Ma e’ un’ orgia di idiozia
Siamo umani
Siamo umani
Non puo’ andare cosi’, oh no no
Siamo umani, solo umani
Non puo’ andare cosi’, eh no!
Dai fotti il tuo nemico
Usa la lingua sua
Regalagli importanza
Che se ne vantera’
Vedemmo Pancho Villa
E la sua rivoluzione
Ci disse non e’ morta
Ci sono nuove idee
Siamo umani, siamo umani
Non puo’ andare cosi’
Siamo umani, solo umani
Non puo’ andare cosi’, oh no!
Qui la sola strategia e’ di sapere sempre piu’, ha ha
123 Rivoluzione e’ il desperado che lo fa, oh oh
Ehi ehi ehi, amigo
Tu vuoi distruggere il mondo
Chi comanda non da spazio OK
Cambia forza
La tua forza e’ nelle idee
C’e’ una sola strategia e’ di sapere sempre piu’, ah ah
E la tua rivoluzione comincera’ cosi’, yeah
Siamo umani siamo umani
Non puo’ andare cosi’, ha no no
Siamo umani, solo umani
Non puo’ andare cosi’, oh, no, no!
Siamo umani, solo umani
Non puo’ andare cosi’, oh, no!

e’ un bluff!

 

Litfiba ( Diablo)

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