Prof. Maurizio Battino.

Da oggi inizierò una nuova rubrica dove vi fornirò qualche piccola informazione sui nuovi ricercatori Italiani che con le loro ricerche portano lustro al nostro paese, inizieremo dal prof. Maurizio Battino professore associato di Biochimica dell’università di Ancona.

Maurizio Battino, è professore associato di Biochimica presso il dipartimento di Scienze Cliniche Specialistiche, Facoltà di Medicina dell’Università Politecnica delle Marche ad Ancona, direttore del Centro di ricerca in salute e nutrizione dell’Universidad Europea dell’Atlantico (Santander, Spagna) e direttore dei progetti inerenti alle aree della salute e nutrizione e relativi Master della piattaforma Funiber (Barcellona, Spagna).
Il suo gruppo di ricerca in bioenergetica studia il modo di mitigare i processi patologici tramite il corretto uso di specifici alimenti, soprattutto piccoli frutti e oli alimentari, e dei loro composti bioattivi. Le patologie studiate sono quelle caratterizzate da disfunzioni mitocondriali (per es. fibromialgia) e/o processi infiammatori e stress ossidativo come la sindrome metabolica, il cancro, l’aterosclerosi e le malattie paradontali.
Laureato in Biologia a Bologna, Dottore di Ricerca a Catania e post-doc a Granada (Spagna); ha ottenuto anche un Master in Teledidattic Applicata alle Scienze della Salute e International Communication Technology in Medicina (Ancona) ed è stato insignito della laurea Honoris Causa presso la University of Medicine and Pharmacy “Carol Davila” Bucharest (Romania).

Le due vie del Piemonte.

Nel seguente articolo vi riportiamo un brano del discorso fatto dal Cavour il 16/04/1858 in cui descrive l’anima della politica tenuta dal Piemonte nel decennio 1848/1858.

Dopo il disastro di Novara e la pace di Milano, due vie poliche si aprivano davanti a noi. Noi potevamo, piegando il capo avanti a un fato avverso, rinunziare in modo assoluto a tutte le aspirazioni che avevano guidato negli ultimi anni il magnanimo re Carlo Alberto. Noi potevamo rinchiuderci strettamente nei confini del nostro Paese, e chinando gli occhi a terra per non vedere quanto succedeva oltre il Ticino e oltre la Magra, dedicarci esclusivamente agli interessi materiali e morali del nostro Paese, noi potevamo, in certo modo, ricominciare e continuare la politica in vigore prima del 1848, [….] noi potevamo ricominciare quella politica prudentissima che non si preoccupava che delle cose interne.
L’altro sistema invece consisteva nell’accettare i fatti compiuti, nell’adattarsi alle dure condizioni dei tempi, ma nel conservare a un tempo viva la fede che ispirato aveva le magnanime gesta di re Carlo Alberto. Consisteva nel dichiarare la ferma intenzione di mantenere i patti giurati, ma di continuare nella sfera politica quella impresa che andò fallita sui campi di battaglia.

Non vi è rivolgimento politico notevole, non vi è grande rivoluzione che possa compiersi nell’ordine materiale se preventivamente non è già preparata nell’ordine delle idee. E se noi siamo giunti ad operare questo cangiamento nell’ordine morale e nell’ordine delle idee a favore dell’Italia, noi abbiamo fatto assai più che se avessimo guadagnato parecchie vittorie.

Camillo Cavour

Atti Parlamentari – 16 aprile 1858

L’estate sta finendo.

Oggi dopo essermi svegliato mi sono affacciato alla finestra e ho visto che il cielo era nuvoloso, ho guardato il calendario che segnava 31/08 e l’idea che un’altra estate era passata ha invaso ogni angolo del mio cervello portando quella dolce malinconia che ci prende alla fine della bella stagione.

L’estate sta finendo
E un anno se ne va
Sto diventando grande
Lo sai che non mi va.
 
In spiaggia di ombrelloni
Non ce ne sono più
È il solito rituale
Ma ora manchi tu
Uh uh uh.
 
La-languidi bri-brividi
Come il ghiaccio bruciano
Quando sto con te.
 
Ba-ba-ba-baciami
Siamo due satelliti
In orbita sul mar.
 
È tempo che i gabbiani
Arrivino in città
L’estate sta finendo
Lo sai che non mi va.
 
Io sono ancora solo
Non è una novità
Tu hai già chi ti consola
A me chi penserà
Ah ah ah.
 
La-languidi bri-brividi
Come il ghiaccio bruciano
Quando sto con te.
 
Ba-ba-ba-baciami
Siamo due satelliti
In orbita sul mar.
 
Ba-ba-ba-ba-babaciami…
Ba-ba-ba-ba-babaciami…
Ba-ba-ba-ba-babaciami…
Ba-ba-ba-ba-babaciami…
 
L’estate sta finendo
E un anno se ne va
Sto diventando grande
Lo sai che non mi va.
 
Una fotografia
è tutto quel che ho
Ma stanne pur sicura
Io non ti scorderò.
 
L’estate sta finendo
E un anno se ne va
Sto diventando grande
Anche se non mi va.
 
L’estate sta finendo
L’estate sta finendo
L’estate sta finendo
Uoh oh oh oh
L’estate sta finendo…

L’estate sta finendo dei Righeira.
I Righeira sono un gruppo musicale italiano formato da Stefano “Michael” Rota (Torino, 1º ottobre 1961) e Stefano “Johnson” Righi (Torino, 9 settembre 1960). Furono prodotti dai La Bionda (duo) dal 1983 fino al 1987, il loro periodo di maggior successo discografico.
Maggiori successi:

1983 – Vamos a la playa (Spanish version)/Vamos a la playa (Italian version) La Bionda Music (CGD, 10457 Distribuzione)
1984 – No tengo dinero/Dinero scratch (La Bionda Music /CGD, 10524)

1985 – L’estate sta finendo/Prima dell’estate (La Bionda Music/CGD, 10615)

Per gli amanti della teoria del complotto e per tutti coloro che cercano degli spunti di riflessione vi riporto una leggenda che gira negli ambienti musicali che fa dei Righeira ( che per la maggior parte degli italiani sono autori solo di musica leggera senza impegno sociale) attivisti anti americani con un forte impegno contro le ingiustizie della società occidentale.

Siamo nel 1976, i Bee Gees spopolano ovunque con ‘You Should Be Dancin‘ e la disco music sembra essere la nuova grande passione dei giovani. Henry Kissinger, che osserva da lontano, ha una bizzarra intuizione: la disco music è la mossa decisiva per vincere la Guerra Fredda. E così dà il via all’operazione della Cia denominata, appunto, ‘You Should Be Dancin’, con l’ obiettivo di allontanare i giovani dalla contestazione e portarli verso le discoteche. Film, canzoni, videoclip e artisti: tutto è manovrato ad arte. Il piano sembra funzionare e la contestazione giovanile inizia a sgretolarsi. Ma da qualche parte qualcuno resiste ancora. Sono i fratelli Righeira, che cantano in spagnolo, la lingua del Che e della rivoluzione, e scrivono testi militanti come ‘Vamos a la playa‘, brano zeppo di riferimenti alla bomba atomica. La loro, è una disco music di protesta. Kissinger non ha dubbi: vanno eliminati. E decide di farlo durante la serata finale del Festivalbar del 7 settembre del 1985. Ma a salvarli, ci pensa un vecchio amico: il loro professore di ginnastica del liceo, l’uomo che li ha seguiti sin dall’inizio della loro carriera e che ha una strana somiglianza con Gino Donè.
Fonti:
Almost True, Guerra Fredda e Bee Gees, puntata del  lunedì 10 settembre 2012,rai 2, condotto da Carlo Lucarelli .

Parlando di Rivoluzione.

Era la fine del 1988 quando iniziavo ad affacciarmi al mondo alimentato dal fuoco sacro dell’adolescenza ed in Italia imperversava su tutte le radio,le tv e i mercatini della musica la canzone di Tracy Chapman – Talkin’ bout revolution – una delle canzoni di protesta più importanti degli anni 80, che alimentava gli animi di tutti coloro che sognavano un mondo migliore in cui la libertà e la giustizia sociale fossero i pilastri portanti. Si sentiva nell’aria che qualcosa stava per cambiare …… ma poi sappiamo bene come è andata a finire, come potrete vedere dalla traduzione la situazione di 30 anni fa mi sa che non era molto diversa di quella attuale.

Contenuta nell’album omonimo Tracy Chapman  del 1988, Talkin’ bout a Revolution è una delle più importanti canzoni di protesta degli anni ’80 ed è uno dei brani più noti composti dalla sua interprete Tracy Chapman.
Il testo parla delle difficoltà delle persone povere nella società occidentale, alle prese con la scarsità di denaro, la difficoltà di accedere alla sanità e di trovare un impiego e preconizza una rivoluzione che porterà tutti ad avere ciò che spetta a ciascuno.

Don’t you know you’re talking about a revolution – Non lo sai, stai parlando di una rivoluzione
It sounds like a whisper – Risuona come un sussurro
Don’t you know they’re talking about a revolution – Non lo sai, stanno parlando di una rivoluzione
It sounds like a whisper – Risuona come un sussurro
While they’re standing in the welfare lines – Mentre fanno la coda per il sussidio
Crying at the doorsteps of those armies of salvation – Piangendo alla porta di quegli eserciti della salvezza
Wasting time in unemployment lines – Sprecando tempo in coda agli uffici di collocamento
Sitting around waiting for a promotion – Restando seduti in attesa di una promozione
Don’t you know, you’re talking about a revolution – Non lo sai, stai parlando di una rivoluzione
It sounds like a whisper – Risuona come un sussurro
Poor people are gonna rise up – I poveri insorgeranno
And get their share – e si prenderanno la loro parte
Poor people are gonna rise up – I poveri insorgeranno
And take what’s theirs – e si prenderanno ciò che è loro
Don’t you know you better run, run, run, run, run, run, run, run, run, run, run, run, run – Non lo sai, faresti meglio a correre, correre, correre, correre, correre, correre, correre, correre, correre, correre, correre, correre
Oh I said you better run, run, run, run, run, run, run, run, run, run, run, run, run – Ti ho detto che faresti meglio a correre, correre, correre, correre, correre, correre, correre, correre, correre, correre, correre, correre
Cause Finally the tables are starting to turn – Perché finalmente le cose stanno iniziando a cambiare
Talking about a revolution – Parlando di rivoluzione
Yes, Finally the tables are starting to turn – Sì, finalmente le cose stanno iniziando a cambiare
Talking about a revolution oh no – Parlando di rivoluzione, oh no
Talking about a revolution oh no – Parlando di rivoluzione, oh no
While they’re standing in the welfare lines – Mentre fanno la coda per il sussidio
Crying at the doorsteps of those armies of salvation – Piangendo alla porta di quegli eserciti della salvezza
Wasting time in unemployment lines – Sprecando tempo in coda agli uffici di collocamento
Sitting around waiting for a promotion – Restando seduti in attesa di una promozione
Don’t you know you’re talking about a revolution – Non lo sai, stai parlando di una rivoluzione
It sounds like a whisper – Risuona come un sussurro
And finally the tables are starting to turn – E finalmente le cose stanno iniziando a cambiare
Talking about a revolution – Parlando di rivoluzione
Yes, Finally the tables are starting to turn – Sì, finalmente le cose stanno iniziando a cambiare
Talking about a revolution oh no – Parlando di rivoluzione, oh no
Talking about a revolution oh no – Parlando di rivoluzione, oh no
Talking about a revolution oh no – Parlando di rivoluzione, oh no

BISTECCA ALLA FIORENTINA

Fiore all’occhiello della gastronomia fiorentina, conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo, chiamata semplicemente “fiorentina”, la nostra bistecca sulla brace grazie alla sua semplicità, si prende beffa dei tanti “esperti” cuochi che da anni stanno tentando di darne elaborate e deludenti ricette. Vediamo quindi quali sono i semplici “segreti” di questa nostra specialità.

Tipo di Carne e Taglio.
La carne deve essere di manzo (vitellone), preferibilmente di razza chianina e frollata al punto giusto (5/6 giorni). Il taglio deve essere nella lombata con filetto, controfiletto e l’osso in mezzo a “T”. Questo taglio è difficile da trovare fuori Firenze e non esiste fuori della Toscana. Le dimensioni variano da 600 a 800 gr. e alta circa 2 dita.

Cottura.
E’ semplicissima. Niente marinate e niente infusioni in olio. Mettete la bistecca sulla gratella ben calda, con sotto la brace di carbone dolce, ardente, ma senza fiamma. Lasciatela cuocere da un lato, senza salare e senza mai bucare con la forchetta; quando avrà fatto la crosta (5 minuti), giratela con una paletta, insaporite con sale la parte già cotta e fatela arrostire per altri cinque minuti dall’altra parte, rigiratela ancora e salate l’altra parte. Alla fine dovrà risultare “al sangue” al centro e ben arrostita in superficie. Prima di servirla, secondo Paolo Petroni, niente olio, solo del pepe nero appena macinato e, se lo gradite, un po’ di limone. Io preferisco gustare la bistecca aggiungendo, oltre al sale e al pepe nero, un filo di ottimo olio extravergine di oliva a fine cottura.

Cenni storici “DELLA BISTECCA ALLA FIORENTINA”

La storia della bistecca alla fiorentina è antica almeno quanto la città da cui prende il nome e se ne perdono le tracce indietro nel tempo. Tuttavia la sua tradizione, la sua celebrità e il suo nome si possono far risalire alla celebrazione della festa di San Lorenzo e alla famiglia dei Medici. In occasione di San Lorenzo, il 10 agosto, la città si illuminava della luce di grandi falò, dove venivano arrostite grosse quantità di carne di vitello che venivano poi distribuite alla popolazione.
Firenze all’epoca dei Medici era un importante crocevia dove si potevano incontrare viaggiatori provenienti un po’ da ogni parte del mondo e così si narra che proprio in occasione di un San Lorenzo fossero presenti alle celebrazioni alcuni cavalieri inglesi a cui venne offerta la carne arrostita sui fuochi. Questi la chiamarono nella loro lingua beef steak riferendosi al tipo di carne che stavano mangiando. Da qui una traduzione adattata alla lingua corrente creò la parola bistecca che è giunta fino ai giorni nostri.
Una versione alternativa la fa risalire agli inglesi, presenti a Firenze nell’800, i quali hanno lasciato notevoli tracce nella cucina toscana. Si trattava di persone facoltose, che potevano permettersi anche tagli di carne pregiata, come la beef steak, appunto, ma anche come il roast beef, peraltro anch’esso presente nella cucina fiorentina.

Fonti storiche: wikipedia

Nicolò Tommaseo – Risorgeremo

Di seguito una famosa poesia di Nicolò Tommaseo.

Risorgeremo

Per i morti
in difesa della Patria
Risorgeranno!
Santo e salutare pensiero gli
è l’orare pe’ morti, che li prosciolga
Iddio dal peccato.
Risorgeranno.
Il corpo e la vita contenti diedero
per voler perseverare nel bene.
Quelli che s’addormentarono in un
pensiero pio,
troveranno serbata a sé
grazia grande.
Risorgeranno.
Erano apparecchiati a morire
per i cittadini. Il sangue loro
con ambo le mani sparsero sopra noi
come benedizione e salute.
Risorgeranno.
Non fidiamo nella stabilità
delle mura: ma l’Onnipotente
invochiamo, che con potestà
sua frange le posse nemiche.
Risorgeremo.

L’onore del popolo è salvo.

In questo pezzo troverete le lodi da parte dell’Assemblea dei Rappresentanti dello Stato di Venezia, al comportamento tenuto dalla popolazione veneziana alla reazione dell’esercito austriaco che vigliaccamente bombardò anche il centro abitato.

Dimostriamo coi fatti la gratitudine nostra a questo popolo raro, il quale invece di abbisognare di incoraggiamento, è scuola esso a noi di coraggio viva, e c’insegna come si difende l’onore, come la disgrazia rende le nazioni più grandi. Egli ha sostenuto le palle, il disaggio, la vigilia all’aperto, la fuga dal suo nido entro lo stesso suo nido: ha sostenute le grida dei figlioli affamati, e senza indagare le ragioni dell’attendere, dello sperare, del credere, ha pazientemente atteso, tenacemente sperato, abbondantemente creduto. L’onore del popolo è salvo: né nemico crudele né perfido amico glielo può torre.

Da Le Assemblee del Risorgimento. Venezia, 1849

Storia dell’Italico Tricolore

Una nota particolare la rivolgiamo alla storia della Nostra Bandiera, simbolo dell’unione dei popoli Italici, partendo dalla sua nascita nel 1797 fino all’adozione della Repubblica Italiana nel 1947.

Il tricolore italiano quale bandiera nazionale nasce a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, quando il Parlamento della Repubblica Cispadana, su proposta del deputato Giuseppe Compagnoni, decreta “che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di Tre Colori Verde, Bianco, e Rosso, e che questi tre Colori si usino anche nella Coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da tutti”. Ma perché proprio questi tre colori? Nell’Italia del 1796, attraversata dalle vittoriose armate napoleoniche, le numerose repubbliche di ispirazione giacobina che avevano soppiantato gli antichi Stati assoluti adottarono quasi tutte, con varianti di colore, bandiere caratterizzate da tre fasce di uguali dimensioni, chiaramente ispirate al modello francese del 1790.
E anche i reparti militari “italiani”, costituiti all’epoca per affiancare l’esercito di Bonaparte, ebbero stendardi che riproponevano la medesima foggia. In particolare, i vessilli reggimentali della Legione Lombarda presentavano, appunto, i colori bianco, rosso e verde, fortemente radicati nel patrimonio collettivo di quella regione:: il bianco e il rosso, infatti, comparivano nell’antichissimo stemma comunale di Milano (croce rossa su campo bianco), mentre verdi erano, fin dal 1782, le uniformi della Guardia civica milanese. Gli stessi colori, poi, furono adottati anche negli stendardi della Legione Italiana, che raccoglieva i soldati delle terre dell’Emilia e della Romagna, e fu probabilmente questo il motivo che spinse la Repubblica Cispadana a confermarli nella propria bandiera. Al centro della fascia bianca, lo stemma della Repubblica, un turcasso contenente quattro frecce, circondato da un serto di alloro e ornato da un trofeo di armi.
La prima campagna d’Italia, che Napoleone conduce tra il 1796 e il 1799, sgretola l’antico sistema di Stati in cui era divisa la penisola. Al loro posto sorgono numerose repubbliche giacobine, di chiara impronta democratica: la Repubblica Ligure, la Repubblica Romana, la Repubblica Partenopea, la Repubblica Anconitana.
La maggior parte non sopravvisse alla controffensiva austro-russa del 1799, altre confluirono, dopo la seconda campagna d’Italia, nel Regno Italico, che sarebbe durato fino al 1814. Tuttavia, esse rappresentano la prima espressione di quegli ideali di indipendenza che alimentarono il nostro Risorgimento. E fu proprio in quegli anni che la bandiera venne avvertita non più come segno dinastico o militare, ma come simbolo del popolo, delle libertà conquistate e, dunque, della nazione stessa.
Nei tre decenni che seguirono il Congresso di Vienna, il vessillo tricolore fu soffocato dalla Restaurazione, ma continuò ad essere innalzato, quale emblema di libertà, nei moti del 1831, nelle rivolte mazziniane, nella disperata impresa dei fratelli Bandiera, nelle sollevazioni negli Stati della Chiesa. Dovunque in Italia, il bianco, il rosso e il verde esprimono una comune speranza, che accende gli entusiasmi e ispira i poeti: “Raccolgaci un’unica bandiera, una speme”, scrive, nel 1847, Goffredo Mameli nel suo Canto degli Italiani. E quando si dischiuse la stagione del ’48 e della concessione delle Costituzioni, quella bandiera divenne il simbolo di una riscossa ormai nazionale, da Milano a Venezia, da Roma a Palermo. Il 23 marzo 1848 Carlo Alberto rivolge alle popolazioni del Lombardo Veneto il famoso proclama che annuncia la prima guerra d’indipendenza e che termina con queste parole:”(…) per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana vogliamo che le Nostre Truppe(…) portino lo Scudo di Savoia sovrapposto alla Bandiera tricolore italiana.” Allo stemma dinastico fu aggiunta una bordatura di azzurro, per evitare che la croce e il campo dello scudo si confondessero con il bianco e il rosso delle bande del vessillo.

Il 14 marzo 1861 venne proclamato il Regno d’Italia e la sua bandiera continuò ad essere, per consuetudine, quella della prima guerra d’indipendenza. Ma la mancanza di una apposita legge al riguardo – emanata soltanto per gli stendardi militari – portò alla realizzazione di vessilli di foggia diversa dall’originaria, spesso addirittura arbitrarie. Soltanto nel 1925 si definirono, per legge, i modelli della bandiera nazionale e della bandiera di Stato. Quest’ultima (da usarsi nelle residenze dei sovrani, nelle sedi parlamentari, negli uffici e nelle rappresentanze diplomatiche) avrebbe aggiunto allo stemma la corona reale. Dopo la nascita della Repubblica, un decreto legislativo presidenziale del 19 giugno 1946 stabilì la foggia provvisoria della nuova bandiera, confermata dall’Assemblea Costituente nella seduta del 24 marzo 1947 e inserita all’articolo 12 della nostra Carta Costituzionale. E perfino dall’arido linguaggio del verbale possiamo cogliere tutta l’emozione di quel momento. PRESIDENTE [Ruini] – Pongo ai voti la nuova formula proposta dalla Commissione: “La bandiera della repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a bande verticali e di eguali dimensioni”.

Fonte: www.storiaxxisecolo.it

Sandro Pertini dixit

In seguito alla pubblicazione fatta dall’Istat la settimana scorsa sui dati della povertà in Italia e sulla disoccupazione giovanile, in cui si certificava che almeno 5 milioni di Italiani sono molto poveri e che il 20% dei giovani non studia e non cerca lavoro, mi sono tornate alla mente le parole del nostro compianto Presidente Pertini fatte circa 34 anni fa, ma sempre attuali.

« Per me libertà e giustizia sociale, che poi sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà. Ecco, se a me socialista offrissero la realizzazione della riforma più radicale di carattere sociale, ma privandomi della libertà, io la rifiuterei, non la potrei accettare. Se il prezzo fosse la libertà, io questa riforma la respingerei. […] Ma la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero. […] Questa non è la libertà che intendo io. »
Sandro Pertini

Ambizione, è un bene o un male?

Dall’origine dei tempi l’uomo ha sempre ambito di essere come Dio, questa ambizione se da una parte ci spinge a sapere sempre di più dall’altra ci porta spesso e volentieri a non riflettere sulle conseguenze a cui portano queste conoscenze, quindi l’ambizione è un pregio o una condanna?

Dal capitolo 3 della Genesi.
1 Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?».
2 Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare,
3 ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete».
4 Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto!
5 Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male».
6 Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò.
7 Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.
8 Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.
9 Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?».
10 Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto».
11 Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?».
12 Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato».
13 Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».
14 Allora il Signore Dio disse al serpente: sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita.
15 Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».
16 Alla donna disse: i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà».
17 All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita.
18 Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre.
19 Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!».
20 L’uomo chiamò la moglie Eva, perché essa fu la madre di tutti i viventi.
21 Il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e le vestì.
22 Il Signore Dio disse allora: «Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!».
23 Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto.
24 Scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita.

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