Il mio canto libero

In un mondo che
non ci vuole più
il mio canto libero sei tu
E l’immensità
si apre intorno a noi
al di là del limite degli occhi tuoi
Nasce il sentimento
nasce in mezzo al pianto
e s’innalza altissimo e va
e vola sulle accuse della gente
a tutti i suoi retaggi indifferente
sorretto da un anelito d’amore
di vero amore
In un mondo che  (Pietre un giorno case )
prigioniero è ( ricoperte dalle rose selvatiche )
respiriamo liberi io e te (rivivono ci chiamano)
E la verità ( Boschi abbandonati )
si offre nuda a noi e ( perciò sopravvissuti vergini )
e limpida è l’immagine ( si aprono )
ormai ( ci abbracciano )
Nuove sensazioni
giovani emozioni
si esprimono purissime
in noi
La veste dei fantasmi del passato
cadendo lascia il quadro immacolato
e s’alza un vento tiepido d’amore
di vero amore
E riscopro te
dolce compagna che
non sai domandare ma sai
che ovunque andrai
al fianco tuo mi avrai
se tu lo vuoi
Pietre un giorno case
ricoperte dalle rose selvatiche
rivivono
ci chiamano
Boschi abbandonati
e perciò sopravvissuti vergini
si aprono
ci abbracciano
In un mondo che
prigioniero è
respiriamo liberi
io e te
E la verità
si offre nuda a noi
e limpida è l’immagine
ormai
Nuove sensazioni
giovani emozioni
si esprimono purissime
in noi
La veste dei fantasmi del passato
cadendo lascia il quadro immacolato
e s’alza un vento tiepido d’amore
di vero amore
e riscopro te

Battisti – Mogol

I fatti del 1831.

Giudizi sulla Carboneria

Tale mi appariva la carboneria: associazione alla quale non erano mancate generose intenzioni, ma idee, e priva, non del sentimento nazionale, ma di scienza e logica per ridurlo in atto. Il cosmopolitismo che una osservazione superficiale d’alcune contrade straniere le aveva suggerito, ne aveva ampliato la sfera, ma sottraendole il punto d’appoggio. L’eroica, educatrice costanza degli affratellati e il martirio intrepidamente affrontato, avevano grandemente promosso quel senso d’eguaglianza che è ingenito in noi, preparato le vie all’unione, iniziato a forti imprese con un solo battesimo uomini di tutte le classi sociali, sacerdoti, scrittori, patrizi, soldati e figli del popolo. Ma la mancanza di un programma determinato le avevano tolto sempre la vittoria di pugno.

Queste riflessioni m’erano suggerite dall’esame dei tentativi e delle disfatte della carboneria. E i fatti appena allora conchiusi nell’Italia Centrale mi confermavano in esse, additandomi a un tempo altri pericoli da combattersi: primi fra i quali erano quelli di collocare le speranze della vittoria nell’appoggio di governi stranieri, e quello di fidare lo sviluppo, il maneggio delle insurrezioni a uomini che non avevano saputo iniziarle.

I moti del 1831

Nei fatti del 1831 il progresso delle tendenze si era rivelato innegabile. L’insurrezione non aveva invocato come necessità indeclinabile l’iniziativa delle alte classi o della milizia: era sorta dalle viscere del paese. Dopo tre giornate di Parigi, il popolo di Bologna s’affollava all’Ufficio Postale. I giovani salivano nei caffè sulle sedie e leggevano ad alta voce i giornali agli astanti. Si preparavano armi, s’ ordinavano compagnie di volontari, si sceglievano i capitani. I comandanti la truppa dichiaravano al prolegato che non assalirebbero i cittadini. Lo stesso aveva luogo nell’altre città.

L’Eco del cannone sparato, nella notte del 2 febbraio in Modena, contro la casa di Ciro Menotti aveva dato il segnale. Bologna s’era levata il 4. Il 5, il popolo di Modena, riavutosi dallo stupore, aveva cacciato in fuga Duchi e duchisti: Imola, Faenza, Forlì, Cesena, Ravenna s’erano emancipate. Il 7, Ferrara aveva seguito l’esempio: gli Austriaci s’erano ritratti. Pesaro, Fossombrone, Fano ed Urbino s’erano, l’8, liberate dai loro Governatori. Il moto aveva trionfato il 13 in Parma; poi a Macerata, Camerino, Ascoli, Perugia, Terni, Narni ed in altre città. Ancona, dove il colonnello Sutterman s’era mostrato in sulle prime disposto a resistere, aveva ceduto davanti ad alcune compagnie di soldati e di guardie nazionali comandate da Sercognani. E tutto questo s’era operato per impulso di popolo, per entusiasmo collettivo che si stendeva alla donna e ai canuti; mentre le prime lavoravano coccarda e bandiere, parecchi tra i veterani del Grande Esercito mostravano ai giovani lievemente diffidenti le cicatrici delle antiche ferite, dicendo loro: “Noi le riportammo difendendo il nostro paese”. Così il 25 febbraio, due milioni e mezzo quasi d’Italiani avevano abbracciato la Causa Nazionale, presti a difesa od offesa per l’emancipazione degli altri loro fratelli.

Ed era infatti la Causa Nazionale che gli istinti avevano in quei moti universalmente additato alle moltitudini. Italiana era la coccarda adottata per ogni dove in onta alle preghiere d’Orioli ed altri appartenenti più tardi al Governo. Dai primi giorni la gioventù bolognese aveva tentato d’invadere la Toscana; quella di Modena e Reggio d’inoltrare su Massa. Più dopo, le Guardie Nazionali chiedevano d’esser condotte per la via del Furlo sul Regno. Di quel moto, tutto italiano nell’origine e nell’intento, i Capi intanto avevano fatto un moto puramente provinciale. Sua legge naturale era stendersi, allargare la propria base, quanto era possibile; essi l’avevano limitata nei più angusti confini; avevano prosciutto ogni tentativo di propaganda; avevano accumulato ostacoli alla rivoluzione invece di lavorare a spianarli. La nazionalità era l’anima dell’impresa; ed essi avevano cercato sostegni alla rivoluzione fuori d’Italia.

La guerra coll’Austria era inevitabile; bisognava dunque preparare la vittoria; ed essi avevano dichiarato che il trionfo della rivoluzione consisteva nel conservarsi pacifici; che la pace non era solamente possibile, ma probabile e quasi certa; e che in conseguenza era necessario astenersi da ogni dimostrazione tendente a turbare. La rivoluzione s’incamminava necessariamente, per natura d’elementi e per condizioni speciali delle terre in sorte, a repubblica: i Governi non potevano esserle favorevoli: urgeva cercarle alleati in elementi omogenei, nei popoli; ora, solo pegno di alleanza tra i popoli sono le dichiarazioni di principii, ed essi non ne avevano fatto alcuna; avevano calcolato sulla aiuto del re, e prostrato un moto di popolo ai piedi della diplomazia. Bisognava suscitare l’azione coll’azione, l’energia coll’energia, la fede con la fede.

(da G. Mazzini: Ricordi autobiografici)

 

Blowin In The Wind – Soffia nel vento

Bob Dylan

I proscritti d’Italia.

 

Risultati immagini per giuseppe mazzini

 

Una domenica dell’aprile 1821 io passeggiavo, giovanetto, con mia madre e un vecchio amico della famiglia, Andrea Gambini, in Genova, nella Strada Nuova. L’insurrezione piemontese era in quei giorni stata soffocata dal tradimento, dalla fiacchezza dei Capi e dall’Austria. Gli insorti s’affollavano, cercando salute al mare, in Genova, poveri di mezzi, erranti in cerca di aiuto per recarsi nella Spagna dove la rivoluzione era tuttavia trionfante. I più erano confinati in Sampierdarena aspettandovi la possibilità dell’imbarco; ma molti si erano introdotti ad uno ad uno in città; ed io li spiava fra i nostri, indovinandoli ai lineamenti, alle foggie degli abiti, al piglio guerresco, e più al dolore muto, cupo, che avevano sul volto. La popolazione era singolarmente commossa. Taluni fra i più arditi avevano fatto proposta ai Capi, credo Santarosa ed Ansaldi, di concentrarsi tutti nella città, dicevano, era militarmente sprovveduta d’ogni difesa, mancavano ai forti le artiglierie, e i Capi avevano ricusato e risposto: serbatevi a migliori destini. Non rimaneva che soccorrere di denaro quei poveri e santi precursori dell’avvenire; e i cittadini vi si prestavano liberamente. Un uomo di sembianze severe ed energiche, bruno, barbuto e con un guardo scintillante che non ho mai dimenticato, si accostò a un tratto fermandoci: aveva fra le mani un fazzoletto bianco spiegato, e proferì solamente le parole: per i proscritti d’Italia.

Mia madre e l’amico versarono nel fazzoletto alcune monete; ed egli si allontanò per ricominciare con altri. Seppi più tardi il suo nome. Era un Rini, capitano della Guardia Nazionale che s’era, sul cominciar di quel moto, istituita. Partì anch’egli cogli uomini pei quali si era fatto collettore a quel modo e credo morisse combattendo come tanti altri dei nostri, per la libertà della Spagna.

Quel giorno fu il primo in cui s’affacciasse confusamente all’anima mia, non dirò un pensiero di Patria e di Libertà, ma un pensiero che si poteva e quindi doveva lottare per la libertà della Patria.

G. Mazzini: Ricordi autobiografici.

Giuseppe Mazzini (Genova, 22 giugno 1805Pisa, 10 marzo 1872) è stato un patriota, politico, filosofo e giornalista italiano, nato nell’allora territorio della Repubblica Ligure, annessa da pochi giorni al primo impero francese.

Le sue idee e la sua azione politica contribuirono in maniera decisiva alla nascita dello Stato unitario italiano; le condanne subite in diversi tribunali d’Italia lo costrinsero però alla latitanza fino alla morte. Le teorie mazziniane furono di grande importanza nella definizione dei moderni movimenti europei per l’affermazione della democrazia attraverso la forma repubblicana dello Stato.

Civil war – guerra civile –

 

Risultati immagini per guns n roses
“Quel che abbiamo qui è
un fallimento di comunicazione,
Alcuni uomini non li puoi raggiungere…
Quindi, prendi quello che c’’era la settimana scorsa
che è il modo in cui lui lo vuole!
Beh, lo ottiene!
A me non va quanto a voi gente”Guardate i vostri ragazzi in guerra
Guardate le vostre donne in lacrime
Guardate i vostri ragazzi che muoiono
Così com’è da sempreGuardate l’’odio che stiamo creando
Guardate la paura che stiamo nutrendo
Guardate la vita che stiamo facendo
Nello stesso modo in cui è sempre statoLe mie mani sono legate
I miliardi si muovono da parte a parte
E le guerre vanno avanti con i lavaggi di cervello dell’’orgoglio
Per l’’amore di Dio e dei nostri diritti umani
E tutte queste cose sono spazzate via
Da mani insanguinate che il tempo non può negare
E sono cancellate dai nostri genocidi
E la storia nasconde le bugie delle nostre guerre civiliIndossavi una fascia nera
Quando spararono all’’uomo
Che diceva “La pace può durare per sempre”
E nei miei primi ricordi
Spararono a Kennedy
E diventai insensibile quando imparai a guardare
Così non mi sono mai innamorato del Vietnam
Abbiamo i muri di Washington per ricordarlo a tutti
Che non puoi credere nella libertà finchè non è nelle tue mani
Quando tutti lottano per la propria terra promessa

E
Non ho bisogno della vostra guerra civile
Nutre il ricco mentre sotterra il povero
La vostra fame di potere vende soldati
In una drogheria di carne umana
Questo non è giusto
Non ho bisogno della vostra guerra civile, no no no no

Guardate le scarpe che indossate
Guardate il sangue che versiamo
Guardate il mondo che stiamo uccidendo
Nello stesso modo in cui è sempre stato
Guardate il dubbio in cui nuotiamo
Guardate i capi che seguiamo
Guardate le balle che abbiamo ingoiato
Ed io non voglio più sentirne

Le mie mani sono legate
Tutto quello che ho visto mi ha cambiato
Ma le guerre vanno ancora avanti così come gli anni passano
Senza amore di Dio o dei diritti umani
Così tutti questi sogni vengono spazzati via
Dalle mani insanguinate di chi ipnotizza
Che porta la croce dell’’omicidio
E la storia partorisce le cicatrici della nostre guerre civili

“Pratichiamo l’’annientamento selezionato
dei sindaci e degli ufficiali,
per esempio per creare uno spazio,
poi riempiamo quello spazio
poichè per la guerra popolare
il vantaggio è che la pace è vicina”

Non ho bisogno della vostra guerra civile
Nutre il ricco mentre sotterra il povero
La vostra fame di potere vende soldati
In una drogheria di carne umana
Questo non è giusto
E non ho bisogno della vostra guerra civile
Non ho bisogno della vostra guerra civile
Non ho bisogno della vostra guerra civile, no no no
La vostra fame di potere vende soldati
In una drogheria umana
Questo non è giusto
Non ho bisogno della vostra guerra civile, no no no
Non ho bisogno di un’’altra guerra

Non ho bisogno di un’’altra guerra
no no no oh no
Cosa c’è poi di tanto civile in una guerra

Guns’N’Roses

 

All’armi! All’armi!

 

Risultati immagini per giovanni berchet

 

Su,figli d’Italia! Su in armi, coraggio!

Il suolo qui è nostro, del nostro retaggio

il turpe mercato finisce pei re.

Un popol diviso per sette destini,

in sette spezzato da sette confini,

si fonde in un solo, più servo non è.

Su Italia, su, in armi!

Venuto è il tuo dì!

Dei re congiurati la tresca finì!

Dall’Alpi allo Stretto fratelli siam tutti!

Sui limiti chiusi, sui troni distrutti

piantiamo i comuni tre nostri color!

Il verde, la speme tant’anni pasciuta,

il rosso, la gioia di averla compiuta,

il bianco, la fede fraterna d’amor.

Su Italia! Su in armi!

Venuto è il tuo dì!

Dei re congiurati la tresca finì.

Giovanni Berchet

(Milano, 23 dicembre 1783Torino, 23 dicembre 1851) è stato un poeta, scrittore e letterato italiano, tra gli esponenti più significativi del romanticismo.

Pescara

Risultati immagini per pescara

Risultati immagini per pescara

Risultati immagini per pescara

 

 

Pescara (IPA: [pesˈkaːra], pronuncia, Pescàrë o Piscàrë in pescarese) è un comune italiano di 120 965 abitanti[5], capoluogo dell’omonima provincia in Abruzzo. È la città più popolosa dell’Abruzzo ed è insieme con L’Aquila sede degli uffici del Consiglio, della Giunta e degli Assessorati regionali. La città è il principale centro di una conurbazione che tra i soli comuni confinanti comprende circa 286 000 abitanti, e si trova al centro di una più grande area metropolitana, comprendente numerosi comuni ed estesa su tre province, nella quale vive più di un terzo della popolazione della regione Abruzzo.

Spaghetti alla chitarra all’uovo con ricotta, salsiccia e zafferano

 

spaghetti alla chitarra 2

Ingredienti

  • 280 Gr Di Pasta Chitarra All’uovo Secca (O Spaghetti)
  • 3 Salsicce Fresche Spellate
  • 250 Gr Di Ricotta Di Pecora
  • 1 Bustina Di Zafferano (Oppure Gli Stami Di Navelli)

preparazione

Portate ad ebbollizione l’acqua per la pasta e quando sta per bollire mettete a rosolare in una padella grande o in un wok le salsicce.

  1. Schiacciatele per farle sbriciolare con il cucchiaio di legno.
  2. Le salsicce non devono rinsecchirsi, ma solo trasudare il loro grasso ed diventare rosa a quel punto unite la ricotta ed amalgamatela bene.
  3. Mettete a cuocere la pasta.
  4. Versate sopra al condimento la bustina di zafferano, unite un mestolo di acqua della pasta e mescolate finchè non sarà tutto di un colore omogeneo.
  5. Scolate la pasta al dente e conservare una tazza di acqua di cottura.
  6. Fate insaporire nella padella la pasta aggiungendo l’acqua messa da parte se vedete asciugarsi il tutto: deve rimanere cremosa.
  7. Impiattate e servite.
Translate »