Nuova rubrica – cucina tradizionale italiana- Sardegna

Un buongiorno a tutti i miei lettori, da oggi inizierò una nuova rubrica dedicata ad un argomento che ci rende famosi nel mondo e fa grande il made in Italy, la nostra cucina tradizionale. Ogni settimana pubblicherò una ricetta di una regione italiana e per partire inizierò dalla Sardegna, spero vi possa piacere. Colgo l’occasione per farvi i miei migliori auguri di buone vacanze.

Fregola sarda con le arselle.

Ingredienti per 4 persone:

  • 300 g di fregola sarda grossa

  • 600 g di arselle o vongole piccole

  • 1 litro di brodo di pesce

  • 3 cucchiai di olio extravergine di oliva

  • 200 g di pomodori freschi per sugo o pelati

  • 2 pomodori secchi

  • 2 spicchi d’aglio

  • peperoncino

  • prezzemolo


Preparazione:

  • Pulite pochi pesci da zuppa (300 g circa) e metteteli a bollire in acqua salata (1,2 litri) per 15 minuti. Visto che difficilmente i pesci saranno recuperabili vanno bene anche piccoli ma di varietà diversa.

  • Dopo cottura lasciate riposare per poter spillare il brodo senza filtrare.

  • Lavate energicamente le arselle cercando di individuare e levare quelle già aperte e quelle eventualmente piene di sabbia, quindi riponetele in un recipiente colmo d’acqua ben salata almeno per un ora affinché spurghino.

  • Cuocete in una padella larga le arselle sgocciolate a fuoco vivace, coprendo con un coperchio per evitare l’eccessiva evaporazione dell’acqua, finché si aprono.

  • Separate le arselle dal liquido di cottura con la raccomandazione di scartare quelle chiuse che potrebbero essere piene di sabbia. Per alleggerire il piatto, si possono asportare i gusci e i semigusci vuoti. Se è il caso, filtrare il liquido di cottura e tenerlo comunque da parte.

  • Fate rosolare dolcemente nell’olio in un largo tegame gli spicchi d’aglio schiacciati unendo quasi subito i pomodori secchi sminuzzati e il peperoncino (non deve risultare troppo piccante).

  • Versate quindi la fregola rigirando velocemente per farle assorbire in modo più uniforme possibile l’olio ed iniziate ad aggiungere pochissimo (uno o due mestoli) brodo di pesce.

  • Appena la fregola avrà assorbito il liquido, versate tutto il liquido di cottura delle arselle e i pomodori sminuzzati. Girate frequentemente ed aggiungete mano a mano il brodo di pesce.

  • Dopo 7-8 minuti assaggiate il liquido per poter eventualmente aggiustare di sale. Tenendo presente l’acqua salata delle arselle ed il sale dei pomodori secchi generalmente c’è poco o niente da aggiungere.

  • L’acqua di cottura deve essere assorbita quasi del tutto dalla fregola che cuocerà in 12 minuti circa. Nel caso in cui non fosse terminata la cottura ed aveste finito il brodo di pesce, aggiungete acqua calda.

  • A cottura ultimata aggiungete il trito di prezzemolo, rigirate e lasciate riposare per qualche minuto prima di servire. In questi minuti verrà assorbita l’acqua in eccesso badando bene che la fregola non si asciughi troppo.


Vino consigliato:

  • Torbato di Sella e Mosca, Segolai della Trexenta, Vermentino di Gallura.

 

P.S.

Le pubblicazioni riprenderanno regolarmente dal 17/08/2016.

Tanti saluti

 

La rivoluzione piemontese del 1821

La rivoluzione piemontese del 1821.

Per dare un’idea esatta delle cause che produssero la rivoluzione piemontese, e per farne cogliere il vero carattere, bisogna prendere le cose di lontano: e rimontare all’epoca memoranda in cui la caduta dell’impero francese ridonò al Piemonte la sua esistenza politica e i suoi principi. Non v’è cuore piemontese che non abbia serbato ricordo del 20 maggio 1814: mai Torino non vide spettacolo più commovente- quel popolo che si accalcava attorno al suo re; quella gioventù impaziente di contemplarne le sembianze; quei vecchi servitori, avidi di raffigurarlo; quelle grida di gioia, quella cordiale esultanza dipinta in ogni volto! Nobili, borghesi, popolani di città e di campagna, eravamo allora uniti da una stesso sentimento: partecipavamo le stesse speranze. Non più divisioni: non più tristi memorie. Il Piemonte non formava che una sola famiglia, di cui Vittorio Emanuele era il padre adorato.

Ma quel buon principe era attorniato da consiglieri inetti: lo persuasero che bisognasse stabilire sulle vecchie basi la monarchia dei suoi avi. Vedemmo rialzare un edificio, ammalato già al datar della morte di Carlo Emanuele III; indietreggiammo di mezzo secolo.

O la corona d’Italia

o il vassallaggio dell’Austria.

Dopo la divisione fatta al congresso di Vienna, gli uomini più pensanti d’Europa, giudicarono non doversi ormai più considerare Casa Savoia per ciò che era, ma bensì per quello che potrebbe divenire giovandosi della forza dell’opinione italiana. Il suo stato non poteva essere che transitorio. Il re di Sardegna, stretto tra due grandi potenze, si vedeva al fine ridotto a scegliere tra la corona d’Italia, o il vassallaggio all’Austria. Le gesta di tanti principi di Savoia, l’audace risolutezza di Vittorio Amedeo II, la costanza di Emanuele Filiberto nella sventura, la fermezza di Carlo Emanuele III, lasciavano sperare che questa Casa avrebbe alla prima occasione propizia saputo compiere il suo destino. Allora si sarebbe deciso se le fatiche e i sudori marziali di venti predecessori di Vittorio Emanuele avessero fruttato per il glorioso stabilimento della loro dinastia, l’indipendenza d’Italia e la pace d’Europa turbata così spesso da guerre intraprese per disputarsi i brani del nostro suolo, e avere la triste gloria di spogliarci, avvilirci. I lombardi erano accorati d’altronde di vedersi sudditi all’austria: la quale li trattava con certi riguardi, mal però nascondendo la mira di rifarsene, cessati appena i motivi che a ciò la inducevano. Ad onta di tali riguardi, Venezia deserta, migliaia di operai senza pane, gli avanzi di un’armata gloriosa ed illustre umiliati o negletti, le convenienze commerciali sacrificate agli interessi dell’industria austriaca, facevano di già assaporare tutta l’amarezza della dominazione straniera.

La rivoluzione di Spagna.

La rivoluzione di Spagna fu un raggio di sole per tutti gli eserciti delle monarchie assolute: la sua rapidità produsse impressione fortissima sui popoli e segnatamente su quella parte di società che è la più interessata al mantenimento dell’ordine a cui tutto si sacrifica. Vide che si poteva prontamente passare da abbiezione e miseria a benessere e libertà.

La rivoluzione di Napoli.

La rivoluzione di Napoli aveva agitato vivamente gli spiriti. Un solo desiderio leggevasi negli sguardi di ognuno; i più saggi credevano e proclamavano apertamente che si poteva prevenire la rivoluzione soltanto con la promulgazione di una costituzione. I liberali nulla intentato lasciarono per rendere informato il re della sua vera situazione. Egli poteva ancora mettersi alla testa del movimento d’opinione piemontese; ma il tempo stringeva. Poteva guadagnarsi con una sola parola il cuore di tutti: ma questa parola bisognava pronunziarla. Il consiglio dei Ministri fu convocato, la gran questione discussa. Si sparse la voce nel popolo che il re avesse detto: “ se i miei sudditi desideranno veramente una costituzione, io non chiedo di meglio che appagarli”. I nostri cuori si apersero alla speranza, ma non durò che un momento. Ignoro se in quel consesso sorgesse una voce a sostenere gli interessi della patria; so pur troppo dalla deliberazione presa che il voto del Piemonte fu disconosciuto o sprezzato.

Preparativi di guerra dell’Austria.

Il tempo incalzava. I preparativi di guerra dell’Austria, le sue minacce, il suo disprezzo, l’energia del parlamento napoletano, tutto influiva sull’opinione; l’istante era giunto di tracciare all’armata piemontese la linea dei suoi doveri. Un proclama stampato ad hoc si sparse per tutte le guarnigioni del Piemonte, con tanta prestezza, che dovette far conoscere al governo, gli amici della libertà essere molto attivi.

Gli Austriaci passano il Po.

Vi furono dei liberali che non avevano abbandonato la speranza d’introdurre in Piemonte una costituzione più monarchica ( della Spagnola), ma, appena giunta in Piemonte notizia che gli austriaci avevan passato il Po, dovettero riunirsi tutti sotto la stessa bandiera. Tutti i cuori in cui l’amor di patria regnava sovrano; tutti gli uomini frementi al pensiero di restar neghittosi, nell’istante in cui stava per decidersi la vitale questione di libertà interna, d’indipendenza del paese, s’incontrarono, s’intesero. Giammai fu meno necessario suggellare con giuramenti la fede dei cospiratori.

Il principe di Carignano.

Dopo la rivoluzione di Napoli, sembra che il principe di Carignano non abbia cessato un istante d’essere tormentato dal pensiero di diventare il grand’uomo dell’Italia moderna. Dico tormentato perchè se a quel pensiero s’attaccava compiacente la sua immaginazione, non aveva mente elevata da scorgere qual parte gli assegnassero, e pienamente giustificassero, le condizioni del paese: il suo cuore poi era ben lontano dal necessario coraggio per abbracciare un tal compito e sostenerlo con fermezza, malgrado la difficoltà degli eventi. Ecco come si spiegano la sua condotta e quegli scatti subitanei d’italianità che sbigottivano con l’apparente energia gli uomini più devoti alla patria: e poscia quegli accessi di completo scoraggiamento nei quali parevagli più nulla restasse a fare, più nulla a sperare.

Il moto di Alessandria.

Il moto di Alessandria ebbe principio col 10 marzo alle due del mattino. Il capitano conte Palma, fatte prendere le armi al regimento Genova acquartierato nella cittadella, proclamò la costituzione al grido di “Viva il Re!”. I dragoni del re guidati dal cav. Baronis e dal conte Bianco, capitano il primo e tenente l’altro, muovono in silenzio dai loro diversi quartieri, e riunitisi sul ponte del Tanaro s’introducono nella cittadella per la porta lasciata aperta a cura dell’ufficiale capo posto. Vi penetra con loro un numero di cittadini già federati per la causa italiana, della forza di circa un battaglione; Ansaldi, tenente colonello di Savoia, assume il comando della fortezza, compone una giunta provvisoria dei cittadini Urbano Rattazzi, Appiani, Dossena, Luzzi, e degli ufficiali Palma, Baronis e Bianco, e dà l’avviso al cav. De Varax governatore di Alessandria, imponendogli militarmente di somministrare i viveri necessari alle sue truppe.

Il cav. Collegno e il capitano d’artiglieria Radice arrivarono nella cittadella il mattino dell’11, la stessa sera vi giunse il marchese Carlo di San Marzano. Il suo disegno di indurre fin d’allora i dragoni della regina, dei quali era colonello in seconda, a dichiararsi per la causa della patria, era stato frastornato dal colonello di quel corpo, conte Sambuy, che lo aveva di qualche ora preceduto a Vercelli.

Lisio ebbe miglior fortuna. San Marzano, che da soli due mesi apparteneva al corpo, non vi si era lasciato vedere che per pochi istanti e quindi non era conosciuto, Lisio al contrario era l’idolo del regimento.

Arrivato il 10 alle 2 pomeridiane a Pinerolo radunò Ghini,Pecorara, Conti, Calosso, Bruno, Cappini, ed altri ufficiali devoti alla patria; non ebbe bisogno che dir loro: è tempo di marciare. Vola poi alla caserma, sottoufficiali e soldati attendevano riuniti per governare i cavalli. Il giovane capitano grida loro: su, compagni, a cavallo, corriamo ove la salvezza d’Italia, l’onore del nostro Sovrano ci chiamano. Le trombe squillano, il segnaledi insellare è già dato. Sopraggiunge il cav. Tana, maggiore ed unico ufficiale superiore che fosse al corpo, e Lisio gli dice: “ Maggiore, si metta alla nostra testa”. Quegli cerca di temporeggiare e : “ Ma no”, risponde Lisio, “ bisogna partire al momento” e, rivolto ai cavalleggeri: “ a cavallo, amici,a cavallo, in nome del re e della patria”. In cinque minuti 300 cavalleggeri partivano di corsa. Giungeva in quel mentre Santarosa, prorompendo nel grido di “ guerra agli Austriaci!!” e, “ guerra agli Austriaci” ripeteva quella gioventù piena di ardore e speranze.

Il tricolore innalzato ad Alessandria.

Lisio e Santarosa entrarono nella cittadella di Alessandria la mattina del 12 coi cavalleggeri del re. Pare che il loro arrivo decidesse il governatore a sgombrare la città; ciò che egli fece previa una convenzione militare con Ansaldi. Accompagnato dal reggimento Savoia, dagli ufficiali superiori del reggimento Genova e dai dragoni del re, si diresse prima, torcendo cammino, ad Oviglio e ripiegò poscia sulla gran strada da Asti a Torino.

Sul mezzogiorno le truppecostituzionali fecero il loro ingresso nella città di Alessandria. Venne proclamata la costituzione sulla gran piazza e inalberato il vessillo tricolore. Il popolo diè libero sfogo alla sua gioia, la felicità che traspariva da tutti i volti, più ancora che gli applausi della moltitudine, offriva un commovente spettacolo: ma quel popolo saggionon recò insulto al dolore di alcune famiglie ligie alla monarchia assoluta.

Vittorio Emanuele non concede la costituzione.

Non v’ha dubbio che se il re fosse apparso in mezzo alla truppa e al popolo, re italiano e costituzionale, trasporti d’entusiasmo e d’amore lo avrebbero accolto; ma s’egli avvesse domandato ai soldati di rispondere all’opinione pubblica colla sciabola e colle baionette, egli si sarebbe avveduto al corrugarsi delle lor fronti che cuori di cittadino battevano sotto la divisa militare. Ma Vittorio Emanuele non avvrebbe mai chiesto nulla di simile, lo giuro per la bontà del suo cuore, per quella bontà che avrebbe salvato salvato la patria, se un ostacolo non si fosse frapposto in quella coscienza di re, poco illuminata su’ suoi doveri politici. Questo ostacolo istesso è la più solenne giustificazione che gli autori della rivoluzione piemontese possono offrire all’Europa e alla posterità. Il re di Sardegna si era impegnato con l’Austria di non mai concedere al suo popolo istituzioni liberali: avea dunque promesso di vedere i bisogni dei suoi sudditi, e di non provvedervi, di udire i loro voti, e non appagarli! Ed era egli re? No che non è re quel principe sulla cui fronte sta impresso un tal marchio di servitù!!

Vittorio Emanuele abdica

Vittorio Emanuele, fuorviato da colpevoli consigli, o dalla propria coscienza, segnò l’atto di abdicazione nominando reggente del regno il Principe di Carignano. O notte del 13 marzo 1821! Notte fatale al mio paese che tutti immerse nello squallore, che privò la libertà piemontese dell’appoggio di tante braccia e dileguò le nostre più care speranze come un sogno! Certo la patria non muore mai: ma i nostri cuori identificavano trono e patria, anzi Vittorio Emanuele e patria. Gloria, successi, trionfi, tutto per noi compendiavasi in quel nome, in quella persona. Ed i giovani promotori di quella rivolta militare avevano più di una volta esclamato: “ci perdonerà bene d’averlo fatto re di sei milioni d’italiani”. Maggior sciagura non poteva colpire il Piemonte.

 

Carlo Alberto annunzia la costituzione.

Il popolo si attruppava nelle strade, sulle piazze; ogni ritardo faceva stupire. E fu allora che Ciravegna, colonnello della brigata Aosta, fece intendere per la prima volta schiette e calde parole promettendo a tutti con aria di sicurezza, che la costituzione spagnola verrebbe la sera stessa proclamata dal palazzo Carignano: s’univano ai Torinesi moltissimi accorsi dalle vicine province e da quella in specie di Ivrea, celebrata in ogni tempo per patriottismo ed energia. Al medico Crivelli riuscì d’introdursi presso il reggente, ed esprimergli con infiammate parole il voto del popolo. Anche le autorità municipali si presentarono, manifestando la necessità che si appagasse l’opinione pubblica. Il reggente volle sentire il parere degli antichi ministri del re che, presso lui convocati a consiglio, deliberarono si promulgasse la costituzione spagnola. Alle otto della sera il principe stessso lo annunziò al popolo dal balcone del suo palazzo. La pubblica gioia si manifestò subito e per tutto il resto della serata con la più grande vivezza: ma senza nessuno di quei disordini e di qelli sciagurati eccessi che sogliono accompagnare quasi sempre le commozioni popolari, e che erano tanto più da temere per l’ora così tarda e per l’irritazione in molti prodotta dalle inattese esitazioni. La saggezza del popolo e le intenzioni purissime di tutti gli amici della libertà non rifulsero mai con maggiore evidenza.

Il reggente nel giorno 14 marzo giurò la costituzione; compiuta così la rivoluzione non restava che sostenerla e difenderla. Carlo Alberto era ancora in tempo a far dimenticare i suoi primi torti e coprirsi di gloria.

Dichiarare guerra all’Austria doveva essere il primo atto del governo costituzionale. La condotta dell’imperatore con Napoli; la solidarietà degli interessi di tutti gli Stati italiani sul punto di garantire la loro indipendenza politica e d’assicurarsi la libertà di migliorare le proprie istituzioni; la dichiarazione del gabbinetto austriaco sulla rivoluzione di Napoli, dichiarazione ch’era un attentato alla sovranità dei principi d’Italia, così insultante nel tono come nella sostanza e che, oso dire, palesava con impudente alterigia i disegni dell’imperatore su l’intera Penisola, tutto dava al Piemonte costituzionale il diritto di dichiarare, non solo, ma di muovere all’istante questa guerra. Tutto, d’altronde, gliene imponeva la necessità, e quando esiste questa prima ragione di stato, è superfluo ricercarne di ulteriori.

Mutamento di Carlo Alberto.

Nelle guerre politiche vi sono preziosi momenti che, trascorsi, si perdono per sempre; Carlo Alberto sembrò guardarsi bene dall’afferrare quello che si offriva al suo coraggio. Alcuni Milanesi nei primi giorni della reggenza vennero ad esibirgli il braccio e le risorse de’loro concittadini, ma il capo di un governo costituzionale che non poteva esistere se non sorretto da una insurrezione italiana, accolse freddamente quelle profferte.

Dov’era dunque andata, o principe, l’antica vostra smania di liberare l’Italia dal giogo dei barbari? Donde in voi tal mutamento? Forse in voi l’entusiasmo soltanto detavasi, quando l’occasione di adoperarlo era remota?

Santarosa ministro della Guerra.

I liberali raccolti in Alessandria cominciarono a provare serie inquietudini sulle sorti della patria, quando Lisio, Luzzi e Baronis riferirono loro sullo stato della capitale, la peritanza, l’incertezza del ministero, lo scoraggiamento dei buoni, le mal represse speranze dei nemici della costituzione, lo sconcerto dell’opinione pubblica ed il principe imbarazzato che sprecava tutto il suo tempo in vane udienze, e sol si mostrava capace di volontà nel contrariare gli utili progetti dei ministri dell’interno e della guerra. Fu allora che decisero il Santarosa a recarsi a Torino. Egli consentì al viaggio solo nella speranza di far risolvere il reggente e la Giunta alla guerra contro l’Austria; partì in compagnia di Lisio e di Collegno. Arrivati appena vanno dal principe, ma questi, allegando una malattia, era inaccessibile. Gli stava già fisso in mente il disegno di disertare la causa della patria, e non ardiva affrontare gli sguardi dei tre coraggiosi e leali cittadini. Si presentarono questi alla Giunta, Santarosa le parlò con austera franchezza. Per la prima volta essa udì un linguaggio pari alla gravità delle circostanze e ne parve commossa.

Nello stesso giorno Carlo Alberto nominò il conte di Santarosa a reggente del ministero della guerra, da cui si era dimesso Villamarina, accasciato da malanni e fatiche e disgustato del principe. Era naturalmente destinato, a succedergli il cav. Bussolino, maggior generale aggiunto; ma colla scelta di un uomo che godeva tutta la fiducia del partito costituzionale, lusingavasi il principe di meglio mascherarei suoi progetti.

Il nuovo ministro fu insediato immediatamente. Era la sera del 21 marzo e già si andava bisbigliando sordamente della partenza del principe. Il ministro dell’interno l’aveva su ciò destramente e con schiettezza interpellato. Carlo Alberto ne rise come di volgare diceria, fisso un’ora del mattino vegnente ai due ministri per occuparsi insieme, e partì invece nella notte, conducendo seco le guardie del corpo, l’artiglieria leggera, i cavalleggeri di Savoia, e il reggimento Piemonte Reale cavalleria.

Carlo Alberto passa il Ticino.

Egli passò il Ticino, quel fiume che tante volte aveva promesso di varcare come duce d’esercito per iniziare la guerra d’indipendenza italiana, lo varcò come un transfuga per presentarsi a un governatore dell’Austria!

Novara.

L’unico mezzo che a noi restava di migliorare le nostre sorti, era un tentativo contro Novara.

Il colonnello Regis, militare coperto di cicatrici, splendido di valore, e mostratosi fin allora più schivo che cupido dei gradi supremi, ebbe ordine di assumere il comando del corpo costituzionale che si metteva in marcia. Il ministro della guerra gli scrisse: “Presentatevi ai soldati di Novara col le armi al braccio, subite, senza rispondervi, il primo lor fuoco. Essi possono dimenticare per un istante che siete loro fratelli, ma se ne avvedranno ben tosto al vostro atteggiamento; ad ogni modo, però, il segnale della guerra civile non sarà stato dato dai soldati della libertà”.

Intervento degli Austriaci.

Io mi figuro l’avvilimento di tanti prodi piemontesi chiusi in Novara all’arrivo degli Austriaci; primo loro impulso sarà stato di strapparsi le spalline, infrangere le spade, e avran cento volte maledetto la debolezza che li tenne in quel tristo partito di mezzo, tanto facile ad abbracciarsi e tanto difficile ad abbandonare. Ma che dico? La più parte degli stessi ufficiali, fanatici nemici della costituzione, non senza amaro disgusto si videro a lato degli Austriaci. Avrebbero preferito esser soli a combatterci, ed io ne so loro buon grado.

Fu a cannonate che venne accolta l’armata costituzionale di Novara, mentre disponevasi a sfilarvi sotto tranquillamente, collo scopo soltanto di offrire a’ suoi compagni d’arme l’occasione di un riavvicinamento morale e politico! Quali scene commoventi a questo punto non offre la storia! Novara non avrebbe potuto divenir immortale nella nostra ma coloro che aveano invitato lo straniero a calpestare il suolo della patria non potevano essere accessibili alla dolcezza di una rinconcilliazione nazionale.

L’Italia è conquistata, non sottomessa.

È necessario che gli Italiani meditino sulle condizioni del nostro paese,su gli errori e le conseguenze della fallita rivoluzione. Quella rivoluzione è la prima dopo molti secoli tentata in Italia senza l’intervento e l’aiuto dello straniero;la prima che mostrò due popoli italiani rispondendosi dall’uno all’altro capo della penisola. Sì, pur troppo che l’intero assoggettamento dell’Italia all’Austria ne fu il risultato; ma badino, l’Italia è conquistata, non sottomessa. E d’altronde che era mai l’Italia prima del luglio 1820? non era già serva dell’imperatore, dacchè le due corti di Napoli e Torino gli si erano impegnate di rifiutare ai lor popoli il beneficio d’istituzioni liberali? Le ultime nostre sciagure non resero dunque che più semplice la nostra condizione, più diretta la servitù, misero allo scoperto le nostre catene. O Italiani! Sappiamole portare queste catene, non squassiamole indiscretamente, ma liberi si conservino i nostri cuori!!

Appello ai giovani.

O giovani del mio sventurato paese! È a voi che esso ha affidato le sue ultime speranze. All’uscire dai colleggi, o dalle case paterne, pieni d’ardore e di vita, voi non vi vedete attorno che stranieri che vi umiliano; non avete dinanzi che un avvenire senza onore, senza gloria;non beni di fortuna che possiate godere con sicurezza, non piaceri che non vi possano essere avvelenati dagli insulti, dal disprezzo dei vostri padroni, o dei loro satelliti, più odiosi ancora. Si, o gioventù d’Italia, ti disprezzano, sperano che una vita molle e oziosa snervi le tue facoltà, credono che ardore e coraggio tu avrai solo a parole. Lo dicono i nostri tiranni, e sogghignano ogniqualvolta fermano su te i loro sguardi sprezzanti. Ne dubiti forse? Passa le Alpi; ovunque tu vada intenderai che persino di te i nemici di libertà e che abbian diritto di attendere gli amici da te.

La liberazione dell’Italia sarà l’avvenimento del secolo XIX.

La liberazione dell’Italia sarà l’avvenimento del secolo XIX. La spinta è data. Si stendano pure a piacere liste di proscrizione, vadano pure a gara i docili principi italiani nel servire ai disegni dell’Austria, poiché amano essi meglio regnare grazie a lei, anziché con le leggi. L’Austria li lascia fare e si prepara a raccogliere il frutto del loro accecamento; ma tutti s’ingannano, l’ardore degli Italiani per l’indipendenza nazionale aumenta a misura dei sacrifizi che costa. La forza dell’Austria può ritardare il momento, ma non farà che rendere l’esplosione più terribile.

( da S. di Santarosa: la rivoluzione piemontese del 1821)

Santorre Annibale Derossi, noto come Santorre di Santa Rosa, nonché conte di Pomerolo, signore di Santarosa (Savigliano, 18 novembre 1783Sfacteria, 8 maggio 1825), è stato un patriota e rivoluzionario italiano.

Vangelo secondo Matteo

1 Gli antenati di Gesù- Genealogia di di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadab, Aminadab generò Naason, Naason generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò re Davide.

Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Uria, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abia, abia generò Asaf, Asaf generò Giosafat, Giosafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, Ozia generò Ioatam, Ioatam generò Acaz, Acaz generò Ezechia, Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia, Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.

Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatiel, Salatiel generò Zorobabele.

Zorobabele generò Abiud,Abiud generò Eliachim, Eliachim generò Azor, Azor generò Sadoc, sadoc generò Achim, Achim generò Eliud, Eliud generò Eleazar, Eleazar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.

In tal modo, tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo Quattordici.

Come è nato Gesù – Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sognò un angelo del Signore e gli disse: ” Giuseppe figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù; egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”.

Tutto questo è avvenuto perchè si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:

ecco la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con se la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù.

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo.Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:
E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda:
da te infatti uscirà un capo
che sarà il pastore del mio popolo, Israele».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. 

10 Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. 11 Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.12 Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.
13 Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
14 Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, 15 dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
Dall’Egitto ho chiamato mio figlio.

16 Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi. 17 Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremia:
18 Un grido è stato udito in Rama,
un pianto e un lamento grande:
Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata,
perché non sono più.
19 Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto 20 e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino»

21 Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. 22 Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea 23 e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!».
Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaia quando disse:
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico.
Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente?

I moti Napoletani del 1820

In questo pezzo G. Pepe ci descrive alcuni punti fondamentali dei moti Napoletani del 1820, dai primi scontri all’esilio di re Ferdinando.

Gli insorti pronti all’azione

Avevo meco quattro reggimenti di cavalleria, quasi tutte le milizie della provincia di Avellino, che ascendevano a circa cinque mila, ed un battaglione di bersaglieri. I carbonari in armi, ordinati in corpi sciolti, erano circa venti mila. Da Foggia attendevo il reggimento di cavalleria di Russo, cinque mila militi e carbonari quanti più ne volessi. Mentre io dettava istruzioni ai capi dei corpi, e studiavami ordinare provvisoriamente e alla meglio gli insorti, mi giunsero lettere del duca di Calabria e messi da parte del re, che mi assicuravano conceduta la costituzione di Spagna, quindi non vi era luogo a combattere.

Il re concede la costituzione

Ecco in succinto ciò che era accaduto a Napoli. Appena si seppe la mia mossa coi due reggimenti di cavalleria, la gioventù , già tutta nutrita d’idee liberali, vedendo il governo incapace di far argine alla rivoluzione, si unì, e chiese che il re desse la costituzione; questi radunò in consiglio i ministri e le persone che credè più opportune per fedeltà e senno. Il consesso opinò si concedesse la chiesta costituzione. Né invero opinare potevasi altrimenti, dacchè la stessa guardia reale che, se non tutta, in grandissima parte rimaneva devota al principe, non avrebbe osato dichiararsi contro la volontà nazionale. Se quella guardia non seguì l’esempio del resto dell’esercito, ciò avvenne più dall’essere stata col re in sicilia, che dai vantaggi di cui vedevasi privilegiata fra gli altri corpi. Il re pertanto promulgò l’editto che segue:

alla nazione del regno delle Due Sicilie.

Essendosi manifestato il voto generale della nazione del regno delle Due Sicilie di volere un regno costituzionale, di piena nostra volontà, consentiamo e promettiamo nel corso di otto giorni di pubblicarne le basi.

Fino alla pubblicazione della costituzione le leggi vigenti saranno in vigore. Soddisfatto in questo modo al voto pubblico, ordiniamo che le truppe ritornino ai loro corpi, ed ogni altro alle sue ordinarie occupazioni.

Napoli, il 6 luglio 1820

Ferinando.

Nel tempo stesso il re nominò ministri nuovi, e dicendo che le sue infermità non gli permettevano di sostenere le fatiche indispensabili a chi governa, nominò suo figlio, duca di Calabria, vicario generale del regno. Questo vicariato ricordare faceva la mala fede dello stesso re in Sicilia. Quindi l’editto parve concepito in termini troppo vaghi e la numerosa caterva di studenti tumultuava e chiedeva con minaciosi gridi la costituzione di Spagna. Onde il seguente decreto.

La costituzione del regno delle Due Sicilie sarà la stessa del regno delle Spagne nell’anno 1812, sanzionata da S. M. Cattolica nel marzo di quest’anno, salvo le modificazioni che la rappresentanza nazionale, costituzionalmente convocata, crederà di proporsi per adottarla alle circostanze particolari dei regi domini.

Francesco, vicario.

I liberali, vedendo firmato il decreto dal duca di Calabria vicario, e non dal re, a ragione ripeterono le minacce,finchè il decreto stesso comparve di bel nuovo firmato dal re.

Non una voce di vendetta

E qui giova riflettere quanto sia grande la bonarietà dei popoli, e come l’amore del poterespinge sempre i principi alla dissimulazione. Il sangue sparso dal re Ferdinando nel 1799 era presente nella memoria degli insorti napoletani, molti dei quali avevano di persona assistito a quei tremendi misfatti regi, eppure non una voce sola di vendetta si levò, ma tutti concordemente dissero:”non si parli del passato, si dimentichino le prigioni, l’esilio, il padre, il fratello uccisi; il re governi costituzionalmente e sarà amato qual padre, rispettato qual principe”. Ma il re mulinava in segreto:” il potere mi viene da Dio, il popolo non deve giudicare le mie azioni, e molto meno lagnarsene; vinto, or prometto ogni cosa, ma prestosi vedrà che un re non si lascia offendere impunemente”.

Il re giura di conservare la costituzione

Il 13 luglio nella cappella regia privata, Ferdinando I al cospetto del ministero, dei membri della giunta e di me, qual generale in capo, giurò, in nome di Dio, di conservare e difendere la costituzione di Spagna del 1812, con le modificazioni che sarebbero state proposte dal Parlamento e da lui sancite; e poscia che ebbe pronunziato il giuramento con voce alta e ferma, qual uomo vago di espandere i moti dell’anima, si avvicinò a me, che per debito di modestia tenevami lungi da lui tra gli ultimi, e mi disse con il volto bagnato di lagrime:” Generale, credimi, questa volta ho giurato dal fondo del cuore”. E così dicendo tenea la mano sul cuore. Io ne fui talmente commosso che univami al suo pianto, comechè dai balconi di quella stanza, convertita quel giorno in cappella, vedessi il sito della Darsena, da dove, nel 1802, giovinetto ancora, carico di catene, partivo per terminare i miei giorni nella Fossa del Marittimo, d’ordine dello stesso re Ferdinando.

Il re giura di fronte al Parlamento.

Né per andare d’anni né per volgere di fortuna potrò mai cancellare dalla mia memoria il giorno 1°ottobre 1820 in cui adunavansi per la prima volta i rappresentanti della Nazione. A crescere lustro e solennnità alla cerimonia ordinai venisse nella capitale parte dei presidii di Gaeta e Capua, onde numerose erano le schiere che facevano ala, lungo la via, dalla reggia alla vasta chiesa dello Spirito Santo, dove il principe doveva giurare la costituzione al cospetto del Congresso. Il popolo della capitale e delle provincie vicine poteva appena capire nella larga strada di Toledo e nelle piazze che di tratto in tratto la tramezzano. La famiglia reale mosse a mezzogiorno preciso. La carrozza in cui stavano il re e il vicario era l’ultima ed io la seguiva cavalcando, accompagnato dallo stato maggiore dell’esercito. Si andava a passo lento; gli applausi dei popolanierano molti, ma senza entusiasmo: era facile scorgere che re, esercito e popolo si sforzavano a far mostra di reciproca confidenza e amore. L’istinto della moltitudine è per lo più profetico; ed in quella occorenza la memoria dei passati spergiuri di Ferdinando e la condotta che di recente aveva tenuto nei mesi scorsi era cagione di tristi presentimenti. La chiesa al nostro giungereera piena zeppa di spettatori, i quali serbavano un silenzio al quale noi meridionali siamo poco avvezzi. Il re collocavasi in trono, ed accanto a lui stava il vicario, venivano poscia i grandi della corte,in mezzo ai quali fui chiamato a sedere, perchè non sapevo dove situarmi. Il re con tutte le forme richieste pronunziò il giuramento, ad alta voce e come uomo che rifuggiva dal solo pensiero di nuovo spergiuro.

Il re parte per Lubiana.

Ferdinando s’imbarcò sul vascello inglese, il Vendicatore, ma fù costretto ad andare col legno a Baia, vicino a Napoli, poiché il vascello urtò di notte tempo una fregata parimenti inglese, e quindi fu mestieri riparare alcuni guasti. Una deputazione del Parlamento accorse ad ossequiarlo; ed egli fece ad essa lieta accoglienza, mostrò il petto insignito del nastro della seta carbonica, che i carbonari medesimi mostravano più fuori delle loro vendite, e ripetè tutto quanto aveva detto e giurato. Il duca di Ascoli, suo intimo amico e compagno di sventura in Sicilia, recossi parimenti alla fregata inglese, e gli disse:”ora che siete libero d’ogni pericolo ditemi in che modo devo regolarmi durante la vostra assenza”. Il re dolente di cosifatta inchiesta rimproverò il duca come colui che poneva in forse il suo verace desiderio di veder consolidato a costo di ogni sacrificio il trono costituzionale, e di eseguire quanto aveva giurato. Il duca plaudì con pianto di tenerezza a quei nobili sensi, e quella sua ammirazione fu, al ritorno del re suo amico, punita con l’esilio.

G. Pepe: Memorie intorno alla sua vita e ai recenti casi d’Italia.

Guglielmo Pepe (Squillace, 13 febbraio 1783Torino, 8 agosto 1855) è stato un patriota e generale italiano nell’esercito del Regno delle Due Sicilie, sposato con Marianna Coventry (ScoziaTaranto, 9 marzo 1865) e fratello di Florestano Pepe.

Di sacro genio arcano

Un bellissimo componimento di G. Rossetti tratto da ” La Costituzione di Napoli”

Di sacro genio arcano.

Di sacro genio arcano

al soffio animatore

divampa il chiuso ardore

di patria carità;

e fulge ormai nell’arme

la gioventù raccolta.

Non sogno questa volta,

non sogno libertà!

Dalle nolane mura

la libera coorte

gridando:- a Monteforte!

Alza il vessillo e va:

la cittadina tromba

lieta squillar s’ascolta.

Non sogno questa volta,

non sogno libertà!

Fin dal fecondo Liri

all’Erice fiorito

quel generoso invito

più vivo ognor si fa

e degli eroi la schiera

sempre divien più folta.

Non sogno questa volta,

non sogno libertà!

………………………………….

Già coronata è l’opera:

patria, ringrazia il nume;

o qual ti cinge lume

di nuova maestà!

Chi fia che più ti dica

barbara terra incolta?

Non sogni questa volta,

non sogni libertà!!

(da G. Rossetti: La costituzione di Napoli)

Gabriele Pasquale Giuseppe Rossetti è stato un poeta, critico letterario e patriota italiano. Wikipedia
Data di nascita: 28 febbraio 1783, Vasto

Viva l’Italia

Di seguito il testo di una bellissima canzone di F. de Gregori.

Viva l’Italia, l’Italia liberata,

l’Italia del valzer, l’Italia del caffè.

L’Italia derubata e colpita al cuore,

viva l’Italia, l’Italia che non muore.

 

Viva l’Italia, presa a tradimento,

l’Italia assassinata dai giornali e dal cemento,

l’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura,

viva l’Italia, l’Italia che non ha paura.

Viva l’Italia, l’Italia che è in mezzo al mare,

l’Italia dimenticata e l’Italia da dimenticare,

l’Italia metà giardino e metà galera,

viva l’Italia, l’Italia tutta intera.

 

Viva l’Italia, l’Italia che lavora,

l’Italia che si dispera, l’Italia che si innamora,

l’Italia metà dovere e metà fortuna,

viva l’Italia, l’Italia sulla luna.

 

Viva l’Italia, l’Italia del 12 dicembre,

l’Italia con le bandiere, l’Italia nuda come sempre,

l’Italia con gli occhi aperti nella notte triste,

viva l’Italia, l’Italia che resiste.

 

Francesco de Gregori

1815-1821

In questo articolo possiamo leggere un’attenta analisi della situazione politica dell’Europa dopo la caduta di Napoleone.

L’Italia dopo il congresso di Vienna.

Mentre l’Europa tutta intiera progredì (lentamente secondo desiderio di quella parte generosa, che appunto allora incominciò a chiamarsi liberale,ma rapidamente, magnificamente, se si consideri l’andamento normale delle grandi rivoluzioni umane), progredì, dico, nella restaurazione continentale dei governi rappresentativi estesisi così dalla Francia alla Spagna, alla Prussia e quasi tutta la Germania, ed alla Grecia, l’Italia rimase restaurata tutto contrariamente sotto ai governi assoluti, sotto la preponderanza dell’Austria, capo dell assolutismo, capo francamente professatosi della resistenza alla rivoluzione liberale europea. I principi restaurati tornarono tutti con affetti, con pregiudizi di fuoriusciti, cioè del tempo in cui erano usciti, si riadattarono quindi volontariamente a quella preponderanza austriaca, che consentiva con essi e prometteva di difenderli. Tutti restaurarono le forme antiche, assolute, il buon Re piemontese peggio che gli altri. Promossero pochi progressi, o, come le chiamarono poi, riforme; ne effettuarono anche più poche da principio, per tutti quei primi venti anni che furono, bisogna dirlo,dei più oscuri e più sciocchi vissuti mai in Italia. Alcuni uomini non mediocri furono talora chiamati al Governo; ma pochi e per poco tempo; i più, i soliti, mediocrissimi. I popoli all’incontro, i governati che avevan fatto poco o nulla sotto Napoleone, se non lasciarsi splendidamente governare da lui, e si sarebbero adattati a lasciarsi governare da altri, per poco che si fosse fatto con qualche splendore, od onore di liberalità, si adontarono fino dal 1814, e via via di più ogni anno, di essere tra i popoli d’Europa più oscuratamente e più illiberalmente governati, senza nulla di quella libertà e di quella indipendenza che udivano lodarsi, vantarsi, estendersi altrove.

( da C. Balbo: sommario della Storia d’Italia)

Cesare Balbo: politico e uomo di cultura piemontese.

Cesare Balbo (Torino, 21 novembre 1789Torino, 3 giugno 1853) è stato un politico e scrittore italiano, Presidente del Consiglio del Regno di Sardegna.

Cesare Balbo in una litografia del 1848

Scopo del mio blog

Buongiorno a tutti i miei lettori, che spero diventiate tantissimi, l’obbiettivo di questo blog è la descrizione di tutti quei fatti che portarono all’unità dell’Italia vista direttamente dai protagonisti.

Di volta in volta pubblicherò degli articoli tratti direttamente dagli scritti di coloro che si adoperarono per raggiungere quell’obbiettivo, spero vi possa piacere ed interessare, grazie per la vostra cortese attenzione.

Solo chi sa può essere veramente libero!

In questa canzone dei Litfiba viene esaltata l’unica via per poter essere protagonisti di una rivoluzione della società.

Partimmo un lunedi’
In direzione sud
Cercando l’ altra strada
Che ci ha portato qui
Vedemmo Pancho Villa
E la rivoluzione
Ci disse non e’ morta
Ci sono nuove idee
Siamo umani, siamo umani
Non puo’ andare cosi’
E poi Toro Seduto
Incazzato anche con noi
Mi scusai per la storia ma
Non generalizzare
Le droghe, il gioco e il resto
Non piovono dal cielo
Lo so non e’ progresso
Ma e’ un’ orgia di idiozia
Siamo umani
Siamo umani
Non puo’ andare cosi’, oh no no
Siamo umani, solo umani
Non puo’ andare cosi’, eh no!
Dai fotti il tuo nemico
Usa la lingua sua
Regalagli importanza
Che se ne vantera’
Vedemmo Pancho Villa
E la sua rivoluzione
Ci disse non e’ morta
Ci sono nuove idee
Siamo umani, siamo umani
Non puo’ andare cosi’
Siamo umani, solo umani
Non puo’ andare cosi’, oh no!
Qui la sola strategia e’ di sapere sempre piu’, ha ha
123 Rivoluzione e’ il desperado che lo fa, oh oh
Ehi ehi ehi, amigo
Tu vuoi distruggere il mondo
Chi comanda non da spazio OK
Cambia forza
La tua forza e’ nelle idee
C’e’ una sola strategia e’ di sapere sempre piu’, ah ah
E la tua rivoluzione comincera’ cosi’, yeah
Siamo umani siamo umani
Non puo’ andare cosi’, ha no no
Siamo umani, solo umani
Non puo’ andare cosi’, oh, no, no!
Siamo umani, solo umani
Non puo’ andare cosi’, oh, no!

e’ un bluff!

 

Litfiba ( Diablo)

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