Cucina tradizionale Pugliese

 

Pasta con fagiolini al pomodoro e cacioricotta, la primavera

 

INGREDIENTI PER LA PASTA CON I FAGIOLINI

(per 4 persone)

  • 400 gr di fagiolini verdi freschi>400 gr di pasta fresca lunga (ad es. troccoli del foggiano) o spaghetti normali
  • 300 gr di pomodorini rossi maturi (o di pomodori pelati)
  • 300 gr di salsa di pomodoro (facoltativa)
  • 1 cipolla rossa
  • 2 cucchiai di olio extra vergine di oliva
  • cacio ricotta grattugiato q.b.
  • sale e pepe q.b.

    PREPARAZIONE DELLA PASTA CON I FAGIOLINI

    Pulire i fagiolini e spuntarli eliminando le estremità più sottili da una parte e dall’altra; tagliare la cipolla molto finemente; frullare i pelati grossolanamente per ottenere dei pezzettoni di pomodoro e una parte più liquida.

    Versare l’olio in una padella ampia e soffriggere la cipolla a fette lentamente a fiamma bassa.
    In una pentola con abbondante acqua salata lessare i fagiolini per pochi minuti, scolare e aggiungere nella padella con il soffritto di cipolla; continuare la cottura e aggiungere i pomodori pelati frullati e la salsa; se lo si ritiene necessario aggiungere della salsa di pomodoro per allungare il sughetto; salere e procede lentamente con la cottura.

    Quando il sugo sarà quasi pronto lessare la pasta in abbondante acqua salata; se si utilizza la pasta fresca i tempi di cottura sono molto brevi, quindi curare il processo e scolare al dente.

    Versare la pasta nel sugo con i fagiolini, mantecare bene e aggiungere una spolverata abbondante di cacioricotta grattugiato e pepe.

Maratea (Potenza)

Maratea (IPA: [maraˈtɛa][, Marathia in dialetto marateota, [maraˈtia][) è un comune italiano di 5133 abitanti della provincia di Potenza, unico della Basilicata ad affacciarsi sul Mar Tirreno.

Per i suoi pittoreschi paesaggi costieri e montani, e per le peculiarità artistiche e storiche, Maratea è una delle principali mete turistiche della regione, tanto da essere conosciuta anche come “la Perla del Tirreno“.

Viene anche chiamata “la città delle 44 chiese” per le sue numerose chiese, cappelle e monasteri, costruite in epoche e stili diversi, molte delle quali rappresentano un notevole patrimonio artistico-religioso.

Nel 1860 anche a Maratea si costituisce un comitato insurrezionale per l’azione lucana per l’unità d’Italia; organizzato, tra gli altri, dal cittadino Raffaele Ginnari. Il 3 settembre dello stesso anno Garibaldi attraversa in barca la costa della cittadina, diretto a Sapri, dopo aver sostato, ospite dei baroni Labanchi, nel Palazzo Baronale alla Secca di Castroucco. Nella battaglia del Volturno perde la vita il cittadino marateota Carlo Mazzei.

Ricetta tradizionale della Basilicata

Acquasale

 

Ingredienti per 4 persone

  • 2 Fette Spesse Di Pane Casereccio (Possibilmente Di Grano Duro E Cotto Nel Forno A Legna)

  • 2 Uova

  • 350 G. Di Acqua Tiepida

  • 30 G. Di Cipolla Tagliuzzata Finemente

  • 2 Peperoni Cruschi Spezzettati, Cioè Peperoni Secchi, (Oppure Un Pomodoro In Pezzi E Un Peperoncino Piccante)

  • 60 G. Di Olio D’oliva Extra Vergine

  • Sale Q.B.

  • Ricotta Salata (Opzionale)

    Preparazione

    Mettete in un tegame l’olio extra vergine di oliva; fatelo riscaldare e aggiungete la cipolla tagliuzzata finemente. Fate soffriggere e dopo qualche minuto aggiungete i peperoni cruschi tagliuzzati (o il pomodoro e il peperoncino piccante).

    Sfriggete e dopo poco versate l’acqua tiepida e salate, aspettate che cominci a bollire.

    Unite le uova e rimestate delicatamente affinché non si rompano.

    Distribuite, infine, il tutto nei piatti nei quali avrete messo il pane, spezzettato se lo preferite, ma io amo la fetta intera, che al contatto del liquido si ammorbidisce pur rimanendo callosa.

Ragazzo

Io vorrei sapere
Chi governa il mondo
E cosa gli direbbe
Uno che è senza lavoro
Vorrei sapere
Come si fa a cadere
E come puoi risalire
Senza farti male
Sono un ragazzo
Ricordatevi che esisto
Sono il re del Nulla
Mentre il Nulla ruba i migliori

Vorrei sapere
Perché non è reato
Fare la puttana di stato
Ed abusare ogni potere
E sono senza un letto
Ma mi basterebbe un tetto
Almeno fino a domani
Prima che la marea cresca
Sono un ragazzo
Ricordatevi che esisto
Sono il re del Nulla
Mentre il Nulla ruba i migliori

Lavorare per contare
Non si può dire che sia godere
Meglio impazzire
Che stare qui a vegetare
E sono senza un letto
Ma mi basterebbe un tetto
Almeno fino a domani
Prima che la marea cresca

 

titolo – Ragazzo –

album – Diablo –

autori – Litfiba-

Cucina tradizionale calabrese.

Pasta ca’ muddica

 

Pasta con la mollica alla calabrese: ingredienti per 4 persone

400 g di spaghetti
Olio extravergine di oliva
2 spicchi di aglio
100 g. di mollica sbriciolata di pane leggermente raffermo
Qualche acciuga sott’olio
Pecorino stagionato grattugiato

Pasta con la mollica alla calabrese: procedimento per realizzarla

  • Lessare la pasta e nel frattempo, in una padella abbastanza grande, far soffriggere fino a doratura due spicchi d’aglio tagliati finemente.
  • Unire il pane precedentemente ridotto in piccole briciole, farlo abbrustolire lievemente, aggiungere in ultimo le acciughe.
  • Scolare al dente la pasta e versare nella padella con l’intingolo mantecando velocemente.
    Servire calda con una spolverata di pecorino grattugiato.

Calabria – Rovito –

Rovito (Ruvìtu in calabrese[2]) è un paesino di circa 3.000 abitanti della provincia di Cosenza. Sorge sui colli limitrofi della città capoluogo della provincia e dista circa 10 km da essa. È facilmente raggiungibile da ogni dove, essendo servito dalla superstrada “Paola – Crotone” che congiunge i mari Ionio e Tirreno, questi ultimi facilmente raggiungibili in pochissimo tempo. Pochi chilometri, pure, la separano dall’altopiano della Sila (1500 m s.l.m.) Rovito è rimasto tra le pagine della storia che segnano l’Unità d’Italia. È nell’oramai famoso “Vallone di Rovito”, che trovarono la morte nel 1844, i Fratelli Bandiera e Nicola Ricciotti, patrioti italiani di ideali Mazziniani.

Cucina tradizionale Siciliana – Marsala-

Busiate al pesto Trapanese.

 

 

Ingredienti per 4 persone:

500 gr. di busiate
500 gr. di pomodori da salsa
una decina di foglie di basilico
3 spicchi d’aglio
50 gr. di mandorle
100 gr. di pecorino siciliano grattugiato

Come fare:

Sbucciare i pomodori, privarli dai semi. Pestarli nel mortaio. 
Versarli in una terrina, pulire il mortaio e pestarvi gli spicchi d’aglio con il basilico e le mandorle, aggiungendo a filo l’olio extra vergine d’oliva. 
Aggiungere il pecorino ed amalgamare bene. 
Trasferire in un piatto da portata ed unire i pomodori, mescolare.
Cuocere la pasta in abbondante acqua salata bollente, scolarla e condire con il pesto, aggiungendo, se necessario, qualche cucchiaio di acqua di cottura della pasta. 
Amalgamare bene e servire la pasta calda.

Marsala

 

Marsala

Marsala è un comune italiano di 83.004 abitanti della provincia di Trapani in Sicilia. È il primo comune della provincia di Trapani, il quinto della Sicilia per popolazione e il sessantaquattresimo per popolazione in Italia.

Marsala è una città di grande fascino. Una città dove arte,storia,archeologia,tradizioni, ma anche mare e natura si mescolano armonicamente, suscitando emozioni uniche e indimenticabili.

 

Nuova rubrica – cucina tradizionale italiana- Sardegna

Un buongiorno a tutti i miei lettori, da oggi inizierò una nuova rubrica dedicata ad un argomento che ci rende famosi nel mondo e fa grande il made in Italy, la nostra cucina tradizionale. Ogni settimana pubblicherò una ricetta di una regione italiana e per partire inizierò dalla Sardegna, spero vi possa piacere. Colgo l’occasione per farvi i miei migliori auguri di buone vacanze.

Fregola sarda con le arselle.

Ingredienti per 4 persone:

  • 300 g di fregola sarda grossa

  • 600 g di arselle o vongole piccole

  • 1 litro di brodo di pesce

  • 3 cucchiai di olio extravergine di oliva

  • 200 g di pomodori freschi per sugo o pelati

  • 2 pomodori secchi

  • 2 spicchi d’aglio

  • peperoncino

  • prezzemolo


Preparazione:

  • Pulite pochi pesci da zuppa (300 g circa) e metteteli a bollire in acqua salata (1,2 litri) per 15 minuti. Visto che difficilmente i pesci saranno recuperabili vanno bene anche piccoli ma di varietà diversa.

  • Dopo cottura lasciate riposare per poter spillare il brodo senza filtrare.

  • Lavate energicamente le arselle cercando di individuare e levare quelle già aperte e quelle eventualmente piene di sabbia, quindi riponetele in un recipiente colmo d’acqua ben salata almeno per un ora affinché spurghino.

  • Cuocete in una padella larga le arselle sgocciolate a fuoco vivace, coprendo con un coperchio per evitare l’eccessiva evaporazione dell’acqua, finché si aprono.

  • Separate le arselle dal liquido di cottura con la raccomandazione di scartare quelle chiuse che potrebbero essere piene di sabbia. Per alleggerire il piatto, si possono asportare i gusci e i semigusci vuoti. Se è il caso, filtrare il liquido di cottura e tenerlo comunque da parte.

  • Fate rosolare dolcemente nell’olio in un largo tegame gli spicchi d’aglio schiacciati unendo quasi subito i pomodori secchi sminuzzati e il peperoncino (non deve risultare troppo piccante).

  • Versate quindi la fregola rigirando velocemente per farle assorbire in modo più uniforme possibile l’olio ed iniziate ad aggiungere pochissimo (uno o due mestoli) brodo di pesce.

  • Appena la fregola avrà assorbito il liquido, versate tutto il liquido di cottura delle arselle e i pomodori sminuzzati. Girate frequentemente ed aggiungete mano a mano il brodo di pesce.

  • Dopo 7-8 minuti assaggiate il liquido per poter eventualmente aggiustare di sale. Tenendo presente l’acqua salata delle arselle ed il sale dei pomodori secchi generalmente c’è poco o niente da aggiungere.

  • L’acqua di cottura deve essere assorbita quasi del tutto dalla fregola che cuocerà in 12 minuti circa. Nel caso in cui non fosse terminata la cottura ed aveste finito il brodo di pesce, aggiungete acqua calda.

  • A cottura ultimata aggiungete il trito di prezzemolo, rigirate e lasciate riposare per qualche minuto prima di servire. In questi minuti verrà assorbita l’acqua in eccesso badando bene che la fregola non si asciughi troppo.


Vino consigliato:

  • Torbato di Sella e Mosca, Segolai della Trexenta, Vermentino di Gallura.

 

P.S.

Le pubblicazioni riprenderanno regolarmente dal 17/08/2016.

Tanti saluti

 

La rivoluzione piemontese del 1821

La rivoluzione piemontese del 1821.

Per dare un’idea esatta delle cause che produssero la rivoluzione piemontese, e per farne cogliere il vero carattere, bisogna prendere le cose di lontano: e rimontare all’epoca memoranda in cui la caduta dell’impero francese ridonò al Piemonte la sua esistenza politica e i suoi principi. Non v’è cuore piemontese che non abbia serbato ricordo del 20 maggio 1814: mai Torino non vide spettacolo più commovente- quel popolo che si accalcava attorno al suo re; quella gioventù impaziente di contemplarne le sembianze; quei vecchi servitori, avidi di raffigurarlo; quelle grida di gioia, quella cordiale esultanza dipinta in ogni volto! Nobili, borghesi, popolani di città e di campagna, eravamo allora uniti da una stesso sentimento: partecipavamo le stesse speranze. Non più divisioni: non più tristi memorie. Il Piemonte non formava che una sola famiglia, di cui Vittorio Emanuele era il padre adorato.

Ma quel buon principe era attorniato da consiglieri inetti: lo persuasero che bisognasse stabilire sulle vecchie basi la monarchia dei suoi avi. Vedemmo rialzare un edificio, ammalato già al datar della morte di Carlo Emanuele III; indietreggiammo di mezzo secolo.

O la corona d’Italia

o il vassallaggio dell’Austria.

Dopo la divisione fatta al congresso di Vienna, gli uomini più pensanti d’Europa, giudicarono non doversi ormai più considerare Casa Savoia per ciò che era, ma bensì per quello che potrebbe divenire giovandosi della forza dell’opinione italiana. Il suo stato non poteva essere che transitorio. Il re di Sardegna, stretto tra due grandi potenze, si vedeva al fine ridotto a scegliere tra la corona d’Italia, o il vassallaggio all’Austria. Le gesta di tanti principi di Savoia, l’audace risolutezza di Vittorio Amedeo II, la costanza di Emanuele Filiberto nella sventura, la fermezza di Carlo Emanuele III, lasciavano sperare che questa Casa avrebbe alla prima occasione propizia saputo compiere il suo destino. Allora si sarebbe deciso se le fatiche e i sudori marziali di venti predecessori di Vittorio Emanuele avessero fruttato per il glorioso stabilimento della loro dinastia, l’indipendenza d’Italia e la pace d’Europa turbata così spesso da guerre intraprese per disputarsi i brani del nostro suolo, e avere la triste gloria di spogliarci, avvilirci. I lombardi erano accorati d’altronde di vedersi sudditi all’austria: la quale li trattava con certi riguardi, mal però nascondendo la mira di rifarsene, cessati appena i motivi che a ciò la inducevano. Ad onta di tali riguardi, Venezia deserta, migliaia di operai senza pane, gli avanzi di un’armata gloriosa ed illustre umiliati o negletti, le convenienze commerciali sacrificate agli interessi dell’industria austriaca, facevano di già assaporare tutta l’amarezza della dominazione straniera.

La rivoluzione di Spagna.

La rivoluzione di Spagna fu un raggio di sole per tutti gli eserciti delle monarchie assolute: la sua rapidità produsse impressione fortissima sui popoli e segnatamente su quella parte di società che è la più interessata al mantenimento dell’ordine a cui tutto si sacrifica. Vide che si poteva prontamente passare da abbiezione e miseria a benessere e libertà.

La rivoluzione di Napoli.

La rivoluzione di Napoli aveva agitato vivamente gli spiriti. Un solo desiderio leggevasi negli sguardi di ognuno; i più saggi credevano e proclamavano apertamente che si poteva prevenire la rivoluzione soltanto con la promulgazione di una costituzione. I liberali nulla intentato lasciarono per rendere informato il re della sua vera situazione. Egli poteva ancora mettersi alla testa del movimento d’opinione piemontese; ma il tempo stringeva. Poteva guadagnarsi con una sola parola il cuore di tutti: ma questa parola bisognava pronunziarla. Il consiglio dei Ministri fu convocato, la gran questione discussa. Si sparse la voce nel popolo che il re avesse detto: “ se i miei sudditi desideranno veramente una costituzione, io non chiedo di meglio che appagarli”. I nostri cuori si apersero alla speranza, ma non durò che un momento. Ignoro se in quel consesso sorgesse una voce a sostenere gli interessi della patria; so pur troppo dalla deliberazione presa che il voto del Piemonte fu disconosciuto o sprezzato.

Preparativi di guerra dell’Austria.

Il tempo incalzava. I preparativi di guerra dell’Austria, le sue minacce, il suo disprezzo, l’energia del parlamento napoletano, tutto influiva sull’opinione; l’istante era giunto di tracciare all’armata piemontese la linea dei suoi doveri. Un proclama stampato ad hoc si sparse per tutte le guarnigioni del Piemonte, con tanta prestezza, che dovette far conoscere al governo, gli amici della libertà essere molto attivi.

Gli Austriaci passano il Po.

Vi furono dei liberali che non avevano abbandonato la speranza d’introdurre in Piemonte una costituzione più monarchica ( della Spagnola), ma, appena giunta in Piemonte notizia che gli austriaci avevan passato il Po, dovettero riunirsi tutti sotto la stessa bandiera. Tutti i cuori in cui l’amor di patria regnava sovrano; tutti gli uomini frementi al pensiero di restar neghittosi, nell’istante in cui stava per decidersi la vitale questione di libertà interna, d’indipendenza del paese, s’incontrarono, s’intesero. Giammai fu meno necessario suggellare con giuramenti la fede dei cospiratori.

Il principe di Carignano.

Dopo la rivoluzione di Napoli, sembra che il principe di Carignano non abbia cessato un istante d’essere tormentato dal pensiero di diventare il grand’uomo dell’Italia moderna. Dico tormentato perchè se a quel pensiero s’attaccava compiacente la sua immaginazione, non aveva mente elevata da scorgere qual parte gli assegnassero, e pienamente giustificassero, le condizioni del paese: il suo cuore poi era ben lontano dal necessario coraggio per abbracciare un tal compito e sostenerlo con fermezza, malgrado la difficoltà degli eventi. Ecco come si spiegano la sua condotta e quegli scatti subitanei d’italianità che sbigottivano con l’apparente energia gli uomini più devoti alla patria: e poscia quegli accessi di completo scoraggiamento nei quali parevagli più nulla restasse a fare, più nulla a sperare.

Il moto di Alessandria.

Il moto di Alessandria ebbe principio col 10 marzo alle due del mattino. Il capitano conte Palma, fatte prendere le armi al regimento Genova acquartierato nella cittadella, proclamò la costituzione al grido di “Viva il Re!”. I dragoni del re guidati dal cav. Baronis e dal conte Bianco, capitano il primo e tenente l’altro, muovono in silenzio dai loro diversi quartieri, e riunitisi sul ponte del Tanaro s’introducono nella cittadella per la porta lasciata aperta a cura dell’ufficiale capo posto. Vi penetra con loro un numero di cittadini già federati per la causa italiana, della forza di circa un battaglione; Ansaldi, tenente colonello di Savoia, assume il comando della fortezza, compone una giunta provvisoria dei cittadini Urbano Rattazzi, Appiani, Dossena, Luzzi, e degli ufficiali Palma, Baronis e Bianco, e dà l’avviso al cav. De Varax governatore di Alessandria, imponendogli militarmente di somministrare i viveri necessari alle sue truppe.

Il cav. Collegno e il capitano d’artiglieria Radice arrivarono nella cittadella il mattino dell’11, la stessa sera vi giunse il marchese Carlo di San Marzano. Il suo disegno di indurre fin d’allora i dragoni della regina, dei quali era colonello in seconda, a dichiararsi per la causa della patria, era stato frastornato dal colonello di quel corpo, conte Sambuy, che lo aveva di qualche ora preceduto a Vercelli.

Lisio ebbe miglior fortuna. San Marzano, che da soli due mesi apparteneva al corpo, non vi si era lasciato vedere che per pochi istanti e quindi non era conosciuto, Lisio al contrario era l’idolo del regimento.

Arrivato il 10 alle 2 pomeridiane a Pinerolo radunò Ghini,Pecorara, Conti, Calosso, Bruno, Cappini, ed altri ufficiali devoti alla patria; non ebbe bisogno che dir loro: è tempo di marciare. Vola poi alla caserma, sottoufficiali e soldati attendevano riuniti per governare i cavalli. Il giovane capitano grida loro: su, compagni, a cavallo, corriamo ove la salvezza d’Italia, l’onore del nostro Sovrano ci chiamano. Le trombe squillano, il segnaledi insellare è già dato. Sopraggiunge il cav. Tana, maggiore ed unico ufficiale superiore che fosse al corpo, e Lisio gli dice: “ Maggiore, si metta alla nostra testa”. Quegli cerca di temporeggiare e : “ Ma no”, risponde Lisio, “ bisogna partire al momento” e, rivolto ai cavalleggeri: “ a cavallo, amici,a cavallo, in nome del re e della patria”. In cinque minuti 300 cavalleggeri partivano di corsa. Giungeva in quel mentre Santarosa, prorompendo nel grido di “ guerra agli Austriaci!!” e, “ guerra agli Austriaci” ripeteva quella gioventù piena di ardore e speranze.

Il tricolore innalzato ad Alessandria.

Lisio e Santarosa entrarono nella cittadella di Alessandria la mattina del 12 coi cavalleggeri del re. Pare che il loro arrivo decidesse il governatore a sgombrare la città; ciò che egli fece previa una convenzione militare con Ansaldi. Accompagnato dal reggimento Savoia, dagli ufficiali superiori del reggimento Genova e dai dragoni del re, si diresse prima, torcendo cammino, ad Oviglio e ripiegò poscia sulla gran strada da Asti a Torino.

Sul mezzogiorno le truppecostituzionali fecero il loro ingresso nella città di Alessandria. Venne proclamata la costituzione sulla gran piazza e inalberato il vessillo tricolore. Il popolo diè libero sfogo alla sua gioia, la felicità che traspariva da tutti i volti, più ancora che gli applausi della moltitudine, offriva un commovente spettacolo: ma quel popolo saggionon recò insulto al dolore di alcune famiglie ligie alla monarchia assoluta.

Vittorio Emanuele non concede la costituzione.

Non v’ha dubbio che se il re fosse apparso in mezzo alla truppa e al popolo, re italiano e costituzionale, trasporti d’entusiasmo e d’amore lo avrebbero accolto; ma s’egli avvesse domandato ai soldati di rispondere all’opinione pubblica colla sciabola e colle baionette, egli si sarebbe avveduto al corrugarsi delle lor fronti che cuori di cittadino battevano sotto la divisa militare. Ma Vittorio Emanuele non avvrebbe mai chiesto nulla di simile, lo giuro per la bontà del suo cuore, per quella bontà che avrebbe salvato salvato la patria, se un ostacolo non si fosse frapposto in quella coscienza di re, poco illuminata su’ suoi doveri politici. Questo ostacolo istesso è la più solenne giustificazione che gli autori della rivoluzione piemontese possono offrire all’Europa e alla posterità. Il re di Sardegna si era impegnato con l’Austria di non mai concedere al suo popolo istituzioni liberali: avea dunque promesso di vedere i bisogni dei suoi sudditi, e di non provvedervi, di udire i loro voti, e non appagarli! Ed era egli re? No che non è re quel principe sulla cui fronte sta impresso un tal marchio di servitù!!

Vittorio Emanuele abdica

Vittorio Emanuele, fuorviato da colpevoli consigli, o dalla propria coscienza, segnò l’atto di abdicazione nominando reggente del regno il Principe di Carignano. O notte del 13 marzo 1821! Notte fatale al mio paese che tutti immerse nello squallore, che privò la libertà piemontese dell’appoggio di tante braccia e dileguò le nostre più care speranze come un sogno! Certo la patria non muore mai: ma i nostri cuori identificavano trono e patria, anzi Vittorio Emanuele e patria. Gloria, successi, trionfi, tutto per noi compendiavasi in quel nome, in quella persona. Ed i giovani promotori di quella rivolta militare avevano più di una volta esclamato: “ci perdonerà bene d’averlo fatto re di sei milioni d’italiani”. Maggior sciagura non poteva colpire il Piemonte.

 

Carlo Alberto annunzia la costituzione.

Il popolo si attruppava nelle strade, sulle piazze; ogni ritardo faceva stupire. E fu allora che Ciravegna, colonnello della brigata Aosta, fece intendere per la prima volta schiette e calde parole promettendo a tutti con aria di sicurezza, che la costituzione spagnola verrebbe la sera stessa proclamata dal palazzo Carignano: s’univano ai Torinesi moltissimi accorsi dalle vicine province e da quella in specie di Ivrea, celebrata in ogni tempo per patriottismo ed energia. Al medico Crivelli riuscì d’introdursi presso il reggente, ed esprimergli con infiammate parole il voto del popolo. Anche le autorità municipali si presentarono, manifestando la necessità che si appagasse l’opinione pubblica. Il reggente volle sentire il parere degli antichi ministri del re che, presso lui convocati a consiglio, deliberarono si promulgasse la costituzione spagnola. Alle otto della sera il principe stessso lo annunziò al popolo dal balcone del suo palazzo. La pubblica gioia si manifestò subito e per tutto il resto della serata con la più grande vivezza: ma senza nessuno di quei disordini e di qelli sciagurati eccessi che sogliono accompagnare quasi sempre le commozioni popolari, e che erano tanto più da temere per l’ora così tarda e per l’irritazione in molti prodotta dalle inattese esitazioni. La saggezza del popolo e le intenzioni purissime di tutti gli amici della libertà non rifulsero mai con maggiore evidenza.

Il reggente nel giorno 14 marzo giurò la costituzione; compiuta così la rivoluzione non restava che sostenerla e difenderla. Carlo Alberto era ancora in tempo a far dimenticare i suoi primi torti e coprirsi di gloria.

Dichiarare guerra all’Austria doveva essere il primo atto del governo costituzionale. La condotta dell’imperatore con Napoli; la solidarietà degli interessi di tutti gli Stati italiani sul punto di garantire la loro indipendenza politica e d’assicurarsi la libertà di migliorare le proprie istituzioni; la dichiarazione del gabbinetto austriaco sulla rivoluzione di Napoli, dichiarazione ch’era un attentato alla sovranità dei principi d’Italia, così insultante nel tono come nella sostanza e che, oso dire, palesava con impudente alterigia i disegni dell’imperatore su l’intera Penisola, tutto dava al Piemonte costituzionale il diritto di dichiarare, non solo, ma di muovere all’istante questa guerra. Tutto, d’altronde, gliene imponeva la necessità, e quando esiste questa prima ragione di stato, è superfluo ricercarne di ulteriori.

Mutamento di Carlo Alberto.

Nelle guerre politiche vi sono preziosi momenti che, trascorsi, si perdono per sempre; Carlo Alberto sembrò guardarsi bene dall’afferrare quello che si offriva al suo coraggio. Alcuni Milanesi nei primi giorni della reggenza vennero ad esibirgli il braccio e le risorse de’loro concittadini, ma il capo di un governo costituzionale che non poteva esistere se non sorretto da una insurrezione italiana, accolse freddamente quelle profferte.

Dov’era dunque andata, o principe, l’antica vostra smania di liberare l’Italia dal giogo dei barbari? Donde in voi tal mutamento? Forse in voi l’entusiasmo soltanto detavasi, quando l’occasione di adoperarlo era remota?

Santarosa ministro della Guerra.

I liberali raccolti in Alessandria cominciarono a provare serie inquietudini sulle sorti della patria, quando Lisio, Luzzi e Baronis riferirono loro sullo stato della capitale, la peritanza, l’incertezza del ministero, lo scoraggiamento dei buoni, le mal represse speranze dei nemici della costituzione, lo sconcerto dell’opinione pubblica ed il principe imbarazzato che sprecava tutto il suo tempo in vane udienze, e sol si mostrava capace di volontà nel contrariare gli utili progetti dei ministri dell’interno e della guerra. Fu allora che decisero il Santarosa a recarsi a Torino. Egli consentì al viaggio solo nella speranza di far risolvere il reggente e la Giunta alla guerra contro l’Austria; partì in compagnia di Lisio e di Collegno. Arrivati appena vanno dal principe, ma questi, allegando una malattia, era inaccessibile. Gli stava già fisso in mente il disegno di disertare la causa della patria, e non ardiva affrontare gli sguardi dei tre coraggiosi e leali cittadini. Si presentarono questi alla Giunta, Santarosa le parlò con austera franchezza. Per la prima volta essa udì un linguaggio pari alla gravità delle circostanze e ne parve commossa.

Nello stesso giorno Carlo Alberto nominò il conte di Santarosa a reggente del ministero della guerra, da cui si era dimesso Villamarina, accasciato da malanni e fatiche e disgustato del principe. Era naturalmente destinato, a succedergli il cav. Bussolino, maggior generale aggiunto; ma colla scelta di un uomo che godeva tutta la fiducia del partito costituzionale, lusingavasi il principe di meglio mascherarei suoi progetti.

Il nuovo ministro fu insediato immediatamente. Era la sera del 21 marzo e già si andava bisbigliando sordamente della partenza del principe. Il ministro dell’interno l’aveva su ciò destramente e con schiettezza interpellato. Carlo Alberto ne rise come di volgare diceria, fisso un’ora del mattino vegnente ai due ministri per occuparsi insieme, e partì invece nella notte, conducendo seco le guardie del corpo, l’artiglieria leggera, i cavalleggeri di Savoia, e il reggimento Piemonte Reale cavalleria.

Carlo Alberto passa il Ticino.

Egli passò il Ticino, quel fiume che tante volte aveva promesso di varcare come duce d’esercito per iniziare la guerra d’indipendenza italiana, lo varcò come un transfuga per presentarsi a un governatore dell’Austria!

Novara.

L’unico mezzo che a noi restava di migliorare le nostre sorti, era un tentativo contro Novara.

Il colonnello Regis, militare coperto di cicatrici, splendido di valore, e mostratosi fin allora più schivo che cupido dei gradi supremi, ebbe ordine di assumere il comando del corpo costituzionale che si metteva in marcia. Il ministro della guerra gli scrisse: “Presentatevi ai soldati di Novara col le armi al braccio, subite, senza rispondervi, il primo lor fuoco. Essi possono dimenticare per un istante che siete loro fratelli, ma se ne avvedranno ben tosto al vostro atteggiamento; ad ogni modo, però, il segnale della guerra civile non sarà stato dato dai soldati della libertà”.

Intervento degli Austriaci.

Io mi figuro l’avvilimento di tanti prodi piemontesi chiusi in Novara all’arrivo degli Austriaci; primo loro impulso sarà stato di strapparsi le spalline, infrangere le spade, e avran cento volte maledetto la debolezza che li tenne in quel tristo partito di mezzo, tanto facile ad abbracciarsi e tanto difficile ad abbandonare. Ma che dico? La più parte degli stessi ufficiali, fanatici nemici della costituzione, non senza amaro disgusto si videro a lato degli Austriaci. Avrebbero preferito esser soli a combatterci, ed io ne so loro buon grado.

Fu a cannonate che venne accolta l’armata costituzionale di Novara, mentre disponevasi a sfilarvi sotto tranquillamente, collo scopo soltanto di offrire a’ suoi compagni d’arme l’occasione di un riavvicinamento morale e politico! Quali scene commoventi a questo punto non offre la storia! Novara non avrebbe potuto divenir immortale nella nostra ma coloro che aveano invitato lo straniero a calpestare il suolo della patria non potevano essere accessibili alla dolcezza di una rinconcilliazione nazionale.

L’Italia è conquistata, non sottomessa.

È necessario che gli Italiani meditino sulle condizioni del nostro paese,su gli errori e le conseguenze della fallita rivoluzione. Quella rivoluzione è la prima dopo molti secoli tentata in Italia senza l’intervento e l’aiuto dello straniero;la prima che mostrò due popoli italiani rispondendosi dall’uno all’altro capo della penisola. Sì, pur troppo che l’intero assoggettamento dell’Italia all’Austria ne fu il risultato; ma badino, l’Italia è conquistata, non sottomessa. E d’altronde che era mai l’Italia prima del luglio 1820? non era già serva dell’imperatore, dacchè le due corti di Napoli e Torino gli si erano impegnate di rifiutare ai lor popoli il beneficio d’istituzioni liberali? Le ultime nostre sciagure non resero dunque che più semplice la nostra condizione, più diretta la servitù, misero allo scoperto le nostre catene. O Italiani! Sappiamole portare queste catene, non squassiamole indiscretamente, ma liberi si conservino i nostri cuori!!

Appello ai giovani.

O giovani del mio sventurato paese! È a voi che esso ha affidato le sue ultime speranze. All’uscire dai colleggi, o dalle case paterne, pieni d’ardore e di vita, voi non vi vedete attorno che stranieri che vi umiliano; non avete dinanzi che un avvenire senza onore, senza gloria;non beni di fortuna che possiate godere con sicurezza, non piaceri che non vi possano essere avvelenati dagli insulti, dal disprezzo dei vostri padroni, o dei loro satelliti, più odiosi ancora. Si, o gioventù d’Italia, ti disprezzano, sperano che una vita molle e oziosa snervi le tue facoltà, credono che ardore e coraggio tu avrai solo a parole. Lo dicono i nostri tiranni, e sogghignano ogniqualvolta fermano su te i loro sguardi sprezzanti. Ne dubiti forse? Passa le Alpi; ovunque tu vada intenderai che persino di te i nemici di libertà e che abbian diritto di attendere gli amici da te.

La liberazione dell’Italia sarà l’avvenimento del secolo XIX.

La liberazione dell’Italia sarà l’avvenimento del secolo XIX. La spinta è data. Si stendano pure a piacere liste di proscrizione, vadano pure a gara i docili principi italiani nel servire ai disegni dell’Austria, poiché amano essi meglio regnare grazie a lei, anziché con le leggi. L’Austria li lascia fare e si prepara a raccogliere il frutto del loro accecamento; ma tutti s’ingannano, l’ardore degli Italiani per l’indipendenza nazionale aumenta a misura dei sacrifizi che costa. La forza dell’Austria può ritardare il momento, ma non farà che rendere l’esplosione più terribile.

( da S. di Santarosa: la rivoluzione piemontese del 1821)

Santorre Annibale Derossi, noto come Santorre di Santa Rosa, nonché conte di Pomerolo, signore di Santarosa (Savigliano, 18 novembre 1783Sfacteria, 8 maggio 1825), è stato un patriota e rivoluzionario italiano.

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