Archivi categoria: storia del risorgimento

La rivoluzione morale nel sud.

In questo pezzo vi riporto un brano tratto dal Testamento Politico di Carlo Pisacane in cui il nostro patriota illustra le linee guida della sua politica, che perseguirà fino alla sua morte avvenuta mentre era alla guida della spedizione di Sarpi.

Molti dicono che la rivoluzione deve farla il paese: ciò è incontestabile. Ma il paese è composto di individui, e poniamo il caso che tutti aspettassero questo giorno senza congiurare, la rivoluzione non scoppierebbe mai. Si potrà dissentire dal modo, dal luogo, dal tempo di una congiura, ma dissentire dal principio è assurdo, è ipocrisia, è nascondere un basso egoismo. Stimo colui che approva il congiurare e non congiura egli stesso, ma non sento che disprezzo per coloro i quali non solo non vogliono far nulla, ma si compiacciono nel biasimare e maledire coloro che fanno. Con tali principii avrei creduto di mancare a un sacro dovere, se vedendo la possibilità di tentare un colpo in un punto, in un luogo, in un tempo opportunissimo, non avessi impiegato tutta l’opera mia per mandarlo ad effetto. Io non ispero, come alcuni oziosi mi dicono per schermirsi, d’essere il salvatore della patria. No: io sono convinto che nel Sud la rivoluzione morale esista, sono convinto che un impulso gagliardo può sospingerla al moto, epperò il mio scopo, i miei sforzi si sono rivolti a mandare a compimento una congiura, la quale dia un tale impulso; giunto sul luogo dello sbarco, che sarà Sapri, per me è la vittoria, anche se dovessi morire sul patibolo.

Da C. Pisacane: Testamento politico

Le due vie del Piemonte.

Nel seguente articolo vi riportiamo un brano del discorso fatto dal Cavour il 16/04/1858 in cui descrive l’anima della politica tenuta dal Piemonte nel decennio 1848/1858.

Dopo il disastro di Novara e la pace di Milano, due vie poliche si aprivano davanti a noi. Noi potevamo, piegando il capo avanti a un fato avverso, rinunziare in modo assoluto a tutte le aspirazioni che avevano guidato negli ultimi anni il magnanimo re Carlo Alberto. Noi potevamo rinchiuderci strettamente nei confini del nostro Paese, e chinando gli occhi a terra per non vedere quanto succedeva oltre il Ticino e oltre la Magra, dedicarci esclusivamente agli interessi materiali e morali del nostro Paese, noi potevamo, in certo modo, ricominciare e continuare la politica in vigore prima del 1848, [….] noi potevamo ricominciare quella politica prudentissima che non si preoccupava che delle cose interne.
L’altro sistema invece consisteva nell’accettare i fatti compiuti, nell’adattarsi alle dure condizioni dei tempi, ma nel conservare a un tempo viva la fede che ispirato aveva le magnanime gesta di re Carlo Alberto. Consisteva nel dichiarare la ferma intenzione di mantenere i patti giurati, ma di continuare nella sfera politica quella impresa che andò fallita sui campi di battaglia.

Non vi è rivolgimento politico notevole, non vi è grande rivoluzione che possa compiersi nell’ordine materiale se preventivamente non è già preparata nell’ordine delle idee. E se noi siamo giunti ad operare questo cangiamento nell’ordine morale e nell’ordine delle idee a favore dell’Italia, noi abbiamo fatto assai più che se avessimo guadagnato parecchie vittorie.

Camillo Cavour

Atti Parlamentari – 16 aprile 1858

L’onore del popolo è salvo.

In questo pezzo troverete le lodi da parte dell’Assemblea dei Rappresentanti dello Stato di Venezia, al comportamento tenuto dalla popolazione veneziana alla reazione dell’esercito austriaco che vigliaccamente bombardò anche il centro abitato.

Dimostriamo coi fatti la gratitudine nostra a questo popolo raro, il quale invece di abbisognare di incoraggiamento, è scuola esso a noi di coraggio viva, e c’insegna come si difende l’onore, come la disgrazia rende le nazioni più grandi. Egli ha sostenuto le palle, il disaggio, la vigilia all’aperto, la fuga dal suo nido entro lo stesso suo nido: ha sostenute le grida dei figlioli affamati, e senza indagare le ragioni dell’attendere, dello sperare, del credere, ha pazientemente atteso, tenacemente sperato, abbondantemente creduto. L’onore del popolo è salvo: né nemico crudele né perfido amico glielo può torre.

Da Le Assemblee del Risorgimento. Venezia, 1849

Storia dell’Italico Tricolore

Una nota particolare la rivolgiamo alla storia della Nostra Bandiera, simbolo dell’unione dei popoli Italici, partendo dalla sua nascita nel 1797 fino all’adozione della Repubblica Italiana nel 1947.

Il tricolore italiano quale bandiera nazionale nasce a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, quando il Parlamento della Repubblica Cispadana, su proposta del deputato Giuseppe Compagnoni, decreta “che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di Tre Colori Verde, Bianco, e Rosso, e che questi tre Colori si usino anche nella Coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da tutti”. Ma perché proprio questi tre colori? Nell’Italia del 1796, attraversata dalle vittoriose armate napoleoniche, le numerose repubbliche di ispirazione giacobina che avevano soppiantato gli antichi Stati assoluti adottarono quasi tutte, con varianti di colore, bandiere caratterizzate da tre fasce di uguali dimensioni, chiaramente ispirate al modello francese del 1790.
E anche i reparti militari “italiani”, costituiti all’epoca per affiancare l’esercito di Bonaparte, ebbero stendardi che riproponevano la medesima foggia. In particolare, i vessilli reggimentali della Legione Lombarda presentavano, appunto, i colori bianco, rosso e verde, fortemente radicati nel patrimonio collettivo di quella regione:: il bianco e il rosso, infatti, comparivano nell’antichissimo stemma comunale di Milano (croce rossa su campo bianco), mentre verdi erano, fin dal 1782, le uniformi della Guardia civica milanese. Gli stessi colori, poi, furono adottati anche negli stendardi della Legione Italiana, che raccoglieva i soldati delle terre dell’Emilia e della Romagna, e fu probabilmente questo il motivo che spinse la Repubblica Cispadana a confermarli nella propria bandiera. Al centro della fascia bianca, lo stemma della Repubblica, un turcasso contenente quattro frecce, circondato da un serto di alloro e ornato da un trofeo di armi.
La prima campagna d’Italia, che Napoleone conduce tra il 1796 e il 1799, sgretola l’antico sistema di Stati in cui era divisa la penisola. Al loro posto sorgono numerose repubbliche giacobine, di chiara impronta democratica: la Repubblica Ligure, la Repubblica Romana, la Repubblica Partenopea, la Repubblica Anconitana.
La maggior parte non sopravvisse alla controffensiva austro-russa del 1799, altre confluirono, dopo la seconda campagna d’Italia, nel Regno Italico, che sarebbe durato fino al 1814. Tuttavia, esse rappresentano la prima espressione di quegli ideali di indipendenza che alimentarono il nostro Risorgimento. E fu proprio in quegli anni che la bandiera venne avvertita non più come segno dinastico o militare, ma come simbolo del popolo, delle libertà conquistate e, dunque, della nazione stessa.
Nei tre decenni che seguirono il Congresso di Vienna, il vessillo tricolore fu soffocato dalla Restaurazione, ma continuò ad essere innalzato, quale emblema di libertà, nei moti del 1831, nelle rivolte mazziniane, nella disperata impresa dei fratelli Bandiera, nelle sollevazioni negli Stati della Chiesa. Dovunque in Italia, il bianco, il rosso e il verde esprimono una comune speranza, che accende gli entusiasmi e ispira i poeti: “Raccolgaci un’unica bandiera, una speme”, scrive, nel 1847, Goffredo Mameli nel suo Canto degli Italiani. E quando si dischiuse la stagione del ’48 e della concessione delle Costituzioni, quella bandiera divenne il simbolo di una riscossa ormai nazionale, da Milano a Venezia, da Roma a Palermo. Il 23 marzo 1848 Carlo Alberto rivolge alle popolazioni del Lombardo Veneto il famoso proclama che annuncia la prima guerra d’indipendenza e che termina con queste parole:”(…) per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana vogliamo che le Nostre Truppe(…) portino lo Scudo di Savoia sovrapposto alla Bandiera tricolore italiana.” Allo stemma dinastico fu aggiunta una bordatura di azzurro, per evitare che la croce e il campo dello scudo si confondessero con il bianco e il rosso delle bande del vessillo.

Il 14 marzo 1861 venne proclamato il Regno d’Italia e la sua bandiera continuò ad essere, per consuetudine, quella della prima guerra d’indipendenza. Ma la mancanza di una apposita legge al riguardo – emanata soltanto per gli stendardi militari – portò alla realizzazione di vessilli di foggia diversa dall’originaria, spesso addirittura arbitrarie. Soltanto nel 1925 si definirono, per legge, i modelli della bandiera nazionale e della bandiera di Stato. Quest’ultima (da usarsi nelle residenze dei sovrani, nelle sedi parlamentari, negli uffici e nelle rappresentanze diplomatiche) avrebbe aggiunto allo stemma la corona reale. Dopo la nascita della Repubblica, un decreto legislativo presidenziale del 19 giugno 1946 stabilì la foggia provvisoria della nuova bandiera, confermata dall’Assemblea Costituente nella seduta del 24 marzo 1947 e inserita all’articolo 12 della nostra Carta Costituzionale. E perfino dall’arido linguaggio del verbale possiamo cogliere tutta l’emozione di quel momento. PRESIDENTE [Ruini] – Pongo ai voti la nuova formula proposta dalla Commissione: “La bandiera della repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a bande verticali e di eguali dimensioni”.

Fonte: www.storiaxxisecolo.it

Venezia resisterà agli Austriaci.

In questo pezzo troverete la dichiarazione da parte dell’Assemblea dei Rappresentanti dello Stato di Venezia di resistere ad ogni costo all’assedio Austriaco.

L’Assemblea dei Rappresentanti dello Stato di Venezia In nome di Dio e del Popolo
Unitamente
Decreta
Venezia resisterà all’Austriaco ad ogni costo.
Venezia, 2 aprile 1849

Da le Assemblee del Risorgimento. Venezia, 1849

Atti della Repubblica Romana.

Nel seguente articolo troverete i principi fondamentali della costituzione romana.

Promulgazione della costituzione.

A mezzogiorno del 3 luglio dalla loggia del Campidoglio fu promulgata la Costituzione della Repubblica Romana, tra i plausi e gli evviva alla Repubblica.

Dai Principi fondamentali
I) La sovranità è per diritto eterno nel popolo. Il popolo dello Stato romano è costituito in Repubblica.
II) Il regime democratico ha per regola l’eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà né privilegi di nascita o di casta.
III) La Repubblica con le leggi e con le istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni materiali e morali di tutti i cittadini.
IV) La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli, rispetta ogni nazionalità, promuove l’Italiana.

Da le Assemblee del Risorgimento. Roma, 1849

Ingresso dei Francesi a Roma.

Nel pezzo seguente E. Dandolo ci descrive i sentimenti del popolo di Roma nei momenti subito prima e durante l’ingresso dei francesi in città.

Cresceva in città l’incertezza e la confusione. Turbe di popolani si aggiravano per le vie chiedendo con grida sinistre si continuasse la guerra; la maggior parte in un disdegnoso silenzio si preparava a sobbarcarsi all’antico giogo. Ma non una barricata fu abbattuta, non un posto di guardia nazionale sguernito, non un magistrato abbandonò il suo posto. Le deputazioni al campo su succedevano, e non si concludeva nulla. Finalmente con atto magnanimo furono spalancate le porte della città, consegnate le truppe in quartiere, e a quell’esercito, che veniva annunziandosi liberatore, rispose l’assemblea che, cedendo alla forza, Roma non resisteva più: compissero i Francesi il loro triste mandato.
La stessa mattina Garibaldi, adunata in piazza San Pietro la truppa ed i volontari, invitò chi non volesse deporre le armi a seguirlo. Annunziava ch’ei correva a gettarsi sulle montagne, non promettendo nulla, eccetto fame, sete, pericoli e combattimenti. Quattromila uomini si riunirono a lui; ed egli uscì dalla porta San Giovanni in Laterano, avviandosi alla volta di Tivoli. Nessuno ignora la fine dell’avventata sua spedizione, non ultimo miserando episodio di una istoria ancora più miseranda.
Il giorno 3 luglio alle quattro pomeridiane l’esercito francese faceva ingresso nella città soggiogata. Tutte le vie erano deserte, chiuse le imposte e le porte; un tetro silenzio regnava dapertutto. Nell’affacciarsi a Piazza del Popolo “ritornato a libertà”, s’arrestarono stupefatti all’aspetto di quella città, si minacciosa ancora nel suo silenzio. Fu dato ordine che si mettessero i cappellozzi sui fucili e, preceduti da forte avanguardia, al passo di carica entrarono 12 mila uomini. Nel medesimo momento la costituzione della Repubblica romana veniva con gran pompa pubblicata dal Campidoglio, in presenza di tutta l’Assemblea e di gran folla di popolo.

Da E. Dandolo: I volontari e i bersaglieri lombardi

Emilio Dandolo

Di seguito vi propongo qualche nota biografica tratta da Wikipedia sul noto patriota e militare Italiano Emilio Dandolo.

Emilio Dandolo (Varese, 5 luglio 1830 – Milano, 20 febbraio 1859) è stato un patriota e militare italiano, noto per aver preso parte ad alcune delle più importanti battaglie del Risorgimento.
Originario di una famiglia dalla quale nacquero diverse figure legate alle Guerre di indipendenza italiane, Emilio Dandolo fu uno dei protagonisti delle cinque giornate di Milano (1848) assieme al fratello Enrico, oltre agli amici Luciano Manara ed Emilio Morosini.
Combatté poi, con i Corpi Volontari Lombardi della Legione Manara, nella campagna del Bresciano e del Trentino, esperienza che poi raccontò nello scritto, “I volontari e i Bersaglieri Lombardi”. L’anno successivo, sempre con il fratello Enrico, partecipò alla costituzione della Repubblica Romana (1849) e, con il Battaglione Bersaglieri Lombardi al comando di Luciano Manara, alla sua difesa dai francesi. Fu ferito nella battaglia di Villa Corsini, nella quale morì il fratello Enrico. Sopravvissuto alle vicende successive alla caduta della Repubblica Romana, fuggì in esilio prima a Marsiglia e poi a Lugano. Emilio in questo periodo scrisse alcune opere tra cui “Viaggio in Egitto, nel Sudan, in Siria ed in Palestina” e “I volontari e i bersaglieri lombardi”.
Tornato in Italia si adoperò senza sosta per preparare la ripresa delle ostilità contro l’Austria. Partecipò alla guerra di Crimea, ma poiché era cittadino austriaco, fu rimandato a Milano dove fu sottoposto a stretto controllo da parte della polizia.
Malato gravemente di tisi, morì nel 1859 poco prima che la Lombardia venisse liberata. I suoi funerali, a Milano, assunsero spiccate connotazioni antiaustriache. Fu tumulato, su disposizione delle autorità austriache nel tentativo di evitare disordini, nel camposanto di Adro

Luciano Manara

Nell’ultimo articolo vi ho riportato un brano di E. Dandolo in cui ci descriveva le esequie svolte a Roma in onore di Luciano Manara, di seguito vi riporto alcune note biografiche tratte da wikipedia per capire chi fosse questo nostro patriota.

Luciano Manara ( Milano , 25/03/1825 – Roma, 30/06/1849) è stato un patriota italiano, tra le figure più note del Risorgimento. Cadde durante la difesa della seconda Repubblica Romana.

Nato in una facoltosa famiglia della borghesia milanese, Manara fu amico di Carlo Cattaneo e compì gli studi liceali a Milano. Frequentò le lezioni della scuola di Marina a Venezia e fra il 1840 e il 1846 soggiornò a lungo in Germania e in Francia. Sposato con Carmelita Fè, ha avuto tre figli: Filippo, Giuseppe e Pio Luciano.
Partecipò valorosamente alle Cinque Giornate di Milano, tra l’altro capeggiando l’operazione che portò alla conquista di Porta Tosa, divenuta così, subito dopo l’Unità d’Italia, Porta Vittoria, e alla Prima guerra di indipendenza italiana del 1848 al servizio del Governo provvisorio di Milano con un gruppo di 500 volontari da lui stesso organizzato, i Bersaglieri Lombardi.
Inquadrato, con il grado di maggiore, nei Corpi Volontari Lombardi del generale Michele Allemandi, prese parte nel mese di aprile all’invasione del Trentino con il compito di occupare Trento tagliando così la strada della Valle dell’Adige ai rinforzi austriaci alle fortezze del Quadrilatero, impresa che fu fermata dagli austriaci a Vezzano il 15 aprile a pochi chilometri da Trento.
Il 20 luglio nella battaglia di Sclemo, nei pressi di Stenico, nonostante il valore dimostrato, Manara fu pesantemente battuto dai 2.000 austriaci del maggiore Pompeius Scharinger von Lamazon e dovette ripiegare nel Castello di Stenico. Con la riorganizzazione del Corpo di Osservazione Volontario del Tirolo affidato al comando del generale Giacomo Durando, nell’estate prese parte alle operazioni di controllo del confine trentino operando in Valle Sabbia e sul Monte Stino.
Al ritorno degli Austriaci riparò nel mese di agosto con la sua colonna di volontari nel Piemonte dove fu messo a capo, con il grado di maggiore dell’esercito piemontese, di un corpo di bersaglieri e inquadrato nella divisione lombarda comandata dal generale Gerolamo Ramorino. Nella breve parentesi della ripresa della guerra contro l’Austria del 1849, Manara combatté con la sua unità sul Po e a La Cava (odierna Cava Manara in provincia di Pavia, che assunse in suo onore la nuova denominazione).
Dopo la sconfitta dell’esercito sabaudo nella battaglia di Novara, lasciò il Piemonte per partecipare alla difesa della Repubblica Romana. Il 22 aprile 1849, con i suoi 600 bersaglieri, su due battelli partì da Portofino per Civitavecchia e il 29 raggiunse Roma. Dopo diversi combattimenti contro le truppe borboniche nei dintorni della città, venne promosso tenente colonnello e in seguito colonnello. Il 16 maggio con la sua brigata uscì da Roma e con le truppe della repubblica occupò prima Anagni e poi Frosinone. Dal 3 giugno i francesi del generale Oudinot attaccarono Roma. Vennero organizzate le difese contro le soverchianti forze nemiche e Garibaldi lo nominò capo di Stato Maggiore. Dopo furiosi combattimenti, il 30 giugno nella difesa di Villa Spada, venne colpito a morte. Prima della sua morte, Manara ebbe modo di scrivere in una lettera all’amica, Francesca “Fanny” Bonacina Spini, le memorabili parole: “Noi dobbiamo morire per chiudere con serietà il Quarantotto; affinché il nostro esempio sia efficace, dobbiamo morire”.
Le esequie furono celebrate nella chiesa di San Lorenzo in Lucina e l’omelia funebre fu pronunciata da Don Ugo Bassi.
Il corpo rimase per qualche tempo a Roma. La madre non riuscì ad ottenere da Vienna il permesso per riportarlo a Milano.
Con le spoglie di Emilio Morosini e di Enrico Dandolo (caduto a Villa Corsini), via mare venne portato a Genova e da qui a Vezia (Lugano), dove venne sepolto temporaneamente nella tomba di famiglia dei Morosini.
Dopo continue insistenze e suppliche, nel 1853 l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe I concesse il permesso di riportare il corpo dell’eroe a Barzanò (dove la famiglia aveva una villa) in forma “strettamente privata”.
Solo dopo l’Unità d’Italia, nel 1864, ai Manara venne infine concesso di erigere la tomba di famiglia.
A lui è stato innalzato nel 1894 un monumento bronzeo nei Giardini Pubblici di Milano, opera dello scultore Francesco Barzaghi.
In suo onore, la squadra di calcio di Barzanò, il paese brianzolo in Provincia di Lecco ove si trova la sua tomba, si chiama proprio “Luciano Manara”.
A Roma sono intitolati a Manara una strada a Trastevere, un liceo classico sul Gianicolo ed una caserma dell’esercito italiano (attualmente sede del distretto militare di Roma), sita in Viale delle Milizie.

Funerale di Manara.

In questo brano E. Dandolo ci descrive l’esequie svolte a Roma in occasione della morte del patriota Luciano Manara deceduto nelle ultime battaglie combattute contro i francesi in difesa della Repubblica Romana.

M’imbattei nel funerale di Manara. Era uno spettacolo che lacerava l’anima. Venivano primi i due battaglioni da novecento uomini ridotti a quattrocento, senza uffiziali, tristi, scoraggiati, estenuati. Io vedeva passarmi innanzi dieci o dodici soldati, ultimo avanzo della compagnia di mio fratello, senza capitano, senza tenenti: tutti miei amici, morti all’ospedale o prigioni. Una musica romana seguiva i soldati, poi la bara coperta della tunica insanguinata, poi un centinaio di feriti che si erano a stento trascinati fuori del letto per salutare l’ultima volta il povero loro colonello. L’aspetto di quella città conquistata che prima di ricevere i vincitori assisteva tristemente alle esequie d’un suoi difensori più nobili; il pensiero di quel giovane valoroso, padre di tre figliuoletti, morto a 24 anni nell’ultimo giorno della difesa, quando gli sorridevano ancora le speranze più belle, accompagnato ora alla tomba dai suoi compagni, vedovati per la sua morte d’ogni sostegno: quei feriti, quei fiori gettati lungo tutta la via, e il pensiero sconfortante delle pubbliche sventure che aggiungevasi a render più grave quello delle private; ogni cosa concorreva a straziare crudelmente l’anima già tanto abbattuta. Portato a San Lorenzo in Lucina, gli furono celebrate sontuose esequie, ed il padre Ugo Bassi recitò sul feretro l’orazione funebre. Era uno di quelli spettacoli che restano impressi per tutta la vita e che fanno rabbrividire.

Emilio Dandolo