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Proclama.

Di seguito troverete il proclama Rivolto da Vittorio Emanuele ai popoli del regno d’Italia dopo la dichiarazione di guerra intimata dall’Austria alla Sardegna.

Popoli del Regno!
L’Austria ci assale col poderoso esercito che, simulando amor di pace, ha adunato a nostra offesa nelle infelici provincie soggette alla sua dominazione.
Non potendo sopportare l’esempio dei nostri ordini civili, né volendo sottomettersi al giudizio di un Congresso europeo sui mali e sui pericoli dei quali essa fu sola cagione in Italia, l’Austria viola la promessa data alla Gran Bretagna, e fa caso di guerra d’una legge d’onore.
L’Austria osa domandare che siano diminuite le nostre truppe, disarmata e data in balia quell’animosa gioventù che da tutte le parti d’Italia è accorsa a difendere la nostra bandiera dell’indipendenza nazionale.
Geloso custode dell’avito patrimonio comune di onore e di gloria, io do lo Stato a reggere al mio amato Cugino, il Principe Eugenio, e ripiglio la spada. Coi miei soldati combatteranno le battaglie della libertà e della giustizia i prodi soldati dell’Imperatore Napoleone, mio generoso alleato.

Popoli d’Italia!
L’Austria assale il Piemonte perchè ha perorata la causa della comune patria nei Consigli d’Europa; perchè non fu insensibile ai vostri gridi di dolore.
Così essa rompe oggi violentemente quei trattati che non ha rispettato mai. Così oggi è intero il diritto della nazione, ed io posso in piena coscienza sciogliere il voto fatto sulla tomba del mio magnanimo Genitore! Impugnando le armi per difendere il mio Trono, la libertà de’ miei popoli, l’onore del nome italiano, io combatto pel diritto di tutta la nazione.
Confidiamo in Dio e nella nostra concordia, confidiamo nel valore dei soldati italiani, nell’alleanza della nobile nazione francese, confidiamo nella giustizia della pubblica opinione. Io non ho altra ambizione che quella di essere il primo soldato della indipendenza italiana.

Viva l’Italia!

Torino, 29 aprile 1859

Vittorio Emanuele
C. Cavour

Abbiamo fatto la storia.

In questo pezzo il Massari ripercorre i momenti in cui il conte di Cavour respinge l’ultimatum austriaco, di fatto presentando al conte Kellesperg una dichiarazione di guerra all’impero Austriaco.

La proposta di legge per i pieni poteri fu presentata al Senato del regno e discussa senza perdita di tempo. Nella Camera dei Deputati c’era stata un po’ di opposizione, nel Senato nessuna: erano 61 senatori presenti, 61 furono le palle bianche. Mentre si procedeva alla votazione fu consegnata una lettera al banco dei ministri. Il conte di Cavour l’aprì e leggendola si stropicciò le mani in segno di soddisfazione vivissima. Un fremito percorse tutta l’aula: era il telegramma che annunziava l’arrivo delle prime colonne francesi a Chamberi.
Alle cinque e mezzo pomeridiane precise del giorno 26 aprile il barone di Kellesperg e il conte Ceschi di Santa Croce erano al Ministero degli Affari Esteri: il primo fu subito introdotto dal Conte di Cavour, il secondo aspettava in anticamera e contemplava i quadri di Grimaldi che rappresentavano gloriosi episodi della guerra del 1848 tra i Piemontesi e gli Austriaci. Pochi momenti dopo la porta della stanza del ministro si apriva e ne usciva il conte di Kellesperg, il quale se ne andava via con il suo compagno. Sopraggiungeva il conte di Cavour col volto sereno e risoluto. Disse: “ Tutto è finito; ho consegnato al barone di Kellesperg la risposta negativa del nostro Governo all’ultimatum del conte Buol; e stringendogli la mano gli ho detto:” Spero, signor barone, che ci rivedremo in circostanze più felici””. Poi diede istruzioni opportune al tenente colonnello Govone, che aveva incaricato di ricondurre gli inviati austriaci alla frontiera, e quindi rivolgendosi agli amici presenti esclamò: “Il dado è tratto. Abbiamo fatto la storia, e ora andiamo a pranzo”.
Il periodo dell’ansietà, delle dubbiezze era dunque cessato; il momento tanto desiderato era giunto; la guerra tra l’Austria e il Piemonte era ufficialmente dichiarata; le schiere francesi muovevano in fretta a combattere per la indipendenza italiana. Grande e solenne momento!

Da G. Massari: Ricordi biografici del conte di Cavour.

Verso il fronte

Oggi vi propongo un brano del Massari in cui descrive il momento della partenza dell’esercito piemontese verso il fronte.

Partenza delle truppe piemontesi.

Mentre gli inviati austriaci passeggiavano per la città e facevano quelle riflessioni, le truppe piemontesi incominciavano a partire verso la frontiera. Il conte di Cavour si recò in persona a salutare al momento della partenza alcuni battaglioni della quarta divisione ed il suo bravo comandante, il generale Cialdini. Partivano lieti, contenti, pieni di entusiasmo. Quale spettacolo! Al fischio della locomotiva suonava la banda militare; gli astanti battevano le mani, i soldati gridavano: Viva il Re! “Partono lieti”, diceva il conte, in balia ad una grande commozione,” e si vede che quell’allegrezza non è simulata. I piemontesi non conoscono vie di mezzo: o si ritirano o si battono a meraviglia… Io credo che si batteranno bene. Tornino carichi di gloria!”

G. Massari: Ricordi biografici del conte di Cavour.

Consegna dell’ultimatum.

In questo pezzo il Massari ci descrive il momento in cui i delegati Austriaci consegnano l’ultimatum al conte di Cavour e la sua reazione tranquilla, forte dell’appoggio popolare e dell’alleanza con la Francia.

Poco dopo il ministro prussiano, conte Brassier de Saint Simon, scriveva al conte di Cavour essere giunto da Milano il conte di Kellesperg, il quale aveva incarico di consegnargli una lettera del conte Buol. Rispose senza indugio sarebbe stato al ministero fino alle 5 e tre quarti, tornarci dopo le 9. Alle 5 e un quarto gli inviati austriaci condotti dal conte di Brassier si recarono al palazzo del Ministero: il conte Kellesperg fu gentilissimo e nel presentare la lettera disse di ignorarne il contenuto. Il conte di Cavour la dissuggellò, la lesse: era l’ultimatum; chiedeva risposta per sì o per no; dava tempo tre giorni. Il conte cavò l’oriuolo; erano le cinque e mezzo : diede quindi appuntamento al conte di Kellesperg fra tre giorni a quell’ora medesima.
Durante i tre giorni della loro dimora a Torino gli inviati austriaci furono assai colpiti dall’atteggiamento tranquillo e dignitosissimo della popolazione; e manifestarono al diplomatico prussiano la meraviglia che quello spettacolo produceva negli animi loro, e l’ammirazione che sperimentavano verso un popolo che alla vigilia di una guerra era pieno di tanta serenità. Videro con i propri occhi che la politica del conte di Cavour non era una politica avventata, né la conseguenza del capriccio di un uomo appoggiato da alcuni amici, ma era bensì quella che si riscontrava con i più cari desideri del paese, che ne esprimeva fedelmente le aspirazioni ed i voleri. Anche l’aspetto materiale di Torino fece grande impressione sugli inviati austriaci; e rimirando le spaziose e simmetriche vie esclamavano: “ Peccato! Questa magnifica città di qui a qualche giorno sarà esposta a tutti gli orrori della guerra!”. Tanto erano persuasi che le truppe austriache sarebbero giunte fino a Torino!

G. Massari: Ricordi biografici del conte di Cavour.

Arrivano gli inviati austriaci.

In questo pezzo il Massari ripercorre i momenti in cui il parlamento sardo-piemontese conferiva i poteri speciali al conte di Cavour in previsione di una guerra contro l’Austria (1859).

Alle tre e mezzo giungevano da Milano alla stazione della ferrovia di Porta Susa il barone di Kellesperg ed il conte Ceschi di Santa Croce, i quali avevano l’incarico di recare al Governo piemontese il messaggio austriaco. Il conte di Cavour voleva essere prontamente avvertito dell’arrivo, e ne diede incarico ad un amico, il quale appena fatto certo del fatto andò in gran fretta al palazzo Carignano, dove tuttavia la Camera era raccolta, per darne la nuova. L’amico scrisse su di un cattivo pezzo di carta:”Sono giunti; li ho veduti”. Egli l’ebbe proprio nel momento nel quale il presidente dell’Assemblea annunciava che la Camera aveva consentita la legge per i pieni poteri. Uscì dall’aula frettolosamente fra le grida di Viva il Re!, ed incontrando l’amico lo ringraziò e gli disse: “ Esco dalla tornata dell’ultima Camera piemontese, la prossima sarà quella del Regno d’Italia”.

G. Massari: Ricordi biografici del conte di Cavour.

Monumento nazionale a Vittorio Emanuele II

Oggi vorrei dedicare un articolo al mio monumento preferito piazzato al centro di Roma, il Monumento nazionale a Vittorio Emanuele II conosciuto da tutti con il nome di Vittoriano o altare della Patria. Questo monumento ospita anche il sacrario del Milite Ignoto in cui sono conservate le spoglie di un soldato Italiano morto per difendere la patria durante la prima guerra mondiale, ogni volta che vado a Roma non posso fare a meno di andare ad ammirarlo.

La storia del monumento iniziò nel 1878 quando, alla morte del re Vittorio Emanuele II, con una legge del 16 maggio, la n. 115, venne deciso: “Sarà eretto in Roma un monumento nazionale alla memoria di Re Vittorio Emanuele, liberatore della patria, fondatore della sua unità”. Fu bandito un concorso per la sua progettazione; gli elementi principali del programma erano: “Il monumento sorgerà sull’altura settentrionale del Colle Capitolino, sul prolungamento dell’asse del Corso, ed in prospetto ad esso (…) sarà composto dalle seguenti parti: a) la statua equestre in bronzo di Vittorio Emanuele II (…); b) un fondo architettonico (…); c) le scale, che saliranno alla nuova spianata del monumento. (…) I concorrenti dovranno (…) rammentare con l’arte (…) gli uomini e gli avvenimenti che, sempre in relazione a Vittorio Emanuele, Padre della Patria, meglio cooperarono alla indipendenza e libertà nazionale”. 

Una Commissione stabilì di escludere qualsiasi concetto di “Pantheon, vasto sacrario, destinato ad accogliere quanti precorsero col pensiero, aiutarono col braccio e suggellarono col sangue la fede che vinse con Vittorio Emanuele” e di dedicare il monumento alla sola memoria del Re, che “non fu il primo, ma il solo, non fu la parte ma il tutto”. Furono presentati duecentonovantatre progetti che, date le diversità d’impostazione e di collocazione, risultarono ben difficilmente paragonabili. Si andava infatti da progetti relativamente semplici di statue equestri, o di colonne, a idee come quella del Corinti, che determinava, attraverso una grande torre presso Porta Maggiore ed un asse fino all’Esedra, la forma della nuova Roma sui colli. 

Fu indetto pertanto un secondo bando e, dal successivo ballottaggio tra i primi tre progetti, risultò nel 1885 vincitore Giuseppe Sacconi, un giovane architetto marchigiano. L’area scelta per la costruzione (inizialmente pensata a Piazza Esedra) fu Piazza Venezia, a ridosso del Campidoglio, perciò a partire dal 1885 si demolì metà del Colle Capitolino; scomparvero via Della Pedacchia, via Di Testa Spaccata, via Della Ripresa Dei Berberi, e monumenti come la Torre di Paolo III che metteva in comunicazione Palazzo S. Marco (sede papale) con il Campidoglio. Il complesso monumentale, completato soltanto nel 1935, venne precedentemente inaugurato da Vittorio Emanuele III il 4 giugno 1911, in occasione dell’Esposizione Internazionale che celebrava il cinquantenario dell’Unità d’Italia. Dal 1921 una parte del Vittoriano fu trasformata in Monumento al Milite Ignoto, accogliendo in una cripta, nel nucleo centrale, le spoglie di un soldato morto durante la prima guerra mondiale. La cerimonia ed il trasporto delle spoglie da Aquileia a Roma avvennero fra ali di folla in attesa, stazione dopo stazione: “Fu la più grande manifestazione patriottica corale che l’Italia unitaria abbia mai visto”, spiega lo storico Bruno Tobia, sottolineando che anche socialisti e comunisti (ufficialmente contrari alle celebrazioni) “portarono il loro ossequio al fratello caduto, al proletario straziato da altri proletari”. Con l’occasione, il Vittoriano riuscì a farsi identificare come “tempio laico della nazione”. La qualità simbolica appena riconquistata dal monumento, tuttavia, venne subito sovrastata dalla retorica del fascismo che lo trasformò in palcoscenico di regime. 

Architettonicamente, il tentativo del Vittoriano, grande monumento all’Unità, era stato quello di fondare lo “stile nazionale”. Alla base della scalea in facciata ci sono gruppi di sculture di bronzo dorato, raffiguranti il Pensiero e l’Azione, di antica ispirazione mazziniana. A metà della scalea sono posti “due leoni” e alla sommità due “Vittorie Alate” su rostri. Sui lati esterni ci sono due grandi fontane con le figure del mare Tirreno e Adriatico. In questo modo, il monumento simbolo dell’Italia ha sui fianchi, come la penisola stessa, i due mari maggiori. Quindi, sulle terrazze sopra le fontane, altri quattro gruppi scultorei in marmo, simbolo delle virtù che rendono salda una nazione: la Forza, la Concordia, il Sacrificio e il Diritto. Al sommo della scalea è l’Altare della Patria, ornato da una grande statua della personificazione di “Roma”, a significare come negli ideali del Risorgimento non si potesse immaginare l’Italia unita senza Roma capitale. Verso Roma convergono maestosi altorilievi raffiguranti i cortei del Lavoro e dell’Amor di Patria che rendono la nazione operosa. 

All’interno di questo sacello è stata posta la tomba del Milite Ignoto. Le scale continuano a salire perché a percorrerle è il corteo ideale degli italiani, e si riuniscono sotto la statua bronzea equestre. La base della statua è ornata dalle personificazioni delle città italiane. Su quattro colonne svettano “Vittorie Alate”. Poi, le raffigurazioni, della Politica, della Filosofia della Rivoluzione e della Guerra, a significare gli strumenti del pensiero e dell’azione utili alla libertà della Patria. Sotto l’alto portico, otto altari ricordano le città liberate nella prima guerra mondiale, e dietro a loro si trova un macigno del Monte Grappa. Lungo 72 metri, il portico ha una fronte leggermente concava con sedici colonne reggenti la trabeazione, ornata dalle personificazioni delle regioni d’Italia. Al suo interno, raffigurazioni delle Scienze alternate a trofei di guerra; da qui si gode uno dei più suggestivi panorami di Roma. Nel monumento hanno sede l’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano e il Museo Sacrario delle Bandiere della Marina Militare. Sono altresì conservate tutte le bandiere da combattimento di tutti i reggimenti italiani, dall’unità alla seconda guerra mondiale, a corona della cripta dove è sepolto il Milite Ignoto. 

Il Vittoriano non è mai stato solo un monumento da contemplare, ma da sempre è anche teatro di importanti momenti celebrativi; ciò ha accentuato il suo ruolo di simbolo di identità nazionale. Si pensi alla grandiosa manifestazione del 2 novembre 1915 in ricordo dei caduti di guerra e, per arrivare ai tempi recenti, alle parole del presidente Ciampi che, in occasione della cerimonia di apertura dell’anno scolastico che qui si svolse, affermò: “[…] Questo monumento sta vivendo una seconda giovinezza. Lo riscopriamo simbolo dell’eredità di valori che le generazioni del Risorgimento ci hanno affidato. Le fondamenta di questi valori sono qui incise nel marmo: l’unità della Patria, la libertà dei cittadini […]”. Il presidente si riferiva ai soggetti delle quadrighe di coronamento poste sopra ai due propilei.
Il monumento è proprietà del Ministero dei Beni Culturali ed è gestito, dal dicembre 2014, dal Polo Museale del Lazio.

fonti:
oltre magazine e wikipedia

Verso la Guerra.

In seguito alle politiche tenute dal regno di Sardegna e alle provocazioni del conte di Cavour, l’Austria si prepara a dichiarare guerra all’Italia che forte dell’appoggio dell’Inghilterra e della Francia si prepara al conflitto con gli Asburgo.

Il giorno 23 aprile il conte di Cavour si presentò alla Camera dei Deputati, che era convocata in tornata straordinaria al mezzodì, per chiedere i pieni poteri: l’aula era affollatissima. Il ministro lesse brevi parole per rendere ragione di quella domanda: furono pronunciate con voce vibrata e comossa, ascoltate con silenzio religioso; quando ebbe finito fu un grido unanime e fragoroso di: Viva il Re! Molti deputati piangevano; fu un momento di sublime commozione. La Camera deliberò di occuparsi senza indugio della proposta ministeriale.

Da G. Massari: Ricordi biografici del conte di Cavour.

“Il canto degli italiani”

L’articolo di oggi tratterà la storia dell’inno Italiano, dalle origini alla scelta come inno Nazionale della Repubblica Italiana nel 1946.

I versi del nostro Inno Nazionale vennero scritti dal mazziniano Goffredo Mameli , poeta e patriota genovese il quale, durante gli esaltanti anni risorgimentali, faceva parte di quella generazione che amava i sogni, disprezzava il successo e serviva la causa più con il sangue che con la vittoria.
Goffredo Mameli era nato a Genova il 5 agosto 1827. All’epoca l’Italia era divisa in 8 piccoli Stati governati, in maniera dispotica, da dinastie in massima parte straniere. Questa frantumazione politica e la mancanza di libertà e di democrazia, fecero approdare il giovane autore del nostro Inno agli ideali mazziniani che ipotizzavano un’Italia libera ed unita. L’attivismo “rivoluzionario” di Mameli si evidenziò con forza incontenibile nel 1846, nel Capoluogo ligure durante le cerimonie organizzate per ricordare il leggendario episodio del ragazzo G. Perasso, detto “Balilla”, a cento anni dal fatto. Nella circostanza le varie manifestazioni commemorative vennero trasformate in veri moti popolari per costringere C. Alberto a concedere lo Statuto.
Il 10 settembre 1847, mentre Mameli si trovava in casa del console francese a Genova, dove spesso si discuteva di politica, scrisse di getto la poesia romantica risorgimentale: “Il canto degli italiani”, per esprimere con vigore e commozione le tensioni di quel particolare momento storico ed esaltare i valori della Patria. Infatti nel carme viene spesso sottolineato che gli italiani devono amarsi ed unirsi. C’è anche un fugace riferimento a Scipione (il valoroso e vittorioso guerriero romano), all’evidente scopo di richiamare il patrimonio di esempi, di memorie e di gloria lasciatoci dai nostri antichi progenitori: i romani! “Il canto degli italiani” venne subito stampato a Livorno e non a Genova, per evitare la censura piemontese, e diffuso in tutto il Regno.
La sera del 24 novembre 1847 a Torino, nel corso di una riunione nell’abitazione di Lorenzo Valeri (noto democratico piemontese), alla quale partecipava anche il compositore Michele Novara, uno dei presenti che era appena giunto da Genova consegnò a quest’ultimo un foglietto, inviatogli da Mameli, sul quale era trascritto “Il canto degli italiani”. Il musicista lo lesse ad alta voce ed esclamò: “stupendo”! poi con le lacrime agli occhi, si portò al cembalo per trovare un accompagnamento musicale a questi versi infuocati. Al momento, afferma il Novara: “misi giù frasi melodiche, una sull’altra, ma lungi le mille miglia dall’idea che potessero adattarsi a quelle parole”. Scontento si recò subito a casa dove, nella notte, diede a questo poema di speranza e di battaglia, una musica fortemente ritmata e coinvolgente. Ne risultò così un Inno, definito da Garibaldi “trascinante e guerriero”.
Mameli perse la vita il 6 luglio 1849 (aveva appena 21 anni), a seguito di ferite riportate combattendo con Garibaldi, durante l’assedio di Roma. Tale immatura morte sul campo, è una chiara testimonianza che per lui il verso del suo Inno: “siam pronti alla morte”, non è un addobbo retorico, ma qualcosa di veramente sentito.
Nel 1946, con l’avvento della Repubblica, “Il canto degli italiani” è diventato il nostro Inno Nazionale. Scelta certamente non casuale perché dopo la caduta del fascismo e le disastrose conseguenze della seconda guerra mondiale, occorreva ritrovare l’Italia del dopo Risorgimento che si impose non solo per la collaborazione, operosità e rigore dei cittadini, ma anche per il loro senso di appartenenza ad una sola Patria.

Le parole.

Segue il testo completo del poema originale scritto da Goffredo Mameli, tuttavia l’Inno italiano, così come eseguito in ogni occasione ufficiale, è composto dalla prima strofa e dal coro, ripetuti due volte, e termina con un “SI” deciso.

Fratelli d’Italia, 
L’Italia s’è desta; 
Dell’elmo di Scipio 
S’è cinta la testa. 
Dov’è la Vittoria? 
Le porga la chioma; 
Ché schiava di Roma 
Iddio la creò.

Stringiamci a coorte! 
Siam pronti alla morte; 
L’Italia chiamò.

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme;
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò.

Stringiamci a coorte! 
Siam pronti alla morte; 
L’Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci;
L’unione e l’amore
Rivelano ai popoli
Le vie del Signore. 
Giuriamo far libero 
Il suolo natio:
Uniti, per Dio,
Chi vincer ci può?

Stringiamci a coorte! 
Siam pronti alla morte; 
L’Italia chiamò.

Dall’Alpe a Sicilia, 
Dovunque è Legnano; 
Ogn’uom di Ferruccio 
Ha il core e la mano; 
I bimbi d’Italia
Si chiaman Balilla; 
Il suon d’ogni squilla 
I Vespri suonò.

Stringiamci a coorte! 
Siam pronti alla morte; 
L’Italia chiamò.

Son giunchi che piegano 
Le spade vendute;
Già l’Aquila d’Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia
E il sangue Polacco
Bevé col Cosacco,
Ma il cor le bruciò.

Stringiamci a coorte! 
Siam pronti alla morte; 
L’Italia chiamò. 

File audio.

Il grido di dolore.

Di seguito vi propongo il Discorso della Corona pronunziato da Vittorio Emanuele II il 10/1/1859 conosciuto per la famosa espressione del “Grido Di Dolore”.

Discorso della Corona pronunziato da Vittorio Emanuele il 10/1/1859:
Signori Senatori, Signori Deputati,
la nuova legislatura, inaugurata or fa un anno, non ha fallito alle speranze del Paese, alla Mia aspettazione. Mediante il suo illuminato e leale concorso, Noi abbiamo superato le difficoltà della politica estera ed interna, rendendo così più saldi quei larghi principi di nazionalità e di progresso, sui quali riposano le libere istituzioni.
……
Signori Senatori, Signori Deputati,
l’orizzonte in cui sorge il nuovo anno non è pienamente sereno, non di meno vi accingerete con la consueta alacrità ai vostri lavori parlamentari.
Confortati dall’esperienza del passato, andiamo incontro risoluti alle eventualità dell’avvenire.
Quest’avvenire sarà felice, nostra politica riposando sulla giustizia, l’amor della libertà e della Patria. Il nostro Paese piccolo di territorio acquistò credito nei consigli d’Europa perchè grande per le idee che rappresenta, le simpatie che esso ispira. Giacchè, nel mentre che rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che tante parti d’Italia si leva verso di noi.
Forti per la concordia, fidenti nel nostro buon diritto, aspettiamo prudenti e decisi i decreti della divina Provvidenza.

Società Nazionale Italiana

Nel seguente articolo vi riporto il manifesto politico e la storia della Società Nazionale Italiana.

Società Nazionale Italiana
Credo Politico

La società Nazionale Italiana dichiara:
Che intende anteporre ad ogni predilezione di forma politica o di interesse municipale o provinciale il gran principio dell’indipendenza e unificazione italiana.
Che sarà per la casa di Savoia, finchè la casa di Savoia sarà per l’Italia, in tutta la estensione del ragionevole e del possibile.
Che non predilige tale o tal’altro ministero sardo, ma sarà per tutti quei ministeri che promuoveranno la causa Italiana, e si terrà estranea ad ogni questione interna piemontese.
Che crede all’indipendenza e unificazione italiana sia necessaria l’azione popolare italiana, utile a questa il concorso governativo piemontese.

Torino, 21 febbraio 1858.

La Società nazionale italiana è stata una associazione nata a Torino per iniziativa del patriota veneziano Daniele Manin e del siciliano Giuseppe La Farina con l’obiettivo di fornire un’organizzazione di sostegno al movimento unitario intorno al Piemonte.

L’associazione venne fondata nell’agosto 1857, ed ebbe come presidente Daniele Manin, che tuttavia morì poco dopo (22 settembre 1857), mentre La Farina ne era il segretario. La formazione viene fatta risalire a due lettere di Manin: del 22 gennaio 1856 e del 29 maggio 1856. Dopo la morte del Manin, nel dicembre 1857 ne divenne presidente Giorgio Pallavicino Trivulzio, in passato portavoce di Daniele Manin in Piemonte, e come vicepresidente onorario Giuseppe Garibaldi. Il vero ispiratore dell’associazione era giudicato il conte di Cavour. Anche a causa della crisi del partito d’azione mazziniano, la Società nazionale si diffuse in tutta Italia, clandestinamente nella maggior parte degli stati preunitari italiani e alla luce del sole nel Regno di Sardegna. Ebbe un ruolo rilevante nel preparare la Spedizione dei mille e fornirvi supporto nel corso della stessa. Raggiunta l’unità d’Italia(1861) l’associazione declinò lentamente, in quanto il programma dell’associazione era stato fatto proprio dal governo italiano, e nel 1862 l’associazione venne sciolta.

Nella dichiarazione costitutiva della Società veniva affermata la necessità dell’unificazione e dell’azione popolare, ribadito il principio dell’indipendenza italiana, e si identificava il mezzo per raggiungere questi obiettivi nell’appoggio a casa Savoia.

Fonte: Wikipedia.