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L’impero Austriaco condanna i nostri Patrioti

Nel seguente articolo riportiamo qualche informazione sui due processi più famosi intentati dall’Impero austriaco a carico dei nostri patrioti, tra cui il più conosciuto quello contro S. Pellico

Negli anni 1820-1823 due clamorosi processi furono intentati nel Lombardo-Veneto contro esponenti del
movimento liberale patriottico, il cui gruppo dirigente ne risultò pesantemente indebolito.
Il primo, prese le mosse nell’ottobre del 1820
dall’intercettazione per opera della polizia pontificia di
una missiva che Pietro Maroncelli aveva scritto al
fratello Francesco, residente a Bologna.


Il contenuto della lettera, trasmessa alla polizia
austriaca, determinò la scoperta dell’organizzazione
carbonara in Lombardia e quindi l’arresto, tra gli altri,
di Maroncelli stesso e di Silvio Pellico.
Il processo si svolse quasi interamente a Venezia sotto
la direzione del giudice Salvotti e si concluse nell’agosto
del 1821 con la condanna a morte dei due principali
imputati; Giandomenico Romagnosi, coinvolto nelle
indagini e arrestato nel giugno del 1821, venne invece
dichiarato innocente e scarcerato nel dicembre dello
stesso anno.
Nel febbraio del 1822 anche le condanne di Maroncelli
e Pellico per decisione imperiale vennero commutate in
lunghi anni di carcere duro (vent’anni al primo e
quindici al secondo).
Nel marzo del 1821 una delazione ad opera di Carlo
Castillia aveva nel frattempo avviato un’indagine su
alcune trame dei federati lombardi per l’intervento dei
piemontesi in Lombardia e la formazione di un
governo provvisorio liberale, e aperto la strada ad un
nuovo procedimento giudiziario.
Solo nel dicembre 1821 si giunse però all’arresto di
Gaetano Castillia, fratello del delatore, di Giorgio
Pallavicino Trivulzio, che con lui era stato in Piemonte nel
marzo, di Federico Confalonieri, capo dell’intera
cospirazione, e di altri quarantadue indiziati.
Questo secondo processo, istituito da una commissione
speciale presieduta prima dal giudice Menghin poi ancora
una volta da Salvotti, durò quasi due anni, e si concluse
nel novembre 1823 con le condanne a morte dei tre
principali imputatati.
Ancora una volta una decisione imperiale, dovuta in parte
alla coraggiosa azione svolta a Vienna dalla moglie di
Confalonieri, Teresa Casati, commutò la pena di morte in
lunghi anni di carcere duro (ergastolo a Confalonieri e
vent’anni a Pallavicino e Castillia).
Benché l’orrore destato dal racconto delle sofferenze che i
patrioti patirono allo Spielberg, rivelato nel 1832 dalle Mie
prigioni di Pellico, fosse per l’Austria un colpo durissimo,
nessuno di loro una volta tornato in libertà, tra il 1830 e il
1836, assunse funzioni politiche di primo piano: così, pur
conservandosi una rete settaria nel Lombardo-Veneto, per
alcuni anni non furono organizzate in quella zona cospirazioni e congiure.

Le dimissioni di Cavour

In questo articolo possiamo leggere il duro scontro avvenuto tra il Re V. Emanuele II e Cavour in seguito al tradimento di NapoleoneIII che impone all’Italia un iniquo trattato di pace .

Il bacio della morte

Cavour lo lesse, però man mano che andava innanzi nella lettura gli si accendeva il volto e cresceva l’orgasmo. Quando poi giunse a quel punto nel quale è detto che tutti i sovrani d’Italia avrebbero formato una lega presieduta dal Papa, allora non si contenne piu’ e proruppe altamente dicendo al Re di sperar bene che non avrebbe apposto la sua firma a quel trattato ignominioso. E qui dette sfogo lungamente all’animo esarcebato bollando con parole roventi la condotta dell’Imperatore. E ricordando al Re che tanti secoli gloriosi di Casa Savoia sarebbero stati contaminati per sempre e facendo appello disperato a tutti i sentimenti dell’animo, ora supplice ora minaccioso, lo scongiurò a respingere ciò che egli chiamava inique proposte.

Mirabile fu il sangue freddo col quale il Re ascoltò lo sfogo di Cavour. Quando ebbe finito, il Re gli disse:” Sta bene, Cavour, io pure avevo pensato molto di quanto lei mi ha detto, ma non è colpa mia se l’Imperatore non vuol continuare la guerra; e poiché non è possibile farlo recedere, la cosa migliore è di piegarsi nobilmente alla forza degli eventi anziché abbandonarsi ad atti inconsulti”.

Malgrado l’evidenza del ragionamento, Cavour concluse che se il Re voleva accettare era libero di farlo, ma ch’egli non non intendeva assolutamente di rendersene solidale egli offriva le sue dimissioni.

Sempre con calma il Re gli rispose che le dimissioni erano accettate fin da quel momento. Ma poi, quasi fosse ferito piu’ da quell’atto che dalle parole iraconde, fattosi piu’ severo e alzando man mano la voce, disse:” Oh, per lor signori le cose vanno sempre bene, perchè aggiustano tutto con le dimissioni, ma chi non si può levare d’impaccio così comodamente sono io che non posso disertare. Si fa insieme la strada e quando si è nel fitto delle difficoltà, allora mi lasciano solo ad affrontarle, solo responsabile in faccia al Paese e alla storia”.

Quindi, accennando il Ministro a continuare, il Re lo interruppe dicendo:” Ella non è in condizioni di continuare questo colloquio, vada a riposare, e il riposo le darà calma e consiglio; domani ne riparleremo”.

Dal racconto di C. Nigra a Livio Minguzzi, 1908

Il Tradimento di Napoleone III

Nel servizio di oggi vi propongo un pezzo tratto dal carteggio privato tra Il Cavour e Nigra in cui inizia il racconto dell’incontro tra V. Emanuele e gli stessi Cavour/Nigra in cui il re mette al corrente il primo ministro sugli accordi preliminari tra Napoleone e l’imperatore d’Austria.

I preliminari di Villafranca

Il principe Napoleone arrivò verso le 10 e ¾ da Verona con i preliminari firmati dall’imperatore d’Austria e il Re. Io non ho assistito all’incontro. Il Re firmò dopo l’Imperatore, aggiungendovi:” en ce qui me concerne”.

Verso le 11 e ½ il Re scese a pianterreno con il principe Napoleone, mi fece fare una copia dei preliminari e partì poi per Monzabano, accompagnato dal suo aiutante di campo e seguito da me.

Arrivammo a Monzabano verso mezzanotte. Cavour attendeva febbricitante e molto eccitato.

Il Re lo fece entrare con me nella stanza che gli serviva da salotto da ricevere. Si tolse la tunica ( il caldo era soffocante), accese un sigaro, si sedette a un grande tavolo posto in mezzo, e con i gomiti appoggiati sull’orlo, mi disse: “ Nigra, date il foglio al Conte”. Il foglio era la copia che avevo fatto dei preliminari.

Cavour era in piedi, vicino al tavolo, alla sinistra del Re, io, che ne ero separato dal tavolo, ero davanti al Re.

Cavour prese il foglio e lo lesse.

Dal carteggio Cavour – Nigra

Di seguito vi fornisco poche informazioni sull’armistizio di Villafranca tratte dal sito Treccani.

Accordo concluso tra l’8 e l’11 luglio 1859, che pose fine alla seconda guerra di Indipendenza italiana. Dopo le vittorie di Solferino e di San Martino, Napoleone III, temendo complicazioni internazionali e l’ostilità dell’opinione pubblica francese alla formazione di un grande Stato italiano ai propri confini, offrì all’Austria un armistizio. I preliminari di pace furono conclusi l’11 luglio attraverso colloqui tra Napoleone III e Francesco Giuseppe: si stabilì che la Lombardia fosse ceduta alla Francia, che l’avrebbe a sua volta ceduta al Piemonte; che il granduca di Toscana e i duchi di Modena e Parma sarebbero tornati sui loro troni; si prefigurò la creazione di una confederazione italiana con a capo il papa, della quale avrebbe fatto parte anche il Veneto, pur restando sotto la Corona austriaca. Vittorio Emanuele II ratificò questi preliminari con la clausola «en tout ce qui me concerne», che gli permise più tardi di procedere all’annessione dell’Italia centrale, senza venir meno giuridicamente agli accordi. In seguito alla firma dell’armistizio Cavour si dimise per disaccordo da presidente del Consiglio.

L armistizio di Villafranca: concluso da Napoleone III di Francia e Francesco Giuseppe I d Austria l 11 luglio Fine seconda guerra d’indipendenza. Diversamente da quanto previsto. dall’alleanza sardo-francese, solo la Lombardia. venne ceduta al Piemonte.

Un ordine del Re

In questo pezzo il De Amicis ci racconta come Il Generale Mollard e le truppe Italiane reagiscono all’arrivo del messaggero del Re con un suo ordine: Attaccate!

All’improvviso da una parte del campo si sentì una voce concitata: “Il generale Mollard!”. È un ufficiale d’ordinanza del Re, arrivato di gran carriera, con una notizia sul volto. Il Mollard accorre. “Generale!” quegli esclama: “Sua Maestà le fa sapere che i Francesi vincono a Solferino, e che egli vuole che i suoi soldati vincano qui. La 5° divisione è richiamata al campo. La brigata Aosta, un battaglione di bersaglieri e una batteria d’artiglieria hanno ricevuto l’ordine di venirsi a porre ai suoi comandi”.
Un lampo di gioia passò sul volto di Mollard. “ Signori!” egli esclama rivolgendosi verso gli ufficiali del suo seguito con piglio risoluto; “ il Re vuole che si conquistino le alture, e si conquisteranno.”
E poi all’ufficiale di ordinanza: “ Vada a dire al Re che i suoi ordini saranno eseguiti”.
L’ufficiale parte di carriera.
La notizia si è propagata pel campo colla rapidità del pensiero, e il campo ha mutato aspetto: gli ufficiali si cercano, si abbracciano e si salutano da lungi; i soldati rialzano il guardo radiante alle bandiere; in ogni parte è un sonar di fiere parole, un agitarsi impaziente, un dare e un ricevere frettoloso di comandi, un partire e accorrere precipitoso di cavalieri, un rimescolio, un ribollimento; fame, sete, arsura, stanchezza, tutto è svanito; i soldati si risentono freschi e gagliardi, come la mattina, all’uscita dei campi; un’altra aurora, piu’ splendida, sorge; tutti gli sguardi si volgono alle alture; il nemico è grosso, le artiglierie fitte, i siti fortissimi; ma bisogna prenderli, e si prenderanno, è ordine del Re.
Sono le quattro. Un’altra lieta voce corre pel campo. Arriva il Generale Cerale colla brigata Aosta, la brava brigata di Goito e di Santa Lucia, il 1° battaglione bersaglieri, la 15° batteria. Vengono, come ad una festa, baldanzosi e ridenti. “ Viva la brigata Aosta!” si grida nel campo. I reggimenti sfilano, ufficiali e soldati si salutano, le due illustri bandiere, lacere e superbe,passano sventolando in mezzo alle schiere riverenti. Il generale Mollard dispone l’ordine dell’assalto: la brigata Aosta a sinistra, la brigata Pinerolo a destra si slanceranno, convergendo, tra la Contracania e San Martino; il 7° reggimento della brigata Cuneo terrà dietro alla brigata Aosta; l’8° fermo, guarderà il campo dal lato di Peschiera.
Il cielo, fino allora limpidissimo, si rannuvola improvvisamente.
Un battaglione del 14°, una compagnia di bersaglieri e due pezzi d’artiglieria si recheranno nascostamente a San Donnino, e al primo colpo di cannone partito dal grosso della divisione s’avanzeranno a minacciare il nemico sulla sinistra. La 4° batteria sosterrà la brigata Pinerolo sulla destra, la 5° sulla sinistra, la 6° alla stazione di Pozzolengo, la 15° a destra della 6°, i cavalleggeri di Monferrato all’estrema destra.
Le nuvole dense e nerissime coprono tutta la faccia del cielo, e il tuono rumoreggia.
Le truppe si muoveranno tutte insieme, ordinate e silenziose: non un colpo di cannone, non un colpo di fucile prima che sian giunte al punto di assalire alla baionetta. Sarà dato il segnale. Allora tutte le artiglierie, di concerto, fulmineranno, suoneranno tutte le bande, batteranno la carica tutti i tamburi, e sopra il fracasso dei tamburi, delle bande, dei cannoni, tuonerà da ogni parte un grido formidabile: Viva il Re! E diecimila baionette si scaglieranno sul nemico, e Dio sia coll’Italia. La 5° divisione non può tardare a giungere; sono le cinque, tutto è disposto, giu’ gli zaini e avanti.
Le colonne partono per recarsi sul luogo di dove si slanceranno all’assalto.
In quel momento il tuono scoppia con immenso fragore: un temporale spaventevole, mista di grossa grandine e di pioggia prorompe; si leva un furiosissimo vento; fitti e vividi lampi balenano, e in pochi minuti il vasto campo di battaglia è tutto rigagnoli e fango.
Le colonne si fermano.
Appena il temporale ha rimesso un po’ della sua prima furia, ecco arrivare il generale Cucchiari, per la strada ferrata, colla brigata Casale, e il colonnello Cadorna per la strada di Desenzano, colla brigata Acqui. Tutta la 5° divisione è sul campo. Il Mollard corre a concertarsi con Cucchiari. La 5° divisione romperà la destra del nemico, e oltrepassandola, gli minaccerà la via di ritirata. La brigata Casale, il 18° fanteria, l’8° bersaglieri, due batterie e uno squadrone di Saluzzo andranno all’assalto. Il 17°, il 5° bersaglieri, una batteria restano sulla strada ferrata a guardar la parte di Peschiera. Ora è tutto a segni, avanti, all’ultima prova.
Tutta la linea si muove.

E. De Amicis: Ricordi del 1870-71

San Martino

In questo pezzo il De Amicis cerca di descrivere il travaglio interno provato dal Generale di Fanteria Italiana Filiberto Mollard durante una pausa della battaglia di San Martino, in cui l’incertezza e lo sconforto per i tanti morti cerca di prendere il sopravento.

Alle due,nel campo dell’estrema sinistra, dura ancora l’incertezza. La 3° divisione è come abbandonata in una solitudine trista. I soldati, stracchi e muti, interrogano con l’occhio ansioso gli ufficiali, cupi anch’essi, che si sentono ancora suonare nel cuore gli ultimi lamenti dei compagni caduti. Il generale Mollard, torbido e accorato, erra pel campo, alla ventura, chiuso nei suoi pensieri. Che sarà seguito? Che fa la 5° divisione? E le altre? E i Francesi? Vincono? Perdono? Nessun aiuto, nessun ordine, nessun avviso; la battaglia tace; dall’una e dall’altra parte si posa sulle armi; e un vasto campo di cadaveri si stende frammezzo, tristamente deserto, e tacito di un silenzio terribile, che par che attenda e invochi e accusi il sangue profuso invano, e le vite spente senza gloria. Guai se in quella dolorosa aspettazione, dinanzi a quel funesto spettacolo, nell’animo dei soldati sottentra al furore l’orrore, lo sgomento della rotta al desiderio impaziente della riscossa, e intiepidito l’ardore delle vene, la stanchezza dei corpi prevale! Ogni momento è un pericolo. “ Ritirarsi?” si domanda Mollard; qualcuno glielo consiglia. “Oh no! Mai!” Il suo sangue di soldato si rimescola. “ Dopo tre vittorie francesi, e forse mentre si calcan sul campo gli allori della quarta! Dopo il trionfo di Milano, che non è stato ancora legittimato da un trionfo sul campo! Dopo aver perduto su quei colli il fiore dei nostri vecchi reggimenti! Dopo che fu sparso il sangue di Arnaldi e spezzato il cuore di Berretta! E Goito, dunque? E Pastrengo? E Santa Lucia? E Novara? Sono nomi morti codesti, o non son altro che nomi? Ritirarsi, no! Gli Italiani per provare il loro diritto di vivere hanno da mostrare al mondo che sanno morire. Sarebbe la prima volta”, esclama il Mollard con quel suo accento vibrato che ogni parola sembra un colpo di spada, “ la prima volta che mi dovrei ritirare! Questo mi manda in bestia!”. E scopertosi il capo, stropiccia il berretto con le mani convulse.

I due Imperatori

In questo pezzo il De Amicis ci descrive i momenti salienti della battaglia di Solferino – San Martino e il confronto tra i due imperatori, Napoleone III per i francesi e Francesco Giuseppe per gli austriaci, durante i combattimenti.

All’improvviso gli Austriaci, come incitati da una sovrumana forza alle spalle, levando altissime grida, si precipitano con irresistibile impeto sui bersaglieri algerini, e li cacciano indietro. Gli Algerini, rinforzati da due battaglioni di fanteria, assaltano alla lor volta gli Austriaci; ma incontrano un gagliardo rincalzo, son costretti per la seconda volta a ripiegare.
Che è questo?
Gli Austriaci combattevano sotto gli occhi del loro giovane imperatore.
Allora il Mac Mahon prepara l’assalto tutto il corpo d’esercito. Il momento è decisivo: gli Austriaci fanno l’ultimo sforzo verso il centro, ed è sforzo disperato: i due imperatori, presenti e vicini, si sentono senza vedersi, nel raddoppiato furore delle parti; là sta per suonare la sentenza della grande giornata. Il segnale è dato, i Francesi si scagliano su pel monte; feroce assalto, feroce resistenza; le artiglierie infuriano con terribile fracasso, il sangue corre, muore il colonnello Laure, cadono uno sull’altro i soldati, ma ormai volgerà alla fine questo orrendo macello; gli Austriaci incalzati dalla furia delle baionette, dilaniati dalle batterie della guardia, indietreggiano: la fortuna di Francia prevale. In quel mentre l’11° reggimento degli usseri austriaci, respinto da uno squadrone di cacciatori della guardia, bersagliato dall’11° battaglione cacciatori, si riduce, miserando avanzo, tra i suoi.
Gli Austriaci si ritirano nel villaggio di Cavriana, ridotto dall’artiglieria francese in un mucchio di rovine.

E. De Amicis

San Cassiano

In questo pezzo il De Amicis continua la descrizione della battaglia di Solferino, nel particolare la conquista dei francesi del borgo di San Cassiano.

E’ un’ora e mezzo. Napoleone ordina che si prosegua a dar dentro nel mezzo della fronte nemica. La brigata Maneque della guardia ributta gli Austriaci dalle alture delle Case del Monte. La divisione Bazaine, riordinata in furia, si getta alle spalle del 5° corpo, che si ritira verso Pozzolengo. La divisione Forey va oltre, in forma di sostegno, dietro la guardia imperiale. La divisione Ladmirault, decimata e sfinita, si riposa nel villaggio di Solferino. In questo mezzo il maresciallo Mac Mahon, congiunto alla guardia, si volge contro San Cassiano. Due batterie della guardia preparano l’assalto cannoneggiando con fierissima foga il villaggio. Il Mac Mahon dà il segnale: una colonna di bersaglieri algerini si getta impetuosamente sulla sinistra, il 15° fanteria sulla destra, segue una zuffa breve, ma fiera, e San Cassiano viene in potere dei Francesi. Al di là di San Cassiano s’innalza il monte Fontana, erto e difficile, fatto a modo di una scalinata d’alture, e tenuto da quattro reggimenti austriaci, preparati a forte difesa. Sul primo rialzo del monte sorge una specie di ridotto, da cui vien giù una pioggia di palle. Il Mac Mahon comanda l’assalto: è cosa di istanti: l’eco del grido “ Viva l’Imperatore!” non è spento ancora, e già sul ridotto, coronato dalla artiglieria della guardia, sventolail vessillo degli Algerini.
Il Mac Mahon s’arresta per dar tempo alla guardia imperiale di giungere sulla linea.

E. De Amicis: Ricordi del 1870-71

Solferino

Nel pezzo odierno E. De Amicis ricostruisce gli eventi salienti della battaglia di Solferino.

Sono le dieci e mezzo. Napoleone, di sulle alture occupate dal I corpo, medita il campo di battaglia e risolve. La vittoria è al centro, bisogna sfondare il centro per far piegare le ali, bisogna cacciare gli Austriaci dal colle di Solferino. La brigata Alton, non ancora provata, ordinata in colonne d’assalto, s’avanza; quattro pezzi d’artiglieria l’accompagnano; il generale Forey la conduce. Si va ad assalire la torre, si va a morire, ma su quella vetta sta la vittoria; l’Imperatore è là e vede, e con lui, la Francia e il mondo.
La brigata Alton si slancia sulla destra della torre, risoluta e serrata; gli ufficiali si volgono ai soldati: “Coraggio!”. I soldati si cacciano sotto a capo basso, salgono, sono già sun un buon tratto, ordinati ancora, e salgono…… All’improvviso una tempesta orribile di mitraglia, di palle di cannone e fucilate, da sinistra, da destra, di fronte, si rovescia sugli assalitori, squarcia le prime file delle colonne, sparge la salita di morti, di membra lacerate e di sangue. Tutta la brigata, alla vista di quell’eccidio miserabile, si rimescola e vacilla, e leva al cielo uno spaventevole grido.
“ Avanti le guardie imperiali!”
La guardia imperiale si avanza; era là presso; già aveva ricevuto l’ordinedi venire in aiuto del corpo del Baraguay d’Hilliers. Napoleone manda ora a dire al maresciallo Saint Jean d’Angely che spinga innanzi la divisione Camou. La voce si sparge per il campo: la guardia imperiale si avanza, il fiore del sangue francese, l’ultima schiera, che viene a vincere o a morire; la schiera sacra dei momenti supremi, incoronata dagli allori di cento battaglie, circonfusa di maestà e di terrore, splendida dell’ultimo raggio di sole di Waterloo; formidabile, venerata, solenne: la guardia imperiale si avanza.
La divisione Camou si divide, la brigata Picard verso le alture di sinistra, la brigata Maneque in aiuto del Forey, contro gli Austriaci che scendono da Casa del Monte. Il Maneque ha diviso le sue forze in quattro colonne di battaglione. Orsù! Le brigate Hoditz e Reznitchek aspettano, zaini a terra, baionette in canna, e avanti. Fanteria e artiglieria austriacainfuriano dall’alto; i quattro battaglioni della guardia, lasciandosi dietro quattro larghe strisce di caduti, salgono, saldi e chiusi, e quanto più fulminati, più fieri. Eccoli al punto, giù le baionette, all’assalto! “ Viva l’Imperatore! Viva la Francia!”. Gli Austriaci piegano, sulle alture di Forco e Pellegrino sfolgorano le baionette della brigata Maneque. In quel puntoil battaglione Cacciatori della guardia gira intorno al villaggio di Solferino, lo assale, vi penetra, e caccia il nemico pigliandogli una bandiera, otto cannoni, e cento prigionieri.
Intanto il generale Forey, soccorso da due battaglioni di volteggiatori della guardia mandati dal generale Maneque, ritorna vigorosamente all’offesa. Accortosi che il nemico perde terreno, manda la I brigata ad assalire l’altura dei cipressi. Arriva di galoppo il generale Le Boeuf con due batterie d’artiglieria della guardia, copre di un nembo di palle il villaggio e sostiene gli assalti delle due brigate Forey. La prima conquista allora il monte dei cipressi, la seconda il colle della torre, e finalmente, aprendosi una strada di sangue, la torre.
Il generale Banzaine, rovinati i muri del cimitero, ha lanciato all’assalto tutta la divisione, cacciato il nemico e strappata la bandiera al reggimento principe Wasa.
Quattordici cannoni e millecinquecento prigionieri sono caduti in potere del I corpo e della guardia imperiale.
Su tutte le alture di Solferino sventola la bandiera della Francia.

E. De Amicis: Ricordi del 1870-71

La battaglia di Solferino e San Martino

Oggi vi propongo un pezzo di E. de Amicis che ci ricorda la battaglia di Solferino e San Martino.

V’era da una parte un possente esercito, famoso per guerre lunghe e ostinate, per tenace saldezza di disciplina, per gagliarda virtù di soldati; percosso già quattro volte dall’avversa fortuna, ma pieno ancora di quella orgogliosa baldanza che viene da una consuetudine antica di prepotenza e d’impero, animato dalla presenza d’un giovane monarca, fierissimamente risoluto ad una riscossa solenne; espertissimo dei luoghi, in luoghi formidabili posto, appoggiato ad altri più formidabili.
D’altra parte, l’esercito che porta scritto sulle sue bandiere: Marengo, Austerlitz, Jenna, Friendland; l’esercito delle memorie meravigliose; i vecchi reggimenti esercitati sulle sabbie africane, ardenti ancora del trionfo di Magenta, belli, impetuosi, audaci, superbi. E accanto a loro un piccolo esercito, condotto da un re valoroso ed amato, bollente dell’ira accumulata da dieci anni, da dieci anni preparato, con cura infaticabile e geloso affetto, a quel giorno. E dietro a questi due eserciti l’eco ancor viva dell’immenso grido di libertà mandato al cielo da Milano redenta, e fresco il profumo dei suoi fiori, e calde le sue lagrime di gratitudine. E dinanzi, al di là dei nemici, al di là dei baluardi, al di là ancora delle terre, lontana, solitaria, circonfusa di mistero gentile e melanconico, un’altra città grande e sventurata, bella di una bellezza familiare all’anima, fin dai primi anni, nelle fantasie dei poeti e dei pittori, sognata da fanciulli, sospirata dai giovanetti, amata poi col palpito delicato e soave dell’amor di patria, e compianta sempre con un sentimento singolare di pietà, come una sorella offesa, Venezia!

Ricordi del 1870 – 71 E. de Amicis

Conquistare, non ricevere la libertà

Nel brano che vi propongo oggi, tratto dall’articolo di G. Mazzini La Guerra, pubblicato sul periodico Pensiero e Azione 2-16 maggio 1859, l’autore ci spiega la necessità di dover conquistare la nostra libertà senza l’aiuto di forze straniere, ancor di più davanti all’aiuto dell’odiato monarca francese.

E’ necessario che il popolo d’Italia serbi intatta la sua dignità, costringa l’Europa ad ammirarlo, convinca tutti col suo contegno che noi possiamo subire, perchè cercato da un Governo italiano, l’aiuto della tirannide, ma non l’abbiamo chiamato, non rinneghiamo per esso la fede di libertà ed alleanza dei popoli, non dimentichiamo Roma, il 2 dicembre, le offese recate in questi dieci anni ai nostri fratelli di credenza. Il grido di viva la Francia! Può uscire senza colpa da labbra italiane, il grido di viva l’Imperatore! Nol può; alla immoralità di quel grido si aggiunge oggi per noi il sospetto di codardia: esecravano ieri, dirà l’Europa, in nome degli eterni principi: plaudono in oggi a chi li violava, perch’ei li salva co’suoi aiuti dall’obbligo di combattere.
Insegni ai popoli il nostro silenzio verso lui, insegni il virile contegno col re piemontese, che noi sorgiamo a libertà, non a mutamento di tirannide, che vogliamo essere grati, non ciechi e stupidi adulatori, e che fidiamo vegliando. La servilità – dovremmo saperlo d’antico- schiude la via al tradimento. Se volete che chi vi guida non si disvii dal proprio dovere, fate ch’ei debba rispettarvi e temervi.
E’ necessario che l’Italia si levi, si levi da un capo all’altro, e costituisca la propria forza, tanto che i centomila stranieri scesi in aiuto paiano leggione alleata dei ventisei milioni d’italiani, anziché esercito liberatore. L’insurrezione dovrebbe essere per ogni dove; al Nord, per conquistarsi, non ricevere libertà, al Sud per ordinare la riserva dell’esercito nazionale. Sorgendo, sorgendo unite, ordinando una potestà provvisoria, armandosi, scegliendo un punto strategico centrale dal quale possa recarsi aiuto ove occorre e chiamando a concentrarvisi quanti elementi non hanno nemici da combattere immediatamente, Napoli e la Sicilia potrebbero assicurare salute alla Causa d’Italia e costituirne la potenza, rappresentata da un Campo Nazionale. Mercè quel Campo e i volontari del Nord, l’Italia, sul finir della guerra, sarebbe arbitra suprema dei propri destini.

G. Mazzini : dall’articolo La Guerra, pubblicato sul periodico Pensiero e Azione 2-16 maggio 1859