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LA STORIA DI DIDONE

In questo articolo inizia la storia di Didone.

Tiene il potere la tiria Didone partita dalla città
fuggendo il fratello.E’ un oltraggio lungo, lunghi
gli intrighi; ma seguirò i sommi capi delle vicende.
A costei era marito Sicheo, il più ricco d’oro
dei Punici, e amato dal grande amore della misera,
a lui il padre l’aveva data intatta e l’aveva unita
in prime nozze. Ma teneva i regni di Tiro il fratello
Pigmalione, per malvagità più feroce di tutti gli altri.
Tra essi venne in mezzo il furore. Egli empio
cieco per amore dell’oro abatte con l’arma Sicheo
di nascosto che non temeva davanti agli altari; sicuro degli affetti
della sorella; ed a lungo nascose il fatto e fingendo molto
il malvagio illuse con vana speranza l’afflitta amante.
Ma lo stesso fantasma del marito insepolto venne nei sogni
alzando i pallidi sembianti in modi straordinari;
svelò i crudeli altari ed il petto trafitto dall’arma,
scoprì tutto il cieco delitto della casa.
Allora raccomanda di affrettare la fuga e andarsene dalla patria
e come aiuto per la via rivelò vecchi tesori
sotto terra, una ignota quantità di oro e argento.
Così sconcertata Didone preparava fuga e compagni.
Si radunano quelli che avevano o crudele odio o
paura del tiranno; le navi, che per caso eran pronte,
le prendono e le carican d’oro. I beni dell’avaro
Pigmalione son portati per mare; capo dell’impresa una donna
Raggiunsero i luoghi, dove ora vedraii le enormi
mura e la nascente fortezza della nuova Cartagine,
e comprati il suolo, Birsa dal nome del fatto,
quanto potessero circondare con una pelle di toro.
Ma voi chi mai (siete)? o da quali spiagge veniste?
Dove mai volgete il cammino?”Alla richiedente egli così
sospirando e traendo dal profondo (del) petto la voce:
“O dea, m’avviassi rifacendomi dal primo inizio
e ci fosse tempo di sentire le storie delle nostre pene
Vespero, chiuso l’Olimpo, concluderebbe prima il giorno.
Noi ci spinse dall’antica Troia, se per caso giunse alle vostre
orecchie il nome di Troia, portati per diversi mari
una tempesta, per suo disegno, alle spiagge libiche.
Sono il pio Enea, che reco con me con la flotta
i Penati strappati al nemico, per fama noto oltre il cielo;
cerco la patria Italia e la mia stirpe dal sommo Giove.
Con venti navi affrontai il mare frigio,
mostrandomi la via la madre dea seguendo i fati assegnati;
appena sette strappate alle onde e ad Euro restano.
Io ignoto, bisognoso, percorro i deserti di Libia,
cacciato da Europa ed Asia”. Ma non sopportando più
il dolente Venere così in mezzo al dolore interruppe:
“Chiunque sia, lo credo, non odioso ai celesti respiri le arie
vitali, tu che raggiungesti la città tiria;
affrettati dunque e di qui recati alle porte della regina.
Infatti t’annuncio i compagni reduci e la flotta restituita
e condotta al sicuro, cambiati gli Aquiloni,
se i genitori falsi non rivelarono invano la profezia del falso.
Osserva dodici cigni in fila festanti,
che dalla regione celeste l’uccello di Giove turbava nel cielo
aperto; ora sembrano in lunga schiera
o prendere terra o già presa dominarla.
Come essi reduci giocano con l’ali sibilanti
ed hanno accerchiato il cielo in gruppo e levato i canti,
non altrimentile tue poppe ed i giovani dei tuoi
o tiene il porto o affronta le entate a gonfia vela.
Affrettati dunque e, dove la via ti guida, dirigi il passo”.
Disse e girandosi splendette col roseo collo,
le chiome spirarono dal capo profumo divino
d’ambrosia; la veste defluì alla punta dei piedi,
e dal potamento si rivelò vera dea. Quando egli riconobbe
la madre inseguì (lei) fuggente con la frase:
“Perchè tante volte, crudele anche tu, inganni il figlio
con false visioni? Perchè non si concede striger la destra
alla destra ed ascoltare e rispondere vere parole?”
Così la riprende e volge il passo alle mura.
Ma Venere chiuse i partenti di aria oscura,
e la dea (li) circonfuse di spesso manto di nebbia,
nessuno potesse vederli e nessuno toccarli
o macchinare un intoppo o chiedere i motivi del giungere.
Ella se ne andò in alto a Pafo e rivisita lieta le sue
dimore, dove per lei c’è un tempio, e cento altari
son ardenti d’incenso sabeo e profumano di fresche ghirlande.

VENERE ED ENEA – Eneide

Continuano le avventure di Enea.

Ma il pio Enea meditando moltissimo durante la notte,
appena fu data la luce vitale decise di uscire ed esplorare
i nuovi luoghi, quali spiagge abbia raggiunto col vento,
chiedere chi, se uomini o belve, poichè vede (luoghi) incolti,
li abiti e riferire ai compagni cose esatte.
Occulta nella rientranza dei boschi sotto una rupe scavata
la flotta chiusa attorno da alberi e fresche ombre;
egli accompagnato dal solo Acate avanza
brandendo in mano due giavellotti di largo ferro.
Ma lui si offerse incontro la madre in mezzo al bosco
tenendo un volto ed un portamento di ragazza ed armi
di ragazza spartana, o quale la tracia Arpalice (che)
affatica i cavalli e sorpassa in fuga il veloce Ebro.
Infatti secondo l’uso la cacciatrice aveva sospeso alle spalle
il comodo arco e aveva lasciato sciogliere la chioma ai venti
nuda il ginocchio e raccolte con nodo le vesti fluenti.
E per prima disse:”Olè, giovani, mostrate se mai
vedeste qui una delle mie sorelle errante,
cinta di faretra e della pelle di una lince chiazzata,
o incalzante con grida la corsa d’un cinghiale schiumante”.
Così Venere e così il figlio di Venere in risposta cominciò:
“Nessuna delle tue sorelle fu da me vista nè sentita,
oh, come parlarti, ragazza? Infatti non hai volto
mortale, nè la voce richiama una creatura, oh, dea davvero
o sorella di Febo? oppure una della famiglia delle Ninfe?
Sii favorevole, qualunque (tu sia) e allevia il nostro affanno
e rivela finalmente sotto che cielo, in quali spiagge del mondo
siamo gettati: ignari sia delle persone che dei luoghi
erriamo spinti qui dal vento e dai vasti flutti.
Molta vittima cadrà per te davanti agli altari per nostra mano”
Allora Venere: “Veramente non mi degno di tale onore;
per le ragazze tirie è costume portar la faretra
e legare col purpureo coturno le gambe.
Vedi regni punici, Tirii e la città di Agenore;
ma territori libici, razza indomabile in guerra.

Eneide – DESTINO DEGLI ENEADI

Oggi un nuovo brano dell’Eneide in cui Giove descrive il futuro di Roma e della stirpe di Enea.

Ed ormai era la fine, quando Giove dalla sommità del cielo
guardando il mare, vi volan le vele, e le terre distese
ed i lidi e i vasti popoli, così si fermò al vertice
del cielo e fissò gli occhi sui regni di Libia.
Ma parlò a lui che meditava in cuore tali pensieri Venere
piuttosto triste e sparsa gli occhi splendenti di lacrime:
“O tu che reggi le sorti di uomini e dei
con poteri eterni ed atterrisci col fulmine,
che poteron commetter di sì grave contro di te il mio Enea,
che cosa i Troiani, cui dopo aver patito tante stragi
si chiude tutto il mondo a causa dell’Italia?
Veramente che di qui un giorno i Romani, passando gli anni,
di qui sarebbero i capi, dal sangue rinnovato di Teucro,
che possedessero il mare, e tutte le terre con autorità,
avendolo tu promesso – quale decisione , o padre, ti cambia?
con questo davvero consolavo il tramonto di Troia e le tristi
rovine ripagando i fati contrari con fati (nuovi);
Ora la stessa dorte perseguita eroi spinti da tante disgrazie.
Che termine dai delle fatiche, o gran re?
Antenore sfuggito di mezzo agli Achivi potè
penetrare i golfi illirici e superare sicuro gli interni
regni dei Liburni e la fonte del Timavo,
da cui per nove bocche con vasto frastuono del monte
giunge il mare scosceso e rompe campi con massa ruggente.
Qui almeno egli stabilì la città di Padova e le dimore
dei Teucri e diede un nome al popolo fissò le armi
troiane, ora assicurato da placida pace riposa:
noi, tua progenie, cui prometti la fortezza del cielo,
perdute (cosa indicibile) le navi, per l’ira di una sola
siamo traditi e siamo separati lontano dalle itale spiagge.
Questo il premio della virtù? così ci rimetti ai comandi?”
A lei sorridendo il creatore di uomini e dei
col volto, con cui rasserena cielo e tempeste,
sfiorò le labbra della figlia, quindi parla così:
“ Risparmia la paura, Citerea, ti rimangono intatti i fati
dei tuoi; vedrai la città e le promesse mura
di Lavinio, e sublime porterai alle stelle del cielo
il magnanimo Enea, e la decisione non mi cambia.
Orbene qui ti parlerò, poichè questo affanno ti tormenta,
e più lontano meditando i misteri dei fati (li) manifesterò:
farà una grande guerra in Italia e distruggerà popoli fieri
stabilirà leggi e mura per gli eroi, finchè
la terza estate lo vedrà regnante sul Lazio
e passeranno tre inverni, sconfitti i Rutuli.
Ma il fanciullo Ascanio, cui è aggiunto il nome Iulo
(era Ilo, fin che la realtà ilia restò al potere)
compirà trenta grandi giri (del sole, anni) di potere,
passando i mesi, e trasferirà il regno dalla sede
di Lavinio, e munirà Alba Longa di grande potenza.
Qui ormai si regnerà per trecento anni
sotto il popolo ettoreo, finchè una regina sacerdotessa,
ilia, gravida di Marte darà con parto prole gemellare.
Quindi lieto per la fulva protezione della lupa nutrice
Romolo raccoglierà un popolo e fonderà le mura mavorzie
e dal suo nome esprimerà i Romani.
Per questi non pongo nè limiti d’azione ne tempi:
ho concesso un potere senza fine. Anzi la dura Giunone,
che adesso sconquassa con paura e terre e cielo,
riporterà in meglio le decisioni, con me favorirà
i Romani, signori delle situazioni e popolo togato.
Così si decise. Verrà un’epoca, passando gli anni,
che la casa di Assaraco soggiogherà Fia e la famosa
Micene e dominerà sulla vinta Argo.
Nascerà troiano da bella stirpe Cesare,
che delimiterà l’impero con l’Oceano, ela fama con gli astri,
Giulio, nome derivato dal grande Iulo.
Costui tu l’accoglierai sicura in cielo carico
delle spoglie d’Oriente; costui pure sarà invocato con voti.
Allora finite le guerre i secoli crudeli si mitigheranno:
la bianca Fede e Vesta, Quirini col fratello Remo
faranno le leggi; si chiuderanno col ferro e stretti strumenti
le porte di Guerra; l’empio Furore dentro
sedendo sulle crudeli armi e imprigionato da cento nodi
bronzei dietro la schiena fremerà con la bocca insanguinata.”
Così dice e manda dall’alto il figlio di Maia,
perchè le terre e le nuove fortezze di Cartagine si aprano
per l’ospitalità ai Teucri, che Didone ignara del fato
non (li) cacciasse dai territori. Egli vola per l’ampia aria
col remeggio delle ali e pronto si fermò sulle spiagge di Libia.
Ed ormai esegue gli ordini, ed i Puni lasciano gli animi
fieri, volendolo il dio; anzitutto la regina
ha un animo calmo ed un proposito benevolo verso i Teucri.

Eneide – GLI ENEADI SULLE COSTE DELLA LIBIA (1.157- 222)

Ecco a voi un nuovo brano dell’Eneide, buona lettura.

Stanchi gli Eneadi cercan di raggiungere a gara
i lidi vicini e si volgono alle spiagge di Libia.
C’è un luogo in profonda insenatura: l’isola crea
un porto con la barriera dei fianchi, su cui ogni onda
dall’alto si frange e si scinde in seni appartati.
Di qua e di là vaste rupi e scogli gemelli minacciano
al cielo, e sotto la loro cima attorno
le acque taccion tranquille; poi sopra una scena di selve
brillanti, ed un nero bosco sovrasta con ombra terrificante.
su fronte opposto una grotta con scogli incombenti;
dentro acque dolci e sedili di vivo sasso,
una casa di Ninfe. Qui nessun cordame trattiene
le stanche navi, non le lega un’ancora con l’attacco adunco.
Qui entra Enea raccolte sette navi da tutto
il numero, ed usciti col grande amore di terra
i Troiani s’impossessano della sabbia bramata
e adagiano sul lido le membra grondanti di sale.
Ma dapprima Acate cavò la scintilla dalla selce
suscitò il fuoco con foglie e diede attorno
secchi alimenti e dallo stimolo ghermì la fiamma.
Poi preparano Cerere (grano) rovinato dalle onde e le armi
di Cerere stanchi dei mali, si accingono ad asciugare
col fuoco i frutti raccolti e macinarli col sasso. 179
Enea intanto ascende lo scoglio, e scruta tutta
la vista attorno nel mare, se mai vedesse qualcuno,
Anteo sbattuto dal vento e le frige biremi
o Capi o le insegne di Caico sulle alte poppe.
Nessuna nave in vista, intravede sul lido tre
cervi erranti; tutte le mandrie li seguono
alle spalle e la lunga schiera pascola per le valli.
Qui si fermò e afferrò con la mano l’arco
e le frecce veloci, armi che il fedele Acate portava,
abbatte anzitutto gli stessi capi sporgenti le alte teste
con le corna ramose, poi avanzando con le armi
scompiglia il volgo e tutta la massa tra i boschi frondosi;
nè si ferma prima che trionfante stenda per terra sette
enormi corpi e adegui il numero con le navi;
di qui si reca al porto e spartisce tra tutti i compagni.
Poi l’eroe divide i vini che il buon Aceste aveva caricato
in barili e aveva dato sul lido trinacrio ai partenti,
e placa con frasi gli animi dolenti:
“ O amici certo non siamo ignari prima dei mali,
o ne provaste più gravi, un dio pure ad essi darà una fine.
voi avvicinaste anche la rabbia scillea e totalmente
gli scogli risonanti, voi anche provaste le rocce
ciclopiche: rianimate i cuori e lasciate il triste
timore; forse un giorno gioverà ricordare anche questo.
Tra varie vicende, tra tanti rischi di eventi
miriamo al Lazio, dove i fati mostrano dimore
tranquille; là è giusto risorgano i regni di Troia:
resistete e mantenetevi per giorni migliori.”
Così dice a parole e triste per gli enormi affanni
finge col volto fiducia, reprime nel cuore il forte dolore.
Essi si accingono alla preda ed ai banchetti futuri:
strappan dalle costole i dorsi ed apron le viscere;
parte tagliano in pezzi e li infilano vibranti con spiedi,
mettono caldaie sul lido ed altri forniscono fiamme.
Poi col cibo riprendon le forze, e sparsi nell’erba
si riempion di vecchio Bacco e ricca selvaggina.
Dopo che fu tolta la fame e sgombrate le mense
con lungo parlare rievocano gli amici perduti,
tra la speranza e la paura del dubbio, sia li credano vivere
sia soffrire la fine nè più sentire, (anche se chiamati).
Soprattutto il pio Enea ora piange tra sè la sorte del fiero 220
Oronte, ora di Amico ed i crudeli destini
di Lico ed il forte Giante ed il forte Cloanto.

Eneide-NETTUNO, DIO DEL MARE, INTERVIENE

Per gli appassionati dell’Eneide continuiamo con la pubblicazione del primo libro.

1.124-156
Intanto Nettuno s’accorse che il mare era sconvolto da grande
rumore e che la bufera era scatenata e dai profondi abissi
le acque eran agitate, seriamente sdegnato, e affacciandosi
dall’alto alzò il capo maestoso sulla cima dell’onda.
Vede la flotta d’Enea dispersa per tutto il mare,
i Troiani sommersi dai flutti e dal disastro del cielo;
nè sfuggirono al fratello gli inganni e le ire di Giunone.
Chiama a sè Euro e Zefiro, poi parla così:
“Forse così tanta sicurezza della vostra razza vi sostenne?
ormai senza il mio volere osate sconvolgere cielo e terra,
venti, e alzare così grandi masse?
Perchè io vi…ma è meglio calmare i flutti sconvolti.
Poi mi pagherete i misfatti con pena non omparabile.
Affrettate la fuga e così dite al vostro re:
non a lui fu dato il potere del mare ed il severo tridente,
ma a me per fato. Lui possiede le enormi rocce,
le vostre case, Euro; si sbatta in quella sede
Eolo e regni sul chiuso carcere dei venti”.
Così parla, e con l’ordine ben presto placa il gonfio mare
spazza via le nubi raccolte e riporta il sole.
Cimotoe insieme e Tritone sforzandosi disincaglian
le navi dallo scoglio aguzzo; lui le alza col tridente
apre le vaste Sirti e placa il mare
e colle ruote leggere percorre le cime delle onde.
E come in una grande folla quando spesso è nata
una sommossa ed il volgo plebeo infuria con violenze
ed ormai volano incendi e sassi, la rabbia procura armi;
allora, se per caso han visto un uomo serio per virtù
e meriti, tacciono e stanno con orecchie attente;
egli guida i cuori con le parole e addolcisce gli spiriti:
così tutto il frastuono del mare cessò, dopo che il padre
affacciandosi sull’acque e portato nel cielo aperto
piega i cavalli e volando col cocchio veloce dà le briglie.

Eneide – La Tempesta

Oggi continuiamo la pubblicazione dell’Eneide, buona lettura.

LA TEMPESTA (1.81- 123)

Come ciò detto, ribaltata la lancia, colpì
alla costa il cavo monte; ed i venti come fatta una schiera
dov’ è dato lo sbocco, corrono e flaggellan le terre col soffio.
Bloccarono il mare e tutto dal massimi fondi
insieme Euro e Noto vanno ed Africo denso
di bufere, e riversan i vasti flutti sui lidi.
Ne segue un grido di uomini ed uno stridio di cordami;
subito le nubi strappano il cielo ed il giorno
dagli occhi dei Teucri; nera sul mare sovrasta la notte;
Tuonarono i poli e l’etere splende di densi fuochi
tutto minaccia sugli uomini una morte imminente.
All’istante le membra di Enea si sciolgono dal brivido;
geme e tendendo entrambe le mani alle stelle
così esprime a voce: “O tre quattro volte felici,
cui toccò affrontare la morte davanti ai volti dei padri e sotto
le alte mura di Troia. O Tidide, il più forte della razza
dei Danai. Io, non aver potuto cadere nelle piane iliache
e spendere questa vita per mano tua, dove giace
il fiero Ettore per l‘arma dell’Eacide, dove Sarpedo gigante,
dove sotto l’onde il Simoenta travolge tanti scudi strappati
ed elmi e forti spoglie d’eroi.”
A lui che grida così un turbine nemico stridendo per Aquilone
ferisce la vela e solleva i flutti alle stelle.
Si spaccano i remi, poi si rovescia la prora ed offre il fianco
alle onde, l’insegue un monte spezzato con la (sua) massa d’acqua.
Questi pendono in cima l flutto; a questi un’onda aprendosi
scopre tra i flutti la terra, il risucchio infuria sulle sabbie.
Noto tormenta tre navi strappate nelle rocce latenti
rocce che gli Itali chiamano Are in mezzo ai flutti,
enorme dorsale in cima al mare, tre le spinge Euro dall’alto
anche negli stretti di Sirte, miserevole (spettacolo) a vedersi,
e le sbatte nelle secche e le cinge d’un muro di sabbia.
Una, che portava i Lici ed il fidato Oronte,
sotto i suoi occhi l’enorme marea la ferisce dall’alto
sulla poppa: il pilota bocconi è sbalzato e rotolato
a capofitto, ma tre volte il flutto la tortura lì ancora
roteandola e un rapido vortice con l’acqua la divora.
Pochi appaiono nuotando nel vortice vasto,
armi d’eroi e tavole e tesori troiani tra le onde.
Ormai la robusta nave d’Ilioneo, ormai (quella) del forte Acate,
e (quella) da cui (é) portato Abante, e (quella) da cui il vecchio Alete, le ha vinte la bufera; tutte con l’insieme dei fianchi sfasciato accettano la pioggia nemica e per le falle si aprono.

Eneide

Da Oggi procederò a pubblicare periodicamente brani del capolavoro di Virgilio l'”Eneide”, opera fondamentale della cultura Italiana.

PROTASI ED INVOCAZIONE (1-11)

Canto le armi e l’eroe, che per primo dalle coste di Troia
profugo per fato toccò l’Italia e le spiagge
lavinie, lui molto sbattuto e per terre e per mare
dalla forza degli dei, per l’ira memore di Giunone crudele,
e tribolato molto anche da guerra, finchè fondasse la città
e portasse gli dei per il Lazio; donde (venne) la razza latina
i padri albani e le mura dell’alta Roma.
Musa ricordami le cause, per quale divinità lesa
o che lamentando, la regina degli dei abbia spinto
l’eroe famoso per pietà a dipanare tanti eventi, ad affrontar
tanti dolori. Forse così grandi ( sono) le ire per i cuori celesti?

GIUNONE ADIRATA (12-80)

Vi fu un’antica città, Cartagine, la occuparono coloni
Tirii, lontano contro l’Italia e le bocche Tiberine,
ricca di beni e fortissima per le passioni di guerra,
che Giunone, si dice, abbia amato più di tutte le terre,
posposta (anche ) Samo. Qui le sue armi,
qui il cocchio ci fu; la dea già allora, lo aspira e lo cura,
sia questo regno per (tali) popoli, se mai i fati permettano.
Ma aveva sentito che una stipe di sangue troiano si formava,
che un tempo muterebbe le fortezze tirie;
di qui sarebbe giunto un popolo ampiamente capo e superbo
in guerra per la rovina di Libia; così filavan le Parche.
Temendo ciò e memore della antica guerra la Saturnia,
perchè per prima l’aveva mossa a Troia per la cara Argo –
nè ancora eran cadute dal cuore le cause dell’ira e
gli acuti dolori: resta nascosto nell’alta mente
il giudizio di Paride e l’oltraggio della bellezza sprezzata
e la stirpe odiata e i favori di Ganimede rapito:
bruciata per questo, scagliati per tutto il mare,
spingeva lontano dal Lazio i Troiani, avanzi dei Danai
e del crudele Achille, e per molti anni
pressati dai fati erravano per tutti i mari.
Così tanto costava fondare la gente romana.
Appena alla vista della terra sicula in alto mare
lieti alzavan le vele e ne rompevan le spume col bronzo,
che Giunone serbando nel petto l’eterna ferita
questo tra sè: “Io desistere forse dall’iniziativa, vinta,
nè poter deviar dall’Italia il re dei Teucri.
Son proprio bloccata dai fati. Ma Pallade potè bruciare
la flotta degli Argivi e sommergerli nel mare
per la colpa e le furie del solo Aiace Oileo?
Lei scagliato dalle bubi il rapido fuoco
frantumò e le barche e sconvolse le acque coi venti,
con la bufera lo agguantò, trapassato il petto, esalante
fiamme e lo inchiodò sullo scoglio aguzzo;
ma io, che procedo regina degli dei e di Giove
sia sorella che sposa, con una sola razza tanti anni
faccio guerre. Ma nessuno adora la maestà di Giunone
mai più o supplice porrà offerte su altari?”
La dea cose meditando tali cose tra sè con animo acceso
giunse in Eolia, patria di tempeste, luoghi pieni
di Austri furenti. Qui Eolo in vasta caverna
blocca i venti violenti e le roboanti tempeste chiasmo
con autorità e li frena con catene e prigione.
Essi riluttanti con grande brontolio del monte
fermono attorno le sbarre; Eolo siede sull’alta fortezza
tenendo gli scettri e placa i cuori e controlla le ire.
Se non lo facesse, davvero rapidi prenderebbero mari
e terre ed il cielo profondo e con sè spazzerebbero per l’aria;
ma il padre onnopotente li nascose in nere caverne
temendo ciò, e sovrappose una mole ed alti monti
e diede un re, che con norma sicura sapesse
sia bloccare che al comando allentare le briglie.
Ma con lui dunque supplice Giunone usò queste frasi:
“Eolo, a te infatti il padre degli dei e re degli uomini
concesse sia di calmare che alzare i flutti col vento,
una razza a me avversa naviga il mare tirreno
portando in Italia Ilio ed i vinti penati:
lancia una forza coi venti e copri le poppe sommerse
o falli sbandati e disperdine i corpi nel mare.
Io hodativo di possesso quattordici Ninfe di corpo formoso
di cui quella più bella d’aspetto, Deiopea,
legherò di unione stabile e donerò speciale,
che tutti gli anni passi per tali meriti
con te e ti renda padre di bella prole.
Eolo questo rispose: “Tuo il disturbo, o regina,
cercare quello che vuoi; per me è legge eseguire i comandi.
Tu quel po’ di potere, tu gli scettri e Giove
mi accordi, tu mi fai sedere alle feste degli dei
e mi rendi padrone di tempeste e bufere.

Nicolò Tommaseo – Risorgeremo

Di seguito una famosa poesia di Nicolò Tommaseo.

Risorgeremo

Per i morti
in difesa della Patria
Risorgeranno!
Santo e salutare pensiero gli
è l’orare pe’ morti, che li prosciolga
Iddio dal peccato.
Risorgeranno.
Il corpo e la vita contenti diedero
per voler perseverare nel bene.
Quelli che s’addormentarono in un
pensiero pio,
troveranno serbata a sé
grazia grande.
Risorgeranno.
Erano apparecchiati a morire
per i cittadini. Il sangue loro
con ambo le mani sparsero sopra noi
come benedizione e salute.
Risorgeranno.
Non fidiamo nella stabilità
delle mura: ma l’Onnipotente
invochiamo, che con potestà
sua frange le posse nemiche.
Risorgeremo.

La guerra di Piero

Di seguito troverete il testo di una delle canzoni Italiane più conosciute di F. De Andrè. La guerra di Piero è il manifesto per eccellenza delle canzoni contro la guerra della cultura Italiana degli ultimi 60 anni, rimarca il fatto che una guerra a prescindere da tutto non è nient’altro che una macelleria che coinvolge corpo, mente ed affetti. Proprio per questo non dobbiamo mai dimenticare cosa è costata, in termini di sangue, l’Unità d’Italia e tutti noi abbiamo un debito di gratitudine verso tutti quei giovani che hanno immolato tutto per consegnarci il loro sogno, L’Italia.

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi
lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente
così dicevi ed era inverno
e come gli altri verso l’inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve
fermati Piero, fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po’ addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce
ma tu non lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera
e mentre marciavi con l’anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore
sparagli Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue
e se gli spari in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore
e mentre gli usi questa premura
quello si volta, ti vede e ha paura
ed imbracciata l’artiglieria
non ti ricambia la cortesia
cadesti a terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato
cadesti a terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato ritorno
Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all’inferno
avrei preferito andarci in inverno
e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole
dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.

F. de Andrè