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Eneide

Da Oggi procederò a pubblicare periodicamente brani del capolavoro di Virgilio l'”Eneide”, opera fondamentale della cultura Italiana.

PROTASI ED INVOCAZIONE (1-11)

Canto le armi e l’eroe, che per primo dalle coste di Troia
profugo per fato toccò l’Italia e le spiagge
lavinie, lui molto sbattuto e per terre e per mare
dalla forza degli dei, per l’ira memore di Giunone crudele,
e tribolato molto anche da guerra, finchè fondasse la città
e portasse gli dei per il Lazio; donde (venne) la razza latina
i padri albani e le mura dell’alta Roma.
Musa ricordami le cause, per quale divinità lesa
o che lamentando, la regina degli dei abbia spinto
l’eroe famoso per pietà a dipanare tanti eventi, ad affrontar
tanti dolori. Forse così grandi ( sono) le ire per i cuori celesti?

GIUNONE ADIRATA (12-80)

Vi fu un’antica città, Cartagine, la occuparono coloni
Tirii, lontano contro l’Italia e le bocche Tiberine,
ricca di beni e fortissima per le passioni di guerra,
che Giunone, si dice, abbia amato più di tutte le terre,
posposta (anche ) Samo. Qui le sue armi,
qui il cocchio ci fu; la dea già allora, lo aspira e lo cura,
sia questo regno per (tali) popoli, se mai i fati permettano.
Ma aveva sentito che una stipe di sangue troiano si formava,
che un tempo muterebbe le fortezze tirie;
di qui sarebbe giunto un popolo ampiamente capo e superbo
in guerra per la rovina di Libia; così filavan le Parche.
Temendo ciò e memore della antica guerra la Saturnia,
perchè per prima l’aveva mossa a Troia per la cara Argo –
nè ancora eran cadute dal cuore le cause dell’ira e
gli acuti dolori: resta nascosto nell’alta mente
il giudizio di Paride e l’oltraggio della bellezza sprezzata
e la stirpe odiata e i favori di Ganimede rapito:
bruciata per questo, scagliati per tutto il mare,
spingeva lontano dal Lazio i Troiani, avanzi dei Danai
e del crudele Achille, e per molti anni
pressati dai fati erravano per tutti i mari.
Così tanto costava fondare la gente romana.
Appena alla vista della terra sicula in alto mare
lieti alzavan le vele e ne rompevan le spume col bronzo,
che Giunone serbando nel petto l’eterna ferita
questo tra sè: “Io desistere forse dall’iniziativa, vinta,
nè poter deviar dall’Italia il re dei Teucri.
Son proprio bloccata dai fati. Ma Pallade potè bruciare
la flotta degli Argivi e sommergerli nel mare
per la colpa e le furie del solo Aiace Oileo?
Lei scagliato dalle bubi il rapido fuoco
frantumò e le barche e sconvolse le acque coi venti,
con la bufera lo agguantò, trapassato il petto, esalante
fiamme e lo inchiodò sullo scoglio aguzzo;
ma io, che procedo regina degli dei e di Giove
sia sorella che sposa, con una sola razza tanti anni
faccio guerre. Ma nessuno adora la maestà di Giunone
mai più o supplice porrà offerte su altari?”
La dea cose meditando tali cose tra sè con animo acceso
giunse in Eolia, patria di tempeste, luoghi pieni
di Austri furenti. Qui Eolo in vasta caverna
blocca i venti violenti e le roboanti tempeste chiasmo
con autorità e li frena con catene e prigione.
Essi riluttanti con grande brontolio del monte
fermono attorno le sbarre; Eolo siede sull’alta fortezza
tenendo gli scettri e placa i cuori e controlla le ire.
Se non lo facesse, davvero rapidi prenderebbero mari
e terre ed il cielo profondo e con sè spazzerebbero per l’aria;
ma il padre onnopotente li nascose in nere caverne
temendo ciò, e sovrappose una mole ed alti monti
e diede un re, che con norma sicura sapesse
sia bloccare che al comando allentare le briglie.
Ma con lui dunque supplice Giunone usò queste frasi:
“Eolo, a te infatti il padre degli dei e re degli uomini
concesse sia di calmare che alzare i flutti col vento,
una razza a me avversa naviga il mare tirreno
portando in Italia Ilio ed i vinti penati:
lancia una forza coi venti e copri le poppe sommerse
o falli sbandati e disperdine i corpi nel mare.
Io hodativo di possesso quattordici Ninfe di corpo formoso
di cui quella più bella d’aspetto, Deiopea,
legherò di unione stabile e donerò speciale,
che tutti gli anni passi per tali meriti
con te e ti renda padre di bella prole.
Eolo questo rispose: “Tuo il disturbo, o regina,
cercare quello che vuoi; per me è legge eseguire i comandi.
Tu quel po’ di potere, tu gli scettri e Giove
mi accordi, tu mi fai sedere alle feste degli dei
e mi rendi padrone di tempeste e bufere.

Nicolò Tommaseo – Risorgeremo

Di seguito una famosa poesia di Nicolò Tommaseo.

Risorgeremo

Per i morti
in difesa della Patria
Risorgeranno!
Santo e salutare pensiero gli
è l’orare pe’ morti, che li prosciolga
Iddio dal peccato.
Risorgeranno.
Il corpo e la vita contenti diedero
per voler perseverare nel bene.
Quelli che s’addormentarono in un
pensiero pio,
troveranno serbata a sé
grazia grande.
Risorgeranno.
Erano apparecchiati a morire
per i cittadini. Il sangue loro
con ambo le mani sparsero sopra noi
come benedizione e salute.
Risorgeranno.
Non fidiamo nella stabilità
delle mura: ma l’Onnipotente
invochiamo, che con potestà
sua frange le posse nemiche.
Risorgeremo.

La guerra di Piero

Di seguito troverete il testo di una delle canzoni Italiane più conosciute di F. De Andrè. La guerra di Piero è il manifesto per eccellenza delle canzoni contro la guerra della cultura Italiana degli ultimi 60 anni, rimarca il fatto che una guerra a prescindere da tutto non è nient’altro che una macelleria che coinvolge corpo, mente ed affetti. Proprio per questo non dobbiamo mai dimenticare cosa è costata, in termini di sangue, l’Unità d’Italia e tutti noi abbiamo un debito di gratitudine verso tutti quei giovani che hanno immolato tutto per consegnarci il loro sogno, L’Italia.

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi
lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente
così dicevi ed era inverno
e come gli altri verso l’inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve
fermati Piero, fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po’ addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce
ma tu non lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera
e mentre marciavi con l’anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore
sparagli Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue
e se gli spari in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore
e mentre gli usi questa premura
quello si volta, ti vede e ha paura
ed imbracciata l’artiglieria
non ti ricambia la cortesia
cadesti a terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato
cadesti a terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato ritorno
Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all’inferno
avrei preferito andarci in inverno
e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole
dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.

F. de Andrè

Il mio canto libero

In un mondo che
non ci vuole più
il mio canto libero sei tu
E l’immensità
si apre intorno a noi
al di là del limite degli occhi tuoi
Nasce il sentimento
nasce in mezzo al pianto
e s’innalza altissimo e va
e vola sulle accuse della gente
a tutti i suoi retaggi indifferente
sorretto da un anelito d’amore
di vero amore
In un mondo che  (Pietre un giorno case )
prigioniero è ( ricoperte dalle rose selvatiche )
respiriamo liberi io e te (rivivono ci chiamano)
E la verità ( Boschi abbandonati )
si offre nuda a noi e ( perciò sopravvissuti vergini )
e limpida è l’immagine ( si aprono )
ormai ( ci abbracciano )
Nuove sensazioni
giovani emozioni
si esprimono purissime
in noi
La veste dei fantasmi del passato
cadendo lascia il quadro immacolato
e s’alza un vento tiepido d’amore
di vero amore
E riscopro te
dolce compagna che
non sai domandare ma sai
che ovunque andrai
al fianco tuo mi avrai
se tu lo vuoi
Pietre un giorno case
ricoperte dalle rose selvatiche
rivivono
ci chiamano
Boschi abbandonati
e perciò sopravvissuti vergini
si aprono
ci abbracciano
In un mondo che
prigioniero è
respiriamo liberi
io e te
E la verità
si offre nuda a noi
e limpida è l’immagine
ormai
Nuove sensazioni
giovani emozioni
si esprimono purissime
in noi
La veste dei fantasmi del passato
cadendo lascia il quadro immacolato
e s’alza un vento tiepido d’amore
di vero amore
e riscopro te

Battisti – Mogol

All’armi! All’armi!

 

Risultati immagini per giovanni berchet

 

Su,figli d’Italia! Su in armi, coraggio!

Il suolo qui è nostro, del nostro retaggio

il turpe mercato finisce pei re.

Un popol diviso per sette destini,

in sette spezzato da sette confini,

si fonde in un solo, più servo non è.

Su Italia, su, in armi!

Venuto è il tuo dì!

Dei re congiurati la tresca finì!

Dall’Alpi allo Stretto fratelli siam tutti!

Sui limiti chiusi, sui troni distrutti

piantiamo i comuni tre nostri color!

Il verde, la speme tant’anni pasciuta,

il rosso, la gioia di averla compiuta,

il bianco, la fede fraterna d’amor.

Su Italia! Su in armi!

Venuto è il tuo dì!

Dei re congiurati la tresca finì.

Giovanni Berchet

(Milano, 23 dicembre 1783Torino, 23 dicembre 1851) è stato un poeta, scrittore e letterato italiano, tra gli esponenti più significativi del romanticismo.

Di sacro genio arcano

Un bellissimo componimento di G. Rossetti tratto da ” La Costituzione di Napoli”

Di sacro genio arcano.

Di sacro genio arcano

al soffio animatore

divampa il chiuso ardore

di patria carità;

e fulge ormai nell’arme

la gioventù raccolta.

Non sogno questa volta,

non sogno libertà!

Dalle nolane mura

la libera coorte

gridando:- a Monteforte!

Alza il vessillo e va:

la cittadina tromba

lieta squillar s’ascolta.

Non sogno questa volta,

non sogno libertà!

Fin dal fecondo Liri

all’Erice fiorito

quel generoso invito

più vivo ognor si fa

e degli eroi la schiera

sempre divien più folta.

Non sogno questa volta,

non sogno libertà!

………………………………….

Già coronata è l’opera:

patria, ringrazia il nume;

o qual ti cinge lume

di nuova maestà!

Chi fia che più ti dica

barbara terra incolta?

Non sogni questa volta,

non sogni libertà!!

(da G. Rossetti: La costituzione di Napoli)

Gabriele Pasquale Giuseppe Rossetti è stato un poeta, critico letterario e patriota italiano. Wikipedia
Data di nascita: 28 febbraio 1783, Vasto