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Signor tenente

Signor tenente è una canzone scritta e cantata da Giorgio Faletti. La canzone viene presentata al Festival di Sanremo 1994 e arriva al 2º posto della classifica finale della kermesse canora vincendo il Premio della Critica.
 Il brano vuole essere una denuncia delle condizioni lavorative delle forze dell’ordine in un periodo in cui era ancora viva “l’eco” delle bombe del ’92 e ’93 .

Forse possiamo cambiarla ma è l’unica che c’è
Questa vita di stracci e sorrisi e di mezze parole
Forse cent’anni o duecento è un attimo che va
Fosse di un attimo appena
Sarebbe come
Tutti vestiti di vento ad inseguirci nel sole
Tutti aggrappati ad un filo e non sappiamo dove, dove
Minchia signor tenente che siamo usciti dalla centrale
Ed in costante contatto radio
Abbiamo preso la provinciale
Ed al chilometro 41 presso la casa cantoniera
Nascosto bene la nostra auto che si vedesse che non c’era
E abbiam montato l’autovelox e fatto multe senza pietà
A chi passava sopra i 50 fossero pure i 50 di età
E preso uno senza patente (e preso uno senza patente)
Minchia signor tenente faceva un caldo che se bruciava
La provinciale sembrava un forno
C’era l’asfalto che tremolava e che sbiadiva tutto lo sfondo
Ed è così tutti sudati che abbiam saputo di quel fattaccio
Di quei ragazzi morti ammazzati
Gettati in aria come uno straccio caduti a terra come persone che han fatto a pezzi con l’esplosivo
Che se non serve per cose buone può diventar così cattivo
Che dopo quasi non resta niente
Minchia signor tenente e siamo qui con queste divise
Che tante volte ci vanno strette
Specie da quando sono derise da un umorismo di barzellette
E siamo stanchi di sopportare quel che succede in questo paese
Dove ci tocca farci ammazzare per poco più di un milione al mese
E c’è una cosa qui nella gola, una che proprio non ci va giù
E farla scendere è una parola
Se chi ci ammazza prende di più di quel che prende la brava gente
Minchia signor tenente lo so che parlo col comandante
Ma quanto tempo dovrà passare
Che a star seduto su una volante la voce in radio ci fa tremare
Che di coraggio ne abbiamo tanto
Ma qui diventa sempre più dura quanto ci tocca fare i conti con il coraggio della paura
E questo è quel che succede adesso
Che poi se c’è una chiamata urgente se prende su e ci si va lo stesso
E scusi tanto se non è niente (e scusi tanto se non è niente)
Minchia signor tenente per cui se pensa che c’ho vent’anni
Credo che proprio non mi dà torto
Se riesce a mettersi nei miei panni magari non mi farà rapporto
E glielo dico sinceramente
Minchia signor tenente.

La Grande meretrice.

Oggi vi voglio proporre due brani molto interessanti, uno di Isaia e uno tratto dall’Apocalisse di Giovanni, buona lettura.

Il re di Babilonia sarà deriso con questa canzone:
Ecco questa è la fine del re crudele!
Ora non opprime più la gente!
Il Signore ha tolto il potere al governatore iniquo, a quel tiranno spietato:
che colpiva i popoli con furore e non dava loro tregua,
con ira scatenata assoggettava le nazioni…
omissis…
Avevi deciso di scalare il cielo
e di porre il tuo trono sulle stelle più alte
Pensavi di sedere come un re
sulla montagna di settentrione
dove si radunano gli dei
Volevi salire in cielo, oltre le nuvole,
per diventare simile all’Altissimo.
E invece sei stato precipitato negli inferi,
nelle profondità dell’abisso! »   (Isaia 14,4-17)

17 1 E uno dei sette angeli, che hanno le sette coppe, venne e parlò con me: «Vieni, ti mostrerò la condanna della grande prostituta, che siede presso le grandi acque. 2 Con lei si sono prostituiti i re della terra, e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione». 3 L’angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, che era coperta di nomi blasfemi, aveva sette teste e dieci corna. 4 La donna era vestita di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle; teneva in mano una coppa d’oro, colma degli orrori e delle immondezze della sua prostituzione. 5 Sulla sua fronte stava scritto un nome misterioso: «Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli orrori della terra». 6 E vidi quella donna, ubriaca del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù. Al vederla, fui preso da grande stupore. 7 Ma l’angelo mi disse: «Perché ti meravigli? Io ti spiegherò il mistero della donna e della bestia che la porta, quella che ha sette teste e dieci corna. 8 La bestia che hai visto era, ma non è più; salirà dall’abisso, ma per andare verso la rovina. E gli abitanti della terra il cui nome non è scritto nel libro della vita fino dalla fondazione del mondo, stupiranno al vedere che la bestia era, e non è più; ma riapparirà. 9 Qui è necessaria una mente saggia. Le sette teste sono i sette monti sui quali è seduta la donna. E i re sono sette: 10 i primi cinque sono caduti; uno è ancora in vita, l’altro non è ancora venuto e, quando sarà venuto, dovrà rimanere per poco. 11 La bestia, che era e non è più, è l’ottavo re e anche uno dei sette, ma va verso la rovina. 12 Le dieci corna che hai visto sono dieci re, i quali non hanno ancora ricevuto un regno, ma riceveranno potere regale per un’ora soltanto, insieme con la bestia. 13 Questi hanno un unico intento: consegnare la loro forza e il loro potere alla bestia. 14 Essi combatteranno contro l’Agnello, ma l’Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re; quelli che stanno con lui sono i chiamati, gli eletti e i fedeli». 15 E l’angelo mi disse: «Le acque che hai visto, presso le quali siede la prostituta, simboleggiano popoli, moltitudini, nazioni e lingue. 16 Le dieci corna che hai visto e la bestia odieranno la prostituta, la spoglieranno e la lasceranno nuda, ne mangeranno le carni e la bruceranno col fuoco. 17 Dio infatti ha messo loro in cuore di realizzare il suo disegno e di accordarsi per affidare il loro regno alla bestia, finché si compiano le parole di Dio. 18 La donna che hai visto simboleggia la città grande, che regna sui re della terra».

Apocalisse di San Giovanni parte 17 versione della CEI.

Proclama.

Di seguito troverete il proclama Rivolto da Vittorio Emanuele ai popoli del regno d’Italia dopo la dichiarazione di guerra intimata dall’Austria alla Sardegna.

Popoli del Regno!
L’Austria ci assale col poderoso esercito che, simulando amor di pace, ha adunato a nostra offesa nelle infelici provincie soggette alla sua dominazione.
Non potendo sopportare l’esempio dei nostri ordini civili, né volendo sottomettersi al giudizio di un Congresso europeo sui mali e sui pericoli dei quali essa fu sola cagione in Italia, l’Austria viola la promessa data alla Gran Bretagna, e fa caso di guerra d’una legge d’onore.
L’Austria osa domandare che siano diminuite le nostre truppe, disarmata e data in balia quell’animosa gioventù che da tutte le parti d’Italia è accorsa a difendere la nostra bandiera dell’indipendenza nazionale.
Geloso custode dell’avito patrimonio comune di onore e di gloria, io do lo Stato a reggere al mio amato Cugino, il Principe Eugenio, e ripiglio la spada. Coi miei soldati combatteranno le battaglie della libertà e della giustizia i prodi soldati dell’Imperatore Napoleone, mio generoso alleato.

Popoli d’Italia!
L’Austria assale il Piemonte perchè ha perorata la causa della comune patria nei Consigli d’Europa; perchè non fu insensibile ai vostri gridi di dolore.
Così essa rompe oggi violentemente quei trattati che non ha rispettato mai. Così oggi è intero il diritto della nazione, ed io posso in piena coscienza sciogliere il voto fatto sulla tomba del mio magnanimo Genitore! Impugnando le armi per difendere il mio Trono, la libertà de’ miei popoli, l’onore del nome italiano, io combatto pel diritto di tutta la nazione.
Confidiamo in Dio e nella nostra concordia, confidiamo nel valore dei soldati italiani, nell’alleanza della nobile nazione francese, confidiamo nella giustizia della pubblica opinione. Io non ho altra ambizione che quella di essere il primo soldato della indipendenza italiana.

Viva l’Italia!

Torino, 29 aprile 1859

Vittorio Emanuele
C. Cavour

LA STORIA DI DIDONE

In questo articolo inizia la storia di Didone.

Tiene il potere la tiria Didone partita dalla città
fuggendo il fratello.E’ un oltraggio lungo, lunghi
gli intrighi; ma seguirò i sommi capi delle vicende.
A costei era marito Sicheo, il più ricco d’oro
dei Punici, e amato dal grande amore della misera,
a lui il padre l’aveva data intatta e l’aveva unita
in prime nozze. Ma teneva i regni di Tiro il fratello
Pigmalione, per malvagità più feroce di tutti gli altri.
Tra essi venne in mezzo il furore. Egli empio
cieco per amore dell’oro abatte con l’arma Sicheo
di nascosto che non temeva davanti agli altari; sicuro degli affetti
della sorella; ed a lungo nascose il fatto e fingendo molto
il malvagio illuse con vana speranza l’afflitta amante.
Ma lo stesso fantasma del marito insepolto venne nei sogni
alzando i pallidi sembianti in modi straordinari;
svelò i crudeli altari ed il petto trafitto dall’arma,
scoprì tutto il cieco delitto della casa.
Allora raccomanda di affrettare la fuga e andarsene dalla patria
e come aiuto per la via rivelò vecchi tesori
sotto terra, una ignota quantità di oro e argento.
Così sconcertata Didone preparava fuga e compagni.
Si radunano quelli che avevano o crudele odio o
paura del tiranno; le navi, che per caso eran pronte,
le prendono e le carican d’oro. I beni dell’avaro
Pigmalione son portati per mare; capo dell’impresa una donna
Raggiunsero i luoghi, dove ora vedraii le enormi
mura e la nascente fortezza della nuova Cartagine,
e comprati il suolo, Birsa dal nome del fatto,
quanto potessero circondare con una pelle di toro.
Ma voi chi mai (siete)? o da quali spiagge veniste?
Dove mai volgete il cammino?”Alla richiedente egli così
sospirando e traendo dal profondo (del) petto la voce:
“O dea, m’avviassi rifacendomi dal primo inizio
e ci fosse tempo di sentire le storie delle nostre pene
Vespero, chiuso l’Olimpo, concluderebbe prima il giorno.
Noi ci spinse dall’antica Troia, se per caso giunse alle vostre
orecchie il nome di Troia, portati per diversi mari
una tempesta, per suo disegno, alle spiagge libiche.
Sono il pio Enea, che reco con me con la flotta
i Penati strappati al nemico, per fama noto oltre il cielo;
cerco la patria Italia e la mia stirpe dal sommo Giove.
Con venti navi affrontai il mare frigio,
mostrandomi la via la madre dea seguendo i fati assegnati;
appena sette strappate alle onde e ad Euro restano.
Io ignoto, bisognoso, percorro i deserti di Libia,
cacciato da Europa ed Asia”. Ma non sopportando più
il dolente Venere così in mezzo al dolore interruppe:
“Chiunque sia, lo credo, non odioso ai celesti respiri le arie
vitali, tu che raggiungesti la città tiria;
affrettati dunque e di qui recati alle porte della regina.
Infatti t’annuncio i compagni reduci e la flotta restituita
e condotta al sicuro, cambiati gli Aquiloni,
se i genitori falsi non rivelarono invano la profezia del falso.
Osserva dodici cigni in fila festanti,
che dalla regione celeste l’uccello di Giove turbava nel cielo
aperto; ora sembrano in lunga schiera
o prendere terra o già presa dominarla.
Come essi reduci giocano con l’ali sibilanti
ed hanno accerchiato il cielo in gruppo e levato i canti,
non altrimentile tue poppe ed i giovani dei tuoi
o tiene il porto o affronta le entate a gonfia vela.
Affrettati dunque e, dove la via ti guida, dirigi il passo”.
Disse e girandosi splendette col roseo collo,
le chiome spirarono dal capo profumo divino
d’ambrosia; la veste defluì alla punta dei piedi,
e dal potamento si rivelò vera dea. Quando egli riconobbe
la madre inseguì (lei) fuggente con la frase:
“Perchè tante volte, crudele anche tu, inganni il figlio
con false visioni? Perchè non si concede striger la destra
alla destra ed ascoltare e rispondere vere parole?”
Così la riprende e volge il passo alle mura.
Ma Venere chiuse i partenti di aria oscura,
e la dea (li) circonfuse di spesso manto di nebbia,
nessuno potesse vederli e nessuno toccarli
o macchinare un intoppo o chiedere i motivi del giungere.
Ella se ne andò in alto a Pafo e rivisita lieta le sue
dimore, dove per lei c’è un tempio, e cento altari
son ardenti d’incenso sabeo e profumano di fresche ghirlande.

Abbiamo fatto la storia.

In questo pezzo il Massari ripercorre i momenti in cui il conte di Cavour respinge l’ultimatum austriaco, di fatto presentando al conte Kellesperg una dichiarazione di guerra all’impero Austriaco.

La proposta di legge per i pieni poteri fu presentata al Senato del regno e discussa senza perdita di tempo. Nella Camera dei Deputati c’era stata un po’ di opposizione, nel Senato nessuna: erano 61 senatori presenti, 61 furono le palle bianche. Mentre si procedeva alla votazione fu consegnata una lettera al banco dei ministri. Il conte di Cavour l’aprì e leggendola si stropicciò le mani in segno di soddisfazione vivissima. Un fremito percorse tutta l’aula: era il telegramma che annunziava l’arrivo delle prime colonne francesi a Chamberi.
Alle cinque e mezzo pomeridiane precise del giorno 26 aprile il barone di Kellesperg e il conte Ceschi di Santa Croce erano al Ministero degli Affari Esteri: il primo fu subito introdotto dal Conte di Cavour, il secondo aspettava in anticamera e contemplava i quadri di Grimaldi che rappresentavano gloriosi episodi della guerra del 1848 tra i Piemontesi e gli Austriaci. Pochi momenti dopo la porta della stanza del ministro si apriva e ne usciva il conte di Kellesperg, il quale se ne andava via con il suo compagno. Sopraggiungeva il conte di Cavour col volto sereno e risoluto. Disse: “ Tutto è finito; ho consegnato al barone di Kellesperg la risposta negativa del nostro Governo all’ultimatum del conte Buol; e stringendogli la mano gli ho detto:” Spero, signor barone, che ci rivedremo in circostanze più felici””. Poi diede istruzioni opportune al tenente colonnello Govone, che aveva incaricato di ricondurre gli inviati austriaci alla frontiera, e quindi rivolgendosi agli amici presenti esclamò: “Il dado è tratto. Abbiamo fatto la storia, e ora andiamo a pranzo”.
Il periodo dell’ansietà, delle dubbiezze era dunque cessato; il momento tanto desiderato era giunto; la guerra tra l’Austria e il Piemonte era ufficialmente dichiarata; le schiere francesi muovevano in fretta a combattere per la indipendenza italiana. Grande e solenne momento!

Da G. Massari: Ricordi biografici del conte di Cavour.

VENERE ED ENEA – Eneide

Continuano le avventure di Enea.

Ma il pio Enea meditando moltissimo durante la notte,
appena fu data la luce vitale decise di uscire ed esplorare
i nuovi luoghi, quali spiagge abbia raggiunto col vento,
chiedere chi, se uomini o belve, poichè vede (luoghi) incolti,
li abiti e riferire ai compagni cose esatte.
Occulta nella rientranza dei boschi sotto una rupe scavata
la flotta chiusa attorno da alberi e fresche ombre;
egli accompagnato dal solo Acate avanza
brandendo in mano due giavellotti di largo ferro.
Ma lui si offerse incontro la madre in mezzo al bosco
tenendo un volto ed un portamento di ragazza ed armi
di ragazza spartana, o quale la tracia Arpalice (che)
affatica i cavalli e sorpassa in fuga il veloce Ebro.
Infatti secondo l’uso la cacciatrice aveva sospeso alle spalle
il comodo arco e aveva lasciato sciogliere la chioma ai venti
nuda il ginocchio e raccolte con nodo le vesti fluenti.
E per prima disse:”Olè, giovani, mostrate se mai
vedeste qui una delle mie sorelle errante,
cinta di faretra e della pelle di una lince chiazzata,
o incalzante con grida la corsa d’un cinghiale schiumante”.
Così Venere e così il figlio di Venere in risposta cominciò:
“Nessuna delle tue sorelle fu da me vista nè sentita,
oh, come parlarti, ragazza? Infatti non hai volto
mortale, nè la voce richiama una creatura, oh, dea davvero
o sorella di Febo? oppure una della famiglia delle Ninfe?
Sii favorevole, qualunque (tu sia) e allevia il nostro affanno
e rivela finalmente sotto che cielo, in quali spiagge del mondo
siamo gettati: ignari sia delle persone che dei luoghi
erriamo spinti qui dal vento e dai vasti flutti.
Molta vittima cadrà per te davanti agli altari per nostra mano”
Allora Venere: “Veramente non mi degno di tale onore;
per le ragazze tirie è costume portar la faretra
e legare col purpureo coturno le gambe.
Vedi regni punici, Tirii e la città di Agenore;
ma territori libici, razza indomabile in guerra.

Verso il fronte

Oggi vi propongo un brano del Massari in cui descrive il momento della partenza dell’esercito piemontese verso il fronte.

Partenza delle truppe piemontesi.

Mentre gli inviati austriaci passeggiavano per la città e facevano quelle riflessioni, le truppe piemontesi incominciavano a partire verso la frontiera. Il conte di Cavour si recò in persona a salutare al momento della partenza alcuni battaglioni della quarta divisione ed il suo bravo comandante, il generale Cialdini. Partivano lieti, contenti, pieni di entusiasmo. Quale spettacolo! Al fischio della locomotiva suonava la banda militare; gli astanti battevano le mani, i soldati gridavano: Viva il Re! “Partono lieti”, diceva il conte, in balia ad una grande commozione,” e si vede che quell’allegrezza non è simulata. I piemontesi non conoscono vie di mezzo: o si ritirano o si battono a meraviglia… Io credo che si batteranno bene. Tornino carichi di gloria!”

G. Massari: Ricordi biografici del conte di Cavour.

Consegna dell’ultimatum.

In questo pezzo il Massari ci descrive il momento in cui i delegati Austriaci consegnano l’ultimatum al conte di Cavour e la sua reazione tranquilla, forte dell’appoggio popolare e dell’alleanza con la Francia.

Poco dopo il ministro prussiano, conte Brassier de Saint Simon, scriveva al conte di Cavour essere giunto da Milano il conte di Kellesperg, il quale aveva incarico di consegnargli una lettera del conte Buol. Rispose senza indugio sarebbe stato al ministero fino alle 5 e tre quarti, tornarci dopo le 9. Alle 5 e un quarto gli inviati austriaci condotti dal conte di Brassier si recarono al palazzo del Ministero: il conte Kellesperg fu gentilissimo e nel presentare la lettera disse di ignorarne il contenuto. Il conte di Cavour la dissuggellò, la lesse: era l’ultimatum; chiedeva risposta per sì o per no; dava tempo tre giorni. Il conte cavò l’oriuolo; erano le cinque e mezzo : diede quindi appuntamento al conte di Kellesperg fra tre giorni a quell’ora medesima.
Durante i tre giorni della loro dimora a Torino gli inviati austriaci furono assai colpiti dall’atteggiamento tranquillo e dignitosissimo della popolazione; e manifestarono al diplomatico prussiano la meraviglia che quello spettacolo produceva negli animi loro, e l’ammirazione che sperimentavano verso un popolo che alla vigilia di una guerra era pieno di tanta serenità. Videro con i propri occhi che la politica del conte di Cavour non era una politica avventata, né la conseguenza del capriccio di un uomo appoggiato da alcuni amici, ma era bensì quella che si riscontrava con i più cari desideri del paese, che ne esprimeva fedelmente le aspirazioni ed i voleri. Anche l’aspetto materiale di Torino fece grande impressione sugli inviati austriaci; e rimirando le spaziose e simmetriche vie esclamavano: “ Peccato! Questa magnifica città di qui a qualche giorno sarà esposta a tutti gli orrori della guerra!”. Tanto erano persuasi che le truppe austriache sarebbero giunte fino a Torino!

G. Massari: Ricordi biografici del conte di Cavour.

Eneide – DESTINO DEGLI ENEADI

Oggi un nuovo brano dell’Eneide in cui Giove descrive il futuro di Roma e della stirpe di Enea.

Ed ormai era la fine, quando Giove dalla sommità del cielo
guardando il mare, vi volan le vele, e le terre distese
ed i lidi e i vasti popoli, così si fermò al vertice
del cielo e fissò gli occhi sui regni di Libia.
Ma parlò a lui che meditava in cuore tali pensieri Venere
piuttosto triste e sparsa gli occhi splendenti di lacrime:
“O tu che reggi le sorti di uomini e dei
con poteri eterni ed atterrisci col fulmine,
che poteron commetter di sì grave contro di te il mio Enea,
che cosa i Troiani, cui dopo aver patito tante stragi
si chiude tutto il mondo a causa dell’Italia?
Veramente che di qui un giorno i Romani, passando gli anni,
di qui sarebbero i capi, dal sangue rinnovato di Teucro,
che possedessero il mare, e tutte le terre con autorità,
avendolo tu promesso – quale decisione , o padre, ti cambia?
con questo davvero consolavo il tramonto di Troia e le tristi
rovine ripagando i fati contrari con fati (nuovi);
Ora la stessa dorte perseguita eroi spinti da tante disgrazie.
Che termine dai delle fatiche, o gran re?
Antenore sfuggito di mezzo agli Achivi potè
penetrare i golfi illirici e superare sicuro gli interni
regni dei Liburni e la fonte del Timavo,
da cui per nove bocche con vasto frastuono del monte
giunge il mare scosceso e rompe campi con massa ruggente.
Qui almeno egli stabilì la città di Padova e le dimore
dei Teucri e diede un nome al popolo fissò le armi
troiane, ora assicurato da placida pace riposa:
noi, tua progenie, cui prometti la fortezza del cielo,
perdute (cosa indicibile) le navi, per l’ira di una sola
siamo traditi e siamo separati lontano dalle itale spiagge.
Questo il premio della virtù? così ci rimetti ai comandi?”
A lei sorridendo il creatore di uomini e dei
col volto, con cui rasserena cielo e tempeste,
sfiorò le labbra della figlia, quindi parla così:
“ Risparmia la paura, Citerea, ti rimangono intatti i fati
dei tuoi; vedrai la città e le promesse mura
di Lavinio, e sublime porterai alle stelle del cielo
il magnanimo Enea, e la decisione non mi cambia.
Orbene qui ti parlerò, poichè questo affanno ti tormenta,
e più lontano meditando i misteri dei fati (li) manifesterò:
farà una grande guerra in Italia e distruggerà popoli fieri
stabilirà leggi e mura per gli eroi, finchè
la terza estate lo vedrà regnante sul Lazio
e passeranno tre inverni, sconfitti i Rutuli.
Ma il fanciullo Ascanio, cui è aggiunto il nome Iulo
(era Ilo, fin che la realtà ilia restò al potere)
compirà trenta grandi giri (del sole, anni) di potere,
passando i mesi, e trasferirà il regno dalla sede
di Lavinio, e munirà Alba Longa di grande potenza.
Qui ormai si regnerà per trecento anni
sotto il popolo ettoreo, finchè una regina sacerdotessa,
ilia, gravida di Marte darà con parto prole gemellare.
Quindi lieto per la fulva protezione della lupa nutrice
Romolo raccoglierà un popolo e fonderà le mura mavorzie
e dal suo nome esprimerà i Romani.
Per questi non pongo nè limiti d’azione ne tempi:
ho concesso un potere senza fine. Anzi la dura Giunone,
che adesso sconquassa con paura e terre e cielo,
riporterà in meglio le decisioni, con me favorirà
i Romani, signori delle situazioni e popolo togato.
Così si decise. Verrà un’epoca, passando gli anni,
che la casa di Assaraco soggiogherà Fia e la famosa
Micene e dominerà sulla vinta Argo.
Nascerà troiano da bella stirpe Cesare,
che delimiterà l’impero con l’Oceano, ela fama con gli astri,
Giulio, nome derivato dal grande Iulo.
Costui tu l’accoglierai sicura in cielo carico
delle spoglie d’Oriente; costui pure sarà invocato con voti.
Allora finite le guerre i secoli crudeli si mitigheranno:
la bianca Fede e Vesta, Quirini col fratello Remo
faranno le leggi; si chiuderanno col ferro e stretti strumenti
le porte di Guerra; l’empio Furore dentro
sedendo sulle crudeli armi e imprigionato da cento nodi
bronzei dietro la schiena fremerà con la bocca insanguinata.”
Così dice e manda dall’alto il figlio di Maia,
perchè le terre e le nuove fortezze di Cartagine si aprano
per l’ospitalità ai Teucri, che Didone ignara del fato
non (li) cacciasse dai territori. Egli vola per l’ampia aria
col remeggio delle ali e pronto si fermò sulle spiagge di Libia.
Ed ormai esegue gli ordini, ed i Puni lasciano gli animi
fieri, volendolo il dio; anzitutto la regina
ha un animo calmo ed un proposito benevolo verso i Teucri.