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I due Imperatori

In questo pezzo il De Amicis ci descrive i momenti salienti della battaglia di Solferino – San Martino e il confronto tra i due imperatori, Napoleone III per i francesi e Francesco Giuseppe per gli austriaci, durante i combattimenti.

All’improvviso gli Austriaci, come incitati da una sovrumana forza alle spalle, levando altissime grida, si precipitano con irresistibile impeto sui bersaglieri algerini, e li cacciano indietro. Gli Algerini, rinforzati da due battaglioni di fanteria, assaltano alla lor volta gli Austriaci; ma incontrano un gagliardo rincalzo, son costretti per la seconda volta a ripiegare.
Che è questo?
Gli Austriaci combattevano sotto gli occhi del loro giovane imperatore.
Allora il Mac Mahon prepara l’assalto tutto il corpo d’esercito. Il momento è decisivo: gli Austriaci fanno l’ultimo sforzo verso il centro, ed è sforzo disperato: i due imperatori, presenti e vicini, si sentono senza vedersi, nel raddoppiato furore delle parti; là sta per suonare la sentenza della grande giornata. Il segnale è dato, i Francesi si scagliano su pel monte; feroce assalto, feroce resistenza; le artiglierie infuriano con terribile fracasso, il sangue corre, muore il colonnello Laure, cadono uno sull’altro i soldati, ma ormai volgerà alla fine questo orrendo macello; gli Austriaci incalzati dalla furia delle baionette, dilaniati dalle batterie della guardia, indietreggiano: la fortuna di Francia prevale. In quel mentre l’11° reggimento degli usseri austriaci, respinto da uno squadrone di cacciatori della guardia, bersagliato dall’11° battaglione cacciatori, si riduce, miserando avanzo, tra i suoi.
Gli Austriaci si ritirano nel villaggio di Cavriana, ridotto dall’artiglieria francese in un mucchio di rovine.

E. De Amicis

Su Nuraxi

Oggi vi voglio proporre alcune informazioni ( tratte da Wikipedia) su uno dei monumenti più importanti della Sardegna, buona lettura.

Su Nuraxi, o, più propriamente, il Villaggio nuragico di Su Nuraxi, è un insediamento umano risalente all’età nuragica che si trova in Sardegna, in territorio di Barumini. Cresciuto intorno a un nuraghe quadrilobato (cioè con un bastione di quattro torri angolari più una centrale) risalente al XVI-XIV secolo a.C., l’insediamento si è sviluppato tra il XIII ed il VI secolo a.C.. È uno dei villaggi nuragici più grandi della Sardegna.

La struttura più antica del nuraghe è costituita da una torre centrale a tre camere sovrapposte (alta 18,60 m.), edificata tra il secolo XVII a.C. e il XIII a.C., in blocchi di basalto. In seguito, nel periodo del Bronzo tardo, vennero edificate attorno alla torre centrale quattro torri unite tra loro da una cortina muraria con un ballatoio superiore (oggi andato perduto), comunicanti tutte su un cortile interno servito da un pozzo. In tempi più tardi, nell’Età del Ferro, il complesso venne attorniato da un ulteriore cortina muraria pentalobata. La differenza delle costruzioni indica che vi fosse una qualche gerarchia sociale. Le pareti erano in blocchi di pietra sovrapposti e non da un unico monolite. Le porte e le finestre erano per la prima volta utilizzabili, e le loro spalle leggermente inclinate in modo da ridurre l’entrata di luce e diminuire il rischio di rottura dell’architrave. Questi ultimi erano più spessi al centro e meno ai lati, a dimostrazione del fatto di aver capito che gli architravi si rompono al centro.

Tra le funzioni principali del nuraghe troviamo quella di vedetta sul mare, per consentire la sorveglianza di campi coltivati e mandrie di animali. Il nuraghe poteva anche essere parte di un complesso fortificato e avere, quindi, scopo militare e strategico perché le tribù nuragiche si difendessero dagli assalti nemici.

Attorno al nuraghe, dal periodo del Bronzo tardo, venne edificato un villaggio nuragico destinato a ospitare la popolazione circostante. Il villaggio è composto da una cinquantina di capanne, edificate a pianta circolare tramite grossi massi murati a secco e ricoperte con tetti di forma conica in legno e frasche. Secondo Giovanni Lilliu le ristrutturazioni successive non consentono di individuare il numero di case, il cui numero nella definitiva stesura edilizia varia da 40 a 200, ciò fa ipotizzare una popolazione tra 100 e 1000 abitanti Se nella fase antica le capanne furono strutturate ad un unico ambiente, in una fase più recente prevalse la tendenza della settorizzazione dell’abitazione. Tra le capanne rinvenute, le più significative sono apparse quella riservata agli incontri del capo, più grande e più articolata nella struttura, e la capanna riservata alle assemblee degli abitanti, nella quale sono stati ritrovati simboli delle divinità adorate. Altri ambienti sono stati riconosciuti come officine, cucine e centri di lavorazione agricola.
Durante la prima età del ferro (IX-VIII secolo a.c) vennero costruite fognature ed un sistema viario
Durante il VI secolo a.C., la reggia subì distruzioni e fu poi successivamente ripristinata in epoca Cartaginese per poi essere occupata dai Romani, prima di essere abbandonata definitivamente.
Il nuraghe e il villaggio erano strategicamente connessi ad un sistema di altri nuraghe e siti nuragici, come quello polilobato ritrovato al di sotto della casa Zapata, nell’abitato di Barumini.
Il sito è attualmente ben conservato, con le basi delle capanne ancora riconoscibili; all’interno del nuraghe possono essere riconosciute, grazie al cambio di temperatura, le varie stanze che venivano utilizzate come dispense o officine.

San Cassiano

In questo pezzo il De Amicis continua la descrizione della battaglia di Solferino, nel particolare la conquista dei francesi del borgo di San Cassiano.

E’ un’ora e mezzo. Napoleone ordina che si prosegua a dar dentro nel mezzo della fronte nemica. La brigata Maneque della guardia ributta gli Austriaci dalle alture delle Case del Monte. La divisione Bazaine, riordinata in furia, si getta alle spalle del 5° corpo, che si ritira verso Pozzolengo. La divisione Forey va oltre, in forma di sostegno, dietro la guardia imperiale. La divisione Ladmirault, decimata e sfinita, si riposa nel villaggio di Solferino. In questo mezzo il maresciallo Mac Mahon, congiunto alla guardia, si volge contro San Cassiano. Due batterie della guardia preparano l’assalto cannoneggiando con fierissima foga il villaggio. Il Mac Mahon dà il segnale: una colonna di bersaglieri algerini si getta impetuosamente sulla sinistra, il 15° fanteria sulla destra, segue una zuffa breve, ma fiera, e San Cassiano viene in potere dei Francesi. Al di là di San Cassiano s’innalza il monte Fontana, erto e difficile, fatto a modo di una scalinata d’alture, e tenuto da quattro reggimenti austriaci, preparati a forte difesa. Sul primo rialzo del monte sorge una specie di ridotto, da cui vien giù una pioggia di palle. Il Mac Mahon comanda l’assalto: è cosa di istanti: l’eco del grido “ Viva l’Imperatore!” non è spento ancora, e già sul ridotto, coronato dalla artiglieria della guardia, sventolail vessillo degli Algerini.
Il Mac Mahon s’arresta per dar tempo alla guardia imperiale di giungere sulla linea.

E. De Amicis: Ricordi del 1870-71

Solferino

Nel pezzo odierno E. De Amicis ricostruisce gli eventi salienti della battaglia di Solferino.

Sono le dieci e mezzo. Napoleone, di sulle alture occupate dal I corpo, medita il campo di battaglia e risolve. La vittoria è al centro, bisogna sfondare il centro per far piegare le ali, bisogna cacciare gli Austriaci dal colle di Solferino. La brigata Alton, non ancora provata, ordinata in colonne d’assalto, s’avanza; quattro pezzi d’artiglieria l’accompagnano; il generale Forey la conduce. Si va ad assalire la torre, si va a morire, ma su quella vetta sta la vittoria; l’Imperatore è là e vede, e con lui, la Francia e il mondo.
La brigata Alton si slancia sulla destra della torre, risoluta e serrata; gli ufficiali si volgono ai soldati: “Coraggio!”. I soldati si cacciano sotto a capo basso, salgono, sono già sun un buon tratto, ordinati ancora, e salgono…… All’improvviso una tempesta orribile di mitraglia, di palle di cannone e fucilate, da sinistra, da destra, di fronte, si rovescia sugli assalitori, squarcia le prime file delle colonne, sparge la salita di morti, di membra lacerate e di sangue. Tutta la brigata, alla vista di quell’eccidio miserabile, si rimescola e vacilla, e leva al cielo uno spaventevole grido.
“ Avanti le guardie imperiali!”
La guardia imperiale si avanza; era là presso; già aveva ricevuto l’ordinedi venire in aiuto del corpo del Baraguay d’Hilliers. Napoleone manda ora a dire al maresciallo Saint Jean d’Angely che spinga innanzi la divisione Camou. La voce si sparge per il campo: la guardia imperiale si avanza, il fiore del sangue francese, l’ultima schiera, che viene a vincere o a morire; la schiera sacra dei momenti supremi, incoronata dagli allori di cento battaglie, circonfusa di maestà e di terrore, splendida dell’ultimo raggio di sole di Waterloo; formidabile, venerata, solenne: la guardia imperiale si avanza.
La divisione Camou si divide, la brigata Picard verso le alture di sinistra, la brigata Maneque in aiuto del Forey, contro gli Austriaci che scendono da Casa del Monte. Il Maneque ha diviso le sue forze in quattro colonne di battaglione. Orsù! Le brigate Hoditz e Reznitchek aspettano, zaini a terra, baionette in canna, e avanti. Fanteria e artiglieria austriacainfuriano dall’alto; i quattro battaglioni della guardia, lasciandosi dietro quattro larghe strisce di caduti, salgono, saldi e chiusi, e quanto più fulminati, più fieri. Eccoli al punto, giù le baionette, all’assalto! “ Viva l’Imperatore! Viva la Francia!”. Gli Austriaci piegano, sulle alture di Forco e Pellegrino sfolgorano le baionette della brigata Maneque. In quel puntoil battaglione Cacciatori della guardia gira intorno al villaggio di Solferino, lo assale, vi penetra, e caccia il nemico pigliandogli una bandiera, otto cannoni, e cento prigionieri.
Intanto il generale Forey, soccorso da due battaglioni di volteggiatori della guardia mandati dal generale Maneque, ritorna vigorosamente all’offesa. Accortosi che il nemico perde terreno, manda la I brigata ad assalire l’altura dei cipressi. Arriva di galoppo il generale Le Boeuf con due batterie d’artiglieria della guardia, copre di un nembo di palle il villaggio e sostiene gli assalti delle due brigate Forey. La prima conquista allora il monte dei cipressi, la seconda il colle della torre, e finalmente, aprendosi una strada di sangue, la torre.
Il generale Banzaine, rovinati i muri del cimitero, ha lanciato all’assalto tutta la divisione, cacciato il nemico e strappata la bandiera al reggimento principe Wasa.
Quattordici cannoni e millecinquecento prigionieri sono caduti in potere del I corpo e della guardia imperiale.
Su tutte le alture di Solferino sventola la bandiera della Francia.

E. De Amicis: Ricordi del 1870-71

Burrida a sa Casteddaia

Oggi per la categoria ricette tradizionali vi propongo la Burrida a sa Casteddaia, tipico piatto cagliaritano che per chi viene in visita a Cagliari è un must da assaggiare.

Difficoltà: Media
Preparazione: 20 minuti
Cottura: 45 minuti
Dosi: per 4 persone
Ingredienti:
800 gr di gattucci di mare
8 noci
1 bicchiere di aceto di vino bianco
2 spicchi d’aglio
Olio extravergine di oliva
sale

Preparazione:
come prima cosa pulire i pesci eliminando sia la testa che le interiora. Mettete da parte i fegatini e fateli bollire per 2 minuti in un tegamino;
portate ad ebollizione una pentola d’acqua salata, immergete i gattucci e fate bollire per un quarto d’ora;
scolateli, fateli raffreddare appena e spellateli. Una volta puliti tagliateli in tranci e metteteli in un’insalatiera;
pulite e sminuzzare le noci e soffriggere in olio con trito di aglio e fegatini. Quando gli ingredienti saranno ben amalgamati aggiungete l’aceto. Otterrete una salsina cremosa da versare sui tranci di pesce riposti nell’insalatiera;
il piatto deve essere lasciato a riposo per almeno un giorno, in modo tale che si possa insaporire a dovere. Servire come antipasto.
Consigli
Per insaporire il soffritto potete aggiungere una piccola cipolla tritata. Se invece avete desiderio di un piatto più ricco, potreste fa friggere i pezzi di gattuccio in abbondante olio.

La battaglia di Solferino e San Martino

Oggi vi propongo un pezzo di E. de Amicis che ci ricorda la battaglia di Solferino e San Martino.

V’era da una parte un possente esercito, famoso per guerre lunghe e ostinate, per tenace saldezza di disciplina, per gagliarda virtù di soldati; percosso già quattro volte dall’avversa fortuna, ma pieno ancora di quella orgogliosa baldanza che viene da una consuetudine antica di prepotenza e d’impero, animato dalla presenza d’un giovane monarca, fierissimamente risoluto ad una riscossa solenne; espertissimo dei luoghi, in luoghi formidabili posto, appoggiato ad altri più formidabili.
D’altra parte, l’esercito che porta scritto sulle sue bandiere: Marengo, Austerlitz, Jenna, Friendland; l’esercito delle memorie meravigliose; i vecchi reggimenti esercitati sulle sabbie africane, ardenti ancora del trionfo di Magenta, belli, impetuosi, audaci, superbi. E accanto a loro un piccolo esercito, condotto da un re valoroso ed amato, bollente dell’ira accumulata da dieci anni, da dieci anni preparato, con cura infaticabile e geloso affetto, a quel giorno. E dietro a questi due eserciti l’eco ancor viva dell’immenso grido di libertà mandato al cielo da Milano redenta, e fresco il profumo dei suoi fiori, e calde le sue lagrime di gratitudine. E dinanzi, al di là dei nemici, al di là dei baluardi, al di là ancora delle terre, lontana, solitaria, circonfusa di mistero gentile e melanconico, un’altra città grande e sventurata, bella di una bellezza familiare all’anima, fin dai primi anni, nelle fantasie dei poeti e dei pittori, sognata da fanciulli, sospirata dai giovanetti, amata poi col palpito delicato e soave dell’amor di patria, e compianta sempre con un sentimento singolare di pietà, come una sorella offesa, Venezia!

Ricordi del 1870 – 71 E. de Amicis

Shardana

Oggi vi voglio proporre un servizio che ho trovato su garkaland, dove viene riproposto il mito dei Guerrieri Shardana, antichi progenitori dei Sardi moderni, l’articolo si propone di portare all’attenzione del pubblico, tra storia reale – mito – leggenda, la storia di questo popolo misterioso.

 Platone parla degli atlantidei e della loro fine ( dovuta ad un maremoto), ma la notizia che supporta la tesi è un’altra informazione del testo di Enoch, secondo cui “Dio, aprì le cateratte”. Quindi si parla di aprire un qualcosa, come una diga, in modo da rilasciare un altro qualcosa. L’apertura incontrollata, se non la distruzione di una diga risulterebbe plausibile e verosimile. Data la conformazione del Mar Mediterraneo, l’acqua si sarebbe spinta da Est verso Ovest e l’unica isola immediatamente dopo le Colonne d’Ercole(Sicilia e Tunisia) è….la Sardegna.
L’isola secondo la descrizone platonica era ricca di metalli preziosi e di sole. Effettivamente in tale regione italiana vi sono innumerevoli giacimenti di metallo(vedi es. miniere del Sulcis) e come ben sappiamo la Sardegna è anche ricca di sole. In quell’epoca gli archeologi ci dicono che esisteva una popolazione chiamata Shardana, popolo antichissimo, forte nella guerra, tanto che molti di questi venivano assoldati come mercenari da molti popoli vicini, come il caso degli egizi per soffocare una rivolta interna del 1351 a.C. epoca di Nefertiti e Amenophe  IV o nella famosissima battaglia di Quadesh dove Ramses II(Egitto) andò in guerra con la sua guardia personale di 200 shardana e altri suoi uomini contro gli ittiti(che a loro volta avevano alcuni mercenari shardana “dal cuore ribelle”).

Venivano chiamati come uomini dei paesi stranieri, delle isole dell’occidente, in grado di navigare come nessun altro, tanto che potevano permettersi grazie alla loro tecnologia e conoscenza di uscire dal Mediterraneo e giungere i posti molto lontani, come l’Africa Centrale e l’Inghilterra(numerosi reperti shardana sono stati ritrovati in accampamenti di popolazioni abitanti queste zone), questo garantiva loro una grande mole di ricchezza. Gli ebrei ed i popoli cananei gli intendono come i popoli del mare, i greci invece come i precursori dei micenei i quali avevano base a Creta(altra civiltà scomparsa misteriosamente). Insomma in quell’epoca i shardana potevano permettersi di essere egemoni nel Mediterraneo(sia orientale che occidentale), ma le caratteristiche in comune con gli atlantidei non finiscono qui. Infatti chiunque sia stato in Sardegna avrà visto sicuramente i nuraghi, grandi torri di pietra formate da enormi blocchi senza alcun tipo di malta o sostanza di congiunzione.
L’idea che uomini che la storia dei banchi di scuola definisce come quasi primitivi per l’epoca avessero potuto costruire cose così grandi e perfette, con il solo aiuto della loro forza fisica è a dir poco sciocco! Il popolo nuragico, da cui derivano i shardana, era molto più antico dei greci e degli egizi, raccontano fonti vediche che conoscevano il segreto della vita, ovvero la forza della “voce”. Secondo questa “voce” i shardana(come i nuragici) potevano spostare enormi blocchi di pietra facendoli levitare letteralmente dalla cava al sito di costruzione.

Dunque una vibrazione che in un certo modo poteva ridurre la densità degli oggetti, in modo da annullarne il peso e permettere la costruzione senza troppi sforzi. Si dice inoltre secondo i veda che fu proprio questa loro conoscenza ad essere la loro rovina, perchè questo potere li avvicinava troppo ad essere delle divinità, così Dio decise di punirli per la loro arroganza. Tornando ai nuraghe, vi siete mai accorti che sono tutti posti e distrutti verso Ovest? E che solo quelli in montagna o in alta collina sono ancora tutti in piedi?
Coincidenza? L’onda anomala provocata dalla distruzione della diga si scagliò con gran forza sulle isole dell’Egeo (Creta compresa), poi proseguì la sua corsa incanalandosi verso Ovest, superando le Colonne e giungendo in Sardegna, invadendo il Campidano per andare a finire oltre la penisola iberica e l’Oceano Atlantico.
Nella storia greca(Plutarco 1400 a.C.) si parla inoltre del popolo degli shardan proveniente da un’isola dell’Ovest,che rapissero le donne ateniesi e che quando venivano catturati ridevano prima di essere giustiziati(riso sardonico: da cui è derivata l’espressione “ironia”). Ironia del destino anche i micenei scomparvero dalla storia, lasciando così libero campo ai greci che finalmente liberi taquero sul loro passato di servitù, ma questa è un’altra storia.

Conquistare, non ricevere la libertà

Nel brano che vi propongo oggi, tratto dall’articolo di G. Mazzini La Guerra, pubblicato sul periodico Pensiero e Azione 2-16 maggio 1859, l’autore ci spiega la necessità di dover conquistare la nostra libertà senza l’aiuto di forze straniere, ancor di più davanti all’aiuto dell’odiato monarca francese.

E’ necessario che il popolo d’Italia serbi intatta la sua dignità, costringa l’Europa ad ammirarlo, convinca tutti col suo contegno che noi possiamo subire, perchè cercato da un Governo italiano, l’aiuto della tirannide, ma non l’abbiamo chiamato, non rinneghiamo per esso la fede di libertà ed alleanza dei popoli, non dimentichiamo Roma, il 2 dicembre, le offese recate in questi dieci anni ai nostri fratelli di credenza. Il grido di viva la Francia! Può uscire senza colpa da labbra italiane, il grido di viva l’Imperatore! Nol può; alla immoralità di quel grido si aggiunge oggi per noi il sospetto di codardia: esecravano ieri, dirà l’Europa, in nome degli eterni principi: plaudono in oggi a chi li violava, perch’ei li salva co’suoi aiuti dall’obbligo di combattere.
Insegni ai popoli il nostro silenzio verso lui, insegni il virile contegno col re piemontese, che noi sorgiamo a libertà, non a mutamento di tirannide, che vogliamo essere grati, non ciechi e stupidi adulatori, e che fidiamo vegliando. La servilità – dovremmo saperlo d’antico- schiude la via al tradimento. Se volete che chi vi guida non si disvii dal proprio dovere, fate ch’ei debba rispettarvi e temervi.
E’ necessario che l’Italia si levi, si levi da un capo all’altro, e costituisca la propria forza, tanto che i centomila stranieri scesi in aiuto paiano leggione alleata dei ventisei milioni d’italiani, anziché esercito liberatore. L’insurrezione dovrebbe essere per ogni dove; al Nord, per conquistarsi, non ricevere libertà, al Sud per ordinare la riserva dell’esercito nazionale. Sorgendo, sorgendo unite, ordinando una potestà provvisoria, armandosi, scegliendo un punto strategico centrale dal quale possa recarsi aiuto ove occorre e chiamando a concentrarvisi quanti elementi non hanno nemici da combattere immediatamente, Napoli e la Sicilia potrebbero assicurare salute alla Causa d’Italia e costituirne la potenza, rappresentata da un Campo Nazionale. Mercè quel Campo e i volontari del Nord, l’Italia, sul finir della guerra, sarebbe arbitra suprema dei propri destini.

G. Mazzini : dall’articolo La Guerra, pubblicato sul periodico Pensiero e Azione 2-16 maggio 1859

Rosolio

Oggi per la categoria cucina tradizionale italiana vi propongo la ricetta per fare il rosolio, un amaro dal gusto antico che ha soddisfatto il palato di re e regine, spero vi possa piacere.

Ingredienti
50 g di petali di rosa rossa non trattati con anticrittogamici.
250 g di zucchero
200 ml di alcol 90° (alcol per liquori)
200 ml di acqua

Preparazione
Ho raccolto i petali al mattino quando il fiore non è ancora del tutto aperto, li ho puliti dalla polvere strofinandoli delicatamente con della carta assorbente leggermente inumidita e li ho posati dentro un vaso con il vetro scuro a chiusura ermetica. Ho versato sopra l’alcol e 50 g di zucchero, scuotendo in modo da amalgamare bene gli ingredienti. Ho riposto il vaso in luogo buio e ho lasciato riposare per una quindicina di giorni, rimestando di tanto in tanto il vaso.
Ho quindi preparato lo sciroppo facendo bollire l’acqua con 200 g di zucchero e mescolando bene per farlo sciogliere. Ho lasciato raffreddare lo sciroppo e lo ho versato ben freddo nel vaso. Ho mescolato il tutto e ho lasciato riposare per un mese.
Quindi ho messo in bottiglia il rosolio usando un imbuto ricoperto con una pezza bianca per filtrare il macerato da tutte le impurità.
Lasciare riposare in un luogo buio per 6 mesi.

IL DISCORSO DI ILIONEO

In questo pezzo (Eneide lib. 1 versi 520 – 560) il troiano Ilioneo supplica la regina Didone di accogliere e dare rifugio ai troiani.

Dopo che furon entrati e data la facoltà di parlare apertamente, il più vecchio Ilioneo così cominciò con animo calmo: “O regina, cui Giove concesse fondare una nuova città e moderar con giustizia popoli fieri,
(noi) miseri Troiani, portati in tutti i mari dai venti,
ti preghiamo: allontana dalle navi gli orribili fuochi,
risparmia un popolo pio e più da vicino guarda i nostri casi.
Noi non siamo venuti a saccheggiare con l’arma i penati
libici, o portare sui lidi le prede rubate;
il cuore non (ha) quella forza nè i vinti così tanta superbia.
C’è un luogo, i Grai lo chiaman col nome d’Esperia,
terra antica, potente per armi e per riccheza di terra;
(la) curarono uomini enotri; ora è fama che i più giovani
l’han chiamata Italia il popolo dal nome del capo.
Questa fu la rotta,
quando Orione burrascoso sorgendo da flutto improvviso
(ci) portò in secche cieche e completamente ci disperse
coi violenti Austri e tra l’onde e tra rocce inaccessibili
col mare vincente; qui pochi nuotammo alle vostre spiagge.
Che razza di uomini questa? o quale patria così barbara permette
simile usanza? siamo respinti dall’ospitalità della sabbia;
dichiaran guerre e vietano di fermarsi sulla terra più vicina.
Se disprezzate il genere umano e le armi mortali,
sperate almeno gli dei memori del bene e del male.
Ci era re Enea, di cui non ci fu altro più giusto
per virtù, nè superiore in guerra ed in armi.
Ma se i fati conservan quell’eroe, se si nutre di aria
celeste nè ancora giace nell’ombre crudeli,
non (c’è) paura, nè ti dispiaccia di aver gareggiato per prima
in un favore. Anche le regioni sicule hanno città
ed armi ed il famoso Aceste da sangue troiano.
Sia permesso attraccare la flotta sconvolta dai venti
e coi boschi preparare travi e tagliare remi,
se è dato tendere all’Italia coi compagni, ripreso
il re, per dirigerci lieti in Italia e nel Lazio;
se la salvezza è troncata, ed il mare di Libia tiene te,
ottimo padre dei Teucri nè resta la speranza di Iulo,
ma almeno cerchiamo gli stretti e le sedi pronte di Sicilia
donde qui sbalzati, ed il re Aceste.”
Così Ilioneo; tutti insieme i Dardanidi fremevano
in volto.