San Martino

In questo pezzo il De Amicis cerca di descrivere il travaglio interno provato dal Generale di Fanteria Italiana Filiberto Mollard durante una pausa della battaglia di San Martino, in cui l’incertezza e lo sconforto per i tanti morti cerca di prendere il sopravento.

Alle due,nel campo dell’estrema sinistra, dura ancora l’incertezza. La 3° divisione è come abbandonata in una solitudine trista. I soldati, stracchi e muti, interrogano con l’occhio ansioso gli ufficiali, cupi anch’essi, che si sentono ancora suonare nel cuore gli ultimi lamenti dei compagni caduti. Il generale Mollard, torbido e accorato, erra pel campo, alla ventura, chiuso nei suoi pensieri. Che sarà seguito? Che fa la 5° divisione? E le altre? E i Francesi? Vincono? Perdono? Nessun aiuto, nessun ordine, nessun avviso; la battaglia tace; dall’una e dall’altra parte si posa sulle armi; e un vasto campo di cadaveri si stende frammezzo, tristamente deserto, e tacito di un silenzio terribile, che par che attenda e invochi e accusi il sangue profuso invano, e le vite spente senza gloria. Guai se in quella dolorosa aspettazione, dinanzi a quel funesto spettacolo, nell’animo dei soldati sottentra al furore l’orrore, lo sgomento della rotta al desiderio impaziente della riscossa, e intiepidito l’ardore delle vene, la stanchezza dei corpi prevale! Ogni momento è un pericolo. “ Ritirarsi?” si domanda Mollard; qualcuno glielo consiglia. “Oh no! Mai!” Il suo sangue di soldato si rimescola. “ Dopo tre vittorie francesi, e forse mentre si calcan sul campo gli allori della quarta! Dopo il trionfo di Milano, che non è stato ancora legittimato da un trionfo sul campo! Dopo aver perduto su quei colli il fiore dei nostri vecchi reggimenti! Dopo che fu sparso il sangue di Arnaldi e spezzato il cuore di Berretta! E Goito, dunque? E Pastrengo? E Santa Lucia? E Novara? Sono nomi morti codesti, o non son altro che nomi? Ritirarsi, no! Gli Italiani per provare il loro diritto di vivere hanno da mostrare al mondo che sanno morire. Sarebbe la prima volta”, esclama il Mollard con quel suo accento vibrato che ogni parola sembra un colpo di spada, “ la prima volta che mi dovrei ritirare! Questo mi manda in bestia!”. E scopertosi il capo, stropiccia il berretto con le mani convulse.

I due Imperatori

In questo pezzo il De Amicis ci descrive i momenti salienti della battaglia di Solferino – San Martino e il confronto tra i due imperatori, Napoleone III per i francesi e Francesco Giuseppe per gli austriaci, durante i combattimenti.

All’improvviso gli Austriaci, come incitati da una sovrumana forza alle spalle, levando altissime grida, si precipitano con irresistibile impeto sui bersaglieri algerini, e li cacciano indietro. Gli Algerini, rinforzati da due battaglioni di fanteria, assaltano alla lor volta gli Austriaci; ma incontrano un gagliardo rincalzo, son costretti per la seconda volta a ripiegare.
Che è questo?
Gli Austriaci combattevano sotto gli occhi del loro giovane imperatore.
Allora il Mac Mahon prepara l’assalto tutto il corpo d’esercito. Il momento è decisivo: gli Austriaci fanno l’ultimo sforzo verso il centro, ed è sforzo disperato: i due imperatori, presenti e vicini, si sentono senza vedersi, nel raddoppiato furore delle parti; là sta per suonare la sentenza della grande giornata. Il segnale è dato, i Francesi si scagliano su pel monte; feroce assalto, feroce resistenza; le artiglierie infuriano con terribile fracasso, il sangue corre, muore il colonnello Laure, cadono uno sull’altro i soldati, ma ormai volgerà alla fine questo orrendo macello; gli Austriaci incalzati dalla furia delle baionette, dilaniati dalle batterie della guardia, indietreggiano: la fortuna di Francia prevale. In quel mentre l’11° reggimento degli usseri austriaci, respinto da uno squadrone di cacciatori della guardia, bersagliato dall’11° battaglione cacciatori, si riduce, miserando avanzo, tra i suoi.
Gli Austriaci si ritirano nel villaggio di Cavriana, ridotto dall’artiglieria francese in un mucchio di rovine.

E. De Amicis

Su Nuraxi

Oggi vi voglio proporre alcune informazioni ( tratte da Wikipedia) su uno dei monumenti più importanti della Sardegna, buona lettura.

Su Nuraxi, o, più propriamente, il Villaggio nuragico di Su Nuraxi, è un insediamento umano risalente all’età nuragica che si trova in Sardegna, in territorio di Barumini. Cresciuto intorno a un nuraghe quadrilobato (cioè con un bastione di quattro torri angolari più una centrale) risalente al XVI-XIV secolo a.C., l’insediamento si è sviluppato tra il XIII ed il VI secolo a.C.. È uno dei villaggi nuragici più grandi della Sardegna.

La struttura più antica del nuraghe è costituita da una torre centrale a tre camere sovrapposte (alta 18,60 m.), edificata tra il secolo XVII a.C. e il XIII a.C., in blocchi di basalto. In seguito, nel periodo del Bronzo tardo, vennero edificate attorno alla torre centrale quattro torri unite tra loro da una cortina muraria con un ballatoio superiore (oggi andato perduto), comunicanti tutte su un cortile interno servito da un pozzo. In tempi più tardi, nell’Età del Ferro, il complesso venne attorniato da un ulteriore cortina muraria pentalobata. La differenza delle costruzioni indica che vi fosse una qualche gerarchia sociale. Le pareti erano in blocchi di pietra sovrapposti e non da un unico monolite. Le porte e le finestre erano per la prima volta utilizzabili, e le loro spalle leggermente inclinate in modo da ridurre l’entrata di luce e diminuire il rischio di rottura dell’architrave. Questi ultimi erano più spessi al centro e meno ai lati, a dimostrazione del fatto di aver capito che gli architravi si rompono al centro.

Tra le funzioni principali del nuraghe troviamo quella di vedetta sul mare, per consentire la sorveglianza di campi coltivati e mandrie di animali. Il nuraghe poteva anche essere parte di un complesso fortificato e avere, quindi, scopo militare e strategico perché le tribù nuragiche si difendessero dagli assalti nemici.

Attorno al nuraghe, dal periodo del Bronzo tardo, venne edificato un villaggio nuragico destinato a ospitare la popolazione circostante. Il villaggio è composto da una cinquantina di capanne, edificate a pianta circolare tramite grossi massi murati a secco e ricoperte con tetti di forma conica in legno e frasche. Secondo Giovanni Lilliu le ristrutturazioni successive non consentono di individuare il numero di case, il cui numero nella definitiva stesura edilizia varia da 40 a 200, ciò fa ipotizzare una popolazione tra 100 e 1000 abitanti Se nella fase antica le capanne furono strutturate ad un unico ambiente, in una fase più recente prevalse la tendenza della settorizzazione dell’abitazione. Tra le capanne rinvenute, le più significative sono apparse quella riservata agli incontri del capo, più grande e più articolata nella struttura, e la capanna riservata alle assemblee degli abitanti, nella quale sono stati ritrovati simboli delle divinità adorate. Altri ambienti sono stati riconosciuti come officine, cucine e centri di lavorazione agricola.
Durante la prima età del ferro (IX-VIII secolo a.c) vennero costruite fognature ed un sistema viario
Durante il VI secolo a.C., la reggia subì distruzioni e fu poi successivamente ripristinata in epoca Cartaginese per poi essere occupata dai Romani, prima di essere abbandonata definitivamente.
Il nuraghe e il villaggio erano strategicamente connessi ad un sistema di altri nuraghe e siti nuragici, come quello polilobato ritrovato al di sotto della casa Zapata, nell’abitato di Barumini.
Il sito è attualmente ben conservato, con le basi delle capanne ancora riconoscibili; all’interno del nuraghe possono essere riconosciute, grazie al cambio di temperatura, le varie stanze che venivano utilizzate come dispense o officine.