L’ARRIVO DELLA REGINA DIDONE

Nel brano che vi propongo oggi dell’eneide ( lib. 1 vers. 494 – 519) Virgilio ci descrive il momento in cui Enea vede per la prima volta la regina di Cartagine Didone.

Mentre queste cose sembrano ammirevoli al dardanio Enea, mentre stupisce e resta fisso nello spettacolo unico,
la regina, Didone bellissima d’aspetto, si diresse al tempio con una grande squadra avvolgente di giovani.
Quale Diana guida le danze sulle rive d’Eurota o
lungo i gioghi di Cinto, che le mille Oreadi stringono seguendola di
qua e di là; ella porta alla spalla
e procedendo sovrasta tutte le dee,
le soddisfazioni invadono il tacito cuore di Latona:
tale era Didone, tale si portava lieta
in mezzo vigilando sul lavoro e sui regni futuri.
Poi sulle porte della dea, in mezzo alla volta del tempio,
scortata da armi appoggiandosi al trono in alto sedette.
Dava sentenze e leggi agli uomini, adeguava la fatica
dei lavori in parti giuste o tirava a sorte:
quando improvvisamente vede avanzare con gran folla
Anteo e Sergesto ed il forte Cloanto
ed altri dei Teucri, che il nero turbine del mare
aveva disperso e portato addirittura ad altre spiagge.
Egli tanto stupì, quanto Acate colpito
da gioia e paura; ardevan desiderosi di stringer
le destre, ma il fatto insolito turba i cuori.
Dissimulan e coperti da cava nube spiano
quale sorte per gli uomini, in quale lido lascino la flotta,
perchè giungano; infatti scelti da tutte le navi andavan
pregando pietà ed al tempio con grido si avviavano.

L’alleanza con la Francia

In questo brano tratto dalle memorie di Garibaldi, l’autore manifesta tutte le sue perplessità su l’alleanza tra il Regno di Sardegna e la Francia, ma prevarrà la voglia di cacciare l’odiato straniero (l’impero Austriaco) a qualunque costo.

Bisognava arrossire ma pur confessarlo: colla Francia alleata si faceva la guerra allegramente; senza di essa, nemmeno per sogno! Tale era l’opinione della maggioranza di codesti degeneri figli del grandissimo popolo. E tuttociò per non sapere, o non volere, far uso degli elementi nazionali a disposizione, e d’essere sempre la causa del nostro povero paese in mano a malvagi, o della casta delle dottrine, assuefatta ad argomentare con lunghe ciarle, ma non ad oprare gagliardamente.
Un popolo disposto a non piegare il ginocchio davanti allo straniero è invincibile e non abbiamo bisogno di andare lontani per cercare gli esempi. Roma, dopo la perdita di tre grandi battaglie e col terribile suo vincitore alle porte, faceva sfilare le sue legioni alla vista di Annibale e le mandava in Spagna! Si trovi un esempio simile in qualunque storia del mondo! E quando si è nati sulla terra di tali portenti, colla fronte alta si possono spezzare le tracotanze straniere!
Del governo vedevo il solo Cavour a Torino.
L’idea di far al guerra col Piemonte all’Austria non era nuova per me, né quella di far tacere qualunque convincimento per me, allo scopo di far l’Italia comunque sia.
Era quel programma lo stesso che fu adottato alla partenza nostra da Montevideo per l’Italia; e quando la bella risoluzione di Manin e Pallavicino di unificare la patria Italia con Vittorio Emanuele fu comunicata a Caprera, essa mi trovò con lo stesso credo politico.
E non fu tale il concetto di Dante, Macchiavelli, Petrarca e tanti altri nostri grandi?

G. Garibaldi – Memorie –

IL TEMPIO DI GIUNONE A CARTAGINE

Nei versi che vanno dal 441 al 493 del primo libro, Enea ci descrive come appariva il tempio dedicato a Giunone costruito nella città di Cartagine.

Un bosco vi fu in mezzo alla città, piacevolissimo d’ombra,
dove dapprima i Puni sbattuti da onde e bufera
scavarono sul posto il segno, che la regale Giunone
aveva rivelato, la testa di un fiero cavallo; così infatti in guerra
sarebbero stati popolo famoso e ricco di vittorie per i secoli.
Qui la sidonia Didone fondava un immenso tempio
a Giunone, ricco per doni e maestà della dea,
soglie bronzee gli sorgevano dai gradini e travi connesse
con bronzo, il cardine strideva per le porte bronzee.
Anzitutto in questo bosco una cosa nuova offertasi alleviò
il timore, qui anzitutto Enea osò sperare la salvezza
e confidare di più, (essendo) abbattute le circostanze.
Infatti mentre guarda ogni cosa sotto l’immenso tempio
attendendo la regina, mentre ammira quale sia la ricchezza
per la città, i gruppi di artisti fra loro e la fatica delle
imprese, vede le battaglie iliache per ordine
e le guerre già diffuse per fama in tutto il mondo,
gli Atridi e Priamo ed Achille crudele per entrambi.
Si fermò e piangendo “Quale luogo mai, disse, Acate,
quale regione sulle terre non piena del nostro affanno?”
Ecco Priamo. Qui pure ci sono per l’onore i suoi premi.
ci sono i pianti delle sorti e le cose mortali toccan l’anima.
Sgombra le paure; questa fama ti porterà qualche salvezza
Così dice nutre il cuore con la pittura vana
gemendo molto, ed irriga il volto di abbondante fiume.
Infatti vedeva come, combattendo attorno a Pergamo,
di qua fuggissero i Grai, la gioventù troiana incalzasse;
di qua i Frigi, col cocchio il crestato Achille inseguisse.
E non lontano da qui riconosce piangendo le tende di Reso
dai bianchi drappi, che tradite nel primo sonno
il Tidide insanguinato devastava con larga strage,
e devia i cavalli ardenti nell’accampamento, prima che
gustassero i pascoli di Troia e bevessero lo Xanto.
Da un’altra parte Troilo, perdute le armi, fuggendo,
sfortunato ragazzo e scontratosi impari con Achille,
è trascinato dai cavalli e riverso è legato al cocchio vuoto, ancora tenendo le briglie; a lui il collo e le chiome son
tirate per terra, e la polvere è segnata dall’asta rigirata.
Intanto le Troiane andavano al tempio di Pallade non giusta
coi capelli sciolti e portavano il peplo
umilmente, tristi e battendo i petti con le palme;
la dea teneva gli occhi fissi al suolo ostile.
Achille tre volte aveva trascinato Ettore attorno le mura troiane e vendeva il corpo esamine per oro.
Allora davvero dà un immenso gemito dal fondo del cuore,
come vide le spoglie, ed i cocchi, e lo stesso corpo dell’amico e Priamo tendente le mani inermi.
Pure riconobbe se stesso mischiato coi capi achivi,
le schiere orientali e le armi del nero Memnone.
Pentesilea furente guida le file delle Amazzonidi
dagli scudi lunati ed in mezzo a mille freme,
guerriera, legando cinture auree alla mammella mozzata,
e osa, ragazza gareggiare con uomini.

Incontro con Cavour

In questo brano, tratto dalle memorie di G. Garibaldi, l’autore ci descrive i sentimenti che muovevano il suo animo.

In febbraio 1859 io fui chiamato in Torino dal conte di Cavour, col mezzo di La Farina. Entrava nella politica del gabinetto Sardo, allora in trattative colla Francia e disposto a far la guerra all’Austria , di accarezzare il popolo italiano. Manin, Pallavicino e altri distinti italiani cercavano di avvicinare la democrazia nostra alla dinastia Sabauda, per giungere, col concorso della maggior parte di forze nazionali, all’adempimento di quell’unificazione italiana, sogno per tanti secoli delle menti elette della penisola.
Credendo io avessi conservato alcun prestigio nel popolo, il conte di Cavour, onnipossente allora, mi chiamò nella capitale e mi trovò certamente docile all’idea sua di far la guerra alla secolare nemica d’Italia. Non m’ispirava fiducia il suo alleato, è vero,ma come fare, bisognava subirlo.

G. Garibaldi – Memorie –

LA COSTRUZIONE DI CARTAGINE

In questo pezzo il Pio Enea ci fornisce una bella immagine dell’operosità dei Tiri.

Intanto percorsero la via, dove mostra il sentiero,
e già salivano il colle, che altissimo sta sopra alla città
e dall’alto prospetta le fortezze dirimpetto.
Ammira la mole Enea, un tempo baracche,
ammira le porte e lo strepito e le pavimentazioni delle vie.
Si impegnano ardenti i Tiri: parte ad alzare le mura,
e costruire la rocca e rotolare con le mani le pietre,
parte a scegliersi il posto per la casa e circondarlo con solco;
scelgono leggi e magistrati ed il sacro senato.
Qui altri scavano il porto, qui altri mettono le fondamenta
profonde ai teatri, scolpiscono dalle rupi
enormi colonne, adeguati ornamenti alle scene future:
quali le api nella nuova estate per i campi fioriti
la fatica (le) stimola sotto il sole, quando fan uscire i figli
cresciuti, o quando stipano i limpidi mieli
e colmano di dolce nettare le celle,
o accolgono i carichi delle arrivanti, o creata una schiera
cacciano dagli alveari i fuchi, razza ignava;
l’opera ferve ed i fragranti mieli profumano di timo.
“Oh fortunati, le cui mura gà sorgono”.
Dice Enea e contempla i frontoni della città.
Si porta, avvolto da nebbia, mirabile ( cosa) a dirsi,
in mezzo, e si mescola agli uomini e non è visto da alcuno.