Abbiamo fatto la storia.

In questo pezzo il Massari ripercorre i momenti in cui il conte di Cavour respinge l’ultimatum austriaco, di fatto presentando al conte Kellesperg una dichiarazione di guerra all’impero Austriaco.

La proposta di legge per i pieni poteri fu presentata al Senato del regno e discussa senza perdita di tempo. Nella Camera dei Deputati c’era stata un po’ di opposizione, nel Senato nessuna: erano 61 senatori presenti, 61 furono le palle bianche. Mentre si procedeva alla votazione fu consegnata una lettera al banco dei ministri. Il conte di Cavour l’aprì e leggendola si stropicciò le mani in segno di soddisfazione vivissima. Un fremito percorse tutta l’aula: era il telegramma che annunziava l’arrivo delle prime colonne francesi a Chamberi.
Alle cinque e mezzo pomeridiane precise del giorno 26 aprile il barone di Kellesperg e il conte Ceschi di Santa Croce erano al Ministero degli Affari Esteri: il primo fu subito introdotto dal Conte di Cavour, il secondo aspettava in anticamera e contemplava i quadri di Grimaldi che rappresentavano gloriosi episodi della guerra del 1848 tra i Piemontesi e gli Austriaci. Pochi momenti dopo la porta della stanza del ministro si apriva e ne usciva il conte di Kellesperg, il quale se ne andava via con il suo compagno. Sopraggiungeva il conte di Cavour col volto sereno e risoluto. Disse: “ Tutto è finito; ho consegnato al barone di Kellesperg la risposta negativa del nostro Governo all’ultimatum del conte Buol; e stringendogli la mano gli ho detto:” Spero, signor barone, che ci rivedremo in circostanze più felici””. Poi diede istruzioni opportune al tenente colonnello Govone, che aveva incaricato di ricondurre gli inviati austriaci alla frontiera, e quindi rivolgendosi agli amici presenti esclamò: “Il dado è tratto. Abbiamo fatto la storia, e ora andiamo a pranzo”.
Il periodo dell’ansietà, delle dubbiezze era dunque cessato; il momento tanto desiderato era giunto; la guerra tra l’Austria e il Piemonte era ufficialmente dichiarata; le schiere francesi muovevano in fretta a combattere per la indipendenza italiana. Grande e solenne momento!

Da G. Massari: Ricordi biografici del conte di Cavour.

VENERE ED ENEA – Eneide

Continuano le avventure di Enea.

Ma il pio Enea meditando moltissimo durante la notte,
appena fu data la luce vitale decise di uscire ed esplorare
i nuovi luoghi, quali spiagge abbia raggiunto col vento,
chiedere chi, se uomini o belve, poichè vede (luoghi) incolti,
li abiti e riferire ai compagni cose esatte.
Occulta nella rientranza dei boschi sotto una rupe scavata
la flotta chiusa attorno da alberi e fresche ombre;
egli accompagnato dal solo Acate avanza
brandendo in mano due giavellotti di largo ferro.
Ma lui si offerse incontro la madre in mezzo al bosco
tenendo un volto ed un portamento di ragazza ed armi
di ragazza spartana, o quale la tracia Arpalice (che)
affatica i cavalli e sorpassa in fuga il veloce Ebro.
Infatti secondo l’uso la cacciatrice aveva sospeso alle spalle
il comodo arco e aveva lasciato sciogliere la chioma ai venti
nuda il ginocchio e raccolte con nodo le vesti fluenti.
E per prima disse:”Olè, giovani, mostrate se mai
vedeste qui una delle mie sorelle errante,
cinta di faretra e della pelle di una lince chiazzata,
o incalzante con grida la corsa d’un cinghiale schiumante”.
Così Venere e così il figlio di Venere in risposta cominciò:
“Nessuna delle tue sorelle fu da me vista nè sentita,
oh, come parlarti, ragazza? Infatti non hai volto
mortale, nè la voce richiama una creatura, oh, dea davvero
o sorella di Febo? oppure una della famiglia delle Ninfe?
Sii favorevole, qualunque (tu sia) e allevia il nostro affanno
e rivela finalmente sotto che cielo, in quali spiagge del mondo
siamo gettati: ignari sia delle persone che dei luoghi
erriamo spinti qui dal vento e dai vasti flutti.
Molta vittima cadrà per te davanti agli altari per nostra mano”
Allora Venere: “Veramente non mi degno di tale onore;
per le ragazze tirie è costume portar la faretra
e legare col purpureo coturno le gambe.
Vedi regni punici, Tirii e la città di Agenore;
ma territori libici, razza indomabile in guerra.

Verso il fronte

Oggi vi propongo un brano del Massari in cui descrive il momento della partenza dell’esercito piemontese verso il fronte.

Partenza delle truppe piemontesi.

Mentre gli inviati austriaci passeggiavano per la città e facevano quelle riflessioni, le truppe piemontesi incominciavano a partire verso la frontiera. Il conte di Cavour si recò in persona a salutare al momento della partenza alcuni battaglioni della quarta divisione ed il suo bravo comandante, il generale Cialdini. Partivano lieti, contenti, pieni di entusiasmo. Quale spettacolo! Al fischio della locomotiva suonava la banda militare; gli astanti battevano le mani, i soldati gridavano: Viva il Re! “Partono lieti”, diceva il conte, in balia ad una grande commozione,” e si vede che quell’allegrezza non è simulata. I piemontesi non conoscono vie di mezzo: o si ritirano o si battono a meraviglia… Io credo che si batteranno bene. Tornino carichi di gloria!”

G. Massari: Ricordi biografici del conte di Cavour.

Consegna dell’ultimatum.

In questo pezzo il Massari ci descrive il momento in cui i delegati Austriaci consegnano l’ultimatum al conte di Cavour e la sua reazione tranquilla, forte dell’appoggio popolare e dell’alleanza con la Francia.

Poco dopo il ministro prussiano, conte Brassier de Saint Simon, scriveva al conte di Cavour essere giunto da Milano il conte di Kellesperg, il quale aveva incarico di consegnargli una lettera del conte Buol. Rispose senza indugio sarebbe stato al ministero fino alle 5 e tre quarti, tornarci dopo le 9. Alle 5 e un quarto gli inviati austriaci condotti dal conte di Brassier si recarono al palazzo del Ministero: il conte Kellesperg fu gentilissimo e nel presentare la lettera disse di ignorarne il contenuto. Il conte di Cavour la dissuggellò, la lesse: era l’ultimatum; chiedeva risposta per sì o per no; dava tempo tre giorni. Il conte cavò l’oriuolo; erano le cinque e mezzo : diede quindi appuntamento al conte di Kellesperg fra tre giorni a quell’ora medesima.
Durante i tre giorni della loro dimora a Torino gli inviati austriaci furono assai colpiti dall’atteggiamento tranquillo e dignitosissimo della popolazione; e manifestarono al diplomatico prussiano la meraviglia che quello spettacolo produceva negli animi loro, e l’ammirazione che sperimentavano verso un popolo che alla vigilia di una guerra era pieno di tanta serenità. Videro con i propri occhi che la politica del conte di Cavour non era una politica avventata, né la conseguenza del capriccio di un uomo appoggiato da alcuni amici, ma era bensì quella che si riscontrava con i più cari desideri del paese, che ne esprimeva fedelmente le aspirazioni ed i voleri. Anche l’aspetto materiale di Torino fece grande impressione sugli inviati austriaci; e rimirando le spaziose e simmetriche vie esclamavano: “ Peccato! Questa magnifica città di qui a qualche giorno sarà esposta a tutti gli orrori della guerra!”. Tanto erano persuasi che le truppe austriache sarebbero giunte fino a Torino!

G. Massari: Ricordi biografici del conte di Cavour.