Tonno alla Carlofortina

Oggi vi propongo una ricetta semplice e molto gustosa, il tonno alla carlofortina, buon appetito.

Tempo 40 min.circa

ingredienti per 4 persone:
tonno per arrosto, olio extravergine d’oliva, alloro, vino bianco secco, pomodori freschi, sale, acqua.

Preparazione:
Pulisci il tonno, privandolo della pelle e delle ossa, e taglialo a grossi tocchi (7-10 cm).
Rosola il tonno in olio caldo senza alcun sapore. Usa una padella: devi rosolarlo bene, ogni tocco, su tutti i lati.
Prendi un tegame ampio e a pareti alte, mettici dentro l’olio di rosolatura, e disponi all’interno i tocchi di tonno, ben distanziati l’uno dall’altro. Metti dentro anche qualche foglia d’alloro.
Fai ripartire la cottura e, appena raggiungi una buona temperatura, aggiungi il vino bianco. Fai sfumare, lasciando il tegame scoperto.
A parte avrai preparato i pomodori freschi tagliati a tocchetti.
Una volta sfumata la parte alcolica del vino bianco, aggiungi i pomodori  e il sale.
Fai addensare il sughetto prodotti dai pomodori e, a questo punto, aggiungi un po’ d’acqua, giusto per evitare che si attacchi: non devi in alcun modo ricoprire il tonno !!
Da questo momento fai andare la cottura per circa venti minuti, tenendo il fuoco basso: i primi dieci a tegame coperto, i restanti a tegame scoperto.
Durante la cottura, ogni tanto, agita con delicatezza il tegame.
Note:
Importante: non devi mai pungere il tonno con la forchetta o con il coltello e devi girarlo sempre con la massima delicatezza usando mestoli di legno.

Emilio Dandolo

Di seguito vi propongo qualche nota biografica tratta da Wikipedia sul noto patriota e militare Italiano Emilio Dandolo.

Emilio Dandolo (Varese, 5 luglio 1830 – Milano, 20 febbraio 1859) è stato un patriota e militare italiano, noto per aver preso parte ad alcune delle più importanti battaglie del Risorgimento.
Originario di una famiglia dalla quale nacquero diverse figure legate alle Guerre di indipendenza italiane, Emilio Dandolo fu uno dei protagonisti delle cinque giornate di Milano (1848) assieme al fratello Enrico, oltre agli amici Luciano Manara ed Emilio Morosini.
Combatté poi, con i Corpi Volontari Lombardi della Legione Manara, nella campagna del Bresciano e del Trentino, esperienza che poi raccontò nello scritto, “I volontari e i Bersaglieri Lombardi”. L’anno successivo, sempre con il fratello Enrico, partecipò alla costituzione della Repubblica Romana (1849) e, con il Battaglione Bersaglieri Lombardi al comando di Luciano Manara, alla sua difesa dai francesi. Fu ferito nella battaglia di Villa Corsini, nella quale morì il fratello Enrico. Sopravvissuto alle vicende successive alla caduta della Repubblica Romana, fuggì in esilio prima a Marsiglia e poi a Lugano. Emilio in questo periodo scrisse alcune opere tra cui “Viaggio in Egitto, nel Sudan, in Siria ed in Palestina” e “I volontari e i bersaglieri lombardi”.
Tornato in Italia si adoperò senza sosta per preparare la ripresa delle ostilità contro l’Austria. Partecipò alla guerra di Crimea, ma poiché era cittadino austriaco, fu rimandato a Milano dove fu sottoposto a stretto controllo da parte della polizia.
Malato gravemente di tisi, morì nel 1859 poco prima che la Lombardia venisse liberata. I suoi funerali, a Milano, assunsero spiccate connotazioni antiaustriache. Fu tumulato, su disposizione delle autorità austriache nel tentativo di evitare disordini, nel camposanto di Adro

Luciano Manara

Nell’ultimo articolo vi ho riportato un brano di E. Dandolo in cui ci descriveva le esequie svolte a Roma in onore di Luciano Manara, di seguito vi riporto alcune note biografiche tratte da wikipedia per capire chi fosse questo nostro patriota.

Luciano Manara ( Milano , 25/03/1825 – Roma, 30/06/1849) è stato un patriota italiano, tra le figure più note del Risorgimento. Cadde durante la difesa della seconda Repubblica Romana.

Nato in una facoltosa famiglia della borghesia milanese, Manara fu amico di Carlo Cattaneo e compì gli studi liceali a Milano. Frequentò le lezioni della scuola di Marina a Venezia e fra il 1840 e il 1846 soggiornò a lungo in Germania e in Francia. Sposato con Carmelita Fè, ha avuto tre figli: Filippo, Giuseppe e Pio Luciano.
Partecipò valorosamente alle Cinque Giornate di Milano, tra l’altro capeggiando l’operazione che portò alla conquista di Porta Tosa, divenuta così, subito dopo l’Unità d’Italia, Porta Vittoria, e alla Prima guerra di indipendenza italiana del 1848 al servizio del Governo provvisorio di Milano con un gruppo di 500 volontari da lui stesso organizzato, i Bersaglieri Lombardi.
Inquadrato, con il grado di maggiore, nei Corpi Volontari Lombardi del generale Michele Allemandi, prese parte nel mese di aprile all’invasione del Trentino con il compito di occupare Trento tagliando così la strada della Valle dell’Adige ai rinforzi austriaci alle fortezze del Quadrilatero, impresa che fu fermata dagli austriaci a Vezzano il 15 aprile a pochi chilometri da Trento.
Il 20 luglio nella battaglia di Sclemo, nei pressi di Stenico, nonostante il valore dimostrato, Manara fu pesantemente battuto dai 2.000 austriaci del maggiore Pompeius Scharinger von Lamazon e dovette ripiegare nel Castello di Stenico. Con la riorganizzazione del Corpo di Osservazione Volontario del Tirolo affidato al comando del generale Giacomo Durando, nell’estate prese parte alle operazioni di controllo del confine trentino operando in Valle Sabbia e sul Monte Stino.
Al ritorno degli Austriaci riparò nel mese di agosto con la sua colonna di volontari nel Piemonte dove fu messo a capo, con il grado di maggiore dell’esercito piemontese, di un corpo di bersaglieri e inquadrato nella divisione lombarda comandata dal generale Gerolamo Ramorino. Nella breve parentesi della ripresa della guerra contro l’Austria del 1849, Manara combatté con la sua unità sul Po e a La Cava (odierna Cava Manara in provincia di Pavia, che assunse in suo onore la nuova denominazione).
Dopo la sconfitta dell’esercito sabaudo nella battaglia di Novara, lasciò il Piemonte per partecipare alla difesa della Repubblica Romana. Il 22 aprile 1849, con i suoi 600 bersaglieri, su due battelli partì da Portofino per Civitavecchia e il 29 raggiunse Roma. Dopo diversi combattimenti contro le truppe borboniche nei dintorni della città, venne promosso tenente colonnello e in seguito colonnello. Il 16 maggio con la sua brigata uscì da Roma e con le truppe della repubblica occupò prima Anagni e poi Frosinone. Dal 3 giugno i francesi del generale Oudinot attaccarono Roma. Vennero organizzate le difese contro le soverchianti forze nemiche e Garibaldi lo nominò capo di Stato Maggiore. Dopo furiosi combattimenti, il 30 giugno nella difesa di Villa Spada, venne colpito a morte. Prima della sua morte, Manara ebbe modo di scrivere in una lettera all’amica, Francesca “Fanny” Bonacina Spini, le memorabili parole: “Noi dobbiamo morire per chiudere con serietà il Quarantotto; affinché il nostro esempio sia efficace, dobbiamo morire”.
Le esequie furono celebrate nella chiesa di San Lorenzo in Lucina e l’omelia funebre fu pronunciata da Don Ugo Bassi.
Il corpo rimase per qualche tempo a Roma. La madre non riuscì ad ottenere da Vienna il permesso per riportarlo a Milano.
Con le spoglie di Emilio Morosini e di Enrico Dandolo (caduto a Villa Corsini), via mare venne portato a Genova e da qui a Vezia (Lugano), dove venne sepolto temporaneamente nella tomba di famiglia dei Morosini.
Dopo continue insistenze e suppliche, nel 1853 l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe I concesse il permesso di riportare il corpo dell’eroe a Barzanò (dove la famiglia aveva una villa) in forma “strettamente privata”.
Solo dopo l’Unità d’Italia, nel 1864, ai Manara venne infine concesso di erigere la tomba di famiglia.
A lui è stato innalzato nel 1894 un monumento bronzeo nei Giardini Pubblici di Milano, opera dello scultore Francesco Barzaghi.
In suo onore, la squadra di calcio di Barzanò, il paese brianzolo in Provincia di Lecco ove si trova la sua tomba, si chiama proprio “Luciano Manara”.
A Roma sono intitolati a Manara una strada a Trastevere, un liceo classico sul Gianicolo ed una caserma dell’esercito italiano (attualmente sede del distretto militare di Roma), sita in Viale delle Milizie.

Funerale di Manara.

In questo brano E. Dandolo ci descrive l’esequie svolte a Roma in occasione della morte del patriota Luciano Manara deceduto nelle ultime battaglie combattute contro i francesi in difesa della Repubblica Romana.

M’imbattei nel funerale di Manara. Era uno spettacolo che lacerava l’anima. Venivano primi i due battaglioni da novecento uomini ridotti a quattrocento, senza uffiziali, tristi, scoraggiati, estenuati. Io vedeva passarmi innanzi dieci o dodici soldati, ultimo avanzo della compagnia di mio fratello, senza capitano, senza tenenti: tutti miei amici, morti all’ospedale o prigioni. Una musica romana seguiva i soldati, poi la bara coperta della tunica insanguinata, poi un centinaio di feriti che si erano a stento trascinati fuori del letto per salutare l’ultima volta il povero loro colonello. L’aspetto di quella città conquistata che prima di ricevere i vincitori assisteva tristemente alle esequie d’un suoi difensori più nobili; il pensiero di quel giovane valoroso, padre di tre figliuoletti, morto a 24 anni nell’ultimo giorno della difesa, quando gli sorridevano ancora le speranze più belle, accompagnato ora alla tomba dai suoi compagni, vedovati per la sua morte d’ogni sostegno: quei feriti, quei fiori gettati lungo tutta la via, e il pensiero sconfortante delle pubbliche sventure che aggiungevasi a render più grave quello delle private; ogni cosa concorreva a straziare crudelmente l’anima già tanto abbattuta. Portato a San Lorenzo in Lucina, gli furono celebrate sontuose esequie, ed il padre Ugo Bassi recitò sul feretro l’orazione funebre. Era uno di quelli spettacoli che restano impressi per tutta la vita e che fanno rabbrividire.

Emilio Dandolo

La caduta della Repubblica Romana.

In questo articolo il patriota E. Dandolo ci dipinge la situazione di Roma alla vigilia dell’ingresso in città dei francesi.

I tre giorni che precedettero l’entrata dei Francesi in Roma presentarono il lagrimevole aspetto solito a prendersi una città la vigilia di una resa. L’assemblea costituente decretava il I° luglio di desistere da una difesa divenuta impossibile; il Triumvirato si dimetteva, ed un altro ne veniva eletto in sua vece. I ministri mandavano le loro dimissioni, il municipio incaricavasi delle trattative. L’assemblea continuava in permanenza, e protestava che solo la forza avrebbe valso a discioglierla. Decretava intanto benemerito della patria il Triumvirato, cittadini romani tutti coloro che avevano portato le armi in difesa della Repubblica; autorizzava il ministro delle finanze a sovvenire ai più bisognosi. Il popolo era inquieto, tumultuante: in molti luoghi si fortificavano e si innalzavano barricate, si riordinava la truppa. Le voci più strane e spaventose correvano per la città. Dal campo nulla di certo, si temeva un novello attacco. Il generale Oudinot voleva in mano tutti quei Francesi che avevano combattuto contro i loro compatrioti: il governo romano non voleva infamarsi col vender coloro ai quali aveva dato impiego, protezione e cittadinanza. Intanto le trattative andavano in lungo e l’ansiosa irrequietezza cresceva.

L’abdicazione di Carlo Alberto.

In questo brano C. A. Vecchi ci racconta dello stato d’animo di Carlo Alberto nel vedere la sconfitta del suo esercito a Novara e i sentimenti che lo portarono all’abdicazione.

L’abdicazione di Carlo Alberto.

Presente a tutti gli attacchi della Bicocca, presente allo sfacelo della sua armata, non poteva farsi più nessuna illusione sulle conseguenze di quella campale giornata. Onde, soprafatto dal dolore, fissando col pensiero lo stato suo, correva sugli spalti della porta di Genova, ove cadevano a furia i proiettili nemici. L’anima sua pareva non sentisse le cose fuori, era interamente assorta in un vuoto in cui essa si tendeva brancolando e brancolando cercava una tregua ai suoi tormenti. Ma a Dio non piacque esaudire la sua preghiera di morte. Molti che amavano la libertà e l’indipendenza della patria erano stati un giorno da lui abbandonati senza apparente rammarico. Molti altri, quasi fossero rei di delitti, banditi a viva forza dal loco natio. Ed altri fatti languire in dure prigioni. Ed altri ancora spietatamente uccisi per mano del carnefice. E per lunghi anni – non equilibrando il pensiero e l’azione – aveva sobbarcato se stesso e costretto i suoi popoli a piegare all’influenza di una setta nefasta, all’arbitrio di perfidi governanti che amareggiavano loro le fonti della vita civile. Ora egli scontava con le sue pene le atroci pene patite da migliaia di uomini per lui, e provava l’angoscia che dentro rode le carni, e non geme. La divina giustizia lo faceva umiliato e infelicissimo per indi redimerlo degno di sé e dell’Italia, che per due anni aveva occupato d’amore operoso la mente sua e il suo braccio.
Fu giocoforza adoperare la più grande insistenza onde ritrarlo da quel luogo ferale e condurlo in città. Ai primi che lo sollecitavano rispondeva: “Signori, lasciatemi morire! E’ questo il mio ultimo giorno!”. Appena in Novara chiese al maresciallo un armistizio cui egli rispose accordandolo a patto di occupare il territorio posto tra il Ticino e la Sesia, insieme con la cittadella di Alessandria. Aggiunse che, non fidandosi del re, voleva in ostaggio il duca di Savoia. Riunito un consiglio di guerra, e chiarito non potersi resistere ulteriormente, Carlo Alberto non volendo accettare condizioni alle quali l’onor suo ripugnava, disse di voler rendere l’ultimo servizio al paese abdicando. Ed a quelli che insistevano perchè revocasse la sua decisione, pacatamente rispose: “La mia risoluzione è presa. Io non sono più il re. Il re è mio figlio”. E chiusosi in una stanza, scrisse l’atto di abdicazione.

Da C. A. Vecchi: L’Italia. Storia di due anni. 1848-1849