Gesù o Barabba?

Oggi, un po’ perchè siamo in prossimità della Pasqua e un po’ perchè i questi giorni riflettevo sulla condizione della razza umana, vi propongo il brano del Vangelo di Matteo in cui Pilato propone al popolo il rilascio di Gesù in cambio della condanna di Barabba, noi tutti poi sappiamo come è andata a finire. La chiesa si è sempre prodigata a spiegarci che il popolo si è fatto mezzo per cui si è fatta la volontà di Dio, invece per me è solo la dimostrazione di quanto è infimo e falso il genere umano, perchè Dio ci ha lasciato sempre liberi di decidere il nostro destino sin dai primi versi della Genesi, il famoso “libero arbitrio”, per questo vi consiglio di leggere la Valle dell’Eden di John Steinbeck un vero capolavoro!

1 Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. 2 Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato. 3 Allora Giuda – colui che lo tradì –, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, 4 dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!». 5 Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. 6 I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». 7 Tenuto consiglio, comprarono con esse il «Campo del vasaio» per la sepoltura degli stranieri. 8 Perciò quel campo fu chiamato «Campo di sangue» fino al giorno d’oggi. 9 Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, 10 e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore. 11 Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». 12 E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. 13 Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». 14 Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. 15 A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. 16 In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. 17 Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». 18 Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia. 19 Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». 20 Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. 21 Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». 22 Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». 23 Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!». 24 Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». 25 E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». 26 Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Novara 1849

Di seguito troverete la ricostruzione di un fatto avvenuto durante la prima guerra di Indipendenza, qui C. A. Vecchi ci riferisce le ultime commoventi parole di un comandante dell’esercito Piemontese al proprio re.

Il generale (austriaco) d’Aspre, impetuoso com’era e non calcolando giammai il nemico che aveva da combattere, giunto appena sul luogo dell’azione, comincia l’attacco. Erano le 11 del mattino. I nostri rispondono al fuoco dei tirolesi con qualche vantaggio. Ma i bersaglieri – nuovi coscritti, organizzati quasi al momento di entrare in campagna, e per conseguenza non ancora ben istruiti nelle loro evoluzioni – dimentichi della fama acquistata dai loro compagni nel 48 sulle pianure lombarde, indietreggiano e pongono nello sgomento la brigata Savona, che sino allora combatteva con tanto valore e che cominciava a mancare di munizioni. Quella di Savoia, capitanata dal generale Mollard, ne prende il posto cantando la marsigliese ed acclamando il re. Ed ecco il generale Perrone, riordinate alla rinfusa le compagnie della sua brigata, ritorna con esse e con molti ufficiale armati degli archibugi dei soldati, sul posto d’onore, dirigendone i fuochi come un semplice capitano. In quella una palla di moschetto gli rompe un frontale del cranio e lo stramazza giù dal cavallo. Fattosi trasportare alla presenza del re:” Sire”, gli dice, “offersi a voi e all’indipendenza del mio paese gli ultimi giorni del viver mio. Ora il mio dovere è compiuto”.

Da Candido Augusto Vecchi: l’Italia. Storia di due anni. 1848-1849

Note storiche tratte da Wikipedia:

La battaglia di Novara (23 marzo 1849) fu lo scontro decisivo della Prima guerra d’indipendenza italiana durante il Risorgimento e si concluse con la completa vittoria dell’esercito austriaco guidato dal maresciallo Josef Radetzky contro l’armata piemontese comandata dal generale polacco Wojciech Chrzanowski. È conosciuta anche come battaglia della Bicocca, dal nome del sobborgo sud-est di Novara, dove si combatterono gli scontri più importanti.

La battaglia fu combattuta al termine della breve seconda fase della guerra; la campagna fu caratterizzata inizialmente dall’offensiva austriaca a sorpresa attraverso il Ticino e dalla sconfitta piemontese nella battaglia di Mortara. L’esercito piemontese, dopo questi insuccessi, fu quindi concentrato a Novara dove venne attaccato il 23 marzo 1849 solo da una parte dell’esercito austriaco. A causa dell’indecisione e di gravi errori del comando dell’esercito piemontese, il maresciallo Radetzky ebbe il tempo di concentrare progressivamente tutte le sue forze a Novara e, disponendo di una chiara superiorità numerica locale, poté sconfiggere e costringere alla capitolazione l’armata avversaria.

Nella notte stessa della battaglia il re di Sardegna Carlo Alberto, presente sul campo, decise di abdicare e fu il figlio Vittorio Emanuele II a concludere il 24 marzo 1849 un armistizio definitivo con il maresciallo Radetzky.

La Roma del popolo.

Di seguito potrete leggere il discorso di insediamento quale rappresentante del popolo di G. Mazzini all’assemblea costituente romana.

Repubblica Romana
Assemblea Costituente. Seduta del 6/3/1849

Giuseppe Mazzini va a porsi alla destra del Presidente. Nuovi applausi.
G. Mazzini:” Se le parti dovessero farsi qui tra noi, i segni di affetto che voi mi date, dovrebbero farsi, o colleghi, da me a voi e non da voi a me; perchè tutto il poco bene che io ho non fatto ma tentato di fare, mi è venuto da Roma. Roma fu sempre una specie di talismano per me, giovinetto io studiava la storia d’Italia, e trovai che mentre in tutte le altre storie tutte le nazioni nascevano, crescevano, recitavano una parte nel mondo, cadevano per non ricomparire più nella prima potenza, una sola cità privilegiata da Dio del potere di morire, e di risorgere più grande di prima ad adempiere una missione nel mondo, più grande della prima adempiuta. Io vedeva sorgere la prima Roma degli imperatori, e colla conquista stendersi dai confini dell’Africa ai confini dell’Asia; io vedeva Roma perire cancellata dai barbari, da quelli che anche oggi il mondo chiama barbari, e la vedeva risorgere, dopo aver cacciati gli stessi barbari, ravvivando dal suo sepolcro il germe dell’incivilimento; e la vedeva risorgere più grande e muovere colla conquista non dell’armi ma della parola, risorgere nel nome dei papi e ripetere le sue grandi missioni. Io diceva in mio cuore: è impossibile che una città, la quale ha avuto sola al mondo due grandi vite, una più grande dell’altra, non ne abbia una terza. Dopo la Roma che operò colla conquista delle armi, dopo la Roma che operò colla conquista della parola, verrà, io diceva a me stesso, verrà la Roma che opererà colla virtù dell’esempio: dopo la Roma degli imperatori, dopo la Roma dei papi, verra la Roma del popolo.

Da Le Assemblee del Risorgimento. Roma, 1849

La Terra dei cachi

Una famosa canzone di Elio e le storie tese, in cui si ironizza su alcuni Italici difetti.

Parcheggi abusivi, applausi abusivi, 
villette abusive, abusi 
sessuali abusivi; tanta voglia 
di ricominciare abusiva. 
Appalti truccati, trapianti truccati, 
motorini truccati che scippano 
donne truccate; Il visagista 
delle dive e’ truccatissimo. 
Papaveri e papi, la donna cannolo, 
una lacrima sul visto: Italia si’, 
Italia no. 
Italia si’ Italia no Italia bum, 
la strage impunita. 
Puoi dir di si’ puoi dir di no, 
ma questa e’ la vita. 
Prepariamoci un caffe’, 
non rechiamoci al caffe’: 
c’e’ un commando che ci aspetta 
per assassinarci un po’. 
Commando si’ commando no, 
commando omicida. 
Commando pam commando papapapapam, 
ma se c’e’ la partita 
il commando non ci sta e allo stadio se ne va, 
sventolando il bandierone 
non piu’ il sangue scorrera’; 
infetto si’ ? infetto no ? 
Quintali di plasma. 
Primario si’ primario dai, ueeee! 
primario fantasma. 
Io fantasma non saro’ 
e al tuo plasma dico no. 
Se dimentichi le pinze fischiettando 
ti diro’: Fi fi fi fi fi fi fi fi 
ti devo una pinza, fi fi fi fi fi fi fi fi, 
ce l’ho nella panza 
Viva il crogiuolo di pinze, 
viva il crogiuolo di panze. 
Quanti problemi irrisolti 
ma un cuore grande cosi’. 
Italia si’ Italia no Italia gnamme, 
se famo du spaghi. 
Italia sob Italia prot, la terra dei cachi. 
Una pizza in compagnia, 
una pizza da solo; un totale di due pizze 
e l’Italia e’ questa qua. 
Fufafifi fufafifi Italia evviva. 
Italia perfetta, perepepe’ nanananai. 
Una pizza in compagnia, 
una pizza da solo; 
in totale molto pizzo, ma l’Italia non ci sta. 
Italia si’, Italia no. 
Italia si’ ue’, Italia no uo’ ue’ ui’ ua’. 
Perche’ la terra dei cachi 
e’ la terra dei cachi. 
No. 
No. 
No. 
No. 
No. 
No. 
No. 
No.

Elio e le Storie tese.

Nomina di Giuseppe Mazzini a rappresentante del popolo romano.

In questo pezzo ripercorriamo la lettura presso l’assemblea costituente romana della lettera di risposta di G. Mazzini alla sua nomina a rappresentante del popolo romano.

La commissione provvisoria municipale mandò una deputazione a Firenze per annunciare a G. Mazzini la sua elezione a rappresentante del popolo romano.
Speriamo che il nostro grande concittadino si affretterà a recarsi fra noi, per prendere nell’Assemblea Costituente quel posto che gli hanno assegnato i suoi lunghi sacrifici e l’opera perseverante: onde si è reso sì benemerito della patria italiana e della libertà del popolo.
(Monitore Romano. Roma, 26-2-1849)

Assemblea Costituente. Seduta del 1/3/1849. Viene letta la lettera di Mazzini in risposta alla sua nomina.
Cittadino Presidente.
Vent’anni d’esilio mi sono largamente pagati. Una vita intera consacrata all’incremento della Patria comune basterebbe appena a sciogliere il debito che l’onore della cittadinanza nella Repubblica del popolo m’impone, ed io non ho che pochi tardi e languidi anni da spendere per la fede ch’or si bandisce dal Campidoglio. Ma in questa fede io vissi finora, in questa fede – vogliate ridirlo con fiducia ai vostri colleghi -io morrò. Il resto spetta a Dio e alla virtù dell’esempio che Roma ci dà.
Tacqui finora perch’io speravo risponder coll’annunzio dell’unificazione della Provincia Italiana, ov’io sono, con Roma. La precederò or di poco fra voi. E possa riuscire cominciamento solenne della più vasta unificazione presentita dai nostri grandi, santificata dai nostri Martiri, matura, com’io credo, nel disegno di Dio e invocata dall’unico interprete che voi ed io riconosciamo di quel disegno, il popolo.

In nome di Dio e del Popolo.

In questo brano l’assemblea costituente Romana, decreta, per la prima volta nella Roma dei Papi, la gestione dello stato a nome di Dio e del Popolo. Quindi vediamo l’ingresso di diritto del popolo romano nella gestione della Repubblica.

L’Assemblea Costituente decreta:
Le leggi saranno emanate e la giustizia sarà fatta, in nome di Dio e del Popolo.
Gli atti pubblici porteranno l’intestazione: Repubblica Romana, e cominceranno con le parole:
In nome di Dio e del Popolo.
Repubblica Romana 12/02/1849