Sulle rive del Mincio

In questo articolo il Montanelli descrive il suo stato d’animo al giungere presso le rive del Mincio.

E tuttavia giocondi, come quelli di un primo amore, tornano al pensiero dell’esule i ricordi del campo; le notti vegliate in scolta sulle poetiche rive del Mincio, dove Virgilio e Sordello cantarono l’ardita scorreria notturna fin sotto Mantova; la messa a suon di banda in vista alle schiere tutte in armi, e brune davanti agli occhi quelle torri mantovane su cui speravamo di piantare il vessillo tricolore, e nel silenzio notturno il grido lontano della sentinella nemica confuso ai soavi gorgheggi degli usignoli.

Partenza dei volontari toscani

In questo pezzo il Montanelli descrive la composizione dei battaglioni che accorrevano in aiuto di Milano e la reazione dei paesi attraversati dalle colonne dei volontari.

Noi partimmo divisi in due colonne: una da Pisa alla volta di Massa, l’altra da Firenze alla volta di Modena. Eravamo nella prima Pisani, senesi, Lucchesi, Maremmani, Livornesi, col battaglione degli scolari capitanato dai professori. Era la seconda di Fiorentini, Aretini, Pistoiesi, Pratesi. Io, benchè capitano degli scolari, mi feci soldato comune parendomi che toccasse a noi liberali più sporgenti dare un po’ di buon esempio di abnegazione in fatto di spalline e di paghe, cosa tanto necessaria alle imprese popolari. Ed oh meravigliose a vedere quelle legioni improvvisate, nelle quali il medico, l’avvocato, l’artigiano, il nobile, il ricco, l’indigente, il prete, il padrone e il servitore, marciavano mescolati in culto d’Italia! Oh letizia di sentirci finalmente guerrieri d’Italia! Partimmo fra gli auguri e le strette di mano della gente accalcata per le vie, partimmo fra un agitare di fazzoletti delle donne affacciate ai balconi, alle quali temperavano il dolore dell’addio la carità della patria, e al figlio, allo sposo, all’amante, presentita aureola di gloria. E i rimasti promettevano pensare alle famiglie degli artigiani cui la guerra levava il braccio guadagnante loro il pane; e per le vie le colonne mosse dalla città si riscontravano coi gruppi mossi dai borghetti di campagna. Al nostro traversare i paesetti, le campane suonavano a festa, piovevano fiori sulle baionette luccicanti al sole di primavera.

Curtatone e Montanara

Qui Giuseppe Montanelli ricorda gli avvenimenti in Toscana a seguito delle cinque giornate di Milano.

La mattina del 21 marzo, nello uscire di casa vedo gran gente lung’Arno, che mi si affollano intorno, e mi domandano se sia vero che Metternich è scappato da Vienna e Milano in rivoluzione. “ Si, si”, rispondono. “ E che si ha da fare?”, soggiungevano quelli. “Pigliare lo schioppo e partire.” E un gran battere di mani secondava queste parole sgorgatemi dal cuore, e fu un gridare di tutti “ in Lombardia, in Lombardia”.
E questo grido suonava dovunque si sapesse che Milano combatteva. E in quel medesimo giorno Livio Zambeccari condusse animosa gioventù bolognese alla liberazione di Modena; e con Doria e Mameli assai Genovesi, ciascuno armato come può, ritrovarsi sulla via di Milano, e Torres radunare leggione piemontese in Torino, e fra gli archi del Colosseo Luigi Masi, il romano Tirteo, intonare a moltitudine infervorata il carme della battaglia.
Ma guerra decretavano entusiastici i plebisciti della democrazia: guerra no decretava spontaneo il monarcato, ben consapevole che per i principi e per il Papa dare addosso all’Austria era, come si direbbe, un tirar sassi alla colombaia. A torino, la sera del 19 giugno, giungono le nuove del sorgere di Milano. Il conte Arese veniva mandato dai combattenti milanesi per chiedere soccorso a Carlo Alberto. Non potè nemmeno parlargli, né dai suoi ciambellani ebbe alcuna buona parola, da riportare ai fratelli in cimento. Eppure era questo il principe vociferato da tre anni impaziente di venire alle mani con l’Austria! Eppure finalmente aveva preso per ministro l’uomo del “porro unum”, l’italianissimo Cesare Balbo! Gli studenti di Torino domandarono armi per correre in aiuto a Milano, il re, che le aveva date al Sunderbund svizzero, ai propugnatori d’indipendenza italica le rifiuta.
Giuseppe Montanelli

Giuseppe Montanelli

Giuseppe Montanelli (Fucecchio, 21 gennaio 1813 – Fucecchio, 17 giugno 1862) è stato uno scrittore e politico italiano.

Montanelli nacque a Fucecchio, nel Granducato di Toscana, e frequentò la Facoltà di giurisprudenza di Pisa dal 1826 al 1831. Nel 1840 divenne professore di diritto per la stessa università. Contribuì a scrivere sull’Antologia, una celebre rivista fiorentina fondata da Giovan Pietro Vieusseux, e nel 1847 fondò un giornale chiamato L’Italia, il programma del quale era “Riforma e Nazionalità”.
Vicino agli ideali federalisti di Vincenzo Gioberti, il quale auspicava la creazione di una nazione italiana federale, nel 1848 Montanelli combatté come volontario toscano (era comandante del contingente pisano-livornese) nella battaglia di Curtatone e Montanara, nella quale fu ferito e venne fatto prigioniero dagli Austriaci.
Una volta liberato ritornò in Toscana, ed il Granduca Leopoldo II, che conosceva la sua influenza sulla popolazione, lo inviò a Livorno a soffocare alcune rivolte. Nell’ottobre il Granduca gli chiese di formare un ministero. Egli accettò e il 10 gennaio 1849, il Granduca riunì un’assemblea costituente.
Leopoldo tuttavia, preoccupato dall’andamento delle vicende, se ne andò da Firenze, e Montanelli, Guerrazzi e Mazzoni furono eletti “triumviri” di Toscana. Come Mazzini, Montanelli invocò l’unione della Toscana con Roma. Ma Montanelli, a differenza di Mazzini, era un federalista convinto (auspicava cioè la creazione di una confederazione di stati italiani e non una unione centralistica).
Dopo la restaurazione del Granduca, Montanelli, che si trovava a Parigi, fu condannato d’ufficio e rimase dieci anni in Francia, divenendo un partigiano di Napoleone III nella speranza che la Francia, con il suo poderoso esercito, intervenisse in favore della causa italiana. Con la moglie Lauretta Cipriani frequentò vari salotti parigini di tendenza bonapartista; si dedicò anche al teatro, scrivendo due tragedie, La Tentazione e Camma. Rientrò nel 1859 per seguire i Cacciatori degli Appennini, ed incontrò ad Alessandria Napoleone III il 25 maggio, cercando di illustrargli i suoi progetti unitari.
Quando però fu chiaro che l’Unità d’Italia si sarebbe fatta all’insegna dell’accentramento monarchico e della piemontesizzazione della penisola, si avvicinò al partito autonomista toscano guidato dall’ultimo monarca regnante, Ferdinando IV di Toscana, con l’intento di giungere ad una repubblica toscana indipendente. In questa battaglia anti-unitaria e autonomista fu affiancato da vari amici, tra i quali Clemente Busi, autore del famoso saggio In foedere Unitas, Firenze, 1860. Per la causa autonomista e federalista scrisse il saggio L’impero, il Papato e la Democrazia e si impegnò a fondo per creare un giornale unitario dei federalisti e autonomisti toscani da intitolare L’Italia (tentativo ripetuto più tardi con il nome Toscana).
Mancando però unità nel partito autonomista, tra legittimisti, democratici, clericali e repubblicani federalisti, il progetto sfumò. Con l’impresa dei Mille, l’intraprendenza di Cavour e del Piemonte, l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte, Montanelli si rese conto dell’impossibilità di perseguire la strada federalista e autonomista.
Dopo il raggiungimento dell’unità nazionale, fu eletto deputato al Parlamento italiano. Appoggiò la proposta di concessione di alcune forme di autonomia presentata da Marco Minghetti. Appartenente alla Massoneria come molti suoi contemporanei, fu membro della Loggia “Dante Alighieri” di Torino. Montanelli morì a Fucecchio nel 1862.
Indro Montanelli, anch’esso di Fucecchio, lo indicò come “prozio” nel suo libro Figure & Figuri del Risorgimento, forzando, come lui stesso ammise, una lontana parentela comune con un certo Giuliano Montanello nato a Fucecchio nel 1516, tuttavia ricerche genealogiche svolte nel 2013 smentirebbero questa ipotesi di parentela.

Natività

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».
Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: «Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, lodando il signore.

Vangelo secondo Luca. 

Venezia – Governo provvisorio gratitudine al popolo di Venezia

In questo pezzo troverete il proclama politico e i ringraziamenti al proprio popolo a firma del governo provvisorio insediatosi a Venezia nel 1848 in seguito alla cacciata degli Austriaci.

La prima nostra parola è parola di gratitudine al popolo di Venezia, il quale a un tratto sorgendo s’è dimostrato degno del suo nome, ha saputo affrontare il pericolo, ha saputo ascoltare con intelligenza e docilità il desiderio di quelli che amano. Bene egli ha dimostrato che i germi della sua antica civiltà non aspettano se non la stagione per isvolgersi a nuova vita.
Non sarà maraviglia se questo popolo grida il nome di Repubblica, nel quale nome si conciliano qui le le gloriose memorie del passato con le mature condizioni presenti, e con le maggiori agevolezze dei perfezionamenti avvenire. Il nome di Repubblica di Venezia non può portare ormai seco alcuna idea ambiziosa o municipale. Le provincie, le quali si sono dimostrate tanto coraggiosamente unanimi alla comune dignità, le provincie che a questa forma di governo aderiscono, faranno con noi una sola famiglia senza veruna disparità di vantaggi e diritti, poiché uguali a tutti saranno doveri, e incomincieranno a inviare in giusta proporzione i loro deputati ciascuna a formare il comune stabilito. Aiutarsi fraternamente a vicenda, rispettare i diritti altrui, difendere i nostri, tale è il fermo proponimento di tutti noi. L’esempio che noi dobbiamo porgere si quello principalmente delle riforme sociali e morali, che importano più delle politiche assai; l’esempio non della sovvertitrice ma giusta e religiosamente osservata uguaglianza.

Venezia, addì 24 marzo 1848

D. Manin presidente. N. Tommaseo. A. Paulucci. F. Cammarata. P. Paleocapa. J. Castelli. F. Solera. L. Pincherle. A. Toffoli, artiere. J. Zennari segretario.
Le Assemblee del Risorgimento. Venezia 1848

Carlo Alberto: proclama ai popoli della Lombardia e della Venezia – 23/03/1848

In seguito alla cacciata degli Austriaci da Milano e Venezia Carlo Alberto interviene nella situazione politica con il seguente proclama.

Carlo Alberto

Per grazia di Dio Re di Sardegna, di Cipro, di Gerusalemme etc.
Popoli della Lombardia e della Venezia!
I destini d’Italia si maturano: sorti più felici arridono agli intrepidi difensori dei concultati diritti.
Per amore di stirpe, per intelligenza di tempi, per comunanza di di voti, Noi ci associamo a quell’unanime ammirazione che vi tributa l’Italia. Popoli della Lombardia e della Venezia, le nostre armi, che già si concentravano sulla vostra frontiera , quando voi anticipaste la liberazione gloriosa Milano, vengono ora a porgervi nelle ulteriori prove quell’aiuto che il fratello aspetta dal fratello, dall’amico l’amico.
Seconderemo i vostri giusti desideri, fidando nell’aiuto di quel Dio che ha dato all’Italia Pio IX, di quel Dio che non sì meravigliosi impulsi pose l’Italia in grado di fare da sé.
E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento della unione italiana, vogliamo che le nostre truppe, entrando sul territorio di Lombardia e Venezia, portino lo scudo di Savoia sovraposto alla bandiera tricolore italiana.
Torino, 23 marzo 1848

Carlo Alberto

Viva Venezia – Viva l’Italia

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In questo pezzo troverete il proclama di liberazione dell’assemblea di cittadini di Venezia in data 22/03/1848

Cittadini!!!
La vittoria è nostra senza spargimento di sangue. Il governo austriaco civile e militare è deceduto. Gloria alla nostra brava Guardia Civica! I sottoscritti vostri cittadini hanno stipulato il trattato solenne.
Un governo provvisorio sarà istituito e frattanto, per la necessità del momento, i sottoscritti contraenti hanno dovuto istantaneamente assumerlo. Il trattato viene stampato in apposito supplemento della nostra Gazzetta. Viva Venezia! Viva l’Italia!!

Venezia, 22 marzo 1848
Giovanni Correr, Luigi Michiel, Dataico Medin, Pietro Fabris, Giovanni Francesco Avesani, Angelo Melgaldo, Leone Pincherle.

Le Assemblee del risorgimento Venezia, 1848

L’italiano

Il testo di una famosissima canzone di Toto Cutugno.

Lasciatemi cantare
Con la chitarra in mano
Lasciatemi cantare
Una canzone piano piano
Lasciatemi cantare
Perché ne sono fiero
Sono l’italiano
L’italiano vero
Buongiorno Italia gli spaghetti al dente
E un partigiano come Presidente
Con l’autoradio sempre nella mano destra
Un canarino sopra la finestra
Buongiorno Italia con I suoi artisti
Con troppa America sui manifesti
Con le canzoni, con amore
Con il cuore
Con più donne sempre meno suore
Buongiorno Italia
Buongiorno Maria
Con gli occhi pieni di malinconia
Buongiorno Dio
Lo sai che ci sono anch’io
Lasciatemi cantare
Con la chitarra in mano
Lasciatemi cantare
Una canzone piano piano
Lasciatemi cantare
Perché ne sono fiero
Sono l’italiano
L’italiano vero
Buongiorno Italia che non si spaventa
Con la crema da barba da menta
Con un vestito gessato sul blu
E la moviola la domenica in TV
Buongiorno Italia col caffe’ ristretto
Le calze nuove nel primo cassetto
Con la bandiera in tintoria
E una six hundred giù di carrozzeria
Buongiorno Italia
Buongiorno Maria
Con gli occhi pieni di malinconia
Buongiorno Dio
Lo sai che ci sono anch’io
Lasciatemi cantare
Con la chitarra in mano
Lasciatemi cantare
Una canzone piano piano
Lasciatemi cantare
Perché ne sono fiero
Sono l’italiano
L’italiano vero
Lasciatemi cantare
Con la chitarra in mano
Lasciatemi cantare
Una canzone piano piano
Lasciatemi cantare
Perché ne sono fiero
Sono l’italiano
L’italiano vero

Compositori: Cristiano Minellono / Salvatore Cutugno
Testo di L’italiano © Downtown Music Publishing