Gnocchi all’ossolana.

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Gli gnocchi all’ossolana con la zucca e le castagne sono tipici della zona della Val d’Ossola (Verbania). Nella cucina piemontese questi gnocchi sono rinomati anche per un’ulteriore versione che prevede l’utilizzo delle castagne vere e proprie, piuttosto che della farina di castagne.

Ingredienti
200 Grammi Di Farina
600 Grammi Di Patate
800 Polpa Di Zucca
200 Grammi Di Farina Di Castagne
2 Tuorli
2 Cucchiai Olio D’oliva
4 Dl Panna
200 Grammi Funghi
100 Grammi Burro
200 Grammi Formaggio D’Alpe
Sale
Pepe
Noce Moscata
1 Spicchio D’aglio

Preparazione

1 Lessa le patate con la buccia in una pentola con l’acqua fredda e fai cuocere per 20 minuti circa dal momento dell’ebollizione.

2 Togli la buccia alla zucca, tagliala a pezzetti e cucinala in forno a 180° per 20 minuti. Una volta cotti, passate al setaccio le patate e la zucca.
3 Disponi su un piano di lavoro i due tipi di farina in modo da formare la tipica fontana.
4 Aggiungi la purea di patate e zucca raffreddata, i tuorli d’uovo, un pizzico di sale, il pepe e una spolverata di noce moscata.
5 Ricava gli gnocchi e mettili a riposare distanziati, in un vassoio lievemente infarinato.
6 In una padella metti il burro a sciogliere.
7 Lessa gli gnocchi immergendoli in acqua bollente salata e scolali dopo un minuto, quando riaffiorano dall’acqua.
8 Condisci con il sugo a base di funghi tagliati a fettine e fatti trifolare con burro, prezzemolo, aglio e panna.
9 Spolvera con il formaggio d’Alpe grattato fine.

Alessandria

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Come avete potuto vedere nell’articolo scritto da S. di Santarosa Alessandria è stata una città molto importante nei primi moti risorgimentali, di seguito avrete qualche piccola informazione su questa importante cittadina piemontese.

Alessandria; Lissandria in piemontese, Lissändria in dialetto alessandrino, Alexandria Statiellorum o Alexandria a Palea in Latino) è un comune italiano di 93.861 abitanti, capoluogo dell’omonima provincia. È il terzo comune del Piemonte per popolazione e il primo per superficie. La città è collocata al centro del triangolo Torino-Milano-Genova, costituendo quindi un nodo di interscambio importantissimo per le tre città e per le regioni di cui queste fanno parte.

La città di Alessandria si fondò in un primo momento dall’unione demica di Gamondium (Gamondio), Marenghum (Marengo) e Bergolium (Bergoglio). Questo si evince nel testo dei reclami contro Cremona del 1184 dell’imperatore Federico ove indica i promotori ed autori della fondazione della nuova città: “de tribus locis, Gamunde vicelicet et Meringin et Burgul”. Non è descritto il nome del luogo dell’incontro, anche se pare già indicato con una certa precisione nella specificazione del sito sul Tanaro dove il trasferimento fu più breve: Bergoglio. Ai tre luoghi citati si aggiunsero in seguito Roboretum (Rovereto), Solerium (Solero), Forum (Villa del Foro), Vuilije (Oviglio) e Quargnentum (Quargnento). In questo le popolazioni furono supportate, economicamente, dalla “Superba” e dai comuni della Lega Lombarda in contrasto con il marchesato del Monferrato, principale alleato di Federico Barbarossa.

La data ufficiale di fondazione di Alessandria è il 3 maggio 1168, anche se in quel momento ha già raggiunto una configurazione topografica, urbanistica ed amministrativa definita. Il nome “Alessandria”, confermato in seguito, sarà assunto in onore di Papa Alessandro III, ampio sostenitore delle azioni della Lega Lombarda contro il Sacro Romano Impero e che aveva scomunicato Federico Barbarossa.

Il 29 ottobre 1174 Alessandria subì un attacco delle forze imperiali che avevano già espugnato nei mesi precedenti Susa ed Asti e che però rimasero bloccate di fronte al fossato che circondava la città: cominciò così un lungo assedio che terminò il 12 aprile 1175, Venerdì santo, con la resa degli uomini del Barbarossa. Nel 1183 dopo la Pace di Costanza e su ordine dell’Impero, la città assunse il nome di Cesarea, mantenendolo però per un breve periodo. Nel 1198 divenne Libero comune.

Il 10 marzo 1821 l’insurrezione partì da Alessandria. La città per la sua importanza strategica, era il perno intorno a cui dovevano ruotare le operazioni della congiura ed è lì che i patrioti iniziarono a convergere da ogni parte. La scintilla partì proprio dai dragoni del re sabaudo. Promotore del moto costituzionale, Giacomo Garelli, un ex ufficiale dell’esercito napoleonico. Il comandante Isidoro Palma comandante della Brigata Genova, occupò la cittadella nella notte tra il 9 e il 10 marzo con Dragoni del Re, insieme alla Brigata Genova e a un gruppo di volontari armati; il capitano delle porte fu costretto a consegnare le chiavi e venne arrestato il comandante. Guglielmo Ansaldi, comandante in seconda della Brigata Genova, proclamava la liberale Costituzione di Spagna, e sul pennone si innalzò la bandiera tricolore. All’alba del giorno seguente le artiglierie annunciarono la vittoria della libertà: la bandiera tricolore sventolava sulle torri del forte e si creò un comitato governativo provvisorio.

È l’episodio che Giosuè Carducci descrive nei versi di Piemonte, in Rime e Ritmi: «Innanzi a tutti, o nobile Piemonte, quei che a Sfacteria dorme e in Alessandria diè a l’aure primo il tricolore, Santorre di Santarosa». Durante il Risorgimento, Alessandria fu un importante centro liberale. Nell’ottobre 1859 fu scelta come capoluogo di provincia di una delle prime quattro province piemontesi, per una fetta di territorio che comprendeva anche l’astigiano. Il 25 luglio 1899 diventò la prima città italiana capoluogo di provincia ad essere governata da una Giunta a maggioranza socialista: quel giorno venne infatti eletto sindaco della città l’orologiaio Paolo Sacco.

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Le cinque giornate di Milano – Milano dopo la vittoria.

Qui il Cattaneo ripercorre i lo stato d’animo dei cittadini di Milano in seguito alla cacciata degli Austriaci.

In quel mezzo la città si era ripiena di gente venuta da tutte le terre intorno. Alcuni avevano armi; altri venivano a cercarne; altri a salutare gli amici usciti dal pericolo, o a non trovarli più; altri solo a satisfarsi nel nel vedere le vestigia della pugna. Le turbe dei contadini stavano immote come gregge a rimirare i cocchi e i mobili pomposi accavallati in mezzo alle vie, gli spezzami delle tegole sul terreno sconvolto, le mura crivellate dalle palle, le logge di granito spaccate dal cannone, le reliquie tuttavia fumanti dell’incendio, i cadaveri stessi da riconoscere negli ospedali o malsepolti in castello e abbandonati nelle fosse; e in mezzo a tanti orrori, muover serene quelle donne, che colle loro mani avevano divelto i selciati e caricate le armi, e quel popolo placido e faceto, che godeva a udirsi dire valoroso e vittorioso da quei duri uomini dei campi e delle montagne.

Le cinque giornate di Milano – La ritirata del nemico.

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Qui il Cattaneo continua la descrizione degli scontri con gli Austriaci nello specifico la loro ritirata.

Il nemico s’inoltrava lento e stanco fra mille ostacoli; in qualche luogo trovò il bastione già ingombro di piante atterrate; spese tutta la notte a trarsi fuori dalla città. Doveva condurre seco artiglierie, le bagaglie, i feriti, più di trecento famiglie di officiali e di impiegati stranieri, decrepiti generali, gli sventurati che il capriccio militare aveva fatti ostaggi, e qualche migliaio di soldati italiani. Molti di costoro erano stati saldi contro i colpi dei fratelli; ma non tutti sapevano rassegnarsi a seguire nella fuga lo straniero. Agli incroci delle vie, dove era facile sottrarsi, i generali paravano loro in faccia la bocca del cannone; alla menoma esitanza si udivano gli officiali gridar loro: O avanti o morte!

Le cinque giornate di Milano – Radetzky lascia Milano.

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In questo pezzo il Cattaneo descrive la terza notte della sommossa di Milano e delle atrocità compiute dagli Austriaci alla partenza di Radetzky.

Radetzky, per celare la sua ritirata, si giovò della prima oscurità; faceva battere tutti i suoi tamburi e tuonare tutti i cannoni, quasi intraprendesse un disperato assalto; aveva messo fuoco a varie case. Mentre io mi sforzava riconoscere da un luogo alto la posizione degli edifici che si vedevano ardere a levante e settentrione, ad un tratto divampò verso ponente una colonna altissima di fiamma, come se il nemico fosse a distruggere quel ricovero che non poteva più difendere. Ma era solo una vasta congerie di paglia, di carri e di masserizie che egli abbruciava nel gran cortile d’armi, per consumare, a quanto sembra, i cadaveri dei suoi, giusta il suo costume di occultare quelle tristi prove della sconfitta. Dicesi ardesse, morti o vivi anche alcuni prigionieri e ostaggi dei quali nulla più si seppe, e nessuna reliquia rimase!
Mentre il bagliore degli incendi e la furia delle artiglierie tenevano intento il popolo, le colonne nemiche, richiamate da ogni parte e ammassate dietro il Castello, sfilavano dense e furtive sui viali del bastione. Ma molti cittadini, fatti accorti della mente del nemico, accorrevano a tribolarlo, prodigando ormai essi pure il fuoco; dacchè nella sola caserma dell’incoronata avevano rinvenuto ventiquattro miglia di polvere.
Al di fuori, i montanari si aggrappavano agli alberi e sui tetti delle case per trarre di piano sul bastione. Di tempo in tempo, e quando quella molestia era troppo grave, i battaglioni nemici sostavano, rispondendo con poderose cariche. Gli assidui colpi cingevano la città d’un semicerchio scintillante; col mutare del vento udivasi, ora più da una, ora più da un’altra parte, il battere a stormo dei sessanta campanili ormai tutti liberi.

Le cinque giornate di Milano – Addio, brava e valorosa gente!

Di seguito continua la descrizione del Cattaneo dell’incontro con il maggiore Austriaco per la discussione di un eventuale armistizio, ma le notizie provenienti dalla città faranno si che questo risulti impossibile.

Entrò in quell’istante un prete della chiesa di San Bartolomeo a ragguagliarci che gli Austriaci vi avevano trucidato allora il predicatore quaresimale e commesse altre enormità. Il maggiore, che stava appunto vantandoci l’umanità e il buon volere dei suoi, ne parve assai turbato, e si volse a interrogare il prete. Frattanto gli astanti si raccoglievano in crocchi, caldamente disputando intorno all’armistizio. Ciò vedendo Casati richiese il maggiore che volesse ritirarsi nella sala vicina, affinchè i cittadini potessero deliberare fra loro la risposta.
Il maggiore, sedendo nella sala del Consiglio di Guerra, mirava attonito quella gioventù che in folla entrava e usciva, che al vederlo colà e all’udire la cagione della sua venuta, prorompeva unanime nel più sdegnoso biasimo di ogni tregua.
Dopo un quarto d’ora, Casati fece rientrare il parlamentario e gli disse: “Signore, non abbiamo potuto metterci d’accordo. Vogliate dunque rappresentare a Sua Eccellenza, da una parte i sentimenti della municipalità dall’altra quelli dei combattenti, affinchè possa prendere in conseguenza risoluzioni”. Fu ben dolorosa la meraviglia che a tutti i presenti cagionò quella dichiarazione, in cui la municipalità pareva separare la sua casa dalla nostra.
Il maggiore prese allora congedo. Sceso sotto il portico, sostò ad aspettare che gli bendassero gli occhi. Ma non fu fatto; non parve esservi cosa in città che fosse prezzo dell’opera celargli. Commosso visibilmente da quanto aveva veduto, strinse la mano ad uno dei cittadini che lo avevano accompagnato, dicendogli col suo straniero accento: “ Addio, brava e valorosa gente.”
Da un’intera generazione era forse quella la prima volta che uno straniero diceva al nostro popolo una parola di giustizia!

Le cinque giornate di Milano – Radetzky invia un parlamentare –

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Descrizione del Cattaneo del terzo giorno della rivoluzione milanese e del fallimento delle trattative con gli Austriaci.

Radetzky invia un parlamentare.

Verso il meriggio del terzo dì, un parlamentare venne scortato dai cittadini al Consiglio, era un maggiore dei Croati; credo quello stesso Sigismondo Ettingshausen che poscia tratto la resa di Peschiera. Decoroso della persona, e ravvolto poi nel mantello come in atto di farsi ritrarre, ei dichiarò che il generalissimo Radetzky lo mandava a rilevare quale fosse la mente dei magistrati della città.
Ciò udito, noi lo indirizzammo nella sala ove era la municipalità coi nuovi suoi collaboratori. Dopo un quarto d’ora, il Casati fece invitare noi pure al colloquio; e avendoci esposto come il generalissimo, cedendo a un senso di umanità, avesse dato al maggiore l’incarico che si è detto, aggiunse che il municipio propone un armistizio di quindici giorni; il quale intervallo pareva necessario affinchè il maresciallo potesse far conoscere a Vienna il nuovo stato delle cose, e ottenesse la facoltà di fare le opportune concessioni. Casati, intendendo dunque che il generalissimo consegnasse nelle caserme tutti i soldati, e impegnandosi dalla sua parte a far desistere dal combattimento i cittadini, desiderava sapere se il Consiglio di Guerra volesse a tal uopo interporsi presso i combattenti.
Esplorato con uno sguardo l’animo dei miei colleghi, mi rivolsi al conte Casati, facendogli considerare che non mi pareva già più possibile distaccare i combattenti dalle barricate. Casati rispose che lo si potrebbe ottenere a poco a poco. Gli domandai allora se, dato il caso che lo si potesse, eravamo ben certi che la prima notte che avremmo dormito nei nostri letti, non saremmo tutti stati sorpresi e appiccati.
Il maggiore, mostrandosi offeso, m’interruppe dicendo: “Signore, non contate voi niente per l’onore militare?” “Credete voi, signore”, io gli risposi, “che l’onor militare ci assicuri dalla polizia e dal giudizio statario? Chi può dire che le ostilità sospese non vengano a ripigliarsi da un momento all’altro, per fatto proprio di un soldato o d’un cittadino? Dopo aver provato le primizie della vittoria, è difficile che i cittadini si rassegnino a soffrire più a lungo la presenza di soldati stranieri. È già il terzo giorno che il tocco delle nostre campane chiama alle armi il paese intorno; il fragore del vostro cannone deve essersi udito fin dentro la frontiera svizzera e piemontese. Senza dubbio, in questo istante i nostri amici sono in via per soccorrerci; assediati come siamo al centro della città non ne abbiamo certa notizia; pure dall’alto dei campanili scorgiamo moti insoliti. È ben certo ad ogni modo che il suono a martello deve giungere, da un campanile all’altro, sino ai confini del regno. Se, data la parola dell’armistizio, vedessimo poi le vostre truppe approfittarne per piombare fuori sui nostri amici, noi non potremmo rimanere testimoni impassibili, senza essere chiamati vili da loro; né potremmo uscire a soccorrerli senza essere chiamati perfidi da voi.”

Le cinque giornate di Milano – Italia Libera –

Qui il Cattaneo descrive i giusti comportamenti tenuti dai cittadini milanesi.

Italia Libera

Rimovendo ogni controversia di forme politiche e di confini principeschi, noi deliberammo di parlare immantimente a nome dell’Italia e della Libertà. In fronte a tutti gli atti nostri era scritto: Italia Libera.
Si fece appello a quei veterani che esitavano a mettersi fra i combattenti. “Non è mai delitto difendere la patria”, si diceva loro. Si suggeriva al popolo che nell’atto di cacciare il nemico dai pubblici stabilimenti, non lasciasse commettere guasti; e il popolo salvò le raccolte scientifiche, i dipinti, le carte e i denari. Si pubblicarono i nomi dei poveri cittadini che con ammirabile astinenza e fedeltà consegnavano gli oggetti preziosi venuti in loro mani. Il saccheggio e l’incendio furono armi lasciate ai nostri nemici.

Le cinque giornate di Milano -Sulla via della Libertà-

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Villa Belgioioso Milano

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Villa Belgioioso Milano

In questo articolo il Cattaneo descrive la prima notte e il primo mattino della rivoluzione Milanese

Sulla via della Libertà.

Si è fatto computo che in quella prima notte la città tutta non avesse a fronte del nemico più di tre o quattrocento fucili di ogni sorta; poiché, temendo che da giorno a giorno uscisse precetto di rassegnare le armi, molti le avevano mandate in villa.
Al vedere il misero armamento della città, irrequieto e ansioso io sollecitava, durante la notte, gli amici che vegliavano innanzi alla casa Vidiserti, a trasferire in sito meno pericoloso il quartier generale; essendochè allo spuntar del mattino quel luogo, posto fra due strade come il palazzo municipale, sarebbe stato in egual modo assalito e preso, con quanti mai vi erano. Mi rispondevano che avrebbero venduta cara la vita. Ma io replicava che non dovevano prepararsi a soccombere ma piuttosto a vincere e a vivere; epperò a nulla trascurare di ciò che poteva dar vittoria. L’avviso mio, già presso al mattino, finalmente prevalse. Cernuschi si adoprava intanto per farli accomodare in casa del conte Carlo Taverna, posta dall’altro lato della via dei Bigli, ch’è angusta, tortuosa e agevole a serragliare. Il giardino confininava con altri; onde prima che il quartier generale fosse accerchiato, si avrebbe agito a trasferirlo altrove. Cernuschi si procacciò la chiave d’un cancello che si apriva dietro i giardini, di fronte alla casa di Alessandro Manzoni; fece traforare il recinto del giardino Belgioioso e pose sentinelle sui muri degli altri; per modo che quel primiero rifugio della casa Vidiserti divenne quasi un’opera avanzata, dietro la quale erano più linee successive di difesa, con sicure vie d’uscita. Siffatto gruppo di recinti e barricate aveva nel mezzo quella casa con cortile rivestito di freschi del cinquecento detta la casa Taverna antica; dimora del console francese; ove, a lato del tricolore cisalpino sventolava quello della repubblica. La vista di quel vessillo e la fede nell’amicizia di quella nazione poderosa, non furono senza effetto nel terribile momento nel quale un intero popolo con si esigue forze si cimentava sulla sanguinosa strada della Libertà. Tutto ciò si era fatto avanti lo spuntar del giorno; e immantinenti si fece toccare a martello e gridare alle armi. A tutta prima stavamo con certa apprensione che il notturno riposo avesse mai rallentato gli animi; ma a poco a poco si videro uscire i cittadini e accorrere baldanzosi alle prime barricate; e in pochi istanti ai capi delle vie già tuonava d’ogni parte il cannone nemico.