Ferrara

Ferrara è un comune italiano di 132 459 abitanti, capoluogo dell’omonima provincia in Emilia-Romagna. L’area metropolitana della città, individuata con la metodologia del Functional Urban Regions, conta circa 265 000 abitanti.

La città è situata nella zona del delta del fiume Po, il centro storico è circa 6 km a sud del ramo principale del fiume, mentre un ramo meridionale del delta, il Po di Volano, delimita la città medioevale con la sua cinta muraria, separandola dall’ancor più antico borgo di San Giorgio. I quartieri moderni a nord si estendono oggi fino al Po, includendo la località Pontelagoscuro. Il territorio è interamente pianeggiante, con un’altitudine compresa tra 2,4 m e 9 m s. l. m., e superficie di 405,16 km².

Ferrara è erede di un importante patrimonio culturale del Rinascimento, epoca in cui era capitale di un ducato indipendente sotto la signoria degli Este, e si era sviluppata in un centro artistico e universitario di livello europeo, in cui hanno vissuto personalità come i poeti Ludovico Ariosto e Torquato Tasso, gli scienziati Niccolò Copernico e Paracelso, gli artisti Andrea Mantegna e Tiziano, i letterati Giovanni Pico della Mirandola e Pietro Bembo.

È anche una città di grande interesse urbanistico in quanto durante il Rinascimento vi furono realizzate le prime grandi progettazioni urbanistiche della storia europea moderna, il più noto dei quali è l’Addizione Erculea, commissionata nel 1484 dal duca Ercole I d’Este all’architetto Biagio Rossetti. La nuova parte della città viene chiamata Arianuova, sia per la sua collocazione esterna al vecchio asse del castello medievale, sia perché connotata fino alla fine del XIX secolo da ampie aree verdi prive di edifici, dette “orti e giardini”, interne alle nuove possenti mura rossettiane. Grazie a quest’opera architettonica Ferrara viene considerata dagli studiosi la prima città moderna d’Europa.

L’UNESCO le conferisce il titolo di patrimonio mondiale dell’umanità per la prima volta nel 1995 come città del Rinascimento e successivamente, nel 1999, riceve un ulteriore riconoscimento per il delta del Po e per le delizie estensi. Ferrara inoltre è una dei 4 capoluoghi di provincia (assieme a Bergamo, Lucca e Grosseto), il cui centro storico è rimasto quasi completamente circondato dalle mura che, a loro volta, hanno mantenuto pressoché intatto il loro aspetto originario nel corso dei secoli. Ferrara, con Pisa e Ravenna, è anche una delle prime città del silenzio citata nelle Laudi di Gabriele D’Annunzio.

Ferrara è antica sede universitaria (Università degli Studi di Ferrara) e sede arcivescovile (arcidiocesi di Ferrara-Comacchio). Ospita importanti centri culturali: la Pinacoteca Nazionale di palazzo dei Diamanti, il museo Archeologico Nazionale, il museo del Risorgimento e della Resistenza, il museo d’arte moderna e contemporanea Filippo de Pisis, il museo della Cattedrale, il museo Giovanni Boldini, il museo dell’ebraismo italiano e della Shoah e numerosi altri musei.

La città contemporanea poggia su un’economia basata sulla produzione agricola e industriale che ne fanno un centro di primaria importanza grazie alla presenza di numerosi impianti industriali presenti nell’area del petrolchimico e della piccola e media impresa. I settori più rappresentativi sono quelli dell’industria chimica, dell’industria metalmeccanica, dell’elettrotecnica e dell’industria tessile e alimentare. Inoltre le reti stradali e ferroviarie la inseriscono all’interno del circuito commerciale sia regionale che nazionale grazie alla presenza di adeguate infrastrutture come l’autostrada A13, lo scalo merci della stazione ferroviaria e gli scali portuali situati a Pontelagoscuro che collegano la città al fiume Po e al mare Adriatico.

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LO STATUTO CELEBRATO A TORINO 21-11-1848

In questo pezzo il Brofferio ci racconta i festeggiamenti a Torino il 21/11/1848 per il nuovo statuto concesso.

Gli avvenimenti chiamavano festeggiamenti a Torino tutti i Municipi dell’antico Piemonte. Compariva per la prima volta il popolo in contegno di cittadino nella pubblica via, per mostrarsi all’indomani nell’assistenza del soldato in campo, con la toga del legislatore nel Parlamento. Allo squillo dei bronzi sacri, al rimbomba delle artiglierie, si mettevano in marcia festivi drappelli che con imponente apparato occupavano da un capo all’altro le vie principali della capitale. Preceduto dal gonfalone della Commissione del Popolo, sola autorità in quel giorno, sventolava nella prima schiera lo stendardo di Genova, gloriosa delle antiche gesta, impaziente di novelle prove. Succedevano i Municipi di Cagliari, Alessandria, Sassari, Novara, Aosta, Casale, Asti, Mondovì, Vercelli, Novi, Alba, Tortona, Pinerolo, Saluzzo, Intra, Cherasco, Pallanza, di tutte, insomma, le belle e feconde provincie dell’antico Piemonte. Nessuna città, nessun borgo volle mancare all’onorata rassegna. Due bandiere procedevano in mezzo alla generale esultanza e raccoglievano al passaggio le più clamorose salutazioni. “Viva”, gridava si, “la gagliarda progenie delle Alpi, viva l’ardita navigatrice della Provenza! Viva Nizza! Viva la Savoia italiana!”. Oh Nizza, oh Savoia! Vi avremo noi perdute per sempre? Altri due drappelli raccoglievano in più special modo gli sguardi dei circostanti. Il primo era preceduto da un vessillo sul quale si leggevano tre date: 1821- 1831- 1833. Seguivano il vessillo gli esuli piemontesi che nei tempi di dolorose proscrizioni portavano le armi italiane a difesa della libertà europea. I fieri sembianti, solcato dagli anni e dai patimenti, facevano testimonianza del grande animo e delle forti opere. Il secondo drappello non aveva bandiere che lo precedente. Si componeva di uomini quasi tutti sul fiore della giovinezza, vestiti di Bruno, e con velo nero al braccio. Procedevano lenti, con dimessa fronte, con oscuro cipiglio, quasi piangessero sulla patria deserta. Si udivano al loro passaggio queste parole: “Sono i Lombardi!”.

A. Brofferio: Storia del Parlamento Subalpino

IL PARLAMENTO SICILIANO

In questo pezzo N. Nisco ripercorre il giorno della creazione del parlamento Siciliano.

Al mezzodì del 25 marzo in gran pompa si apriva a San Domenico il Parlamento siciliano, presenti gli agenti consolari stranieri e popolo numeroso, fra il suono delle campane frammisto a quello dei cannoni. Dopo la messa Ruggero Settimo, presidente del Comitato, con ponderato discorso rendeva conto del governo del paese tenuto in quei due difficilissimi mesi, dichiarava i decreti del 6 marzo non bastevoli a tutelare i diritti della Sicilia, e concludeva il suo discorso cosi: “ I Borboni hanno cessato di regnare dal 1815. Iddio benedica e ispiri i voti del Parlamento e guardi benigno la terra di Sicilia e la congiunga ai grandi destini della nazione italiana”.

N. Nisco: Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860

IL GERME DELL’UNITÀ

In questo articolo N. Nisco fa delle valutazioni sui riflessi nazionali della rivoluzione siciliana.

Importa notare, onde si valuti esattamente la rivoluzione di Palermo del 1848, ch’essa, pur mirando alla sola indipendenza dell’isola, aveva già in sé il germe dell’unità che, via via svolgendo si, da regionale divenne nazionale, poiché tutta la Sicilia ne seguiva l’esempio, non rinnovando le antiche inimicizie. Catania si levava a tumulto il 24 gennaio, e il 27 costituiva un comitato per mettersi in relazione con Palermo, il 29 insorgeva Caltanissetta, il 4 febbraio Noto. In Messina il popolo, non riuscito l’attacco del 23, il 29 si sollevava e la sera si combatteva alla marina ed in altri punti e il 1° febbraio i regî battuti si ritiravano nelle trincee di Terranova. Così all’infuori della cittadella, testa di ponte che unisce l’Isola al continente, e della quale i Siciliani non riuscivano a impadronirsi durante tutta la rivoluzione, quasi tutta la Sicilia era sgombra di regî.

GIUSTIZIA E LIBERTÀ

Il pretore rispose: non volere il popolo la guerra ma giustizia e libertà, che erano suo patrimonio, sollevato per estrema necessità non poserà le armi se non quando la nazione siciliana, rappresentata dal generale Parlamento, accomoderà ai tempi quella costituzione che, giurata dai suoi re, riconosciuta da tutti i potentati, non si è mai osato di togliere apertamente.

N. Nisco

Appello ai giovani – siete la nostra speranza!

Quando vedrete il filmato che vi propongo verso la fine ricordate le parole di S. di Santarosa di circa duecento anni fa e riflettete.

Appello ai giovani.

O giovani del mio sventurato paese! È a voi che esso ha affidato le sue ultime speranze. All’uscire dai colleggi, o dalle case paterne, pieni d’ardore e di vita, voi non vi vedete attorno che stranieri che vi umiliano; non avete dinanzi che un avvenire senza onore, senza gloria;non beni di fortuna che possiate godere con sicurezza, non piaceri che non vi possano essere avvelenati dagli insulti, dal disprezzo dei vostri padroni, o dei loro satelliti, più odiosi ancora. Si, o gioventù d’Italia, ti disprezzano, sperano che una vita molle e oziosa snervi le tue facoltà, credono che ardore e coraggio tu avrai solo a parole. Lo dicono i nostri tiranni, e sogghignano ogniqualvolta fermano su te i loro sguardi sprezzanti. Ne dubiti forse? Passa le Alpi; ovunque tu vada intenderai che persino di te i nemici di libertà e che abbian diritto di attendere gli amici da te.

S. di Santarosa

IL BOMBARDAMENTO DI PALERMO

In questo pezzo N. Nisco ricorda l’esecrabile bombardamento delle milizie Borboniche sulla città di Palermo.

Al battagliero per le vie successe il continuo bombardamento. Il luogotenente reale, per ridurre la città all’obbedienza, aveva ordinato al colonnello Gross, governatore del forte di Castellammare, che al segnale di una bandiera levata dalla reggia, lanciare su Palermo continuamente bombe da otto. Alla mattina del 15 la bandiera comparve ed il Gross senza indugio eseguiva il bombardamento, procurando al suo re il titolo di “ re bomba” nella storia. Commosso allo spettacolo miserando di un esercito che bombarda il proprio paese, il Commodoro Lussinton, comandante della flotta ancorata nel porto, reclamò contro siffatta barbarie. In pari tempo il corpo consolare protestò a nome della Europa onde fosse risparmiato quell’orrore che meritava l’esecrazione di tutto il mondo civile. Allora di De Mayo scriveva al pretore che farebbe cessare il fuoco dal castello purché anche da parte del popolo cessasse e fosse fatto noto in termini moderati quello che la città di Palermo desiderava, per riferirlo al re, da cui le deliberazioni dipendevano.

da N. Nisco: Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860

Nessun eccesso

In questo articolo Nisco loda la capacità dei siciliani di mantenere l’ordine e la legalità durante la rivoluzione, cosa che in quei frangenti non sempre si riesce a fare.

Tra tanto turbinio di uomini e cose, il Vial (capo della polizia borbonica) sperava trovare la via della salute: ad ogni istante egli attendeva d’esser chiamato a frenare uccisioni e rapine. Ma Palermo, abbandonata a sé stessa, senza guida e senza governo, si manteneva pura d’ogni eccesso di violenza. Faceva davvero meraviglia vedere una moltitudine sollevare la disciplina di ordinate milizie e non commettere alcun atto di rubamento e d’iniquità.

Nicola Nisco