Rivolta nella provincia di Salerno

Intanto nella provincia di Salerno i popoli fremevano: i tre fratelli Capozzoli, della piccola terra di Bosco, perseguitati dal governo, li aizzavano: nel 1828 fu gridata la costituzione in Bosco, Centola, Camerata, Li usati, Rocca Gloriosa, San Giovanni a Piro. Francesco atterrito vi mandò con pieni poteri un Francesco Saverio del Carretto capo di gendarmi. Questo sbirro, che pochi anni innanzi aveva fatto il carbonaro, divenuto boia, col cannone spianò Bosco fin dalle fondamenta, vi rizzò una colonna a perpetuare l’infamia del sacrificio, diede la caccia ai ribelli, e formò una commissione di suoi sbirri che fece morire venti persone, fra le quali il canonico De Luca, vecchio ottuagenario, ed un guardiano dei cappuccini, condannò quindici all’ergastolo, quarantatre alla galera, molte centinaia a varie pene minori; confiscava i beni bende condannati. Nel dì 8 novembre moriva lo stupido e crudele Francesco, e nell’agonia della morte vedeva intorno al suo letto le ombre di colore che aveva fatto uccidere; onde negli ultimi deliri fu udito dire: “Che son queste grida? Il popolo vuole la costituzione? Dategliela e lasciatemi tranquillo”.

L. Settembrini

La pasta al tartufo di Norcia

La pasta al tartufo di Norcia,è un classico della cucina umbra, un prodotto della terra così particolare e unico e soprattutto raro (specialmente il bianco) . Questo fungo sotterraneo col suo profumo forte, aromatico e persistente o si ama o si odia! Come si pulisce il tartufo? ebbene il mio consiglio è di non pulirlo fino a che non serva in qualche preparazione, procedendo direttamente sotto l’acqua corrente con l’ausilio di uno spazzolino per arrivare in profondità e togliere la terra. Il tartufo è molto delicato e si rovina presto, quindi va utilizzato il più presto possibile dopo averlo acquistato.
Ingredienti
400 Gr Di Pasta Fresca Lunga
100 Gr Di Tartufo Nero Di Norcia
30 Gr Di Burro
Sale Q.B.
1 Spicchio Di Aglio
Preparazione
1. Pulisci bene il tartufo di Norcia spazzolandolo sotto l’acqua
2. Grattugialo o taglialo in sottilissime fettine aiutandoti con un pelapatate
3. Metti in una padella l’aglio in camicia con un poco di burro
4. Fallo cuocere a fiamma bassa per una decina di minuti
5. Poi a fuoco spento aggiungi il resto del burro che deve sciogliersi senza cuocersi e regola di sale
6. Cuoci nel frattempo la pasta che hai scelto, scolala e condiscila con il sughetto al tartufo
Consigli:
Il tartufo è un prodotto pregiato, un’eccellenza per la cucina italiana. Molto raro da trovare fresco intero, è invece molto commercializzato sott’olio o in forma di salse già pronte da spalmare su bruschette o per condire la pasta. Bisogna però diffidare dell’ olio al tartufo perchè la maggior parte delle volte non viene impiegata la polpa del fungo ma contiene solo aromi o essenze estratte.

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Francesco I .

Una descrizione nuda e cruda fatta dal Settembrini della situazione al momento della successione al trono del regno delle due Sicilie.

Moriva nel 1825 re Ferdinando non sazio delle lagrime di un popolo immiserito, e lasciava per ischiacciarlo maggiormente il figliolo Francesco I, il quale, rimandati gli affamati tedeschi, per altri cinque anni seguitò a spremere le lagrime e il sangue di questi popoli.

Luigi Settembrini: Protesta del popolo delle due Sicilie

La protesta del popolo delle due Sicilie.

Nel prossimo pezzo Luigi Settembrini farà un veloce riassunto della situazione nel regno delle due Sicilie nel periodo compreso tra il 1820 e il 1825.
Nel 1820 su le montagne d’Avellino un branco d’uomini alzò il vessillo d’una costituzione che fu gridata da tutti i popoli e solennemente giurata da re Ferdinando I. La nazione non ricordò che questo re era quel desso che nel 1799 non riconobbe la capitolazione di Castelnuovo dicendo che un re non patteggia con i suoi sudditi, e che aveva le mani ancor lorde di sangue; onde ingannata, venduta, svergognata da pochi traditori credette che egli andrebbe al congresso di Laybach per far riconoscere la costituzione: egli tornò con un esercito di tedeschi. Quel che si fece non diremo: solamente in tanta vergogna, mentre i tedeschi erano a poche miglia da Napoli, il deputato Giuseppe Poerio scriveva una protesta che il Parlamento napolitano si scioglieva per forza straniera, ma che non cessava né poteva cessare di esistere, perchè fu sempre legale. Quella protesta sta negli archivi del regno, e con essa un giorno i popoli chiederanno ragion dei mali che ora patiscono dal nipote di un re spergiuro. Tornato Ferdinando a Napoli, rizzò forche, ordinò tribunali, i quali condannarono molte migliaia di uomini alla morte, alla galera, all’esilio, alle carceri, alla frusta.

Luigi Settembrini: Protesta del popolo delle due Sicilie

La vita è missione.

In seguito al brutto periodo, in cui ha ballato sul bordo del precipizio della follia,passato dopo la fuga dalla Svizzera il Mazzini elabora il vero obiettivo della sua vita, che seguirà fino alla fine dei suoi giorni.

Rinsavii da me, senza aiuto altrui, mercè un’idea religiosa ch’io verificai nella storia. Scesi dalla nozione di Dio a quella del progresso, da quella del progresso a un concetto della vita, alla fede in una missione, alla conseguenza logica del dovere, norma suprema; e giunto a quel punto giurai a me stesso che nessuna cosa al mondo avrebbe ormai potuto farmi dubitare e sviarmene. Fu, come dice Dante, un viaggio dal martirio alla pace: pace violenta e disperata, nol nego, perchè io mi affratellai col dolore come un pellegrino nel suo mantello; pur pace, dacchè imparai a soffrire senza ribellarmi; e fui da allora in poi in tranquilla concordia con l’anima mia. Diedi un lungo tristissimo addio a tutte le gioie, a tutte le speranze di vita individuale sulla terra. Scavai con le mie mani la fossa, non degli affetti – Dio mi è testimonio ch’io li sento oggi ,canuto, come nei primi giorni della mia giovinezza – ma ai desideri, alle esigenze, ai conforti ineffabili degli affetti, e calcai la terra su quella fossa, sì che altri ignorasse l’io che vi stava sepolto. Per cagioni, parecchie visibili, altre ignote, la mia vita fu, è, e durerebbe, s’anche non fosse presso a compiersi, infelice; ma non ho pensato mai, da quei giorni in poi, un’istante, che la felicità dovesse influire sulle azioni. Benedico riverente Dio padre per qualche consolazione d’affetti – non conosco consolazioni da quelle fuori – ch’egli ha voluto, sugli ultimi anni, mandarmi, e vi attingo forza a combattere il tedio dell’esistenza che talvolta mi si riaffaccia; ma se anche quelle consolazioni non fossero, credo sarei quale sono. Splenda il cielo serenamente azzurro come in un bel mattino d’Italia o si stenda uniformente plumbeo e color di morte come tra le brume del settentrione, non vedo che il dovere muti per noi. Dio è sempre al di sopra del cielo terrestre e le sante stelle della fede e dell’avvenire splendono nell’anima nostra quando anche la loro luce si consumi senza riflesso come la lampada in sepoltura.

Da G. Mazzini: Ricordi autobiografici

La tempesta del dubbio.

Nel brano seguente, tratto dall’autobiografia di Giuseppe Mazzini, il protagonista ci racconta il travaglio interiore, le sofferenze e i dolori provati in seguito alla fuga che dovette fare dalla Svizzera a causa della condanna a morte decretata dal re di Sardegna.

 

Nel gennaio del 1837 io giunsi a Londra. Ma in quelli ultimi mesi io m’era agguerrito al dolore e fatto da vero tetragono, come dice Dante, ai colpi della fortuna che m’aspettavo. Non ho mai potuto, per non so quale capriccio della mia mente, ricordare le date di fatti anche gravi, spettanti alla mia vita individuale. Ma s’anch’io fossi condannato a vivere secoli, non dimenticherei mai il finir di quell’anno 1836 e la tempesta per entro i vortici della quale fu presso a sommergersi l’anima mia. E ne accenno qui rilutante, pensando ai molti che dovranno patire quel ch’io patii e ai quali la voce d’un fratello escito, battuto a sangue, ma ritemprato dalla burrasca, può forse additare la via di salute.

Fu la tempesta del dubbio: tempesta inevitabile, credo, una volta almeno nella vita d’ognuno che, votandosi a una grande impresa, serbi core e anima amante e palpiti d’uomo, ne si intristisca a nuda e arida formola della mente, come Robespierre. Io aveva l’anima traboccante e assetata di affetti, e giovine e capace di gioia come ai giorni confortati dal sorriso materno, e fervida di speranze se non per me, per altrui. Ma in quei mesi fatali mi si addensarono intorno a turbine sciagure,delusioni, disinganni amarissimi, tanto ch’io intravidi in un subito nella scarna sua nudità la vecchiaia dell’anima solitaria e il mondo deserto di ogni conforto nella battaglia,per me. Non era solamente la rovina, per un tempo indefinito, d’ogni speranza italiana, la dispersione dei nostri migliori, la persecuzione che disfacendo il lavoro svizzero ci toglieva anche quel punto vicino all’Italia, l’esaurimento dei mezzi materiali, l’accumularsi d’ogni maniera di difficoltà pressocchè insormontabili tra il lavoro iniziato e me; ma il disgregarsi di quell’edificio morale d’amore e di fede nel quale soltanto io poteva attingere forze a combattere, lo scetticismo ch’io vedeva sorgermi innanzi dovvunque io guardassi, l’illanguidirsi delle credenze in quei che più s’erano affratellati con me sulla via che sapevamo tutti fin dai primi giorni gremita di triboli, e più ch’altro, la diffidenza che io vedeva crescermi intorno ne’miei più cari, delle mie intenzioni, delle cagioni che mi sospingevano a una lotta apparentemente ineguale. Poco m’importava anche allora che l’opinione dei più mi corresse avversa. Ma il sentirmi sospettato d’ambizione o d’altro men che nobile impulso dai due o tre esseri sui quali io aveva concentrato tutta la mia potenza d’affetto, mi prostrava l’anima in un senso di profonda disperazione. Or questo mi fu rivelato in quei mesi appunto nei quali, assalito da tutte parti,io sentiva prepotente il bisogno di ricoverarmi nella comunione di poche anime sorelle che m’intendessero anche tacente; che indovinassero ciò ch’io, rinunziando deliberatamente a ogni gioia della vita, soffriva; e soffrissero, sorridendo, con me. Senza scendere a particolari, dico che quelle anime si ritrassero da me.

Quand’io mi sentii solo nel mondo, solo,fuorchè con la povera mia madre, lontana e infelice essa pure per me, m’arretrai atterrito davanti al vuoto. Allora, in quel deserto, mi s’affacciò il dubbio. Forse io errava e il mondo aveva ragione. Forse l’idea ch’io seguiva era un sogno. E fors’io non seguiva un’idea, ma la mia idea, l’orgoglio del mio concetto, il desiderio della vittoria più che l’intento della vittoria, l’egoismo della mente e i freddi calcoli d’un intelleto ambizioso, inaridendoil core e rinnegando gli innocenti spontanei suoi moti che accennavano soltanto a una carità modestamente in un piccolo cerchio, a una felicità versata su poche teste e divisa, a doveri immediati e di facile compimento. Il giorno in cui quei dubbi mi solcarono l’anima, io mi sentii non solamente e inesprimibilmente infelice, ma comeun condannato conscio di colpa e incapace d’espiazione. I fucilati di Alessandria, di Genova, di Chambery, mi sorsero innanzi come fantasmi di delitto e rimorso purtroppo sterile. Io non potea farli rivivere. Quante madri avevano già pianto per me! Quante piangerebbero ancora s’io mi ostinassi nel tentativo di risuscitare a forti fatti, al bisogno d’una patria comune, la gioventù d’Italia? E se questa Patria non fosse che un’illusione? Se l’Italia, esaurita da epoche di civiltà, fosse oggimai condannata dalla Provvidenza a giacere senza nome e missione propria, aggiogata a nazioni più giovani e rigogliose di vita? D’onde traeva io il diritto di decidere sull’avvenire e trascinare centinaia, migliaia d’uomini al sacrifizio di se e d’ogni cosa cara?

Non m’allungherò gran fatto ad anatomizzare le conseguenze di questi dubbi su me: dirò soltanto ch’io patii tanto da toccare i confini della follia. Io balzava la notte dai sonni e correva quasi deliro alla mia finestra chiamato, com’io credeva, dalla voce di Jacopo Ruffini. Talora, mi sentiva come sospinto da una forza arcana a visitare, tremante, la stanza vicina, nell’idea ch’io avrei trovato persona allora prigioniera o cento miglia lontana. Il menomo incidente, un suono, mi costringeva alle lagrime. La natura, coperta di neve com’era nei dintorni di Grenchen, mi pareva ravvolta in un lenzuolo di morte sotto il quale m’invitava a giacere. I volti della gente che mi toccava vedere mi sembravano atteggiarsi, mentre mi guardavano, a pietà, più spesso a rimprovero. Io sentiva seccarsi entro meogni sorgente di vita. L’anima incadaveriva. Per poco che quella condizione di mente si fosse protratta, io insaniva davvero o moriva travolto nell’egoismo del suicidio. Mentr’io m’agitava presso a soccombere sotto quella croce, un amico a poche stanze da me, rispondeva ad una fanciulla che, insospettita del mio stato, lo esortava a rompere la mia solitudine:” Lasciatelo, ei sta cospirando e in quel suo elemento è felice”. Ah ! Come poco indovinano gli uomini le condizioni dell’anima altrui, se non la illuminano, ed è raro, coi getti d’un amore profondo!

Un giorno, io mi destai coll’animo tranquillo, coll’intelleto rasserenato, come chi si sente salvo da un pericolo estremo. Il primo destarmi fu sempre momento di cupa tristezza per me, come di chi sa di riaffacciarsi a una esistenza più di dolori che d’altro; e in quei mesi mi compendiava in un subito tutte e ormai insopportabili lotte che avrei dovuto affrontare nella giornata. Ma quel mattino, la natura pareva sorridermi consolatrice e la luce rinfrescarmi, quasi benedizione, la vita nelle stanche vene. E il primo pensiero che mi balenò innanzi alla mente fu :”questa tua è una tentazione dell’egoismo: tu fraintendi la Vita”.

 

LE PERSECUZIONI CONTRO LA GIOVINE ITALIA

 

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Nel 1831 Giuseppe Mazzini non rivolse le prime sue parole al popolo; ma si ad un giovane congiurati divenuto re. “V’è una corona”, gli diceva, “ più splendida della vostra. Liberate l’Italia dai barbari; fatela tutta vostra e felice. Siate il Napoleone della libertà italiana”.

E per verità, qual risposta fece il giovane re all’araldo della nazione e della guerra? Lo condannò, assente, a morte ignominiosa. L’ignominia a un uomo che dice del suo re: “hai un esercito; riscatta l’onore della tua nazione!”. E con Giuseppe Mazzini andò fuggitivo e condannato anche Vincenzo Gobetti! E anche Giuseppe Garibaldi!

Ma se gli austriaci si appagavano, a quei tempi, d’uccidere in effigie i profughi nemici, non fu pago il re italiano d’uccidere in effigie gli scrittori, anzi i lettori, della Giovine Italia. La morte è la parte meno disumana delle tragedie di Genova, di Alessandria, di Chambéry. Francesco Miglio, che col sangue delle sue vene scrive alla famiglia, sotto il dettato di un traditore, una lettera che sarà la sua sentenza di morte: Andrea Vochieri , già in atto di morire, ne ormai più cosa di questa terra, profanato da un calcio di Galateri: Jacopo Ruffini, che si trae di mano ai tentatore, scannandosi colle ferree lamine del suo carcere: le tenebre spaventose, i sonni rotti dagli inquisitori, le torture della fame, le firme falsato, abusato perfino le lagrime delle madri, e tutte queste abbominazioni avvolte di formule nefandemente religiose, ci fanno quasi sognare d’assistere tra le selve dei Druidi ai sacrifici umani. I sepolcri dei vivi dello Spielberg riescono quasi un asilo, un refrigerio alla mente inorridito. Molti furono detti tiranni per aver messo a morte chi sospettava no deliberato a rapire loro la corona. Carlo Alberto uccise quei generosi giovani che avevano vaneggiato, non di togli, ma di dargli la corona: la corona di tutta I’Italia: “Fatela tutto vostra e felice!”.

(da C. Cattaneo: Considerazioni sulle cose d’Italia nel 1848)

 

Carlo Cattaneo in una xilografia del 1887 di Edoardo Matania

Carlo Cattaneo (Milano, 15 giugno 1801Lugano, 6 febbraio 1869) è stato un patriota, filosofo, politico, linguista e scrittore italiano, esponente del pensiero repubblicano federalista . Di formazione illuminista e positivista, ebbe un ruolo determinante nelle cinque giornate di Milano del 1848.

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Il Giuramento della giovine Italia

 

Nel nome di Dio e dell’Italia. Nel nome di tutti i martiri della santa causa italiana, caduti sotto i colpi della tirannide, straniera e domestica. Pei doveri che mi legno alla terra ove Dio m’ha posto, e ai fratelli che Dio m’ha dati – per l’amore, innato in ogni uomo, ai luoghi ove nacque mia madre e dove vivranno i miei figli – per l’odio innato in ogni uomo, al male, all’ingiustizia, all’usurpazione, all’arbitro – pel rossore ch’io sento in faccia ai cittadini dell’altre nazioni, del non aver nome né diritti di cittadino, né bandiera di nazione, né patria – pel fremito dell’anima mi creata alla libertà, impotente ad esercitarla, creata all’attività nel bene ne impotente a farlo nel silenzio e nell’isolamento della servitù – per la memoria dell’antica potenza – per la coscienza della presente abbiezione – per le lagrime delle madri italiane – pei figli morti sul palco , nelle prigioni, in esilio – per la miseria dei milioni.

Io N.N.

Credente nella missione commessa da Dio all’Italia, e nel dovere che ogni uomo nato Italiano ha di contribuire al suo adempimento;

– Convinto che dove Dio ha voluto che fosse nazione, esistono le forze necessarie a crearla – che il Popolo è depositario di quelle forze; – che nel dirigere pel Popolo e col Popolo sta il segreto della vittoria;

Convinto che la Virtù sta nel l’azione e nel sacrificio – che la potenza sta nell’Unione e nella coscienza della volontà; Do il mio nome alla Giovine Italia, associazione d’uomini credenti nella stessa fede, e giuro:

– Di consacrarmi tutto e per sempre a costituire con essi litania in Nazione, Una, Indipendente, Libera, Repubblicana;

– Di promuovere con tutti i mezzi, di parola, di scritto, d’azione, l’educazione dė miei fratelli all’interno della Giovine Italia, all’associazione che solo può rendere la conquista durevole;

– Di non appartenere da questo giorno in poi ad altre associazioni;

– Di uniformarmi alle istruzioni che mi verranno trasmesse, nello spirito della Giovine Italia, da chi rappresenta con me l’unione dė miei fratelli, e di conservarne, anche a prezzo della vita, in violati i segreti;

– Di soccorrere coll’opera e col consiglio a miei fratelli nell’associazione.

ORA E SEMPRE.

Così giuro, invocando sulla mia terra l’ira di Dio, l’abbominio degli uomini e l’ infamia dello spergiuro, s’io tradissimo in tutto o in parte il mio giuramento.

(Giuseppe Mazzini, esiliato a Londra, inizia l’educazione dei fanciulli poveri italiani)