IL SACERDOTE LAOCOONTE

In quest’articolo vi riporto un pezzo molto toccante tratto dal secondo libro dell’Eneide, la tragedia del sacerdote Laocoonte ( che cercava di dissuadere i troiani a non portare il cavallo di legno dentro Troia) e dei suoi figli.

Con tali insidie e con l’arte dello spergiuro Sinone
la cosa fu creduta e catturati con inganni e lacrime costrette
quelli che non domarono nè il Tidide nè Achille larisseo,
non dieci anni , non mille carene.
Qui un’altra cosa maggiore si presenta ai miseri e più
tremenda e turba gli animi inesperti.
Laocoonte, sacerdote estratto a sorte per Nettuno,
presso i solenni altari uccideva un enorme toro.
Ma ecco da Tenedo serpenti gemelli per l’alto mare tranquillo
(inorridisco raccontandolo) con immensi giri
incombono sul mare ed insieme si dirigono ai lidi;
ma i loro petti alzati tra i flutti e le creste
sanguinee superano le onde l’altra parte raccoglie
dietro e incurva i dorsi immensi con una spira.
C’è un fragore, spumeggiando il mare; ed ormai tenevano i campi
iniettati gli ardenti occhi di sangue e di fuoco
lambivano le sibilanti bocche con le lingue vibranti.
Scappiamo pallidi in volto. Quelli in schiera sicura
vano su Laocoonte; ed anzitutto entrambi i serpenti,
abbracciati i piccoli corpi dei due figli
li avvolgono e divorano col morso le misere membra;
poi afferran lui stesso che accorre e porta le armi
e lo legano con enormi spire; ed ormai
abbracciatolo due volte nel mezzo, due volte circondatogli
il collo con gli squamosi dorsi lo superan con testa ed alti colli.
Egli tenta con le mani divellere i nodi
macchiate le bende di bava e nero veleno,
insieme alza alle stelle terribili grida:
quali i muggiti, quando un toro ferito sfugge l’altare
e scuote dal capo la scure incerta.
Ma i draghi gemelli di corsa fuggono ai sommi templi
e cercano la rocca della crudele tritonide,
si nascondono sotto i piedi della dea e sotto il cerchio dello scudo.

Platone e il mito della caverna

Oggi voglio proporvi un brano classico della cultura occidentale, il mito della caverna scritto da Platone, scusatemi se eventualmente sbaglio qualcosa perchè la filosofia non è il mio campo, ma il brano ci fornisce una buona base su cui riflettere.

All’inizio del settimo libro della Repubblica Platone narra il mito della caverna, uno dei piú famosi ed affascinanti. In esso si ritrova tutta la teoria platonica della conoscenza, ma anche si ribadisce il rapporto tra filosofia e impegno di vita: conoscere il Bene significa anche praticarlo; il filosofo che ha contemplato la Verità del Mondo delle Idee non può chiudersi nella sua torre d’avorio: deve tornare – a rischio della propria vita – fra gli uomini, per liberarli dalle catene della conoscenza illusoria del mondo sensibile. Socrate parla in prima persona; il suo interlocutore è Glaucone.

Repubblica, 514 a-517 a
 
1      [514 a] – In séguito, continuai, paragona la nostra natura, per ciò che riguarda educazione e mancanza di educazione, a un’immagine come questa. Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sí da dover restare fermi e da [b] poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini. – Vedo, rispose. – Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti [c] di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre [515 a] figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono. – Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri. – Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte? – E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il [b] capo per tutta la vita? – E per gli oggetti trasportati non è lo stesso? – Sicuramente. – Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni? – Per forza. – E se la prigione avesse pure un’eco dalla parete di fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce, credi che la giudicherebbero diversa da quella dell’ombra che passa? – Io no, per Zeus!, [c] rispose. – Per tali persone insomma, feci io, la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali. – Per forza, ammise. – Esamina ora, ripresi, come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall’incoscienza. Ammetti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto, costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; e che cosí facendo provasse dolore e il barbaglio lo rendesse incapace di [d] scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso, ma che ora, essendo piú vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi piú essere, può vedere meglio? e se, mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe piú vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso? – Certo, rispose.
2      [e] – E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui può sostenere la vista? e non li giudicherebbe realmente piú chiari di quelli che gli fossero mostrati? – È cosí, rispose. – Se poi, continuai, lo si trascinasse via di lí a forza, su per l’ascesa scabra ed erta, e non lo si lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non s’irriterebbe [516 a] di essere trascinato? E, giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere. – Non potrebbe, certo, rispose, almeno all’improvviso. – Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore. E prima osserverà, molto facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti nei loro riflessi nell’acqua, e infine gli oggetti stessi; da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, [b] potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo stesso piú facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole. – Come no? – Alla fine, credo, potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria. – Per forza, disse. – Dopo di che, parlando del sole, potrebbe già concludere che è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile, e ad essere [c] causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano. – È chiaro, rispose, che con simili esperienze concluderà cosí. – E ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza che aveva colà e di quei suoi compagni di prigionia, non credi che si sentirebbe felice del mutamento e proverebbe pietà per loro? – Certo. – Quanto agli onori ed elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai primi riservati a chi fosse piú acuto nell’osservare gli oggetti che passavano e piú [d] rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e poi e insieme, indovinandone perciò il successivo, credi che li ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero onori e potenza? o che si troverebbe nella condizione detta da Omero e preferirebbe “altrui per salario servir da contadino, uomo sia pur senza sostanza”, e patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo? – Cosí penso anch’io, rispose; [e] accetterebbe di patire di tutto piuttosto che vivere in quel modo. – Rifletti ora anche su quest’altro punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all’improvviso dal sole? – Sí, certo, rispose. – E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima [517 a] che gli occhi tornino allo stato normale? e se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo? – Certamente, rispose. […]

Raffaello Sanzio Scuola di Atene -Platone ed Aristotele – Musei Vaticani

San Martino

In questo pezzo il De Amicis cerca di descrivere il travaglio interno provato dal Generale di Fanteria Italiana Filiberto Mollard durante una pausa della battaglia di San Martino, in cui l’incertezza e lo sconforto per i tanti morti cerca di prendere il sopravento.

Alle due,nel campo dell’estrema sinistra, dura ancora l’incertezza. La 3° divisione è come abbandonata in una solitudine trista. I soldati, stracchi e muti, interrogano con l’occhio ansioso gli ufficiali, cupi anch’essi, che si sentono ancora suonare nel cuore gli ultimi lamenti dei compagni caduti. Il generale Mollard, torbido e accorato, erra pel campo, alla ventura, chiuso nei suoi pensieri. Che sarà seguito? Che fa la 5° divisione? E le altre? E i Francesi? Vincono? Perdono? Nessun aiuto, nessun ordine, nessun avviso; la battaglia tace; dall’una e dall’altra parte si posa sulle armi; e un vasto campo di cadaveri si stende frammezzo, tristamente deserto, e tacito di un silenzio terribile, che par che attenda e invochi e accusi il sangue profuso invano, e le vite spente senza gloria. Guai se in quella dolorosa aspettazione, dinanzi a quel funesto spettacolo, nell’animo dei soldati sottentra al furore l’orrore, lo sgomento della rotta al desiderio impaziente della riscossa, e intiepidito l’ardore delle vene, la stanchezza dei corpi prevale! Ogni momento è un pericolo. “ Ritirarsi?” si domanda Mollard; qualcuno glielo consiglia. “Oh no! Mai!” Il suo sangue di soldato si rimescola. “ Dopo tre vittorie francesi, e forse mentre si calcan sul campo gli allori della quarta! Dopo il trionfo di Milano, che non è stato ancora legittimato da un trionfo sul campo! Dopo aver perduto su quei colli il fiore dei nostri vecchi reggimenti! Dopo che fu sparso il sangue di Arnaldi e spezzato il cuore di Berretta! E Goito, dunque? E Pastrengo? E Santa Lucia? E Novara? Sono nomi morti codesti, o non son altro che nomi? Ritirarsi, no! Gli Italiani per provare il loro diritto di vivere hanno da mostrare al mondo che sanno morire. Sarebbe la prima volta”, esclama il Mollard con quel suo accento vibrato che ogni parola sembra un colpo di spada, “ la prima volta che mi dovrei ritirare! Questo mi manda in bestia!”. E scopertosi il capo, stropiccia il berretto con le mani convulse.

I due Imperatori

In questo pezzo il De Amicis ci descrive i momenti salienti della battaglia di Solferino – San Martino e il confronto tra i due imperatori, Napoleone III per i francesi e Francesco Giuseppe per gli austriaci, durante i combattimenti.

All’improvviso gli Austriaci, come incitati da una sovrumana forza alle spalle, levando altissime grida, si precipitano con irresistibile impeto sui bersaglieri algerini, e li cacciano indietro. Gli Algerini, rinforzati da due battaglioni di fanteria, assaltano alla lor volta gli Austriaci; ma incontrano un gagliardo rincalzo, son costretti per la seconda volta a ripiegare.
Che è questo?
Gli Austriaci combattevano sotto gli occhi del loro giovane imperatore.
Allora il Mac Mahon prepara l’assalto tutto il corpo d’esercito. Il momento è decisivo: gli Austriaci fanno l’ultimo sforzo verso il centro, ed è sforzo disperato: i due imperatori, presenti e vicini, si sentono senza vedersi, nel raddoppiato furore delle parti; là sta per suonare la sentenza della grande giornata. Il segnale è dato, i Francesi si scagliano su pel monte; feroce assalto, feroce resistenza; le artiglierie infuriano con terribile fracasso, il sangue corre, muore il colonnello Laure, cadono uno sull’altro i soldati, ma ormai volgerà alla fine questo orrendo macello; gli Austriaci incalzati dalla furia delle baionette, dilaniati dalle batterie della guardia, indietreggiano: la fortuna di Francia prevale. In quel mentre l’11° reggimento degli usseri austriaci, respinto da uno squadrone di cacciatori della guardia, bersagliato dall’11° battaglione cacciatori, si riduce, miserando avanzo, tra i suoi.
Gli Austriaci si ritirano nel villaggio di Cavriana, ridotto dall’artiglieria francese in un mucchio di rovine.

E. De Amicis

Su Nuraxi

Oggi vi voglio proporre alcune informazioni ( tratte da Wikipedia) su uno dei monumenti più importanti della Sardegna, buona lettura.

Su Nuraxi, o, più propriamente, il Villaggio nuragico di Su Nuraxi, è un insediamento umano risalente all’età nuragica che si trova in Sardegna, in territorio di Barumini. Cresciuto intorno a un nuraghe quadrilobato (cioè con un bastione di quattro torri angolari più una centrale) risalente al XVI-XIV secolo a.C., l’insediamento si è sviluppato tra il XIII ed il VI secolo a.C.. È uno dei villaggi nuragici più grandi della Sardegna.

La struttura più antica del nuraghe è costituita da una torre centrale a tre camere sovrapposte (alta 18,60 m.), edificata tra il secolo XVII a.C. e il XIII a.C., in blocchi di basalto. In seguito, nel periodo del Bronzo tardo, vennero edificate attorno alla torre centrale quattro torri unite tra loro da una cortina muraria con un ballatoio superiore (oggi andato perduto), comunicanti tutte su un cortile interno servito da un pozzo. In tempi più tardi, nell’Età del Ferro, il complesso venne attorniato da un ulteriore cortina muraria pentalobata. La differenza delle costruzioni indica che vi fosse una qualche gerarchia sociale. Le pareti erano in blocchi di pietra sovrapposti e non da un unico monolite. Le porte e le finestre erano per la prima volta utilizzabili, e le loro spalle leggermente inclinate in modo da ridurre l’entrata di luce e diminuire il rischio di rottura dell’architrave. Questi ultimi erano più spessi al centro e meno ai lati, a dimostrazione del fatto di aver capito che gli architravi si rompono al centro.

Tra le funzioni principali del nuraghe troviamo quella di vedetta sul mare, per consentire la sorveglianza di campi coltivati e mandrie di animali. Il nuraghe poteva anche essere parte di un complesso fortificato e avere, quindi, scopo militare e strategico perché le tribù nuragiche si difendessero dagli assalti nemici.

Attorno al nuraghe, dal periodo del Bronzo tardo, venne edificato un villaggio nuragico destinato a ospitare la popolazione circostante. Il villaggio è composto da una cinquantina di capanne, edificate a pianta circolare tramite grossi massi murati a secco e ricoperte con tetti di forma conica in legno e frasche. Secondo Giovanni Lilliu le ristrutturazioni successive non consentono di individuare il numero di case, il cui numero nella definitiva stesura edilizia varia da 40 a 200, ciò fa ipotizzare una popolazione tra 100 e 1000 abitanti Se nella fase antica le capanne furono strutturate ad un unico ambiente, in una fase più recente prevalse la tendenza della settorizzazione dell’abitazione. Tra le capanne rinvenute, le più significative sono apparse quella riservata agli incontri del capo, più grande e più articolata nella struttura, e la capanna riservata alle assemblee degli abitanti, nella quale sono stati ritrovati simboli delle divinità adorate. Altri ambienti sono stati riconosciuti come officine, cucine e centri di lavorazione agricola.
Durante la prima età del ferro (IX-VIII secolo a.c) vennero costruite fognature ed un sistema viario
Durante il VI secolo a.C., la reggia subì distruzioni e fu poi successivamente ripristinata in epoca Cartaginese per poi essere occupata dai Romani, prima di essere abbandonata definitivamente.
Il nuraghe e il villaggio erano strategicamente connessi ad un sistema di altri nuraghe e siti nuragici, come quello polilobato ritrovato al di sotto della casa Zapata, nell’abitato di Barumini.
Il sito è attualmente ben conservato, con le basi delle capanne ancora riconoscibili; all’interno del nuraghe possono essere riconosciute, grazie al cambio di temperatura, le varie stanze che venivano utilizzate come dispense o officine.

San Cassiano

In questo pezzo il De Amicis continua la descrizione della battaglia di Solferino, nel particolare la conquista dei francesi del borgo di San Cassiano.

E’ un’ora e mezzo. Napoleone ordina che si prosegua a dar dentro nel mezzo della fronte nemica. La brigata Maneque della guardia ributta gli Austriaci dalle alture delle Case del Monte. La divisione Bazaine, riordinata in furia, si getta alle spalle del 5° corpo, che si ritira verso Pozzolengo. La divisione Forey va oltre, in forma di sostegno, dietro la guardia imperiale. La divisione Ladmirault, decimata e sfinita, si riposa nel villaggio di Solferino. In questo mezzo il maresciallo Mac Mahon, congiunto alla guardia, si volge contro San Cassiano. Due batterie della guardia preparano l’assalto cannoneggiando con fierissima foga il villaggio. Il Mac Mahon dà il segnale: una colonna di bersaglieri algerini si getta impetuosamente sulla sinistra, il 15° fanteria sulla destra, segue una zuffa breve, ma fiera, e San Cassiano viene in potere dei Francesi. Al di là di San Cassiano s’innalza il monte Fontana, erto e difficile, fatto a modo di una scalinata d’alture, e tenuto da quattro reggimenti austriaci, preparati a forte difesa. Sul primo rialzo del monte sorge una specie di ridotto, da cui vien giù una pioggia di palle. Il Mac Mahon comanda l’assalto: è cosa di istanti: l’eco del grido “ Viva l’Imperatore!” non è spento ancora, e già sul ridotto, coronato dalla artiglieria della guardia, sventolail vessillo degli Algerini.
Il Mac Mahon s’arresta per dar tempo alla guardia imperiale di giungere sulla linea.

E. De Amicis: Ricordi del 1870-71

Solferino

Nel pezzo odierno E. De Amicis ricostruisce gli eventi salienti della battaglia di Solferino.

Sono le dieci e mezzo. Napoleone, di sulle alture occupate dal I corpo, medita il campo di battaglia e risolve. La vittoria è al centro, bisogna sfondare il centro per far piegare le ali, bisogna cacciare gli Austriaci dal colle di Solferino. La brigata Alton, non ancora provata, ordinata in colonne d’assalto, s’avanza; quattro pezzi d’artiglieria l’accompagnano; il generale Forey la conduce. Si va ad assalire la torre, si va a morire, ma su quella vetta sta la vittoria; l’Imperatore è là e vede, e con lui, la Francia e il mondo.
La brigata Alton si slancia sulla destra della torre, risoluta e serrata; gli ufficiali si volgono ai soldati: “Coraggio!”. I soldati si cacciano sotto a capo basso, salgono, sono già sun un buon tratto, ordinati ancora, e salgono…… All’improvviso una tempesta orribile di mitraglia, di palle di cannone e fucilate, da sinistra, da destra, di fronte, si rovescia sugli assalitori, squarcia le prime file delle colonne, sparge la salita di morti, di membra lacerate e di sangue. Tutta la brigata, alla vista di quell’eccidio miserabile, si rimescola e vacilla, e leva al cielo uno spaventevole grido.
“ Avanti le guardie imperiali!”
La guardia imperiale si avanza; era là presso; già aveva ricevuto l’ordinedi venire in aiuto del corpo del Baraguay d’Hilliers. Napoleone manda ora a dire al maresciallo Saint Jean d’Angely che spinga innanzi la divisione Camou. La voce si sparge per il campo: la guardia imperiale si avanza, il fiore del sangue francese, l’ultima schiera, che viene a vincere o a morire; la schiera sacra dei momenti supremi, incoronata dagli allori di cento battaglie, circonfusa di maestà e di terrore, splendida dell’ultimo raggio di sole di Waterloo; formidabile, venerata, solenne: la guardia imperiale si avanza.
La divisione Camou si divide, la brigata Picard verso le alture di sinistra, la brigata Maneque in aiuto del Forey, contro gli Austriaci che scendono da Casa del Monte. Il Maneque ha diviso le sue forze in quattro colonne di battaglione. Orsù! Le brigate Hoditz e Reznitchek aspettano, zaini a terra, baionette in canna, e avanti. Fanteria e artiglieria austriacainfuriano dall’alto; i quattro battaglioni della guardia, lasciandosi dietro quattro larghe strisce di caduti, salgono, saldi e chiusi, e quanto più fulminati, più fieri. Eccoli al punto, giù le baionette, all’assalto! “ Viva l’Imperatore! Viva la Francia!”. Gli Austriaci piegano, sulle alture di Forco e Pellegrino sfolgorano le baionette della brigata Maneque. In quel puntoil battaglione Cacciatori della guardia gira intorno al villaggio di Solferino, lo assale, vi penetra, e caccia il nemico pigliandogli una bandiera, otto cannoni, e cento prigionieri.
Intanto il generale Forey, soccorso da due battaglioni di volteggiatori della guardia mandati dal generale Maneque, ritorna vigorosamente all’offesa. Accortosi che il nemico perde terreno, manda la I brigata ad assalire l’altura dei cipressi. Arriva di galoppo il generale Le Boeuf con due batterie d’artiglieria della guardia, copre di un nembo di palle il villaggio e sostiene gli assalti delle due brigate Forey. La prima conquista allora il monte dei cipressi, la seconda il colle della torre, e finalmente, aprendosi una strada di sangue, la torre.
Il generale Banzaine, rovinati i muri del cimitero, ha lanciato all’assalto tutta la divisione, cacciato il nemico e strappata la bandiera al reggimento principe Wasa.
Quattordici cannoni e millecinquecento prigionieri sono caduti in potere del I corpo e della guardia imperiale.
Su tutte le alture di Solferino sventola la bandiera della Francia.

E. De Amicis: Ricordi del 1870-71

Burrida a sa Casteddaia

Oggi per la categoria ricette tradizionali vi propongo la Burrida a sa Casteddaia, tipico piatto cagliaritano che per chi viene in visita a Cagliari è un must da assaggiare.

Difficoltà: Media
Preparazione: 20 minuti
Cottura: 45 minuti
Dosi: per 4 persone
Ingredienti:
800 gr di gattucci di mare
8 noci
1 bicchiere di aceto di vino bianco
2 spicchi d’aglio
Olio extravergine di oliva
sale

Preparazione:
come prima cosa pulire i pesci eliminando sia la testa che le interiora. Mettete da parte i fegatini e fateli bollire per 2 minuti in un tegamino;
portate ad ebollizione una pentola d’acqua salata, immergete i gattucci e fate bollire per un quarto d’ora;
scolateli, fateli raffreddare appena e spellateli. Una volta puliti tagliateli in tranci e metteteli in un’insalatiera;
pulite e sminuzzare le noci e soffriggere in olio con trito di aglio e fegatini. Quando gli ingredienti saranno ben amalgamati aggiungete l’aceto. Otterrete una salsina cremosa da versare sui tranci di pesce riposti nell’insalatiera;
il piatto deve essere lasciato a riposo per almeno un giorno, in modo tale che si possa insaporire a dovere. Servire come antipasto.
Consigli
Per insaporire il soffritto potete aggiungere una piccola cipolla tritata. Se invece avete desiderio di un piatto più ricco, potreste fa friggere i pezzi di gattuccio in abbondante olio.

La battaglia di Solferino e San Martino

Oggi vi propongo un pezzo di E. de Amicis che ci ricorda la battaglia di Solferino e San Martino.

V’era da una parte un possente esercito, famoso per guerre lunghe e ostinate, per tenace saldezza di disciplina, per gagliarda virtù di soldati; percosso già quattro volte dall’avversa fortuna, ma pieno ancora di quella orgogliosa baldanza che viene da una consuetudine antica di prepotenza e d’impero, animato dalla presenza d’un giovane monarca, fierissimamente risoluto ad una riscossa solenne; espertissimo dei luoghi, in luoghi formidabili posto, appoggiato ad altri più formidabili.
D’altra parte, l’esercito che porta scritto sulle sue bandiere: Marengo, Austerlitz, Jenna, Friendland; l’esercito delle memorie meravigliose; i vecchi reggimenti esercitati sulle sabbie africane, ardenti ancora del trionfo di Magenta, belli, impetuosi, audaci, superbi. E accanto a loro un piccolo esercito, condotto da un re valoroso ed amato, bollente dell’ira accumulata da dieci anni, da dieci anni preparato, con cura infaticabile e geloso affetto, a quel giorno. E dietro a questi due eserciti l’eco ancor viva dell’immenso grido di libertà mandato al cielo da Milano redenta, e fresco il profumo dei suoi fiori, e calde le sue lagrime di gratitudine. E dinanzi, al di là dei nemici, al di là dei baluardi, al di là ancora delle terre, lontana, solitaria, circonfusa di mistero gentile e melanconico, un’altra città grande e sventurata, bella di una bellezza familiare all’anima, fin dai primi anni, nelle fantasie dei poeti e dei pittori, sognata da fanciulli, sospirata dai giovanetti, amata poi col palpito delicato e soave dell’amor di patria, e compianta sempre con un sentimento singolare di pietà, come una sorella offesa, Venezia!

Ricordi del 1870 – 71 E. de Amicis

Shardana

Oggi vi voglio proporre un servizio che ho trovato su garkaland, dove viene riproposto il mito dei Guerrieri Shardana, antichi progenitori dei Sardi moderni, l’articolo si propone di portare all’attenzione del pubblico, tra storia reale – mito – leggenda, la storia di questo popolo misterioso.

 Platone parla degli atlantidei e della loro fine ( dovuta ad un maremoto), ma la notizia che supporta la tesi è un’altra informazione del testo di Enoch, secondo cui “Dio, aprì le cateratte”. Quindi si parla di aprire un qualcosa, come una diga, in modo da rilasciare un altro qualcosa. L’apertura incontrollata, se non la distruzione di una diga risulterebbe plausibile e verosimile. Data la conformazione del Mar Mediterraneo, l’acqua si sarebbe spinta da Est verso Ovest e l’unica isola immediatamente dopo le Colonne d’Ercole(Sicilia e Tunisia) è….la Sardegna.
L’isola secondo la descrizone platonica era ricca di metalli preziosi e di sole. Effettivamente in tale regione italiana vi sono innumerevoli giacimenti di metallo(vedi es. miniere del Sulcis) e come ben sappiamo la Sardegna è anche ricca di sole. In quell’epoca gli archeologi ci dicono che esisteva una popolazione chiamata Shardana, popolo antichissimo, forte nella guerra, tanto che molti di questi venivano assoldati come mercenari da molti popoli vicini, come il caso degli egizi per soffocare una rivolta interna del 1351 a.C. epoca di Nefertiti e Amenophe  IV o nella famosissima battaglia di Quadesh dove Ramses II(Egitto) andò in guerra con la sua guardia personale di 200 shardana e altri suoi uomini contro gli ittiti(che a loro volta avevano alcuni mercenari shardana “dal cuore ribelle”).

Venivano chiamati come uomini dei paesi stranieri, delle isole dell’occidente, in grado di navigare come nessun altro, tanto che potevano permettersi grazie alla loro tecnologia e conoscenza di uscire dal Mediterraneo e giungere i posti molto lontani, come l’Africa Centrale e l’Inghilterra(numerosi reperti shardana sono stati ritrovati in accampamenti di popolazioni abitanti queste zone), questo garantiva loro una grande mole di ricchezza. Gli ebrei ed i popoli cananei gli intendono come i popoli del mare, i greci invece come i precursori dei micenei i quali avevano base a Creta(altra civiltà scomparsa misteriosamente). Insomma in quell’epoca i shardana potevano permettersi di essere egemoni nel Mediterraneo(sia orientale che occidentale), ma le caratteristiche in comune con gli atlantidei non finiscono qui. Infatti chiunque sia stato in Sardegna avrà visto sicuramente i nuraghi, grandi torri di pietra formate da enormi blocchi senza alcun tipo di malta o sostanza di congiunzione.
L’idea che uomini che la storia dei banchi di scuola definisce come quasi primitivi per l’epoca avessero potuto costruire cose così grandi e perfette, con il solo aiuto della loro forza fisica è a dir poco sciocco! Il popolo nuragico, da cui derivano i shardana, era molto più antico dei greci e degli egizi, raccontano fonti vediche che conoscevano il segreto della vita, ovvero la forza della “voce”. Secondo questa “voce” i shardana(come i nuragici) potevano spostare enormi blocchi di pietra facendoli levitare letteralmente dalla cava al sito di costruzione.

Dunque una vibrazione che in un certo modo poteva ridurre la densità degli oggetti, in modo da annullarne il peso e permettere la costruzione senza troppi sforzi. Si dice inoltre secondo i veda che fu proprio questa loro conoscenza ad essere la loro rovina, perchè questo potere li avvicinava troppo ad essere delle divinità, così Dio decise di punirli per la loro arroganza. Tornando ai nuraghe, vi siete mai accorti che sono tutti posti e distrutti verso Ovest? E che solo quelli in montagna o in alta collina sono ancora tutti in piedi?
Coincidenza? L’onda anomala provocata dalla distruzione della diga si scagliò con gran forza sulle isole dell’Egeo (Creta compresa), poi proseguì la sua corsa incanalandosi verso Ovest, superando le Colonne e giungendo in Sardegna, invadendo il Campidano per andare a finire oltre la penisola iberica e l’Oceano Atlantico.
Nella storia greca(Plutarco 1400 a.C.) si parla inoltre del popolo degli shardan proveniente da un’isola dell’Ovest,che rapissero le donne ateniesi e che quando venivano catturati ridevano prima di essere giustiziati(riso sardonico: da cui è derivata l’espressione “ironia”). Ironia del destino anche i micenei scomparvero dalla storia, lasciando così libero campo ai greci che finalmente liberi taquero sul loro passato di servitù, ma questa è un’altra storia.

Translate »