San Leonardo de Siete Fuentes – Oristano –

Oggi vi vorrei proporre una località molto molto suggestiva della mia splendida regione, la Sardegna. San Leonardo di Siete Fuentes è una località vicino al comune di Santu Lussurgiu, molto più antico, probabilmente, delle notizie storiche che abbiamo, ricco di vegetazione e di fonti d’acqua. La magia, il fascino,la storia, un senso mistico ti travolge appena posi il piede in quel sito. Spero che le notizie che ho raccolto nella rete possano aiutarvi a farvi un bel quadro di questo meraviglioso sito religioso.

San Leonardo de Siete Fuentes o di Siete Fuentes (Santu Nenaldu in dialetto sardo) è una frazione del comune di Santu Lussurgiu, che prende nome dell’omonima chiesa e dalle sette fonti qui presenti.

Si trova a pochi chilometri dal capoluogo comunale, in direzione nord sulla S.P. 20. È situato a 684 m sul livello del mare. Nell’abitato risiedono stabilmente solo poche persone, ma si popola maggiormente nel periodo estivo.
L’abitato si sviluppò intorno alla chiesa omonima e all’antico ospedale. In quel periodo il territorio apparteneva al Giudicato di Torres che fra il 1127 e il 1182 era sotto la guida del Giudice Gonario II, che partecipò alla seconda crociata. All’estinzione della dinastia del Giudicato di Torres con la morte della Giudicessa Adelaide i suoi territori diventarono parte del Giudicato di Arborea e con essi la villa di San Leonardo. Dal XIII secolo appartenne ai Cavallieri di Malta.

La chiesa di San Leonardo, frazione di Santulussurgiu (Oristano), rappresenta una delle rare testimonianze visibili della presenza dei Cavalieri Templari in Sardegna.
Originariamente la tenuta si trovava a quasi 700 metri di altitudine, in una zona ricca di sorgenti di acque minerali e fu probabilmente questo, insieme alla salubrità dell’aria, che portò i Templari a insediarsi proprio in questa zona. In relazione a questo fatto è da considerarsi anche che la Sardegna, durante il Medioevo, era una terra inospitale per via delle numerose paludi costiere, in questo senso San Leonardo sorgeva in una posizione privilegiata.
Quello che rimane oggi è la piccola chiesa con annesso l’edificio dell’ospedale che appartiene ancora ai Cavalieri di Malta. La struttura è discretamente conservata e subì degli ampliamenti durante il XIII e il XIV secolo. La facciata presenta due porte d’ingresso delle quali una, la più antica, è stata murata; sul fianco destro della chiesa spiccano due croci di Malta mentre una terza croce si trova sulla campana di bronzo.
Ancora oggi la chiesa di San Leonardo de Siete Fuentes è meta di pellegrinaggi in onore del santo.
Nel XII secolo l’intero complesso venne affidato ai monaci benedettini i quali gestivano altri due edifici annessi: un ospedale e un oratorio; quando subentrarono i Templari, il primitivo insediamento divenne una fiorente precettoria con annesse vaste e ricche proprietà nei dintorni.
Tra le tante storie che si narrano intorno a questo sito, forse quella più aderente alla realtà storica riguarda Guelfo della Gherardesca, uno dei figli superstiti del Conte Ugolino, la cui famiglia aveva vasti possedimenti nell’isola.
Quando Guelfo seppe dell’uccisione del padre e dei fratelli, levò le armi contro le milizie pisane e catturò uno dei colpevoli, Giovanni Gubatta.
L’uomo venne trascinato nel castello di Monreale, le cui rovine si possono scorgere sopra un’altura del Campidano, presso Sàrdara, e venne strangolato dallo stesso Guelfo.
Sconfitto dai pisani, Guelfo della Gherardesca vagò per tutta la Sardegna fino a quando non trovò rifugio proprio nel convento di San Leonardo de Siete Fuentes, dove terminò o suoi giorni.

Proclamazione della Repubblica Romana.

Di seguito il proclama originale della Repubblica Romana del 1849.

Romani!
Un grand’atto è compiuto. Riunita l’Assemblea nazionale dei vostri legittimi rappresentanti, riconosciuta la sovranità del popolo, la sola forma di Governo che a noi conveniva era quella che rese grandi e gloriosi i nostri padri.
Così decretò l’Assemblea, e la Repubblica Romana fu proclamata oggi dal campidoglio. Ogni cittadino che non sia nemico della Patria deve dare pronta e leale adesione a questo Governo, che nato dal voto libero e universale dei rappresentanti della nazione, seguirà le vie dell’ordine e della giustizia.
Dopo tanti secoli noi torniamo ad avere Patria e libertà; mostriamoci degni del dono che Dio c’inviava e la Romana Repubblica sarà eterna e felice.

Roma, 9-2-1849

I ministri del Governo repubblicano. C.E. Muzzarelli; L. Mariani; C. Armellini; P. Sterbini; F. Galletti; P. Campello; F. Cerrotti, segretario del Consiglio dei ministri.

Viva la Repubblica – Roma 1849

In questo articolo troverete i primi passi dell’assemblea costituente insediatasi a Roma il 5/2/1849.

Roma – Assemblea Costituente – 5/2/1849

L’assemblea Nazionale Romana è aperta.
Sterbini: Sono pregati i signori deputati di voler nominare il presidente di età e i segretari.
Bonaparte: il presidente è già al suo posto.
Presidente: Cittadini rappresentanti, vi sono quelli di 25 anni? (silenzio) di 26?(silenzio) di 27? ( si presenta il deputato Monghini Antonio) Di 28? (silenzio) Di 29? ( si presentano i deputati Vicentini,Gaiani e Cocconari, che vanno tutti assieme a prendere i posti di segretario.)
Audinot: Il ministero non ha i nomi di tutti i deputati presenti? ( Si esibisce l’elenco) Allora facciamo l’appello nominale.
Si fa l’appello, al quale rispondono 107 deputati. In seguito altri deputati avendo osservato di non essere stati nominati si fanno iscrivere e così il numero dei deputati presenti è di 140.
Bonaparte( chiamato all’appello nominale) risponde: Viva la Repubblica!
Presidente: i cittadini rappresentanti sono numero 140. Sarà bene scegliere il numero delle sezioni.
Bonaparte. Dieci sezioni. Si farebbe più presto.
Presidente: ciascuno dei cittadini rappresentanti è pregato di scrivere il suo nome su un pezzo di carta per metterlo nelle urne. I nomi si estrarranno quindi per formare le sezioni. Ogni sezione potrà essere composta del numero di 14 individui.
Garibaldi: Domando la parola. Intorno alla forma credo che si presenti al pensiero di tutti qualcosa di più importante. Io dico e propongo che non si sospenda l’Assemblea, non escano i rappresentanti da questo recinto, senza che l’aspettazione del popolo non sia soddisfatta. Esso intende sapere definitivamente quale è la forma e il regime cui debba mirare lo Stato qui innanzi. Qui sono tutti i rappresentanti della Nazione, per conseguenza formule, cerimonie, più o meno credo siano lo stesso, ma lo stabilire quale dovrà esser il Governo credo sia desiderio non solo della popolazione romana ma dell’Italia tutta. In questa guisa essendo le cose, io proponeva non uscire da questo recinto senza che l’aspettazione del popolo sia soddisfatta. Ho detto e ripeto, forma più o meno, cerimonie più o meno, questo poco fa ai destini della Nazione italiana.
Presidente: Non si tratta solamente di forma, ma di stabilirci solidamente, vale a dire di formare i segretari, tutte cose necessarie a premettersi in qualunque liberazione.
Garibaldi: La Costituente potrà organizzare le secondarie misure. Oggi la questione vitale è questione di principio, e qui mi pare che ritardare un minuto sia un delitto, perchè oggi la terza parte della Nazione italiana è schiava. Esalano dei sospiri, dei lamenti da milioni di fratelli italiani. E noi stiamo qui a discutere di forma? Fermamente io credo che dopo aver cessato l’altro sistema di governo, quello più conveniente a Roma sia la Repubblica. ( Applausi misti a qualche segno di disapprovazione) I discendenti degli antichi romani, i romani di oggi, forse non sono capaci di esser repubblicani? Dopochè in questo recinto ha suonato presso qualcuno acre la parola di Repubblica, io ripeto: Viva la Repubblica!!

I mercanti cacciati dal tempio

Dal vangelo secondo Marco un famoso pezzo della vita di Gesù.

I venditori cacciati dal tempio
[15]Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe [16]e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. [17]Ed insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto:
La mia casa sarà chiamata
casa di preghiera per tutte le genti?
Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!».
[18]L’udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutto il popolo era ammirato del suo insegnamento. [19]Quando venne la sera uscirono dalla città.

Peschiera del Garda.

Peschiera del Garda (Peschiera o Pischéra in veneto) è un comune italiano di 10 354 abitanti della provincia di Verona in Veneto. È il comune più occidentale della regione e il territorio comunale confina con le province di Brescia e Mantova.
Nel comune sono localizzati tre degli antichi insediamenti sulle alpi, dal 2011 nell’ elenco del patrimonio dell’umanità dell’Unesco.
La Storia.
Grazie alla sua particolare collocazione geografica di collegamento tra l’area alpina e la pianura padana, Peschiera ha giocato nel corso della storia un ruolo di rilevante importanza. Già da allora l’area era al centro di scambi e commerci.
I primi insediamenti in quest’area sono datati intorno all’età del Bronzo, di cui rendono testimonianza alcuni siti palafitticoli e diversi reperti archeologici. Sono stati riconosciuti almeno sette villaggi palafitticoli, I due più importanti sono denominati Imboccatura del Mincio e Bacino Marina dove furono trovati in abbondanza materiali ceramici, andati persi quasi tutti, e in metallo. Il periodo del ritrovamento, dal 1851, fu in coincidenza del rinforzo dei bastioni da parte degli austriaci, come austriaci furono i primi rilievi fatti da Keller e dall’archeologo barone von Sacken.
Peschiera ha dato il nome ad un periodo cronologico recente dell’età del Bronzo: Peschiera-Zeit
La città romana, dal nome di Arilica, era situata nell’attuale centro storico ed era un vicus, soggetto come Verona alla tribù Poblilia, sulla via Gallica. Plinio il Vecchio, riguardo alla città, descrive l’abbondanza del pescato complice l’uscita dell’acqua dal lago verso il fiume Mincio:
« Lacus est Italiae Benacus in Veronensi agro Mincium amnem tramittens, ad cuius emersus annuo tempore, Octobri fere mense, autumnali sidere, ut palam est, hiemato lacu, fluctibus glomeratae volvuntur in tantum mirabili multitudine ut in excipulis eius fluminis ob hoc ipsum fabricatis singularum milium reperiantur globi. »
Sembra che lo stemma comunale nasca proprio da queste condizioni favorevoli, due anguille d’argento con una stella d’oro. Nei pressi di Peschiera, verso Salionze, una tradizione tuttavia poco attendibile riporta che il papa Leone I abbia fermato Attila, senza armi, sul guado del Mincio nel 491 dopo una campagna di conquista e distruzione in cui fu rasa al suolo Aquileia. È attorno all’VIII-IX secolo che Arilica cambiò nome in Peschiera. Pare che durante la catastrofica invasione degli Ungari (899), Peschiera abbia permesso allo sconfitto re d’Italia Berengario I di sopravvivere e riprendere il proprio ruolo.
Peschiera fu una delle località interessate dalle vicende umane e storiche che si svolsero tra l’XI secolo e il XIII secolo e dalle numerose proprietà che videro protagonisti i vari componenti della famiglia degli Ezzelini. Proprietà che furono certosinamente accertate, censite e documentate dopo la loro definitiva sconfitta avvenuta nel 1260.
Dopo di allora la città fu legata nei destini a filo doppio con Verona. Nel 1262 con l’elezione a Capitano del Popolo del futuro Mastino I della Scala (Leonardino), Peschiera diventò un punto vitale per la Signoria Scaligera, con un breve intervallo iniziale sotto il dominio del sanguinario Ezzelino da Romano. Tantoché la fine della signoria fu frutto anche della caduta della città nel 1387 per mano di Gian Galeazzo Visconti signore di Milano e figlio di Regina della Scala. La Repubblica Veneta entrò in possesso di Peschiera nel 1440 per mano di Francesco Sforza, al soldo della Repubblica di Venezia. La parte più importante delle mura fu eretta a partire dal 1549 su progetto di Guidobaldo della Rovere, duca di Urbino, vi furono anche progetti di Michele Sammicheli e Anton Maria Lorgna. Peschiera è una una città murata con la presenza stratificata di molti progetti fin dal VI secolo; possiede quindi un sistema di mura fra i più completi in Italia che ha mantenuto la caratteristica di essere circondata dall’acqua. Il fatto di essere una città militare comportava aspetti diversi, fra cui le servitù militari che, sempre più pesanti, strozzavano e indirizzavano l’economia verso canali via via più stretti.
Nel 1815, al Congresso di Vienna, passò al Regno Lombardo-Veneto. Entro così a far parte del poderoso sistema difensivo del Quadrilatero. Fu conquistata dai piemontesi il 30 maggio 1848, ma passò all’Italia solo nel 1866 con il trattato di Praga, dopo la III guerra d’indipendenza. Il passaggio all’Italia avvenne con una triangolazione: l’Austria cedette il Veneto alla Francia che subito lo passò all’Italia.
Il comune fu denominato fino al 1930 Peschiera sul Lago di Garda.

Wikipedia.

Il ritorno dell’Eroe.

Dopo tanti anni passati a combattere per la libertà delle popolazioni sudamericane Garibaldi, in seguito alle notizie provenienti dall’Italia, decide di tornare nel 1848 alla testa di 63 patrioti a dare man forte alle lotte di liberazione. In questo pezzo troverete il racconto del suo ritorno tratto dalla sua autobiografia.

Il ritorno in Italia.

Sessantatre lasciammo le sponde del Plata per recarci sulla terra italiana a combattere la guerra di redenzione. Giacchè non solamente v’eran molti indizi di movimenti insurrezionali nella penisola, ma in caso contrario si era decisi di tentare la fortuna, e procurar di promuoverli, sbarcando nelle coste boschive della toscana, o dove presenza potesse essere più accettata ed opportuna. C’imbarcammo sul brigantino Speranza, il di cui noleggiamento potemmo effettuare grazie all’economie nostre e al generoso patriottismo di alcuni nostri conterranei, tra i quali si distinsero G. Battista Capurro, Giannello Dellazoppa, Massero, G. Avegno, e sopra tutti l’eccellente nostro Stefano Antonini, su di cui pesò la maggior parte del nolo e le provviste tutte necessarie al viaggio.
Noi marciavamo al conseguimento della brama, del desiderio di tutta la vita; quelle armi gloriosamente brandite alla difesa d’oppressi d’altre contrade, noi volavamo ad offrirle alla veneranda patria nostra!
Oh ! Quell’idea era soverchio compenso ai pericoli, disagi, patimenti, che incontrar si potevano sulla via d’una vita intera di tribolazioni.
Davanti a noi schiudevasi l’Eden della nostra immaginazione. E se l’idea di quanto rimaneva dietro di noi non l’avesse offuscata, del tutto completa sarebbe stata la felicità nostra.
Dietro a noi rimaneva il popolo del nostro affetto, poiché un ben caro popolo è l’orientale! E noi avevamo diviso per tanto tempo le poche sue gioie e i molti dolori. Ed ora lo lasciavamo non vinto, non abbattuto nel sublime coraggio, ma in preda al più malvagio dei concepimenti umani, alla diplomazia francese.
Noi lasciavamo i nostri fratelli d’armi senza aver combattuto l’ultima battaglia! Ed era ben doloroso, qualunque ne fosse la cagione!
Quel popolo festante all’aspetto nostro, fiducioso e tranquillo sulla bravura dei nostri militi, ci dava in ogni occasione segni manifesti del suo affetto e della sua gratitudine. E quella terra che noi amavamo da figli racchiudeva l’ossa di tanti nostri Italiani generosamente caduti per redimerla!
Il 15 aprile 1848 fu la partenza. Usciti dal porto di Montevideo con favorevole brezza, abbenchè minaccioso il tempo, eravamo verso sera tra la costa di Maldonado e l’isola di Lobos. Alla mattina del seguente giorno appena la sommità della Sierra de Las Animas si distinguevano, poi si sommersero e soli gli spazi dell’Atlantico si offrivano alla vista nostra, e davanti a noi la più bella, la più sublime delle aspirazioni: la liberazione della patria.
Sessantatre tutti giovani, tutti fatti ai campi di battaglia. Due malati: Anzani, affralita oltremodo la salute nelle sante crociate dei popoli, langiuva sotto il peso di dolorosa consunzione. Sacchi, gravemente ferito nel ginocchio, aveva una gamba da spaventare, ma la fede e le cure fraterne valsero a depositarlo non sano ma salvo sul lido italiano. Anzani non doveva trovare in Italia che una sepoltura, accanto a quella dei suoi parenti.
Fu il nostro viaggio felicissimo e breve. Gli ozi della navigazione si passavano per lo più in trattenimenti proficui. Gli illetterati erano istruiti da chi sapeva e non si trascuravano i ginnastici esercizi. Un inno patrio, composto e messo in musica dal nostro Coccelli, era la preghiera di tutte le sere. Noi lo cantavamo in crocchio sulla tolda della Speranza. Intonato da Coccelli e ripetuto in coro da sessanta voci con entusiasmo sommo.
Varcammo così l’Oceano incerti sulle sorti d’Italia, altro sapendo oltre alle riforme promesse da Pio IX. Il punto indicato da approdare in Italia era in Toscana, ove si doveva sbarcare comunque ne fosse stata la situazione politica, incontrando amici o dovendo combattere nemici. Un approdo in Santa Pola, nella costa di Spagna, modificò le nostre risoluzioni e fissò la meta nostra a Nizza; la malattia d’Anzani aggravavasi. I pochi viveri adeguati alla sua situazione erano esausti, bisognava approdare la costa per provvedersene. Giungemmo in Santa Pola. Andato in terra il capitano Gazzolo, comandante la Speranza, ritornò celermente a bordo con notizie tali da far impazzire uomini assai meno esaltati di noi. Palermo, Milano, Venezia e le cento città sorelle avevano operato la portentosa rivoluzione. L’esercito piemontese perseguiva l’austriaco sbaragliato; l’Italia tutta rispondeva all’appello dell’armi come un sol uomo e mandava contingenti di prodi alla guerra santa.
Lascio pensare all’effetto prodotto su tutti noi da tali notizie; era un correre sulla tolda della Speranza abbracciandoci l’un l’altro, fantasticando, piangendo di gioia. Anzani balzava in piedi superando l’orrendo suo stato di distruzione. Sacchi voleva ad ogni costo esser tolto dal suo giaciglio ed esser trasportato sopra coperta.
Alla vela! Alla vela! Era il grido di tutti, e certamente se non si fosse eseguito subito tale atto ne sarebbero risultati disordini. In un lampo fu salpata l’ancora e il brigantino era alla vela. Il vento sembrava corrispondere al nostro desiderio, all’impazienza nostra. In pochi giorni costeggiammo la Spagna, la Francia e giungemmo in vista d’Italia, della terra promessa! Non più proscritti, non più obbligati a pugnare per scendere sul lido della patria nostra. E perciò, cambiato il divisamento di approdare in Toscana, fu scelto Nizza, primo porto italiano, e vi sbarcammo il 23 giugno 1848.
Nelle sventure, per cui ero passato nella mia vita tempestosa, io avevo sempre sperato in giorni migliori. Lì, a Nizza, v’era un complesso di felicità per me, come a nessun uomo è concesso di pretender maggiore. Troppa felicità veramente! Ed ebbi quasi un presentimento di sciagure non lontane.
Anita mia,ed i miei bimbi, partiti d’America alcuni mesi prima, erano lì, riuniti alla vecchia mia genitrice, ch’io idolatravo e che non vedevo da quattordici anni. Parenti cari e preziosi amici dell’infanzia mi riabbracciavano, giubilanti di vedermi, ed in un’epoca così fortunata!
Quella popolazione di concittadini miei, sì buona, sì esaltata dalla sorte sublime che brillava sull’orizzonte dell’avvenire italiano, era fiera del poco da me operato nel nuovo mondo! Oh! Certo era la posizione mia invidiabile! Intenerito, io rammento tante dolci emozioni, che si presto e sì dolorosamente doven terminare! Non giunti ancora all’entrata del porto, già la cara mi consorte apparivami in una barchetta tripudiando dall’allegrezza. Una popolazione immensa mostravasi da tutte le parti accorrendo al ricevimento del pugno di prodi che disprezzando lontananza e pericoli traversavano l’Oceano per venire ad offrire il sangue loro alla patria.
Buoni e valorosi compagni miei! Quanti di voi dovevan cadere sulla terra natale coll’amara disperazione di non averla redenta! Eran pur belli di virtù, di bravura, di gloria, quei giovani compagni miei! E se fossero degni della loro missione lo provarono sui campi delle patrie battaglie, ove le loro ossa biancheggiano, forse insepolte e senza un sasso che ricordi a queste nuove generazioni, che essi fecero indipendenti dallo straniero, tanto valore e tanto sacrificio!

G. Garibaldi: Memorie autobiografiche.

Risotto col pesce alla Pontemolino

Provate questa ottima ricetta mantovana, molto semplice e gustosa.

Ingredienti:
gr. 600 riso vialone nano
gr. 60 burro
olio di oliva
4 filetti di acciuga
uno spicchio d’aglio
un chilo di pesce (tinca, pesce gatto, anguilla e luccio in parti uguali)

Preparazione:
Lessare il pesce in acqua salata; cuocere il riso nel brodo così ottenuto; pulire e spolpare il pesce, rosolarlo nel burro e con la metà condirne il riso. Sciogliere le acciughe in un po’ di olio di oliva e insaporire il pesce rimasto, da servire a parte, come ulteriore condimento del piatto.

Goito

In questo articolo C.A. Vecchi ripercorre lo svolgimento della Battaglia di Goito.

Il maresciallo (Radezky) in persona si avanzava alla testa di 25000 uomini, senza segnalare il suo arrivo né per vedette né per corpi di riconoscenza. Era sua mente impadronirsi di Goito, prendere a rovescio i Lombardi e stringerli sulla riva del Mincio: la sua diritta doveva battere Goito e il nostro centro, la sua sinitra il nostro fianco destro, oltre a ciò aveva spedito 12000 delle sue genti verso Ceresara per impedire che ci gettassimo da quel lato. Ai primi fuochi, un battaglione della linea di battaglia veniva respinto dagli imperiali i quali, penetrando in quel vuoto, attaccarono gli altri al fianco e li posero in rotta. Allora la batteria posta presso il casino del Somentari cominciò a fulminare il nemico per farlo rinculare e insieme proteggere la marcia in avanti della brigata Aosta. Quel movimento di riscossa si attuava in tempo, chè i bersaglieri, ritirandosi dal fuoco, avevano messo lo scompiglio nell’8° reggimento di cuneo, il cui comandante Carcassi veniva avvisato dal capitano Lions che la posizione non poteva più essere tenuta. Quel maggiore pagava ilfio l’indomani dell’altrui colpa con la dimissione dal servizio, ed egli chiedeva l’onore di combattere come semplice soldato nel suo battaglione durante la campagna, ciò che gli venne accordato e a lui fu scala per risalire al suo posto.
Intanto la brigata d’Aosta giunge sulle prime linee. Il duca di Savoia è ferito ad una coscia nell’atto che richiama al fuoco i fuggiaschi, e pur continua a combattere. Il re, sempre in prima linea, è pure leggermente offeso all’orecchio. Una batteria nemica spintasi molto innanzi otteneva già qualche vantaggio. Accortosene, il Bava caccia immediatamente a quella volta una parte del suo centro e fa passare sulla riva sinistra del Mincio un battaglione con quattro pezzi di artiglieria. Gli imperiali battuti di fronte e di fianco stettero a segno di strage sotto i colpi dei nostri. Gli Austriaci erano però ognor soverchiati sulla linea destra. Il terreno era propizio agli assalitori e punto alla difesa dei Piemontesi, impediti a spiegarsi dalle paludi e da altri naturali impacci, laonde, percossi da una grandine di proiettili, più era in essi disciplina e vsalore, più erano le morti. Quando il marchese d’Avillars, comandante dell’ala diritta, con un abile manovra decide la vittoria. Un battaglione d’Aosta, guidato dal bravo Mollard, attacca il nemico con impeto, le Guardie lo secondano, il duca di Savoia muove innanzi tre battaglioni di Cuneo, gli imperiali vacillano all’urto. L’ala sinistra, capitanata dal generale de Ferrère, vi unisce i suoi sforzi e tenta l’ultimo colpo. Erano le sette della sera. Il nemico non regge, dà di volta e fugge precipitoso. I reggimenti di cavalleria di Aosta e Nizza – quantunque fossero ogni tratto impediti da canali e fossi profondi – lo inseguono alla portata del cannone fin presso Gazzoldo, ove vennero collocati i nostri avamposti.
In quello stante un ufficiale coperto di polvere giunge a briglie sciolte sul campo. Porta una lettera del duca di Genova al re, questi dissuggella e vi legge la resa di Peschiera. L’entusiasmo delle truppe, appena diffusa la fausta nuova fù al colmo. Grida unanimi echeggiano nell’immensa pianura di Goito di “ Viva il re! Viva il duca di Genova! Viva l’Italia!”.
L’interna gioia fiorì un leggero sorriso sulle labbra di Carlo Alberto, e voltosi ai circostanti diceva: “Ora i toscani sono vendicati!”.

Da C.A. Vecchi: L’Italia. Storia di due anni. 1848-1849

La battaglia di Goito fu un episodio della prima guerra di indipendenza. Ebbe luogo il 30 maggio 1848, quando l’esercito austriaco del feldmaresciallo Radetzky tentò di sloggiare il 1° Corpo d’armata dell’esercito sardo dalle posizioni che teneva a protezione dei ponti sul Mincio, circa 20 km a nord di Mantova, e venne invece respinto.

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