Rosolio

Oggi per la categoria cucina tradizionale italiana vi propongo la ricetta per fare il rosolio, un amaro dal gusto antico che ha soddisfatto il palato di re e regine, spero vi possa piacere.

Ingredienti
50 g di petali di rosa rossa non trattati con anticrittogamici.
250 g di zucchero
200 ml di alcol 90° (alcol per liquori)
200 ml di acqua

Preparazione
Ho raccolto i petali al mattino quando il fiore non è ancora del tutto aperto, li ho puliti dalla polvere strofinandoli delicatamente con della carta assorbente leggermente inumidita e li ho posati dentro un vaso con il vetro scuro a chiusura ermetica. Ho versato sopra l’alcol e 50 g di zucchero, scuotendo in modo da amalgamare bene gli ingredienti. Ho riposto il vaso in luogo buio e ho lasciato riposare per una quindicina di giorni, rimestando di tanto in tanto il vaso.
Ho quindi preparato lo sciroppo facendo bollire l’acqua con 200 g di zucchero e mescolando bene per farlo sciogliere. Ho lasciato raffreddare lo sciroppo e lo ho versato ben freddo nel vaso. Ho mescolato il tutto e ho lasciato riposare per un mese.
Quindi ho messo in bottiglia il rosolio usando un imbuto ricoperto con una pezza bianca per filtrare il macerato da tutte le impurità.
Lasciare riposare in un luogo buio per 6 mesi.

IL DISCORSO DI ILIONEO

In questo pezzo (Eneide lib. 1 versi 520 – 560) il troiano Ilioneo supplica la regina Didone di accogliere e dare rifugio ai troiani.

Dopo che furon entrati e data la facoltà di parlare apertamente, il più vecchio Ilioneo così cominciò con animo calmo: “O regina, cui Giove concesse fondare una nuova città e moderar con giustizia popoli fieri,
(noi) miseri Troiani, portati in tutti i mari dai venti,
ti preghiamo: allontana dalle navi gli orribili fuochi,
risparmia un popolo pio e più da vicino guarda i nostri casi.
Noi non siamo venuti a saccheggiare con l’arma i penati
libici, o portare sui lidi le prede rubate;
il cuore non (ha) quella forza nè i vinti così tanta superbia.
C’è un luogo, i Grai lo chiaman col nome d’Esperia,
terra antica, potente per armi e per riccheza di terra;
(la) curarono uomini enotri; ora è fama che i più giovani
l’han chiamata Italia il popolo dal nome del capo.
Questa fu la rotta,
quando Orione burrascoso sorgendo da flutto improvviso
(ci) portò in secche cieche e completamente ci disperse
coi violenti Austri e tra l’onde e tra rocce inaccessibili
col mare vincente; qui pochi nuotammo alle vostre spiagge.
Che razza di uomini questa? o quale patria così barbara permette
simile usanza? siamo respinti dall’ospitalità della sabbia;
dichiaran guerre e vietano di fermarsi sulla terra più vicina.
Se disprezzate il genere umano e le armi mortali,
sperate almeno gli dei memori del bene e del male.
Ci era re Enea, di cui non ci fu altro più giusto
per virtù, nè superiore in guerra ed in armi.
Ma se i fati conservan quell’eroe, se si nutre di aria
celeste nè ancora giace nell’ombre crudeli,
non (c’è) paura, nè ti dispiaccia di aver gareggiato per prima
in un favore. Anche le regioni sicule hanno città
ed armi ed il famoso Aceste da sangue troiano.
Sia permesso attraccare la flotta sconvolta dai venti
e coi boschi preparare travi e tagliare remi,
se è dato tendere all’Italia coi compagni, ripreso
il re, per dirigerci lieti in Italia e nel Lazio;
se la salvezza è troncata, ed il mare di Libia tiene te,
ottimo padre dei Teucri nè resta la speranza di Iulo,
ma almeno cerchiamo gli stretti e le sedi pronte di Sicilia
donde qui sbalzati, ed il re Aceste.”
Così Ilioneo; tutti insieme i Dardanidi fremevano
in volto.

Combattere gli oppressori

In questo brano, tratto dalle sue memorie, Garibaldi ci descrive meglio il suo credo politico e la necessità di dover sacrificare il sistema repubblicano a favore di quello monarchico in cambio dell’unificazione del paese.

Io posso con orgoglio dire: fui e sono repubblicano; ma nello stesso tempo non ho creduto il popolare sistema esclusivo al punto da imporsi con la violenza alla maggioranza di una nazione.
In un paese libero, ove la maggioranza virtuosa del popolo senza pressione vuole la Repubblica, il sistema repubblicano è certamente il migliore. Trovandomi, dunque, nel caso di dover dare il mio voto, come mi successe a Roma in 1849, a tale sistema, io darei sempre; e procurerei sempre di convincere nella mia opinione le moltitudini.
Non essendo possibile la Repubblica, almeno per ora (1859) sia per la corruzione che domina la società presente, sia per solidarietà in cui si mantengono monarchie moderne, e presentandosi l’opportunità di unificare la penisola colla combinazione delle forze dinastiche colle nazionali, io vi ho aderito assolutamente.
Dopo pochi giorni dalla mia permanenza a Torino, ove dovevo servire di richiamo ai volontari italiani, io mi accorsi subito con chi avevo da fare e cosa da me si voleva. Me ne addolorai; ma che fare. Accettai il minore dei mali; e non potendo operare tutto il bene, ottenerne il poco che si poteva per il paese infelice.
Garibaldi doveva far capolino, comparire, e non comparire. Sapessero i volontari ch’egli si trovava a Torino per riunirli, ma nello stesso tempo, chiedendo a Garibaldi di nascondersi per non dare ombra alla diplomazia. Che condizione!
Il generale La Marmora, ministro della guerra, che sempre avea avversato l’istituzione dei volontari, si rifiutò a riconoscere i gradi dei miei ufficiali, dimodochè vi fu l’obbligo, per dare alcuna legalità a quei reietti, di ricorrere al sotterfugio di dar brevetti firmati dal Ministero dell’Interno e non dall’eccellenza della guerra.
Tutto, comunque, si soffriva in silenzio: trattavasi di far la guerra per l’Italia e combattere gli oppressori dei fratelli nostri.

G. Garibaldi : Memorie

Il suono del silenzio (The sound of silence)

Oggi vista la situazione politica internazionale e nazionale vi propongo la traduzione di una canzone di Simon e Garfunkel, The sound of Silence, che spero possa essere una fonte di riflessione per tutti.

The sound of silence, inizialmente The sounds of silence (al plurale), fu registrata come pezzo acustico per il primo album del duo Simon & Garfunkel, Wednesday Morning, 3 A.M., il 10 marzo del 1964, ma dopo l’aggiunta degli strumenti elettrici uscì anche come singolo. Un successo intramontabile, che nonostante i suoi cinquantaquattro anni, continua a suonare emozionante ed attuale. Per la sua inconfondibile dolcezza, per la sua vena poetica, per essere riuscito a concentrare in tre minuti la vera bellezza della musica.

Il tema portante della canzone è l’incomunicabilità, la difficoltà degli uomini di dare un senso alle proprie parole, rendendo inutili anche quelle pronunciate da altri. Così si è costretti a rifugiarsi nel silenzio, ma è un silenzio assordante, in cui implodono tutte le cose importanti taciute per la paura dell’incomprensione, e tutte quelle urlate nell’impassibile freddezza di chi non sa ascoltarle. Molti hanno visto nel componimento un riferimento allo sgomento del popolo americano per la perdita del Presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy, ucciso tragicamente il 22 novembre 1963; ma Simon e Garfukel hanno sempre smentito queste supposizioni.

Salve oscurità, mia vecchia amica
ho ripreso a parlarti ancora
perché una visione che fa dolcemente rabbrividire
ha lasciato in me i suoi semi mentre dormivo
e la visione che è stata piantata nel mio cervello
ancora persiste nel suono del silenzio
Nei sogni agitati io camminavo solo
attraverso strade strette e ciottolose
nell’alone della luce dei lampioni
sollevando il bavero contro il freddo e l’umidità
quando i miei occhi furono colpiti dal flash di una luce al neon
che attraversò la notte… e toccò il suono del silenzio
E nella luce pura vidi
migliaia di persone, o forse più
persone che parlavano senza emettere suoni
persone che ascoltavano senza udire
persone che scrivevano canzoni che le voci non avrebbero mai cantato
e nessuno osava, disturbare il suono del silenzio
“Stupidi” io dissi, “voi non sapete
che il silenzio cresce come un cancro
ascoltate le mie parole che io posso insegnarvi,
aggrappatevi alle mie braccia che io posso raggiungervi”
Ma le mie parole caddero come gocce di pioggia,
e riecheggiarono, nei pozzi del silenzio
e la gente si inchinava e pregava
al Dio neon che avevano creato.
e l’insegna proiettò il suo avvertimento,
tra le parole che stava delineando.
e l’insegna disse “le parole dei profeti
sono scritte sui muri delle metropolitane
e sui muri delle case popolari.”
E sussurrò nel suono del silenzio

San Tommaso

Oggi vi propongo un brano del vangelo di Giovanni, uno dei pochi in cui appare la figura di Tommaso, in cui possiamo leggere un’altro aspetto dell’animo umano.

1 Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. 2 Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». 3 Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. 4 Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5 Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. 6 Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, 7 e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.8 Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9 Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. 10 I discepoli perciò se ne tornarono di nuovo a casa.
11 Maria invece stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro 12 e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. 13 Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto». 14 Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. 15 Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». 16 Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». 17 Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». 18 Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.
19 La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20 Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21 Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22 Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23 A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». 27 Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». 28 Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
30 Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31 Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Giovanni 20/ 1-31

L’ARRIVO DELLA REGINA DIDONE

Nel brano che vi propongo oggi dell’eneide ( lib. 1 vers. 494 – 519) Virgilio ci descrive il momento in cui Enea vede per la prima volta la regina di Cartagine Didone.

Mentre queste cose sembrano ammirevoli al dardanio Enea, mentre stupisce e resta fisso nello spettacolo unico,
la regina, Didone bellissima d’aspetto, si diresse al tempio con una grande squadra avvolgente di giovani.
Quale Diana guida le danze sulle rive d’Eurota o
lungo i gioghi di Cinto, che le mille Oreadi stringono seguendola di
qua e di là; ella porta alla spalla
e procedendo sovrasta tutte le dee,
le soddisfazioni invadono il tacito cuore di Latona:
tale era Didone, tale si portava lieta
in mezzo vigilando sul lavoro e sui regni futuri.
Poi sulle porte della dea, in mezzo alla volta del tempio,
scortata da armi appoggiandosi al trono in alto sedette.
Dava sentenze e leggi agli uomini, adeguava la fatica
dei lavori in parti giuste o tirava a sorte:
quando improvvisamente vede avanzare con gran folla
Anteo e Sergesto ed il forte Cloanto
ed altri dei Teucri, che il nero turbine del mare
aveva disperso e portato addirittura ad altre spiagge.
Egli tanto stupì, quanto Acate colpito
da gioia e paura; ardevan desiderosi di stringer
le destre, ma il fatto insolito turba i cuori.
Dissimulan e coperti da cava nube spiano
quale sorte per gli uomini, in quale lido lascino la flotta,
perchè giungano; infatti scelti da tutte le navi andavan
pregando pietà ed al tempio con grido si avviavano.

L’alleanza con la Francia

In questo brano tratto dalle memorie di Garibaldi, l’autore manifesta tutte le sue perplessità su l’alleanza tra il Regno di Sardegna e la Francia, ma prevarrà la voglia di cacciare l’odiato straniero (l’impero Austriaco) a qualunque costo.

Bisognava arrossire ma pur confessarlo: colla Francia alleata si faceva la guerra allegramente; senza di essa, nemmeno per sogno! Tale era l’opinione della maggioranza di codesti degeneri figli del grandissimo popolo. E tuttociò per non sapere, o non volere, far uso degli elementi nazionali a disposizione, e d’essere sempre la causa del nostro povero paese in mano a malvagi, o della casta delle dottrine, assuefatta ad argomentare con lunghe ciarle, ma non ad oprare gagliardamente.
Un popolo disposto a non piegare il ginocchio davanti allo straniero è invincibile e non abbiamo bisogno di andare lontani per cercare gli esempi. Roma, dopo la perdita di tre grandi battaglie e col terribile suo vincitore alle porte, faceva sfilare le sue legioni alla vista di Annibale e le mandava in Spagna! Si trovi un esempio simile in qualunque storia del mondo! E quando si è nati sulla terra di tali portenti, colla fronte alta si possono spezzare le tracotanze straniere!
Del governo vedevo il solo Cavour a Torino.
L’idea di far al guerra col Piemonte all’Austria non era nuova per me, né quella di far tacere qualunque convincimento per me, allo scopo di far l’Italia comunque sia.
Era quel programma lo stesso che fu adottato alla partenza nostra da Montevideo per l’Italia; e quando la bella risoluzione di Manin e Pallavicino di unificare la patria Italia con Vittorio Emanuele fu comunicata a Caprera, essa mi trovò con lo stesso credo politico.
E non fu tale il concetto di Dante, Macchiavelli, Petrarca e tanti altri nostri grandi?

G. Garibaldi – Memorie –

IL TEMPIO DI GIUNONE A CARTAGINE

Nei versi che vanno dal 441 al 493 del primo libro, Enea ci descrive come appariva il tempio dedicato a Giunone costruito nella città di Cartagine.

Un bosco vi fu in mezzo alla città, piacevolissimo d’ombra,
dove dapprima i Puni sbattuti da onde e bufera
scavarono sul posto il segno, che la regale Giunone
aveva rivelato, la testa di un fiero cavallo; così infatti in guerra
sarebbero stati popolo famoso e ricco di vittorie per i secoli.
Qui la sidonia Didone fondava un immenso tempio
a Giunone, ricco per doni e maestà della dea,
soglie bronzee gli sorgevano dai gradini e travi connesse
con bronzo, il cardine strideva per le porte bronzee.
Anzitutto in questo bosco una cosa nuova offertasi alleviò
il timore, qui anzitutto Enea osò sperare la salvezza
e confidare di più, (essendo) abbattute le circostanze.
Infatti mentre guarda ogni cosa sotto l’immenso tempio
attendendo la regina, mentre ammira quale sia la ricchezza
per la città, i gruppi di artisti fra loro e la fatica delle
imprese, vede le battaglie iliache per ordine
e le guerre già diffuse per fama in tutto il mondo,
gli Atridi e Priamo ed Achille crudele per entrambi.
Si fermò e piangendo “Quale luogo mai, disse, Acate,
quale regione sulle terre non piena del nostro affanno?”
Ecco Priamo. Qui pure ci sono per l’onore i suoi premi.
ci sono i pianti delle sorti e le cose mortali toccan l’anima.
Sgombra le paure; questa fama ti porterà qualche salvezza
Così dice nutre il cuore con la pittura vana
gemendo molto, ed irriga il volto di abbondante fiume.
Infatti vedeva come, combattendo attorno a Pergamo,
di qua fuggissero i Grai, la gioventù troiana incalzasse;
di qua i Frigi, col cocchio il crestato Achille inseguisse.
E non lontano da qui riconosce piangendo le tende di Reso
dai bianchi drappi, che tradite nel primo sonno
il Tidide insanguinato devastava con larga strage,
e devia i cavalli ardenti nell’accampamento, prima che
gustassero i pascoli di Troia e bevessero lo Xanto.
Da un’altra parte Troilo, perdute le armi, fuggendo,
sfortunato ragazzo e scontratosi impari con Achille,
è trascinato dai cavalli e riverso è legato al cocchio vuoto, ancora tenendo le briglie; a lui il collo e le chiome son
tirate per terra, e la polvere è segnata dall’asta rigirata.
Intanto le Troiane andavano al tempio di Pallade non giusta
coi capelli sciolti e portavano il peplo
umilmente, tristi e battendo i petti con le palme;
la dea teneva gli occhi fissi al suolo ostile.
Achille tre volte aveva trascinato Ettore attorno le mura troiane e vendeva il corpo esamine per oro.
Allora davvero dà un immenso gemito dal fondo del cuore,
come vide le spoglie, ed i cocchi, e lo stesso corpo dell’amico e Priamo tendente le mani inermi.
Pure riconobbe se stesso mischiato coi capi achivi,
le schiere orientali e le armi del nero Memnone.
Pentesilea furente guida le file delle Amazzonidi
dagli scudi lunati ed in mezzo a mille freme,
guerriera, legando cinture auree alla mammella mozzata,
e osa, ragazza gareggiare con uomini.

Incontro con Cavour

In questo brano, tratto dalle memorie di G. Garibaldi, l’autore ci descrive i sentimenti che muovevano il suo animo.

In febbraio 1859 io fui chiamato in Torino dal conte di Cavour, col mezzo di La Farina. Entrava nella politica del gabinetto Sardo, allora in trattative colla Francia e disposto a far la guerra all’Austria , di accarezzare il popolo italiano. Manin, Pallavicino e altri distinti italiani cercavano di avvicinare la democrazia nostra alla dinastia Sabauda, per giungere, col concorso della maggior parte di forze nazionali, all’adempimento di quell’unificazione italiana, sogno per tanti secoli delle menti elette della penisola.
Credendo io avessi conservato alcun prestigio nel popolo, il conte di Cavour, onnipossente allora, mi chiamò nella capitale e mi trovò certamente docile all’idea sua di far la guerra alla secolare nemica d’Italia. Non m’ispirava fiducia il suo alleato, è vero,ma come fare, bisognava subirlo.

G. Garibaldi – Memorie –

LA COSTRUZIONE DI CARTAGINE

In questo pezzo il Pio Enea ci fornisce una bella immagine dell’operosità dei Tiri.

Intanto percorsero la via, dove mostra il sentiero,
e già salivano il colle, che altissimo sta sopra alla città
e dall’alto prospetta le fortezze dirimpetto.
Ammira la mole Enea, un tempo baracche,
ammira le porte e lo strepito e le pavimentazioni delle vie.
Si impegnano ardenti i Tiri: parte ad alzare le mura,
e costruire la rocca e rotolare con le mani le pietre,
parte a scegliersi il posto per la casa e circondarlo con solco;
scelgono leggi e magistrati ed il sacro senato.
Qui altri scavano il porto, qui altri mettono le fondamenta
profonde ai teatri, scolpiscono dalle rupi
enormi colonne, adeguati ornamenti alle scene future:
quali le api nella nuova estate per i campi fioriti
la fatica (le) stimola sotto il sole, quando fan uscire i figli
cresciuti, o quando stipano i limpidi mieli
e colmano di dolce nettare le celle,
o accolgono i carichi delle arrivanti, o creata una schiera
cacciano dagli alveari i fuchi, razza ignava;
l’opera ferve ed i fragranti mieli profumano di timo.
“Oh fortunati, le cui mura gà sorgono”.
Dice Enea e contempla i frontoni della città.
Si porta, avvolto da nebbia, mirabile ( cosa) a dirsi,
in mezzo, e si mescola agli uomini e non è visto da alcuno.

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