Eneide

Da Oggi procederò a pubblicare periodicamente brani del capolavoro di Virgilio l'”Eneide”, opera fondamentale della cultura Italiana.

PROTASI ED INVOCAZIONE (1-11)

Canto le armi e l’eroe, che per primo dalle coste di Troia
profugo per fato toccò l’Italia e le spiagge
lavinie, lui molto sbattuto e per terre e per mare
dalla forza degli dei, per l’ira memore di Giunone crudele,
e tribolato molto anche da guerra, finchè fondasse la città
e portasse gli dei per il Lazio; donde (venne) la razza latina
i padri albani e le mura dell’alta Roma.
Musa ricordami le cause, per quale divinità lesa
o che lamentando, la regina degli dei abbia spinto
l’eroe famoso per pietà a dipanare tanti eventi, ad affrontar
tanti dolori. Forse così grandi ( sono) le ire per i cuori celesti?

GIUNONE ADIRATA (12-80)

Vi fu un’antica città, Cartagine, la occuparono coloni
Tirii, lontano contro l’Italia e le bocche Tiberine,
ricca di beni e fortissima per le passioni di guerra,
che Giunone, si dice, abbia amato più di tutte le terre,
posposta (anche ) Samo. Qui le sue armi,
qui il cocchio ci fu; la dea già allora, lo aspira e lo cura,
sia questo regno per (tali) popoli, se mai i fati permettano.
Ma aveva sentito che una stipe di sangue troiano si formava,
che un tempo muterebbe le fortezze tirie;
di qui sarebbe giunto un popolo ampiamente capo e superbo
in guerra per la rovina di Libia; così filavan le Parche.
Temendo ciò e memore della antica guerra la Saturnia,
perchè per prima l’aveva mossa a Troia per la cara Argo –
nè ancora eran cadute dal cuore le cause dell’ira e
gli acuti dolori: resta nascosto nell’alta mente
il giudizio di Paride e l’oltraggio della bellezza sprezzata
e la stirpe odiata e i favori di Ganimede rapito:
bruciata per questo, scagliati per tutto il mare,
spingeva lontano dal Lazio i Troiani, avanzi dei Danai
e del crudele Achille, e per molti anni
pressati dai fati erravano per tutti i mari.
Così tanto costava fondare la gente romana.
Appena alla vista della terra sicula in alto mare
lieti alzavan le vele e ne rompevan le spume col bronzo,
che Giunone serbando nel petto l’eterna ferita
questo tra sè: “Io desistere forse dall’iniziativa, vinta,
nè poter deviar dall’Italia il re dei Teucri.
Son proprio bloccata dai fati. Ma Pallade potè bruciare
la flotta degli Argivi e sommergerli nel mare
per la colpa e le furie del solo Aiace Oileo?
Lei scagliato dalle bubi il rapido fuoco
frantumò e le barche e sconvolse le acque coi venti,
con la bufera lo agguantò, trapassato il petto, esalante
fiamme e lo inchiodò sullo scoglio aguzzo;
ma io, che procedo regina degli dei e di Giove
sia sorella che sposa, con una sola razza tanti anni
faccio guerre. Ma nessuno adora la maestà di Giunone
mai più o supplice porrà offerte su altari?”
La dea cose meditando tali cose tra sè con animo acceso
giunse in Eolia, patria di tempeste, luoghi pieni
di Austri furenti. Qui Eolo in vasta caverna
blocca i venti violenti e le roboanti tempeste chiasmo
con autorità e li frena con catene e prigione.
Essi riluttanti con grande brontolio del monte
fermono attorno le sbarre; Eolo siede sull’alta fortezza
tenendo gli scettri e placa i cuori e controlla le ire.
Se non lo facesse, davvero rapidi prenderebbero mari
e terre ed il cielo profondo e con sè spazzerebbero per l’aria;
ma il padre onnopotente li nascose in nere caverne
temendo ciò, e sovrappose una mole ed alti monti
e diede un re, che con norma sicura sapesse
sia bloccare che al comando allentare le briglie.
Ma con lui dunque supplice Giunone usò queste frasi:
“Eolo, a te infatti il padre degli dei e re degli uomini
concesse sia di calmare che alzare i flutti col vento,
una razza a me avversa naviga il mare tirreno
portando in Italia Ilio ed i vinti penati:
lancia una forza coi venti e copri le poppe sommerse
o falli sbandati e disperdine i corpi nel mare.
Io hodativo di possesso quattordici Ninfe di corpo formoso
di cui quella più bella d’aspetto, Deiopea,
legherò di unione stabile e donerò speciale,
che tutti gli anni passi per tali meriti
con te e ti renda padre di bella prole.
Eolo questo rispose: “Tuo il disturbo, o regina,
cercare quello che vuoi; per me è legge eseguire i comandi.
Tu quel po’ di potere, tu gli scettri e Giove
mi accordi, tu mi fai sedere alle feste degli dei
e mi rendi padrone di tempeste e bufere.

Verso la Guerra.

In seguito alle politiche tenute dal regno di Sardegna e alle provocazioni del conte di Cavour, l’Austria si prepara a dichiarare guerra all’Italia che forte dell’appoggio dell’Inghilterra e della Francia si prepara al conflitto con gli Asburgo.

Il giorno 23 aprile il conte di Cavour si presentò alla Camera dei Deputati, che era convocata in tornata straordinaria al mezzodì, per chiedere i pieni poteri: l’aula era affollatissima. Il ministro lesse brevi parole per rendere ragione di quella domanda: furono pronunciate con voce vibrata e comossa, ascoltate con silenzio religioso; quando ebbe finito fu un grido unanime e fragoroso di: Viva il Re! Molti deputati piangevano; fu un momento di sublime commozione. La Camera deliberò di occuparsi senza indugio della proposta ministeriale.

Da G. Massari: Ricordi biografici del conte di Cavour.

“Il canto degli italiani”

L’articolo di oggi tratterà la storia dell’inno Italiano, dalle origini alla scelta come inno Nazionale della Repubblica Italiana nel 1946.

I versi del nostro Inno Nazionale vennero scritti dal mazziniano Goffredo Mameli , poeta e patriota genovese il quale, durante gli esaltanti anni risorgimentali, faceva parte di quella generazione che amava i sogni, disprezzava il successo e serviva la causa più con il sangue che con la vittoria.
Goffredo Mameli era nato a Genova il 5 agosto 1827. All’epoca l’Italia era divisa in 8 piccoli Stati governati, in maniera dispotica, da dinastie in massima parte straniere. Questa frantumazione politica e la mancanza di libertà e di democrazia, fecero approdare il giovane autore del nostro Inno agli ideali mazziniani che ipotizzavano un’Italia libera ed unita. L’attivismo “rivoluzionario” di Mameli si evidenziò con forza incontenibile nel 1846, nel Capoluogo ligure durante le cerimonie organizzate per ricordare il leggendario episodio del ragazzo G. Perasso, detto “Balilla”, a cento anni dal fatto. Nella circostanza le varie manifestazioni commemorative vennero trasformate in veri moti popolari per costringere C. Alberto a concedere lo Statuto.
Il 10 settembre 1847, mentre Mameli si trovava in casa del console francese a Genova, dove spesso si discuteva di politica, scrisse di getto la poesia romantica risorgimentale: “Il canto degli italiani”, per esprimere con vigore e commozione le tensioni di quel particolare momento storico ed esaltare i valori della Patria. Infatti nel carme viene spesso sottolineato che gli italiani devono amarsi ed unirsi. C’è anche un fugace riferimento a Scipione (il valoroso e vittorioso guerriero romano), all’evidente scopo di richiamare il patrimonio di esempi, di memorie e di gloria lasciatoci dai nostri antichi progenitori: i romani! “Il canto degli italiani” venne subito stampato a Livorno e non a Genova, per evitare la censura piemontese, e diffuso in tutto il Regno.
La sera del 24 novembre 1847 a Torino, nel corso di una riunione nell’abitazione di Lorenzo Valeri (noto democratico piemontese), alla quale partecipava anche il compositore Michele Novara, uno dei presenti che era appena giunto da Genova consegnò a quest’ultimo un foglietto, inviatogli da Mameli, sul quale era trascritto “Il canto degli italiani”. Il musicista lo lesse ad alta voce ed esclamò: “stupendo”! poi con le lacrime agli occhi, si portò al cembalo per trovare un accompagnamento musicale a questi versi infuocati. Al momento, afferma il Novara: “misi giù frasi melodiche, una sull’altra, ma lungi le mille miglia dall’idea che potessero adattarsi a quelle parole”. Scontento si recò subito a casa dove, nella notte, diede a questo poema di speranza e di battaglia, una musica fortemente ritmata e coinvolgente. Ne risultò così un Inno, definito da Garibaldi “trascinante e guerriero”.
Mameli perse la vita il 6 luglio 1849 (aveva appena 21 anni), a seguito di ferite riportate combattendo con Garibaldi, durante l’assedio di Roma. Tale immatura morte sul campo, è una chiara testimonianza che per lui il verso del suo Inno: “siam pronti alla morte”, non è un addobbo retorico, ma qualcosa di veramente sentito.
Nel 1946, con l’avvento della Repubblica, “Il canto degli italiani” è diventato il nostro Inno Nazionale. Scelta certamente non casuale perché dopo la caduta del fascismo e le disastrose conseguenze della seconda guerra mondiale, occorreva ritrovare l’Italia del dopo Risorgimento che si impose non solo per la collaborazione, operosità e rigore dei cittadini, ma anche per il loro senso di appartenenza ad una sola Patria.

Le parole.

Segue il testo completo del poema originale scritto da Goffredo Mameli, tuttavia l’Inno italiano, così come eseguito in ogni occasione ufficiale, è composto dalla prima strofa e dal coro, ripetuti due volte, e termina con un “SI” deciso.

Fratelli d’Italia, 
L’Italia s’è desta; 
Dell’elmo di Scipio 
S’è cinta la testa. 
Dov’è la Vittoria? 
Le porga la chioma; 
Ché schiava di Roma 
Iddio la creò.

Stringiamci a coorte! 
Siam pronti alla morte; 
L’Italia chiamò.

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme;
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò.

Stringiamci a coorte! 
Siam pronti alla morte; 
L’Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci;
L’unione e l’amore
Rivelano ai popoli
Le vie del Signore. 
Giuriamo far libero 
Il suolo natio:
Uniti, per Dio,
Chi vincer ci può?

Stringiamci a coorte! 
Siam pronti alla morte; 
L’Italia chiamò.

Dall’Alpe a Sicilia, 
Dovunque è Legnano; 
Ogn’uom di Ferruccio 
Ha il core e la mano; 
I bimbi d’Italia
Si chiaman Balilla; 
Il suon d’ogni squilla 
I Vespri suonò.

Stringiamci a coorte! 
Siam pronti alla morte; 
L’Italia chiamò.

Son giunchi che piegano 
Le spade vendute;
Già l’Aquila d’Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia
E il sangue Polacco
Bevé col Cosacco,
Ma il cor le bruciò.

Stringiamci a coorte! 
Siam pronti alla morte; 
L’Italia chiamò. 

File audio.

Daniele Del Rio

Oggi per la rubrica dei nuovi ricercatori Italiani vi propongo alcune informazioni sul Prof. Daniele Del Rio.

Daniele Del Rio, 36 anni, è nato e ha studiato a Reggio, al liceo Spallanzani, prima di passare al di là dell’Enza per entrare all’Università di Parma, dove è responsabile di un gruppo di ricerca del dipartimento di Scienza degli Alimenti, svolgendo pure ricerche per l’industria.
«Mi occupo – spiega Daniele – dell’effetto sulla salute di molecole di origine vegetale, note come polifenoli. Siamo convinti che con una sana alimentazione si possa fare un’ottima prevenzione in tema di salute. Ma va anche detto che con il cibo non si guarisce dalle malattie: frutta e verdura possono aiutare a prevenire, ma in caso di malattia le terapie si fanno con i farmaci…».
Il gruppo di Del Rio studia l’effetto di composti presenti in alimenti vegetali, esaminando pure il loro effetto all’interno dell’organismo. «I polifenoli sembrano avere un futuro molto promettente nel contesto della prevenzione – aggiunge –. Ma molto c’è ancora da fare come ricerca, anche perché molto è stato fatto in modo sbagliato in passato. E ora cerchiamo di correggere quegli errori. Troppo facile dire che con certe molecole si può fare terapia senza averle studiate a dovere».

Fonti: Il resto del Carlino.

Il grido di dolore.

Di seguito vi propongo il Discorso della Corona pronunziato da Vittorio Emanuele II il 10/1/1859 conosciuto per la famosa espressione del “Grido Di Dolore”.

Discorso della Corona pronunziato da Vittorio Emanuele il 10/1/1859:
Signori Senatori, Signori Deputati,
la nuova legislatura, inaugurata or fa un anno, non ha fallito alle speranze del Paese, alla Mia aspettazione. Mediante il suo illuminato e leale concorso, Noi abbiamo superato le difficoltà della politica estera ed interna, rendendo così più saldi quei larghi principi di nazionalità e di progresso, sui quali riposano le libere istituzioni.
……
Signori Senatori, Signori Deputati,
l’orizzonte in cui sorge il nuovo anno non è pienamente sereno, non di meno vi accingerete con la consueta alacrità ai vostri lavori parlamentari.
Confortati dall’esperienza del passato, andiamo incontro risoluti alle eventualità dell’avvenire.
Quest’avvenire sarà felice, nostra politica riposando sulla giustizia, l’amor della libertà e della Patria. Il nostro Paese piccolo di territorio acquistò credito nei consigli d’Europa perchè grande per le idee che rappresenta, le simpatie che esso ispira. Giacchè, nel mentre che rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che tante parti d’Italia si leva verso di noi.
Forti per la concordia, fidenti nel nostro buon diritto, aspettiamo prudenti e decisi i decreti della divina Provvidenza.

Società Nazionale Italiana

Nel seguente articolo vi riporto il manifesto politico e la storia della Società Nazionale Italiana.

Società Nazionale Italiana
Credo Politico

La società Nazionale Italiana dichiara:
Che intende anteporre ad ogni predilezione di forma politica o di interesse municipale o provinciale il gran principio dell’indipendenza e unificazione italiana.
Che sarà per la casa di Savoia, finchè la casa di Savoia sarà per l’Italia, in tutta la estensione del ragionevole e del possibile.
Che non predilige tale o tal’altro ministero sardo, ma sarà per tutti quei ministeri che promuoveranno la causa Italiana, e si terrà estranea ad ogni questione interna piemontese.
Che crede all’indipendenza e unificazione italiana sia necessaria l’azione popolare italiana, utile a questa il concorso governativo piemontese.

Torino, 21 febbraio 1858.

La Società nazionale italiana è stata una associazione nata a Torino per iniziativa del patriota veneziano Daniele Manin e del siciliano Giuseppe La Farina con l’obiettivo di fornire un’organizzazione di sostegno al movimento unitario intorno al Piemonte.

L’associazione venne fondata nell’agosto 1857, ed ebbe come presidente Daniele Manin, che tuttavia morì poco dopo (22 settembre 1857), mentre La Farina ne era il segretario. La formazione viene fatta risalire a due lettere di Manin: del 22 gennaio 1856 e del 29 maggio 1856. Dopo la morte del Manin, nel dicembre 1857 ne divenne presidente Giorgio Pallavicino Trivulzio, in passato portavoce di Daniele Manin in Piemonte, e come vicepresidente onorario Giuseppe Garibaldi. Il vero ispiratore dell’associazione era giudicato il conte di Cavour. Anche a causa della crisi del partito d’azione mazziniano, la Società nazionale si diffuse in tutta Italia, clandestinamente nella maggior parte degli stati preunitari italiani e alla luce del sole nel Regno di Sardegna. Ebbe un ruolo rilevante nel preparare la Spedizione dei mille e fornirvi supporto nel corso della stessa. Raggiunta l’unità d’Italia(1861) l’associazione declinò lentamente, in quanto il programma dell’associazione era stato fatto proprio dal governo italiano, e nel 1862 l’associazione venne sciolta.

Nella dichiarazione costitutiva della Società veniva affermata la necessità dell’unificazione e dell’azione popolare, ribadito il principio dell’indipendenza italiana, e si identificava il mezzo per raggiungere questi obiettivi nell’appoggio a casa Savoia.

Fonte: Wikipedia.

Le Tombe dei Giganti – Sardegna

Alcuni dicono che si tratta delle tombe dei giganti che in un lontano passato hanno camminato sulla Terra. Inoltre, le lapidi sarebbero resti del leggendario continente perduto di Atlantide. Chi ha costruito queste enigmatiche strutture? E per quale scopo? Sono state usate come fosse comuni? Ci sono ancora molte domande senza risposta riguardanti le Tombe dei Giganti in Sardegna.

Le tombe dei giganti (tumbas de sos zigantes / is gigantis) sono monumenti costituiti da sepolture collettive appartenenti al periodo dei nuraghi(duemila anni prima di Cristo) e presenti in tutta l’isola. Sono delle costruzioni a pianta rettangolare absidata, edificate mediante dei monoliti di pietra di grandi dimensioni conficcati nella terra.

Questi particolari sepolcri consistono essenzialmente in una camera funeraria lunga sino a 30 metri e alta sino a 3 metri. In origine l’intera struttura veniva ricoperta da un tumulo somigliante più o meno ad una barca rovesciata. La parte frontale della struttura è delimitata da una sorta di semicerchio, quasi a simboleggiare le corna di un toro, e nelle tombe più antiche, al centro del semicerchio è posizionata una stele alta in alcuni casi fino a 4 metri, finemente scolpita e fornita di una piccola apertura alla base che – si suppone – veniva chiusa da un masso.

Nel corso dei secoli la tomba dei giganti mantenne inalterata la pianta a protome taurina o a nave capovolta, ma per la sua costruzione furono progressivamente applicate le tecniche architettoniche impiegate nello sviluppo di pozzi sacri e nuraghi. Il primo tipo di tomba dei giganti è il cosiddetto “tipo dolmenico” dotato della tipica stele centinata raramente monolitica e più sovente bilitica. Successiva a questa tipologia è il tipo a filari con esedra non più caratterizzata dalla presenza della stele e delle ali dell’esedra con massi conficcati a coltello, ma di una muratura a filari orizzontali; in questo caso i massi sono lievemente squadrati. La successiva evoluzione consiste nella applicazione della isodomia rilevata già in vari nuraghi e pozzi sacri. A questa tipologia appartengono due sottotipi: la tomba con portello centrale architravato e la tomba con portello ricavato in una lastra trapezoidale.

I membri della tribù, del clan o del villaggio, venivano a rendere omaggio ai morti della comunità, senza distinzione di rango, senza particolari privilegi e senza apportare offerte di valore. Col tempo sono state utilizzate come ossari nei quali depositare le spoglie dei defunti una volta che queste erano divenute degli scheletri. Molto probabilmente venivano scarnificate prima della sepoltura (sono state rinvenute tracce di questa pratica sulle ossa), e venivano seppellite quando raggiungevano un numero consistente. I culti legati alle tombe di giganti sono da collegarsi al dio Toro e alla dea Madre e, secondo alcune ipotesi, la forma della costruzione richiama sia ad una testa bovina sia ad una partoriente (la morte era infatti legata alla nascita secondo il principio della rinascita).

Secondo alcune leggende, prima dell’arrivo della civiltà nuragica, questi sepolcri ospitavano i resti di uomini giganti potenti che vivevano nella zona, idea in gran parte dovuta alla dimensione massiccia delle pietre utilizzate, alcune delle quali raggiungono l’altezza di 30 metri. Tuttavia, nessun resto di esseri umani giganti è mai stato trovato nelle tombe.

La tomba di Coddu Vecchiu è il sito più enigmatico, dato che poco si sa circa i rituali che venivano celebrati nel sito, o il simbolismo che veniva evocato. Alcuni ritengono che le tombe erano considerate come dei portali verso l’aldilà, una sorta di passaggio dal mondo fisico a quello spirituale.
I Nuragici costruivano le tombe su siti creduti fortemente geo-energetici: le lastre venivano disposte in posizione semicircolare, in modo da allinearsi con le linee energetiche della Terra e avevano la capacità di catturare e amplificare questa geo-energia.

Il malato veniva adagiato sulle pietre per ottenere la guarigione dall’energia positiva che emana la zona. Tale forza si credeva potesse beneficiare anche i morti, aiutandoli nel processo di separazione dell’anima spirituale dal corpo fisico.

Dunque, le Tombe dei Giganti offrono un interessante spaccato sui rituali delle antiche civiltà, ma non forniscono molte altre informazioni oltre al fatto di essere state usate come tombe: esse sembrano offrire più domande che risposte.

Fonti principali Wikipedia.

Cassoeula milanese o Bottaggio alla milanese

La cassoeula è un piatto tipico della tradizione lombarda. Realizzato con le verze e le parti povere del maiale: costine, piedini, cotenne, salamini verzini. Può essere realizzato in tante varianti, infatti la ricetta della cassoeula varia da un luogo all’altro della Lombardia. Per il suo apporto calorico è da considerarsi un piatto unico.

Ingredienti per 4 persone

500 gr Costine di maiale
200 gr Cotenna di maiale
2 Piedini di maiale
4 salamini verzini
2 Carote
Sedano qb
1 Cipolla grossa
1 kg di Verza
Salvia qb
Alloro qb
Burro qb
Olio extra vergine d’oliva qb
1 bicchiere di vino bianco
1 cucchiaio di salsa di pomodoro
Sale qb
Pepe qb

Preparazione.

Pulire bene, raschiando con un coltello, le cotenne e i piedini e lavarli in acqua tiepida. Tagliare le cotenne prima per il lungo e poi a metà in pezzetti non troppo piccoli. Mettere tutto in una pentola e coprire con acqua fredda, portare a bollitura, salare leggermente e lasciare cuocere per 50 minuti. Poi scolare.
Lavare e raschiare le carote, lavare il sedano e tritare con la cipolla.
Soffriggere in una casseruola il trito di verdure con olio e burro, unire le costine e fare rosolare mescolando, aggiungere poi le cotenne e i piedini continuando a far rosolare bene la carne.
Aggiungere un bicchiere di vino bianco, aggiungere una cucchiaiata di salsa di pomodoro, sale e pepe, qualche foglia di salvia, alloro e una tazza di acqua calda. Lasciare cuocere con il coperchio a fuoco moderato, mescolando e controllando la cottura.
Pulire la verza eliminando le foglie più dure e le costolette. Tagliarla in grossi pezzi.
A metà cottura unire i salamini verzini, punzecchiati precedentemente, e le foglie di verza. Rimettere il coperchio e lasciare cuocere lentamente.
Quando le carni si sono ritirate, la cotenna si scioglie in bocca e la verza è morbida, la cassoeula è pronta.

La rivoluzione morale nel sud.

In questo pezzo vi riporto un brano tratto dal Testamento Politico di Carlo Pisacane in cui il nostro patriota illustra le linee guida della sua politica, che perseguirà fino alla sua morte avvenuta mentre era alla guida della spedizione di Sarpi.

Molti dicono che la rivoluzione deve farla il paese: ciò è incontestabile. Ma il paese è composto di individui, e poniamo il caso che tutti aspettassero questo giorno senza congiurare, la rivoluzione non scoppierebbe mai. Si potrà dissentire dal modo, dal luogo, dal tempo di una congiura, ma dissentire dal principio è assurdo, è ipocrisia, è nascondere un basso egoismo. Stimo colui che approva il congiurare e non congiura egli stesso, ma non sento che disprezzo per coloro i quali non solo non vogliono far nulla, ma si compiacciono nel biasimare e maledire coloro che fanno. Con tali principii avrei creduto di mancare a un sacro dovere, se vedendo la possibilità di tentare un colpo in un punto, in un luogo, in un tempo opportunissimo, non avessi impiegato tutta l’opera mia per mandarlo ad effetto. Io non ispero, come alcuni oziosi mi dicono per schermirsi, d’essere il salvatore della patria. No: io sono convinto che nel Sud la rivoluzione morale esista, sono convinto che un impulso gagliardo può sospingerla al moto, epperò il mio scopo, i miei sforzi si sono rivolti a mandare a compimento una congiura, la quale dia un tale impulso; giunto sul luogo dello sbarco, che sarà Sapri, per me è la vittoria, anche se dovessi morire sul patibolo.

Da C. Pisacane: Testamento politico

Voce di uno che grida nel deserto.

Oggi vi propongo un brano del Vangelo di Marco in cui ci presenta Giovanni Battista, uno dei personaggi dei Vangeli che preferisco. Il Battista è un uomo umile, solo e forte che ha una missione: preparare il popolo alla venuta di Gesù. Non ha paura dei cosiddetti “poteri forti” del suo tempo e dava in testa ai governanti di allora avvisandoli che la loro cattiva condotta non sarebbe passata inosservata al popolo e a Dio. Per questo poi sarà giustiziato.

1Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. 2 Come sta scritto nel profeta Isaia: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. 3 Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri, 4 vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. 5 Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. 6 Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. 7 E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. 8 Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». 9 Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. 10E subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. 11E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Dal vangelo secondo Marco.

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