Fine della battaglia.

In questo pezzo Montanelli rievoca gli ultimi momenti della battaglia di Curtatone e Montanara, dove malgrado la sconfitta imminente i combattenti toscani ancora inneggiavano all’Italia.

Laugier aveva contato sopra gli aiuti piemontesi. Non vedendoli arrivare, pensò se dovesse ordinare la ritirata. Combattevano da più di sei ore. Prolungare la zuffa era spargere forse inutilmente sangue prezioso. D’altronde la ritirata con truppe amalgamate a caso, con capi più inesperti di militari esercizi, minacciava convertirsi in disfatta. In questo contrasto d’opposti consigli, arriva a Laugier un messo di Giovannetti e gli chiede se abbia a ritirarsi. Risponde di sì e, una volta ordinato il ritirarsi ai combattenti di Montanara, decise lo stesso per quelli di Curtatone. Cerca Del Campia e del Ghigi. Campia era ferito. Ghigi gli viene incontro colla mano sinistra tronca da una cannonata, e con mirabile stoicismo agitando il sanguinoso moncherino gridava: “ Viva l’Italia e maledizione a quei che gridano in piazza e sul campo non vengono!!”.

Curtatone e Montanara 27/05

In questo pezzo il Montanelli descrive l’inizio e lo svolgimento della battaglia presso Montanara e il ponte dell’Osone, dandoci un punto di vista di uno che ha partecipato di persona all’evento.

La sera del 27 (maggio, Radetzky) esce da Verona con 32 mila uomini, quaranta pezzi d’artiglieria, e ogni altro apprestamento mortifero. Pensava disfarsi in quatto e quattro otto di noi; varcare il Mincio, mettersi alle spalle dei Piemontesi, toglier loro magazzini e salmerie, oprare che una grossa scorta mossa da Rivoli, sforzando la sinistra dell’esercito Italiano, rifornisse Peschiera, alla quale fin da metà maggio Carlo Alberto dava la batteria, e che ridotta a stremo di vettovaglie stava in punto di capitolare. La mattina del 29 tutta la mole dell’armata nemica piomba sopra di noi. Oh forti anime antiche, che a questo sole del 29 maggio vedeste fiaccato l’orgoglio di Barbarossa, venite a vedere degnamente celebrato l’anniversario di Legnano!
Fummo chiamati sull’armi verso le nove. Faceva bellissimo giorno. Dopo un’ora che stavamo invano aspettando tuonasse il cannone, il colonello Campia, preposto alla milizia di curtatone, mi domanda se la compagnia si sentirebbe di andare a scoprire il nemico…….
Malenchini prese con sé dieci o dodici, e mosse fuori delle trincee. In meno di dieci minuti comincia a moschettare. D’Arco Ferrari non aveva fatto radere la campagna per riguardo ai proprietari di quella, cosicchè gli archibusieri nemici venivano fin sotto i parapetti, nascosti fra le spighe.
Poco dopo Curtatone la zuffa si appiccò anche a Montanara. Laugier era risoluto a tener fermo, finchè non giunsero gli aiuti piemontesi per ripetuti dispaci promessi. Tra il fulminare dei moschetti esce a cavallo fuori dei parapetti, e con l’esempio insegna prodezza. Dovunque passava era un agitare di caschetti in cima alla baionetta, e un osannare all’Italia. Giunto a Montanara domando a Giovannetti, presto colà, perchè faceva combattere i bersaglieri all’aperto? Egli sorridente risponde:”Gli Italiani devono mostrare il petto al nemico”.
Più volte gli Austriaci ci assaltarono e più volte li ributtammo.
Un esile drappello guidato dal capitano Conti mosse da Curtatone a molestare il fianco sinistro del nemico. Si affronta con foltissime colonne e fa loro assai danno. Due battaglioni gli vengono sopra e lo costringono a ripiegare. Rinfiammato dalle parole di Laugier , ed un poco rinforzato, tornava all’assalto e costrinse momentaneamente i battaglioni tedeschi a dar volta.
Il battaglione degli scolari, lasciato nella retroguardia alle Grazie, a udire il tumulto della zuffa, e a vedere portati colà i primi feriti, non raffrenò la bramosia del pericolo, e quando Laugier facevalo chiamare perchè ancor esso pagasse alla patria il suo tributo di sangue, trovavasi già dove ferveva la zuffa. Ecco l’eletta schiera sul ponte dell’Osone…. oh tesoro d’accumulato sapere! Oh pregnanza di scoperte! Oh patrie speranze, e orgogli e affetti materni in cimento! Qual vuoto per l’umanità, se sparisca alcuno di quei principoni teutonici pugnanti contro di noi? Ma in questo breve spazio occupato dalla sacra legione del pensiero toscano, ogni palla nemica minaccia inestimabili danni. Qui principi di sapienza e di civiltà, un Mossotti, un Piria, un Burci, un Pilla! E una cannonata lì sul ponte rapiva al mondo questa cima in geologia di Leopoldo Pilla, che spirò dicendo: “ Non ho fatto abbastanza per l’Italia”. Cadevagli poco discosto Torquato Toti, giovinetto d’ingegno arguto come la valdarnina aria nativa, discepolo mio dei più promettitori. Ammutolirono i nostri due pezzi, coi quali il tenente Niccolini faceva assai danno al nemico. Un razzo caduto sulla cassa delle polveri suscita un incendio che uccide e ferisce gran parte degli artiglieri. Niccolini è ferito. Un’aiuola lì appresso ai cannoni dove io combatteva, mi rese immagine di bolgia infernale. La lieta faccia del cielo velata del fumo della battaglia, una casa e un pagliaio in fiamme, l’aria arroventata, le cannonate spesseggiano, sibilano palle, piovono bombe, gli artiglieri corrono qua e là, chi ignudo, chi stracciandosi le vesti in fiamme; e nulladimeno in codesto inferno raggia dal volto dei combattenti letizia celeste, e giovanetti imberbi combattono da leoni, e ogni evviva all’Italia rinfresca l’entusiasmo della battaglia come se allora cominciasse.

Sulle rive del Mincio

In questo articolo il Montanelli descrive il suo stato d’animo al giungere presso le rive del Mincio.

E tuttavia giocondi, come quelli di un primo amore, tornano al pensiero dell’esule i ricordi del campo; le notti vegliate in scolta sulle poetiche rive del Mincio, dove Virgilio e Sordello cantarono l’ardita scorreria notturna fin sotto Mantova; la messa a suon di banda in vista alle schiere tutte in armi, e brune davanti agli occhi quelle torri mantovane su cui speravamo di piantare il vessillo tricolore, e nel silenzio notturno il grido lontano della sentinella nemica confuso ai soavi gorgheggi degli usignoli.

Partenza dei volontari toscani

In questo pezzo il Montanelli descrive la composizione dei battaglioni che accorrevano in aiuto di Milano e la reazione dei paesi attraversati dalle colonne dei volontari.

Noi partimmo divisi in due colonne: una da Pisa alla volta di Massa, l’altra da Firenze alla volta di Modena. Eravamo nella prima Pisani, senesi, Lucchesi, Maremmani, Livornesi, col battaglione degli scolari capitanato dai professori. Era la seconda di Fiorentini, Aretini, Pistoiesi, Pratesi. Io, benchè capitano degli scolari, mi feci soldato comune parendomi che toccasse a noi liberali più sporgenti dare un po’ di buon esempio di abnegazione in fatto di spalline e di paghe, cosa tanto necessaria alle imprese popolari. Ed oh meravigliose a vedere quelle legioni improvvisate, nelle quali il medico, l’avvocato, l’artigiano, il nobile, il ricco, l’indigente, il prete, il padrone e il servitore, marciavano mescolati in culto d’Italia! Oh letizia di sentirci finalmente guerrieri d’Italia! Partimmo fra gli auguri e le strette di mano della gente accalcata per le vie, partimmo fra un agitare di fazzoletti delle donne affacciate ai balconi, alle quali temperavano il dolore dell’addio la carità della patria, e al figlio, allo sposo, all’amante, presentita aureola di gloria. E i rimasti promettevano pensare alle famiglie degli artigiani cui la guerra levava il braccio guadagnante loro il pane; e per le vie le colonne mosse dalla città si riscontravano coi gruppi mossi dai borghetti di campagna. Al nostro traversare i paesetti, le campane suonavano a festa, piovevano fiori sulle baionette luccicanti al sole di primavera.

Curtatone e Montanara

Qui Giuseppe Montanelli ricorda gli avvenimenti in Toscana a seguito delle cinque giornate di Milano.

La mattina del 21 marzo, nello uscire di casa vedo gran gente lung’Arno, che mi si affollano intorno, e mi domandano se sia vero che Metternich è scappato da Vienna e Milano in rivoluzione. “ Si, si”, rispondono. “ E che si ha da fare?”, soggiungevano quelli. “Pigliare lo schioppo e partire.” E un gran battere di mani secondava queste parole sgorgatemi dal cuore, e fu un gridare di tutti “ in Lombardia, in Lombardia”.
E questo grido suonava dovunque si sapesse che Milano combatteva. E in quel medesimo giorno Livio Zambeccari condusse animosa gioventù bolognese alla liberazione di Modena; e con Doria e Mameli assai Genovesi, ciascuno armato come può, ritrovarsi sulla via di Milano, e Torres radunare leggione piemontese in Torino, e fra gli archi del Colosseo Luigi Masi, il romano Tirteo, intonare a moltitudine infervorata il carme della battaglia.
Ma guerra decretavano entusiastici i plebisciti della democrazia: guerra no decretava spontaneo il monarcato, ben consapevole che per i principi e per il Papa dare addosso all’Austria era, come si direbbe, un tirar sassi alla colombaia. A torino, la sera del 19 giugno, giungono le nuove del sorgere di Milano. Il conte Arese veniva mandato dai combattenti milanesi per chiedere soccorso a Carlo Alberto. Non potè nemmeno parlargli, né dai suoi ciambellani ebbe alcuna buona parola, da riportare ai fratelli in cimento. Eppure era questo il principe vociferato da tre anni impaziente di venire alle mani con l’Austria! Eppure finalmente aveva preso per ministro l’uomo del “porro unum”, l’italianissimo Cesare Balbo! Gli studenti di Torino domandarono armi per correre in aiuto a Milano, il re, che le aveva date al Sunderbund svizzero, ai propugnatori d’indipendenza italica le rifiuta.
Giuseppe Montanelli

Giuseppe Montanelli

Giuseppe Montanelli (Fucecchio, 21 gennaio 1813 – Fucecchio, 17 giugno 1862) è stato uno scrittore e politico italiano.

Montanelli nacque a Fucecchio, nel Granducato di Toscana, e frequentò la Facoltà di giurisprudenza di Pisa dal 1826 al 1831. Nel 1840 divenne professore di diritto per la stessa università. Contribuì a scrivere sull’Antologia, una celebre rivista fiorentina fondata da Giovan Pietro Vieusseux, e nel 1847 fondò un giornale chiamato L’Italia, il programma del quale era “Riforma e Nazionalità”.
Vicino agli ideali federalisti di Vincenzo Gioberti, il quale auspicava la creazione di una nazione italiana federale, nel 1848 Montanelli combatté come volontario toscano (era comandante del contingente pisano-livornese) nella battaglia di Curtatone e Montanara, nella quale fu ferito e venne fatto prigioniero dagli Austriaci.
Una volta liberato ritornò in Toscana, ed il Granduca Leopoldo II, che conosceva la sua influenza sulla popolazione, lo inviò a Livorno a soffocare alcune rivolte. Nell’ottobre il Granduca gli chiese di formare un ministero. Egli accettò e il 10 gennaio 1849, il Granduca riunì un’assemblea costituente.
Leopoldo tuttavia, preoccupato dall’andamento delle vicende, se ne andò da Firenze, e Montanelli, Guerrazzi e Mazzoni furono eletti “triumviri” di Toscana. Come Mazzini, Montanelli invocò l’unione della Toscana con Roma. Ma Montanelli, a differenza di Mazzini, era un federalista convinto (auspicava cioè la creazione di una confederazione di stati italiani e non una unione centralistica).
Dopo la restaurazione del Granduca, Montanelli, che si trovava a Parigi, fu condannato d’ufficio e rimase dieci anni in Francia, divenendo un partigiano di Napoleone III nella speranza che la Francia, con il suo poderoso esercito, intervenisse in favore della causa italiana. Con la moglie Lauretta Cipriani frequentò vari salotti parigini di tendenza bonapartista; si dedicò anche al teatro, scrivendo due tragedie, La Tentazione e Camma. Rientrò nel 1859 per seguire i Cacciatori degli Appennini, ed incontrò ad Alessandria Napoleone III il 25 maggio, cercando di illustrargli i suoi progetti unitari.
Quando però fu chiaro che l’Unità d’Italia si sarebbe fatta all’insegna dell’accentramento monarchico e della piemontesizzazione della penisola, si avvicinò al partito autonomista toscano guidato dall’ultimo monarca regnante, Ferdinando IV di Toscana, con l’intento di giungere ad una repubblica toscana indipendente. In questa battaglia anti-unitaria e autonomista fu affiancato da vari amici, tra i quali Clemente Busi, autore del famoso saggio In foedere Unitas, Firenze, 1860. Per la causa autonomista e federalista scrisse il saggio L’impero, il Papato e la Democrazia e si impegnò a fondo per creare un giornale unitario dei federalisti e autonomisti toscani da intitolare L’Italia (tentativo ripetuto più tardi con il nome Toscana).
Mancando però unità nel partito autonomista, tra legittimisti, democratici, clericali e repubblicani federalisti, il progetto sfumò. Con l’impresa dei Mille, l’intraprendenza di Cavour e del Piemonte, l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte, Montanelli si rese conto dell’impossibilità di perseguire la strada federalista e autonomista.
Dopo il raggiungimento dell’unità nazionale, fu eletto deputato al Parlamento italiano. Appoggiò la proposta di concessione di alcune forme di autonomia presentata da Marco Minghetti. Appartenente alla Massoneria come molti suoi contemporanei, fu membro della Loggia “Dante Alighieri” di Torino. Montanelli morì a Fucecchio nel 1862.
Indro Montanelli, anch’esso di Fucecchio, lo indicò come “prozio” nel suo libro Figure & Figuri del Risorgimento, forzando, come lui stesso ammise, una lontana parentela comune con un certo Giuliano Montanello nato a Fucecchio nel 1516, tuttavia ricerche genealogiche svolte nel 2013 smentirebbero questa ipotesi di parentela.

Natività

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».
Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: «Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, lodando il signore.

Vangelo secondo Luca.