Limoncello

Il limoncello è un tipico liquore a base di limone, dal gusto intenso ma al tempo stesso dolce. Sebbene anche la Campania ne vanti la paternità, soprattutto la zona di Sorrento, tale liquore è molto diffuso in Sicilia dove si prepara comunemente in casa.

Ingredienti:

1 litro di alcol
1 litro d’acqua
700 gr. di zucchero bianco (sostituibile con quello di canna)
15 limoni gialli di medie dimensioni

Preparazione
Sbucciare i limoni facendo in modo di tagliare solo la parte gialla esterna, evitando quella bianca. Quest’ultima, essendo più amara, inasprirebbe il sapore del liquore. Mettere le bucce a macerare nell’alcol dentro un barattolo ermetico, accertandosi che esse siano tutte coperte dal liquido.
Lasciare riposare per 5 giorni. Una volta trascorso questo periodo, aprite il contenitore e controllate se le bucce di limone sono diventate secche.

Filtratene il contenuto con un colino. Per maggior sicurezza, si può anche mettere il velo dei confetti. In questo modo, eventuali piccoli residui non finiranno nel liquido.

Prima di questa operazione, però, occorre far sciogliere l’acqua con lo zucchero a fuoco lento e lasciare raffreddare. Infine mischiare l’acqua zuccherata al liquore filtrato.

Versare nelle bottiglie di vetro.

Tharros

Nell’articolo di oggi vi propongo alcune informazioni storiche di Tharros, località della Sardegna che ho nel cuore da quando giovinetto vi fui portato dai miei genitori in occasione di una vacanza nelle vicinanze di Cabras.

Tharros (in latino Tarrae, in greco antico Thàrras, Θάρρας) è un sito archeologico della provincia di Oristano, situato nel comune di Cabras, in Sardegna. La città si trova nella propaggine sud della penisola del Sinis che termina con il promontorio di capo San Marco.

Il toponimo, di origine protosarda, viene ricondotto ad una radice mediterranea *tarr- . La stessa base si ritrova, ad esempio, nel toponimo Tarrài (Galtellì) o, fuori dall’isola, Tarracina (Lazio) o Tarraco (Hispania Citerior).
La città fu fondata dai Fenici nell’VIII secolo a.C. nei pressi di un preesistente villaggio nuragico dell’età del bronzo. Il villaggio protosardo di Su Muru Mannu, sopra il quale fu impiantato il tofet, venne abbandonato pacificamente dai suoi abitanti che, stando ai dati archeologici, collaborarono con i fenici alla costruzione del nuovo centro urbano.
Successivamente, sotto la dominazione cartaginese, la città venne fortificata e ampliata e conobbe un periodo di floridezza economica con l’intensificarsi dei rapporti commerciali con l’Africa, la penisola iberica e Massalia. Tharros in epoca punica fu forse la capitale provinciale.
Conquistata da Roma nel 238 a.C., all’indomani della prima guerra punica, pochi decenni dopo (215 a.C.) fu uno degli epicentri della rivolta anti-romana capeggiata da Ampsicora. In età imperiale ci fu un intenso rinnovamento urbanistico con la costruzione delle terme, dell’acquedotto e la sistemazione della rete viaria con lastricato in basalto. La città ottenne lo status di municipium di cittadini romani.
Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, Tharros, governata prima dai Vandali e poi dai Bizantini e vessata dalle incursioni saracene, entrò progressivamente in una profonda crisi che porto all’abbandono del sito intorno al 1050. Prima del suo abbandono Tharros fu anche la capitale del giudicato di Arborea; la giudicessa Nibata o il giudice Orzocco I de Lacon-Zoritrasferì ad Oristano la sede vescovile e l’intera popolazione tarrense. Celebre è il detto (riportato per la prima volta dal Mattei) “e sa cittad’e Tharros, portant sa perda a carros”, letteralmente “dalla città di Tharros portano le pietre a carri (in grandi quantità, ndr)”, a dimostrazione del fatto che Oristano venne fondata con i resti materiali dell’antica colonia fenicia.

Wikipedia

IL SACERDOTE LAOCOONTE

In quest’articolo vi riporto un pezzo molto toccante tratto dal secondo libro dell’Eneide, la tragedia del sacerdote Laocoonte ( che cercava di dissuadere i troiani a non portare il cavallo di legno dentro Troia) e dei suoi figli.

Con tali insidie e con l’arte dello spergiuro Sinone
la cosa fu creduta e catturati con inganni e lacrime costrette
quelli che non domarono nè il Tidide nè Achille larisseo,
non dieci anni , non mille carene.
Qui un’altra cosa maggiore si presenta ai miseri e più
tremenda e turba gli animi inesperti.
Laocoonte, sacerdote estratto a sorte per Nettuno,
presso i solenni altari uccideva un enorme toro.
Ma ecco da Tenedo serpenti gemelli per l’alto mare tranquillo
(inorridisco raccontandolo) con immensi giri
incombono sul mare ed insieme si dirigono ai lidi;
ma i loro petti alzati tra i flutti e le creste
sanguinee superano le onde l’altra parte raccoglie
dietro e incurva i dorsi immensi con una spira.
C’è un fragore, spumeggiando il mare; ed ormai tenevano i campi
iniettati gli ardenti occhi di sangue e di fuoco
lambivano le sibilanti bocche con le lingue vibranti.
Scappiamo pallidi in volto. Quelli in schiera sicura
vano su Laocoonte; ed anzitutto entrambi i serpenti,
abbracciati i piccoli corpi dei due figli
li avvolgono e divorano col morso le misere membra;
poi afferran lui stesso che accorre e porta le armi
e lo legano con enormi spire; ed ormai
abbracciatolo due volte nel mezzo, due volte circondatogli
il collo con gli squamosi dorsi lo superan con testa ed alti colli.
Egli tenta con le mani divellere i nodi
macchiate le bende di bava e nero veleno,
insieme alza alle stelle terribili grida:
quali i muggiti, quando un toro ferito sfugge l’altare
e scuote dal capo la scure incerta.
Ma i draghi gemelli di corsa fuggono ai sommi templi
e cercano la rocca della crudele tritonide,
si nascondono sotto i piedi della dea e sotto il cerchio dello scudo.

Platone e il mito della caverna

Oggi voglio proporvi un brano classico della cultura occidentale, il mito della caverna scritto da Platone, scusatemi se eventualmente sbaglio qualcosa perchè la filosofia non è il mio campo, ma il brano ci fornisce una buona base su cui riflettere.

All’inizio del settimo libro della Repubblica Platone narra il mito della caverna, uno dei piú famosi ed affascinanti. In esso si ritrova tutta la teoria platonica della conoscenza, ma anche si ribadisce il rapporto tra filosofia e impegno di vita: conoscere il Bene significa anche praticarlo; il filosofo che ha contemplato la Verità del Mondo delle Idee non può chiudersi nella sua torre d’avorio: deve tornare – a rischio della propria vita – fra gli uomini, per liberarli dalle catene della conoscenza illusoria del mondo sensibile. Socrate parla in prima persona; il suo interlocutore è Glaucone.

Repubblica, 514 a-517 a
 
1      [514 a] – In séguito, continuai, paragona la nostra natura, per ciò che riguarda educazione e mancanza di educazione, a un’immagine come questa. Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sí da dover restare fermi e da [b] poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini. – Vedo, rispose. – Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti [c] di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre [515 a] figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono. – Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri. – Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte? – E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il [b] capo per tutta la vita? – E per gli oggetti trasportati non è lo stesso? – Sicuramente. – Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni? – Per forza. – E se la prigione avesse pure un’eco dalla parete di fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce, credi che la giudicherebbero diversa da quella dell’ombra che passa? – Io no, per Zeus!, [c] rispose. – Per tali persone insomma, feci io, la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali. – Per forza, ammise. – Esamina ora, ripresi, come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall’incoscienza. Ammetti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto, costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; e che cosí facendo provasse dolore e il barbaglio lo rendesse incapace di [d] scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso, ma che ora, essendo piú vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi piú essere, può vedere meglio? e se, mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe piú vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso? – Certo, rispose.
2      [e] – E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui può sostenere la vista? e non li giudicherebbe realmente piú chiari di quelli che gli fossero mostrati? – È cosí, rispose. – Se poi, continuai, lo si trascinasse via di lí a forza, su per l’ascesa scabra ed erta, e non lo si lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non s’irriterebbe [516 a] di essere trascinato? E, giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere. – Non potrebbe, certo, rispose, almeno all’improvviso. – Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore. E prima osserverà, molto facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti nei loro riflessi nell’acqua, e infine gli oggetti stessi; da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, [b] potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo stesso piú facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole. – Come no? – Alla fine, credo, potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria. – Per forza, disse. – Dopo di che, parlando del sole, potrebbe già concludere che è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile, e ad essere [c] causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano. – È chiaro, rispose, che con simili esperienze concluderà cosí. – E ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza che aveva colà e di quei suoi compagni di prigionia, non credi che si sentirebbe felice del mutamento e proverebbe pietà per loro? – Certo. – Quanto agli onori ed elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai primi riservati a chi fosse piú acuto nell’osservare gli oggetti che passavano e piú [d] rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e poi e insieme, indovinandone perciò il successivo, credi che li ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero onori e potenza? o che si troverebbe nella condizione detta da Omero e preferirebbe “altrui per salario servir da contadino, uomo sia pur senza sostanza”, e patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo? – Cosí penso anch’io, rispose; [e] accetterebbe di patire di tutto piuttosto che vivere in quel modo. – Rifletti ora anche su quest’altro punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all’improvviso dal sole? – Sí, certo, rispose. – E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima [517 a] che gli occhi tornino allo stato normale? e se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo? – Certamente, rispose. […]

Raffaello Sanzio Scuola di Atene -Platone ed Aristotele – Musei Vaticani

San Martino

In questo pezzo il De Amicis cerca di descrivere il travaglio interno provato dal Generale di Fanteria Italiana Filiberto Mollard durante una pausa della battaglia di San Martino, in cui l’incertezza e lo sconforto per i tanti morti cerca di prendere il sopravento.

Alle due,nel campo dell’estrema sinistra, dura ancora l’incertezza. La 3° divisione è come abbandonata in una solitudine trista. I soldati, stracchi e muti, interrogano con l’occhio ansioso gli ufficiali, cupi anch’essi, che si sentono ancora suonare nel cuore gli ultimi lamenti dei compagni caduti. Il generale Mollard, torbido e accorato, erra pel campo, alla ventura, chiuso nei suoi pensieri. Che sarà seguito? Che fa la 5° divisione? E le altre? E i Francesi? Vincono? Perdono? Nessun aiuto, nessun ordine, nessun avviso; la battaglia tace; dall’una e dall’altra parte si posa sulle armi; e un vasto campo di cadaveri si stende frammezzo, tristamente deserto, e tacito di un silenzio terribile, che par che attenda e invochi e accusi il sangue profuso invano, e le vite spente senza gloria. Guai se in quella dolorosa aspettazione, dinanzi a quel funesto spettacolo, nell’animo dei soldati sottentra al furore l’orrore, lo sgomento della rotta al desiderio impaziente della riscossa, e intiepidito l’ardore delle vene, la stanchezza dei corpi prevale! Ogni momento è un pericolo. “ Ritirarsi?” si domanda Mollard; qualcuno glielo consiglia. “Oh no! Mai!” Il suo sangue di soldato si rimescola. “ Dopo tre vittorie francesi, e forse mentre si calcan sul campo gli allori della quarta! Dopo il trionfo di Milano, che non è stato ancora legittimato da un trionfo sul campo! Dopo aver perduto su quei colli il fiore dei nostri vecchi reggimenti! Dopo che fu sparso il sangue di Arnaldi e spezzato il cuore di Berretta! E Goito, dunque? E Pastrengo? E Santa Lucia? E Novara? Sono nomi morti codesti, o non son altro che nomi? Ritirarsi, no! Gli Italiani per provare il loro diritto di vivere hanno da mostrare al mondo che sanno morire. Sarebbe la prima volta”, esclama il Mollard con quel suo accento vibrato che ogni parola sembra un colpo di spada, “ la prima volta che mi dovrei ritirare! Questo mi manda in bestia!”. E scopertosi il capo, stropiccia il berretto con le mani convulse.

I due Imperatori

In questo pezzo il De Amicis ci descrive i momenti salienti della battaglia di Solferino – San Martino e il confronto tra i due imperatori, Napoleone III per i francesi e Francesco Giuseppe per gli austriaci, durante i combattimenti.

All’improvviso gli Austriaci, come incitati da una sovrumana forza alle spalle, levando altissime grida, si precipitano con irresistibile impeto sui bersaglieri algerini, e li cacciano indietro. Gli Algerini, rinforzati da due battaglioni di fanteria, assaltano alla lor volta gli Austriaci; ma incontrano un gagliardo rincalzo, son costretti per la seconda volta a ripiegare.
Che è questo?
Gli Austriaci combattevano sotto gli occhi del loro giovane imperatore.
Allora il Mac Mahon prepara l’assalto tutto il corpo d’esercito. Il momento è decisivo: gli Austriaci fanno l’ultimo sforzo verso il centro, ed è sforzo disperato: i due imperatori, presenti e vicini, si sentono senza vedersi, nel raddoppiato furore delle parti; là sta per suonare la sentenza della grande giornata. Il segnale è dato, i Francesi si scagliano su pel monte; feroce assalto, feroce resistenza; le artiglierie infuriano con terribile fracasso, il sangue corre, muore il colonnello Laure, cadono uno sull’altro i soldati, ma ormai volgerà alla fine questo orrendo macello; gli Austriaci incalzati dalla furia delle baionette, dilaniati dalle batterie della guardia, indietreggiano: la fortuna di Francia prevale. In quel mentre l’11° reggimento degli usseri austriaci, respinto da uno squadrone di cacciatori della guardia, bersagliato dall’11° battaglione cacciatori, si riduce, miserando avanzo, tra i suoi.
Gli Austriaci si ritirano nel villaggio di Cavriana, ridotto dall’artiglieria francese in un mucchio di rovine.

E. De Amicis

Su Nuraxi

Oggi vi voglio proporre alcune informazioni ( tratte da Wikipedia) su uno dei monumenti più importanti della Sardegna, buona lettura.

Su Nuraxi, o, più propriamente, il Villaggio nuragico di Su Nuraxi, è un insediamento umano risalente all’età nuragica che si trova in Sardegna, in territorio di Barumini. Cresciuto intorno a un nuraghe quadrilobato (cioè con un bastione di quattro torri angolari più una centrale) risalente al XVI-XIV secolo a.C., l’insediamento si è sviluppato tra il XIII ed il VI secolo a.C.. È uno dei villaggi nuragici più grandi della Sardegna.

La struttura più antica del nuraghe è costituita da una torre centrale a tre camere sovrapposte (alta 18,60 m.), edificata tra il secolo XVII a.C. e il XIII a.C., in blocchi di basalto. In seguito, nel periodo del Bronzo tardo, vennero edificate attorno alla torre centrale quattro torri unite tra loro da una cortina muraria con un ballatoio superiore (oggi andato perduto), comunicanti tutte su un cortile interno servito da un pozzo. In tempi più tardi, nell’Età del Ferro, il complesso venne attorniato da un ulteriore cortina muraria pentalobata. La differenza delle costruzioni indica che vi fosse una qualche gerarchia sociale. Le pareti erano in blocchi di pietra sovrapposti e non da un unico monolite. Le porte e le finestre erano per la prima volta utilizzabili, e le loro spalle leggermente inclinate in modo da ridurre l’entrata di luce e diminuire il rischio di rottura dell’architrave. Questi ultimi erano più spessi al centro e meno ai lati, a dimostrazione del fatto di aver capito che gli architravi si rompono al centro.

Tra le funzioni principali del nuraghe troviamo quella di vedetta sul mare, per consentire la sorveglianza di campi coltivati e mandrie di animali. Il nuraghe poteva anche essere parte di un complesso fortificato e avere, quindi, scopo militare e strategico perché le tribù nuragiche si difendessero dagli assalti nemici.

Attorno al nuraghe, dal periodo del Bronzo tardo, venne edificato un villaggio nuragico destinato a ospitare la popolazione circostante. Il villaggio è composto da una cinquantina di capanne, edificate a pianta circolare tramite grossi massi murati a secco e ricoperte con tetti di forma conica in legno e frasche. Secondo Giovanni Lilliu le ristrutturazioni successive non consentono di individuare il numero di case, il cui numero nella definitiva stesura edilizia varia da 40 a 200, ciò fa ipotizzare una popolazione tra 100 e 1000 abitanti Se nella fase antica le capanne furono strutturate ad un unico ambiente, in una fase più recente prevalse la tendenza della settorizzazione dell’abitazione. Tra le capanne rinvenute, le più significative sono apparse quella riservata agli incontri del capo, più grande e più articolata nella struttura, e la capanna riservata alle assemblee degli abitanti, nella quale sono stati ritrovati simboli delle divinità adorate. Altri ambienti sono stati riconosciuti come officine, cucine e centri di lavorazione agricola.
Durante la prima età del ferro (IX-VIII secolo a.c) vennero costruite fognature ed un sistema viario
Durante il VI secolo a.C., la reggia subì distruzioni e fu poi successivamente ripristinata in epoca Cartaginese per poi essere occupata dai Romani, prima di essere abbandonata definitivamente.
Il nuraghe e il villaggio erano strategicamente connessi ad un sistema di altri nuraghe e siti nuragici, come quello polilobato ritrovato al di sotto della casa Zapata, nell’abitato di Barumini.
Il sito è attualmente ben conservato, con le basi delle capanne ancora riconoscibili; all’interno del nuraghe possono essere riconosciute, grazie al cambio di temperatura, le varie stanze che venivano utilizzate come dispense o officine.

San Cassiano

In questo pezzo il De Amicis continua la descrizione della battaglia di Solferino, nel particolare la conquista dei francesi del borgo di San Cassiano.

E’ un’ora e mezzo. Napoleone ordina che si prosegua a dar dentro nel mezzo della fronte nemica. La brigata Maneque della guardia ributta gli Austriaci dalle alture delle Case del Monte. La divisione Bazaine, riordinata in furia, si getta alle spalle del 5° corpo, che si ritira verso Pozzolengo. La divisione Forey va oltre, in forma di sostegno, dietro la guardia imperiale. La divisione Ladmirault, decimata e sfinita, si riposa nel villaggio di Solferino. In questo mezzo il maresciallo Mac Mahon, congiunto alla guardia, si volge contro San Cassiano. Due batterie della guardia preparano l’assalto cannoneggiando con fierissima foga il villaggio. Il Mac Mahon dà il segnale: una colonna di bersaglieri algerini si getta impetuosamente sulla sinistra, il 15° fanteria sulla destra, segue una zuffa breve, ma fiera, e San Cassiano viene in potere dei Francesi. Al di là di San Cassiano s’innalza il monte Fontana, erto e difficile, fatto a modo di una scalinata d’alture, e tenuto da quattro reggimenti austriaci, preparati a forte difesa. Sul primo rialzo del monte sorge una specie di ridotto, da cui vien giù una pioggia di palle. Il Mac Mahon comanda l’assalto: è cosa di istanti: l’eco del grido “ Viva l’Imperatore!” non è spento ancora, e già sul ridotto, coronato dalla artiglieria della guardia, sventolail vessillo degli Algerini.
Il Mac Mahon s’arresta per dar tempo alla guardia imperiale di giungere sulla linea.

E. De Amicis: Ricordi del 1870-71

Solferino

Nel pezzo odierno E. De Amicis ricostruisce gli eventi salienti della battaglia di Solferino.

Sono le dieci e mezzo. Napoleone, di sulle alture occupate dal I corpo, medita il campo di battaglia e risolve. La vittoria è al centro, bisogna sfondare il centro per far piegare le ali, bisogna cacciare gli Austriaci dal colle di Solferino. La brigata Alton, non ancora provata, ordinata in colonne d’assalto, s’avanza; quattro pezzi d’artiglieria l’accompagnano; il generale Forey la conduce. Si va ad assalire la torre, si va a morire, ma su quella vetta sta la vittoria; l’Imperatore è là e vede, e con lui, la Francia e il mondo.
La brigata Alton si slancia sulla destra della torre, risoluta e serrata; gli ufficiali si volgono ai soldati: “Coraggio!”. I soldati si cacciano sotto a capo basso, salgono, sono già sun un buon tratto, ordinati ancora, e salgono…… All’improvviso una tempesta orribile di mitraglia, di palle di cannone e fucilate, da sinistra, da destra, di fronte, si rovescia sugli assalitori, squarcia le prime file delle colonne, sparge la salita di morti, di membra lacerate e di sangue. Tutta la brigata, alla vista di quell’eccidio miserabile, si rimescola e vacilla, e leva al cielo uno spaventevole grido.
“ Avanti le guardie imperiali!”
La guardia imperiale si avanza; era là presso; già aveva ricevuto l’ordinedi venire in aiuto del corpo del Baraguay d’Hilliers. Napoleone manda ora a dire al maresciallo Saint Jean d’Angely che spinga innanzi la divisione Camou. La voce si sparge per il campo: la guardia imperiale si avanza, il fiore del sangue francese, l’ultima schiera, che viene a vincere o a morire; la schiera sacra dei momenti supremi, incoronata dagli allori di cento battaglie, circonfusa di maestà e di terrore, splendida dell’ultimo raggio di sole di Waterloo; formidabile, venerata, solenne: la guardia imperiale si avanza.
La divisione Camou si divide, la brigata Picard verso le alture di sinistra, la brigata Maneque in aiuto del Forey, contro gli Austriaci che scendono da Casa del Monte. Il Maneque ha diviso le sue forze in quattro colonne di battaglione. Orsù! Le brigate Hoditz e Reznitchek aspettano, zaini a terra, baionette in canna, e avanti. Fanteria e artiglieria austriacainfuriano dall’alto; i quattro battaglioni della guardia, lasciandosi dietro quattro larghe strisce di caduti, salgono, saldi e chiusi, e quanto più fulminati, più fieri. Eccoli al punto, giù le baionette, all’assalto! “ Viva l’Imperatore! Viva la Francia!”. Gli Austriaci piegano, sulle alture di Forco e Pellegrino sfolgorano le baionette della brigata Maneque. In quel puntoil battaglione Cacciatori della guardia gira intorno al villaggio di Solferino, lo assale, vi penetra, e caccia il nemico pigliandogli una bandiera, otto cannoni, e cento prigionieri.
Intanto il generale Forey, soccorso da due battaglioni di volteggiatori della guardia mandati dal generale Maneque, ritorna vigorosamente all’offesa. Accortosi che il nemico perde terreno, manda la I brigata ad assalire l’altura dei cipressi. Arriva di galoppo il generale Le Boeuf con due batterie d’artiglieria della guardia, copre di un nembo di palle il villaggio e sostiene gli assalti delle due brigate Forey. La prima conquista allora il monte dei cipressi, la seconda il colle della torre, e finalmente, aprendosi una strada di sangue, la torre.
Il generale Banzaine, rovinati i muri del cimitero, ha lanciato all’assalto tutta la divisione, cacciato il nemico e strappata la bandiera al reggimento principe Wasa.
Quattordici cannoni e millecinquecento prigionieri sono caduti in potere del I corpo e della guardia imperiale.
Su tutte le alture di Solferino sventola la bandiera della Francia.

E. De Amicis: Ricordi del 1870-71

Burrida a sa Casteddaia

Oggi per la categoria ricette tradizionali vi propongo la Burrida a sa Casteddaia, tipico piatto cagliaritano che per chi viene in visita a Cagliari è un must da assaggiare.

Difficoltà: Media
Preparazione: 20 minuti
Cottura: 45 minuti
Dosi: per 4 persone
Ingredienti:
800 gr di gattucci di mare
8 noci
1 bicchiere di aceto di vino bianco
2 spicchi d’aglio
Olio extravergine di oliva
sale

Preparazione:
come prima cosa pulire i pesci eliminando sia la testa che le interiora. Mettete da parte i fegatini e fateli bollire per 2 minuti in un tegamino;
portate ad ebollizione una pentola d’acqua salata, immergete i gattucci e fate bollire per un quarto d’ora;
scolateli, fateli raffreddare appena e spellateli. Una volta puliti tagliateli in tranci e metteteli in un’insalatiera;
pulite e sminuzzare le noci e soffriggere in olio con trito di aglio e fegatini. Quando gli ingredienti saranno ben amalgamati aggiungete l’aceto. Otterrete una salsina cremosa da versare sui tranci di pesce riposti nell’insalatiera;
il piatto deve essere lasciato a riposo per almeno un giorno, in modo tale che si possa insaporire a dovere. Servire come antipasto.
Consigli
Per insaporire il soffritto potete aggiungere una piccola cipolla tritata. Se invece avete desiderio di un piatto più ricco, potreste fa friggere i pezzi di gattuccio in abbondante olio.

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