Il suono del silenzio (The sound of silence)

Oggi vista la situazione politica internazionale e nazionale vi propongo la traduzione di una canzone di Simon e Garfunkel, The sound of Silence, che spero possa essere una fonte di riflessione per tutti.

The sound of silence, inizialmente The sounds of silence (al plurale), fu registrata come pezzo acustico per il primo album del duo Simon & Garfunkel, Wednesday Morning, 3 A.M., il 10 marzo del 1964, ma dopo l’aggiunta degli strumenti elettrici uscì anche come singolo. Un successo intramontabile, che nonostante i suoi cinquantaquattro anni, continua a suonare emozionante ed attuale. Per la sua inconfondibile dolcezza, per la sua vena poetica, per essere riuscito a concentrare in tre minuti la vera bellezza della musica.

Il tema portante della canzone è l’incomunicabilità, la difficoltà degli uomini di dare un senso alle proprie parole, rendendo inutili anche quelle pronunciate da altri. Così si è costretti a rifugiarsi nel silenzio, ma è un silenzio assordante, in cui implodono tutte le cose importanti taciute per la paura dell’incomprensione, e tutte quelle urlate nell’impassibile freddezza di chi non sa ascoltarle. Molti hanno visto nel componimento un riferimento allo sgomento del popolo americano per la perdita del Presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy, ucciso tragicamente il 22 novembre 1963; ma Simon e Garfukel hanno sempre smentito queste supposizioni.

Salve oscurità, mia vecchia amica
ho ripreso a parlarti ancora
perché una visione che fa dolcemente rabbrividire
ha lasciato in me i suoi semi mentre dormivo
e la visione che è stata piantata nel mio cervello
ancora persiste nel suono del silenzio
Nei sogni agitati io camminavo solo
attraverso strade strette e ciottolose
nell’alone della luce dei lampioni
sollevando il bavero contro il freddo e l’umidità
quando i miei occhi furono colpiti dal flash di una luce al neon
che attraversò la notte… e toccò il suono del silenzio
E nella luce pura vidi
migliaia di persone, o forse più
persone che parlavano senza emettere suoni
persone che ascoltavano senza udire
persone che scrivevano canzoni che le voci non avrebbero mai cantato
e nessuno osava, disturbare il suono del silenzio
“Stupidi” io dissi, “voi non sapete
che il silenzio cresce come un cancro
ascoltate le mie parole che io posso insegnarvi,
aggrappatevi alle mie braccia che io posso raggiungervi”
Ma le mie parole caddero come gocce di pioggia,
e riecheggiarono, nei pozzi del silenzio
e la gente si inchinava e pregava
al Dio neon che avevano creato.
e l’insegna proiettò il suo avvertimento,
tra le parole che stava delineando.
e l’insegna disse “le parole dei profeti
sono scritte sui muri delle metropolitane
e sui muri delle case popolari.”
E sussurrò nel suono del silenzio

San Tommaso

Oggi vi propongo un brano del vangelo di Giovanni, uno dei pochi in cui appare la figura di Tommaso, in cui possiamo leggere un’altro aspetto dell’animo umano.

1 Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. 2 Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». 3 Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. 4 Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5 Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. 6 Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, 7 e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.8 Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9 Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. 10 I discepoli perciò se ne tornarono di nuovo a casa.
11 Maria invece stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro 12 e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. 13 Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto». 14 Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. 15 Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». 16 Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». 17 Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». 18 Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.
19 La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20 Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21 Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22 Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23 A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». 27 Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». 28 Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
30 Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31 Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Giovanni 20/ 1-31

L’ARRIVO DELLA REGINA DIDONE

Nel brano che vi propongo oggi dell’eneide ( lib. 1 vers. 494 – 519) Virgilio ci descrive il momento in cui Enea vede per la prima volta la regina di Cartagine Didone.

Mentre queste cose sembrano ammirevoli al dardanio Enea, mentre stupisce e resta fisso nello spettacolo unico,
la regina, Didone bellissima d’aspetto, si diresse al tempio con una grande squadra avvolgente di giovani.
Quale Diana guida le danze sulle rive d’Eurota o
lungo i gioghi di Cinto, che le mille Oreadi stringono seguendola di
qua e di là; ella porta alla spalla
e procedendo sovrasta tutte le dee,
le soddisfazioni invadono il tacito cuore di Latona:
tale era Didone, tale si portava lieta
in mezzo vigilando sul lavoro e sui regni futuri.
Poi sulle porte della dea, in mezzo alla volta del tempio,
scortata da armi appoggiandosi al trono in alto sedette.
Dava sentenze e leggi agli uomini, adeguava la fatica
dei lavori in parti giuste o tirava a sorte:
quando improvvisamente vede avanzare con gran folla
Anteo e Sergesto ed il forte Cloanto
ed altri dei Teucri, che il nero turbine del mare
aveva disperso e portato addirittura ad altre spiagge.
Egli tanto stupì, quanto Acate colpito
da gioia e paura; ardevan desiderosi di stringer
le destre, ma il fatto insolito turba i cuori.
Dissimulan e coperti da cava nube spiano
quale sorte per gli uomini, in quale lido lascino la flotta,
perchè giungano; infatti scelti da tutte le navi andavan
pregando pietà ed al tempio con grido si avviavano.

L’alleanza con la Francia

In questo brano tratto dalle memorie di Garibaldi, l’autore manifesta tutte le sue perplessità su l’alleanza tra il Regno di Sardegna e la Francia, ma prevarrà la voglia di cacciare l’odiato straniero (l’impero Austriaco) a qualunque costo.

Bisognava arrossire ma pur confessarlo: colla Francia alleata si faceva la guerra allegramente; senza di essa, nemmeno per sogno! Tale era l’opinione della maggioranza di codesti degeneri figli del grandissimo popolo. E tuttociò per non sapere, o non volere, far uso degli elementi nazionali a disposizione, e d’essere sempre la causa del nostro povero paese in mano a malvagi, o della casta delle dottrine, assuefatta ad argomentare con lunghe ciarle, ma non ad oprare gagliardamente.
Un popolo disposto a non piegare il ginocchio davanti allo straniero è invincibile e non abbiamo bisogno di andare lontani per cercare gli esempi. Roma, dopo la perdita di tre grandi battaglie e col terribile suo vincitore alle porte, faceva sfilare le sue legioni alla vista di Annibale e le mandava in Spagna! Si trovi un esempio simile in qualunque storia del mondo! E quando si è nati sulla terra di tali portenti, colla fronte alta si possono spezzare le tracotanze straniere!
Del governo vedevo il solo Cavour a Torino.
L’idea di far al guerra col Piemonte all’Austria non era nuova per me, né quella di far tacere qualunque convincimento per me, allo scopo di far l’Italia comunque sia.
Era quel programma lo stesso che fu adottato alla partenza nostra da Montevideo per l’Italia; e quando la bella risoluzione di Manin e Pallavicino di unificare la patria Italia con Vittorio Emanuele fu comunicata a Caprera, essa mi trovò con lo stesso credo politico.
E non fu tale il concetto di Dante, Macchiavelli, Petrarca e tanti altri nostri grandi?

G. Garibaldi – Memorie –

IL TEMPIO DI GIUNONE A CARTAGINE

Nei versi che vanno dal 441 al 493 del primo libro, Enea ci descrive come appariva il tempio dedicato a Giunone costruito nella città di Cartagine.

Un bosco vi fu in mezzo alla città, piacevolissimo d’ombra,
dove dapprima i Puni sbattuti da onde e bufera
scavarono sul posto il segno, che la regale Giunone
aveva rivelato, la testa di un fiero cavallo; così infatti in guerra
sarebbero stati popolo famoso e ricco di vittorie per i secoli.
Qui la sidonia Didone fondava un immenso tempio
a Giunone, ricco per doni e maestà della dea,
soglie bronzee gli sorgevano dai gradini e travi connesse
con bronzo, il cardine strideva per le porte bronzee.
Anzitutto in questo bosco una cosa nuova offertasi alleviò
il timore, qui anzitutto Enea osò sperare la salvezza
e confidare di più, (essendo) abbattute le circostanze.
Infatti mentre guarda ogni cosa sotto l’immenso tempio
attendendo la regina, mentre ammira quale sia la ricchezza
per la città, i gruppi di artisti fra loro e la fatica delle
imprese, vede le battaglie iliache per ordine
e le guerre già diffuse per fama in tutto il mondo,
gli Atridi e Priamo ed Achille crudele per entrambi.
Si fermò e piangendo “Quale luogo mai, disse, Acate,
quale regione sulle terre non piena del nostro affanno?”
Ecco Priamo. Qui pure ci sono per l’onore i suoi premi.
ci sono i pianti delle sorti e le cose mortali toccan l’anima.
Sgombra le paure; questa fama ti porterà qualche salvezza
Così dice nutre il cuore con la pittura vana
gemendo molto, ed irriga il volto di abbondante fiume.
Infatti vedeva come, combattendo attorno a Pergamo,
di qua fuggissero i Grai, la gioventù troiana incalzasse;
di qua i Frigi, col cocchio il crestato Achille inseguisse.
E non lontano da qui riconosce piangendo le tende di Reso
dai bianchi drappi, che tradite nel primo sonno
il Tidide insanguinato devastava con larga strage,
e devia i cavalli ardenti nell’accampamento, prima che
gustassero i pascoli di Troia e bevessero lo Xanto.
Da un’altra parte Troilo, perdute le armi, fuggendo,
sfortunato ragazzo e scontratosi impari con Achille,
è trascinato dai cavalli e riverso è legato al cocchio vuoto, ancora tenendo le briglie; a lui il collo e le chiome son
tirate per terra, e la polvere è segnata dall’asta rigirata.
Intanto le Troiane andavano al tempio di Pallade non giusta
coi capelli sciolti e portavano il peplo
umilmente, tristi e battendo i petti con le palme;
la dea teneva gli occhi fissi al suolo ostile.
Achille tre volte aveva trascinato Ettore attorno le mura troiane e vendeva il corpo esamine per oro.
Allora davvero dà un immenso gemito dal fondo del cuore,
come vide le spoglie, ed i cocchi, e lo stesso corpo dell’amico e Priamo tendente le mani inermi.
Pure riconobbe se stesso mischiato coi capi achivi,
le schiere orientali e le armi del nero Memnone.
Pentesilea furente guida le file delle Amazzonidi
dagli scudi lunati ed in mezzo a mille freme,
guerriera, legando cinture auree alla mammella mozzata,
e osa, ragazza gareggiare con uomini.

Incontro con Cavour

In questo brano, tratto dalle memorie di G. Garibaldi, l’autore ci descrive i sentimenti che muovevano il suo animo.

In febbraio 1859 io fui chiamato in Torino dal conte di Cavour, col mezzo di La Farina. Entrava nella politica del gabinetto Sardo, allora in trattative colla Francia e disposto a far la guerra all’Austria , di accarezzare il popolo italiano. Manin, Pallavicino e altri distinti italiani cercavano di avvicinare la democrazia nostra alla dinastia Sabauda, per giungere, col concorso della maggior parte di forze nazionali, all’adempimento di quell’unificazione italiana, sogno per tanti secoli delle menti elette della penisola.
Credendo io avessi conservato alcun prestigio nel popolo, il conte di Cavour, onnipossente allora, mi chiamò nella capitale e mi trovò certamente docile all’idea sua di far la guerra alla secolare nemica d’Italia. Non m’ispirava fiducia il suo alleato, è vero,ma come fare, bisognava subirlo.

G. Garibaldi – Memorie –

LA COSTRUZIONE DI CARTAGINE

In questo pezzo il Pio Enea ci fornisce una bella immagine dell’operosità dei Tiri.

Intanto percorsero la via, dove mostra il sentiero,
e già salivano il colle, che altissimo sta sopra alla città
e dall’alto prospetta le fortezze dirimpetto.
Ammira la mole Enea, un tempo baracche,
ammira le porte e lo strepito e le pavimentazioni delle vie.
Si impegnano ardenti i Tiri: parte ad alzare le mura,
e costruire la rocca e rotolare con le mani le pietre,
parte a scegliersi il posto per la casa e circondarlo con solco;
scelgono leggi e magistrati ed il sacro senato.
Qui altri scavano il porto, qui altri mettono le fondamenta
profonde ai teatri, scolpiscono dalle rupi
enormi colonne, adeguati ornamenti alle scene future:
quali le api nella nuova estate per i campi fioriti
la fatica (le) stimola sotto il sole, quando fan uscire i figli
cresciuti, o quando stipano i limpidi mieli
e colmano di dolce nettare le celle,
o accolgono i carichi delle arrivanti, o creata una schiera
cacciano dagli alveari i fuchi, razza ignava;
l’opera ferve ed i fragranti mieli profumano di timo.
“Oh fortunati, le cui mura gà sorgono”.
Dice Enea e contempla i frontoni della città.
Si porta, avvolto da nebbia, mirabile ( cosa) a dirsi,
in mezzo, e si mescola agli uomini e non è visto da alcuno.

Signor tenente

Signor tenente è una canzone scritta e cantata da Giorgio Faletti. La canzone viene presentata al Festival di Sanremo 1994 e arriva al 2º posto della classifica finale della kermesse canora vincendo il Premio della Critica.
 Il brano vuole essere una denuncia delle condizioni lavorative delle forze dell’ordine in un periodo in cui era ancora viva “l’eco” delle bombe del ’92 e ’93 .

Forse possiamo cambiarla ma è l’unica che c’è
Questa vita di stracci e sorrisi e di mezze parole
Forse cent’anni o duecento è un attimo che va
Fosse di un attimo appena
Sarebbe come
Tutti vestiti di vento ad inseguirci nel sole
Tutti aggrappati ad un filo e non sappiamo dove, dove
Minchia signor tenente che siamo usciti dalla centrale
Ed in costante contatto radio
Abbiamo preso la provinciale
Ed al chilometro 41 presso la casa cantoniera
Nascosto bene la nostra auto che si vedesse che non c’era
E abbiam montato l’autovelox e fatto multe senza pietà
A chi passava sopra i 50 fossero pure i 50 di età
E preso uno senza patente (e preso uno senza patente)
Minchia signor tenente faceva un caldo che se bruciava
La provinciale sembrava un forno
C’era l’asfalto che tremolava e che sbiadiva tutto lo sfondo
Ed è così tutti sudati che abbiam saputo di quel fattaccio
Di quei ragazzi morti ammazzati
Gettati in aria come uno straccio caduti a terra come persone che han fatto a pezzi con l’esplosivo
Che se non serve per cose buone può diventar così cattivo
Che dopo quasi non resta niente
Minchia signor tenente e siamo qui con queste divise
Che tante volte ci vanno strette
Specie da quando sono derise da un umorismo di barzellette
E siamo stanchi di sopportare quel che succede in questo paese
Dove ci tocca farci ammazzare per poco più di un milione al mese
E c’è una cosa qui nella gola, una che proprio non ci va giù
E farla scendere è una parola
Se chi ci ammazza prende di più di quel che prende la brava gente
Minchia signor tenente lo so che parlo col comandante
Ma quanto tempo dovrà passare
Che a star seduto su una volante la voce in radio ci fa tremare
Che di coraggio ne abbiamo tanto
Ma qui diventa sempre più dura quanto ci tocca fare i conti con il coraggio della paura
E questo è quel che succede adesso
Che poi se c’è una chiamata urgente se prende su e ci si va lo stesso
E scusi tanto se non è niente (e scusi tanto se non è niente)
Minchia signor tenente per cui se pensa che c’ho vent’anni
Credo che proprio non mi dà torto
Se riesce a mettersi nei miei panni magari non mi farà rapporto
E glielo dico sinceramente
Minchia signor tenente.

La Grande meretrice.

Oggi vi voglio proporre due brani molto interessanti, uno di Isaia e uno tratto dall’Apocalisse di Giovanni, buona lettura.

Il re di Babilonia sarà deriso con questa canzone:
Ecco questa è la fine del re crudele!
Ora non opprime più la gente!
Il Signore ha tolto il potere al governatore iniquo, a quel tiranno spietato:
che colpiva i popoli con furore e non dava loro tregua,
con ira scatenata assoggettava le nazioni…
omissis…
Avevi deciso di scalare il cielo
e di porre il tuo trono sulle stelle più alte
Pensavi di sedere come un re
sulla montagna di settentrione
dove si radunano gli dei
Volevi salire in cielo, oltre le nuvole,
per diventare simile all’Altissimo.
E invece sei stato precipitato negli inferi,
nelle profondità dell’abisso! »   (Isaia 14,4-17)

17 1 E uno dei sette angeli, che hanno le sette coppe, venne e parlò con me: «Vieni, ti mostrerò la condanna della grande prostituta, che siede presso le grandi acque. 2 Con lei si sono prostituiti i re della terra, e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione». 3 L’angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, che era coperta di nomi blasfemi, aveva sette teste e dieci corna. 4 La donna era vestita di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle; teneva in mano una coppa d’oro, colma degli orrori e delle immondezze della sua prostituzione. 5 Sulla sua fronte stava scritto un nome misterioso: «Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli orrori della terra». 6 E vidi quella donna, ubriaca del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù. Al vederla, fui preso da grande stupore. 7 Ma l’angelo mi disse: «Perché ti meravigli? Io ti spiegherò il mistero della donna e della bestia che la porta, quella che ha sette teste e dieci corna. 8 La bestia che hai visto era, ma non è più; salirà dall’abisso, ma per andare verso la rovina. E gli abitanti della terra il cui nome non è scritto nel libro della vita fino dalla fondazione del mondo, stupiranno al vedere che la bestia era, e non è più; ma riapparirà. 9 Qui è necessaria una mente saggia. Le sette teste sono i sette monti sui quali è seduta la donna. E i re sono sette: 10 i primi cinque sono caduti; uno è ancora in vita, l’altro non è ancora venuto e, quando sarà venuto, dovrà rimanere per poco. 11 La bestia, che era e non è più, è l’ottavo re e anche uno dei sette, ma va verso la rovina. 12 Le dieci corna che hai visto sono dieci re, i quali non hanno ancora ricevuto un regno, ma riceveranno potere regale per un’ora soltanto, insieme con la bestia. 13 Questi hanno un unico intento: consegnare la loro forza e il loro potere alla bestia. 14 Essi combatteranno contro l’Agnello, ma l’Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re; quelli che stanno con lui sono i chiamati, gli eletti e i fedeli». 15 E l’angelo mi disse: «Le acque che hai visto, presso le quali siede la prostituta, simboleggiano popoli, moltitudini, nazioni e lingue. 16 Le dieci corna che hai visto e la bestia odieranno la prostituta, la spoglieranno e la lasceranno nuda, ne mangeranno le carni e la bruceranno col fuoco. 17 Dio infatti ha messo loro in cuore di realizzare il suo disegno e di accordarsi per affidare il loro regno alla bestia, finché si compiano le parole di Dio. 18 La donna che hai visto simboleggia la città grande, che regna sui re della terra».

Apocalisse di San Giovanni parte 17 versione della CEI.

Proclama.

Di seguito troverete il proclama Rivolto da Vittorio Emanuele ai popoli del regno d’Italia dopo la dichiarazione di guerra intimata dall’Austria alla Sardegna.

Popoli del Regno!
L’Austria ci assale col poderoso esercito che, simulando amor di pace, ha adunato a nostra offesa nelle infelici provincie soggette alla sua dominazione.
Non potendo sopportare l’esempio dei nostri ordini civili, né volendo sottomettersi al giudizio di un Congresso europeo sui mali e sui pericoli dei quali essa fu sola cagione in Italia, l’Austria viola la promessa data alla Gran Bretagna, e fa caso di guerra d’una legge d’onore.
L’Austria osa domandare che siano diminuite le nostre truppe, disarmata e data in balia quell’animosa gioventù che da tutte le parti d’Italia è accorsa a difendere la nostra bandiera dell’indipendenza nazionale.
Geloso custode dell’avito patrimonio comune di onore e di gloria, io do lo Stato a reggere al mio amato Cugino, il Principe Eugenio, e ripiglio la spada. Coi miei soldati combatteranno le battaglie della libertà e della giustizia i prodi soldati dell’Imperatore Napoleone, mio generoso alleato.

Popoli d’Italia!
L’Austria assale il Piemonte perchè ha perorata la causa della comune patria nei Consigli d’Europa; perchè non fu insensibile ai vostri gridi di dolore.
Così essa rompe oggi violentemente quei trattati che non ha rispettato mai. Così oggi è intero il diritto della nazione, ed io posso in piena coscienza sciogliere il voto fatto sulla tomba del mio magnanimo Genitore! Impugnando le armi per difendere il mio Trono, la libertà de’ miei popoli, l’onore del nome italiano, io combatto pel diritto di tutta la nazione.
Confidiamo in Dio e nella nostra concordia, confidiamo nel valore dei soldati italiani, nell’alleanza della nobile nazione francese, confidiamo nella giustizia della pubblica opinione. Io non ho altra ambizione che quella di essere il primo soldato della indipendenza italiana.

Viva l’Italia!

Torino, 29 aprile 1859

Vittorio Emanuele
C. Cavour

Translate »