Sandro Pertini dixit

In seguito alla pubblicazione fatta dall’Istat la settimana scorsa sui dati della povertà in Italia e sulla disoccupazione giovanile, in cui si certificava che almeno 5 milioni di Italiani sono molto poveri e che il 20% dei giovani non studia e non cerca lavoro, mi sono tornate alla mente le parole del nostro compianto Presidente Pertini fatte circa 34 anni fa, ma sempre attuali.

« Per me libertà e giustizia sociale, che poi sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà. Ecco, se a me socialista offrissero la realizzazione della riforma più radicale di carattere sociale, ma privandomi della libertà, io la rifiuterei, non la potrei accettare. Se il prezzo fosse la libertà, io questa riforma la respingerei. […] Ma la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero. […] Questa non è la libertà che intendo io. »
Sandro Pertini

Ambizione, è un bene o un male?

Dall’origine dei tempi l’uomo ha sempre ambito di essere come Dio, questa ambizione se da una parte ci spinge a sapere sempre di più dall’altra ci porta spesso e volentieri a non riflettere sulle conseguenze a cui portano queste conoscenze, quindi l’ambizione è un pregio o una condanna?

Dal capitolo 3 della Genesi.
1 Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?».
2 Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare,
3 ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete».
4 Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto!
5 Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male».
6 Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò.
7 Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.
8 Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.
9 Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?».
10 Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto».
11 Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?».
12 Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato».
13 Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».
14 Allora il Signore Dio disse al serpente: sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita.
15 Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».
16 Alla donna disse: i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà».
17 All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita.
18 Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre.
19 Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!».
20 L’uomo chiamò la moglie Eva, perché essa fu la madre di tutti i viventi.
21 Il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e le vestì.
22 Il Signore Dio disse allora: «Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!».
23 Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto.
24 Scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita.

Italofobia

Vi rendo omaggio Nicola e Bart
per sempre restino qui nei nostri cuori
il vostro estremo e finale momento
quell’agonia è il vostro trionfo.

Vanzetti, ebbe a dire rivolgendosi per l’ultima volta al giudice Thayer:
« Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra — non augurerei a nessuna di queste ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un anarchico, e davvero io sono un anarchico; ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano […] se voi poteste giustiziarmi due volte, e se potessi rinascere altre due volte, vivrei di nuovo per fare quello che ho fatto già. »

Il pregiudizio contro gli italiani (conosciuto come antitalianismo o  italofobia) è un fenomeno di discriminazione etnica contro gli italiani e l’Italia.
Il fenomeno è presente soprattutto nei paesi del Nordamerica (Stati Uniti d’America, Canada), dell’Europa centro-settentrionale (Germania, Svezia, Austria, Svizzera, Belgio, Francia, Regno Unito) e balcanici (Slovenia e una parte della Croazia). Le cause sono attribuite all’emigrazione italiana di massa avvenuta tra il XIX e il XX secolo, a eventi storici, soprattutto di natura bellica, o a ostilità nazionalistiche ed etniche.
Nel linciaggio di New Orleans (1891) furono linciati 9 italiani, tutti siciliani, accusati di aver ucciso il capo della polizia urbana.
Il massacro di Aigues-Mortes, nell’agosto del 1893, fu scatenato da un conflitto tra operai francesi e italiani (soprattutto piemontesi, ma anche lombardi, liguri, toscani) impiegati nelle saline di Peccais, che si trasformò in un vero e proprio eccidio con nove morti e un centinaio di feriti tra i lavoratori italiani. La tensione che ne seguì fece sfiorare la guerra tra i due Paesi.
A Tallulah (Louisiana), nel luglio del 1899 furono linciati 5 italiani (tre fratelli e altri due estranei alla vicenda), accusati di aver ferito il dottore del paese dopo che questi aveva ucciso una capra appartenente ai tre fratelli
In un tribunale dell’Alabama, nel 1922 (processo Rollins versus Alabama), una donna italiana venne dichiarata “non appartenente alla razza bianca”, criterio sul quale si fondò il giudizio della corte.
Durante il processo agli anarchici italiani Sacco e Vanzetti, avvenuto a Boston nel 1927, il pregiudizio contro gli immigrati (italiani) emerse con chiarezza e contribuì, pur non essendo il pregiudizio decisivo, alla loro condanna a morte.
A Kalgoorlie, in Australia Occidentale, nel 1934 le case abitate dai provenienti dal Sud Europa vennero incendiate e gli italiani, gli jugoslavi e i greci dovettero scappare dalla città.
In Istria e Dalmazia, tra il 1943 e il 1970, furono costretti all’esilio più di 300.000 italiani e ne furono uccisi tra i 15.000 e i 30.000.
Il sentimento anti-italiano in Svizzera si manifestò nel 1971 con l’uccisione dell’immigrato italiano Alfredo Zardini.
Il presidente statunitense Richard Nixon, durante la sua visita in Italia all’inizio degli anni settanta, dichiarò che gli italiani non solo si comportavano in modo diverso dagli altri europei, ma avevano anche un “odore” diverso.
La copertina della rivista tedesca Der Spiegel nel 1977, il periodo più acuto degli anni di piombo, mostrava la foto di un piatto di spaghetti conditi con sopra una pistola, in riferimento alla presenza del terrorismo in Italia. Fu replicata nel 2006, in occasione dei mondiali di calcio: l’intento era ironico, ma con sfumature razziste, vista la decontestualizzazione dell’immagine (originariamente riferita a fatti di violenza).
Nel 1990 all’appassionato di golf John A. Segalla, ricco imprenditore dello Stato del Connecticut, venne negata l’iscrizione a un prestigioso ed esclusivo circolo del golf a causa del cognome italiano. Per tutta risposta si costruì un proprio campo da golf nel 1993.
In una rivista giapponese del 2006 è apparsa una classifica intitolata Itaria-jin no ya-na tokoro besto ten (Le dieci cose peggiori degli italiani), che li descrive come bugiardi, ritardatari e irrispettosi delle regole.
Nel 2006 il quotidiano tedesco Die Zeit pubblica sulla versione on-line un articolo sulla qualificazione dell’Italia (a spese della Germania) alla finale dei Mondiali di calcio del 2006, titolandolo Mafia in Finale; l’intento è satirico, ma viene considerato offensivo e di cattivo gusto.
Il 10 ottobre 2007, in Germania, il Tribunale di Bückeburg ha ridotto da 8 a 6 anni di carcere la pena di un cameriere italiano riconosciuto colpevole di stupro, sequestro di persona e violenza di gruppo verso la sua ragazza. Nel formulare la sentenza si tenne anche in considerazione la sua origine sarda: “Si deve tenere conto delle particolari impronte culturali ed etniche dell’imputato. È sardo. Il quadro del ruolo dell’uomo e della donna, esistente nella sua patria, non può certo valere come scusante, ma deve essere tenuto in considerazione come attenuante”.
Nel 2008, in Germania, la catena di negozi Media Markt ha commissionato una serie di spot pubblicitari che hanno per protagonista un italiano vestito come un buzzurro(canottiera con stemma tricolore, occhiali da sole sulla fronte, catena d’oro al collo, baffetti neri e parlata maccheronica), che si comporta come un truffatore sempre pronto a turlupinare il prossimo compiacendosi dei suoi biechi sotterfugi. La macchietta appare molto simile al personaggio di Alberto Bertorelli, protagonista di una vecchia sit-com della BBC.
Nel 2009 nei canali televisivi olandesi è iniziato a girare uno spot che, per spronare i cittadini a studiare le lingue, mostrava un uomo olandese insultare tre pizzaioli italiani chiamandoli “pagliacci di pasta” (“pastapippo”), giacché li aveva sentiti mentre facevano apprezzamenti in italiano sulla figlia.
Nel 2012, a proposito del naufragio della Costa Concordia, il settimanale tedesco Der Spiegel sembra assumere Francesco Schettino a simbolo del modo di comportarsi degli italiani, provocando una replica di Alessandro Sallusti sul Giornale. Tuttavia si trattò di un fraintendimento, dovuto a una errata traduzione dell’articolo, che anzi invitava a non generalizzare tali eventi di cronaca.
Fonte: wikipedia

Tanto per non dimenticare come il resto del mondo ci vede, come ci tratta e cosa pensa di noi! Il cantante direbbe……. Qualsiasi cosa fai, ovunque te ne vai sempre pietre in faccia riceverai, sarà così finchè vivrai…
Poi i razzisti siamo noi…..

Venezia resisterà agli Austriaci.

In questo pezzo troverete la dichiarazione da parte dell’Assemblea dei Rappresentanti dello Stato di Venezia di resistere ad ogni costo all’assedio Austriaco.

L’Assemblea dei Rappresentanti dello Stato di Venezia In nome di Dio e del Popolo
Unitamente
Decreta
Venezia resisterà all’Austriaco ad ogni costo.
Venezia, 2 aprile 1849

Da le Assemblee del Risorgimento. Venezia, 1849

Atti della Repubblica Romana.

Nel seguente articolo troverete i principi fondamentali della costituzione romana.

Promulgazione della costituzione.

A mezzogiorno del 3 luglio dalla loggia del Campidoglio fu promulgata la Costituzione della Repubblica Romana, tra i plausi e gli evviva alla Repubblica.

Dai Principi fondamentali
I) La sovranità è per diritto eterno nel popolo. Il popolo dello Stato romano è costituito in Repubblica.
II) Il regime democratico ha per regola l’eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà né privilegi di nascita o di casta.
III) La Repubblica con le leggi e con le istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni materiali e morali di tutti i cittadini.
IV) La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli, rispetta ogni nazionalità, promuove l’Italiana.

Da le Assemblee del Risorgimento. Roma, 1849

Prima guardia

In Italia negli ultimi tempi è iniziato un dibattito sulla necessità/utilità di re-introdurre una sorta di servizio civile obbligatorio per le nuove generazioni; la mia opinione al riguardo è a favore dell’introduzione di questo tipo di servizio che esso sia civile o militare perchè porta al completamento della formazione del cittadino, sempre che sia molto limitato nel tempo. Invece non sono d’accordo sul fatto che sia obbligatorio perchè anche la cosa più bella del mondo se ti obbligano a farla contro la tua volontà diventa la cosa più brutta, quindi sarebbe giusto trovare delle soluzioni che incentivano a farlo tanto da non poter rifiutare, ma lasciando comunque l’ultima decisione al ragazzo. Di seguito pubblico il testo della canzone dei Litfiba “prima guardia” a testimonianza di quello che provavano molti dei ragazzi che fino agli anni 90 erano obbligati a fare la naja, che magari in seguito ricordano quel periodo come uno degli anni più eccitanti mai passati, ma durante sentivano tutto il peso di un anno portato via senza poter opporsi.

Prima guardia

Torri come pere il silenzio è già passato
nei corridoi resta il fumo della prima guardia
Uomo col fucile il nemico è la tua naia
Sei prigioniero e resti solo a difenderti dal freddo
Nuoto nel nero dove sfioro le tue mani
Poi apro gli occhi steso in aria è la prima guardia
Esplode il mondo e resto solo dalle mani nasce un fiume

L’alba è un miraggio che m’esplode dentro
Mi scuserai se parlo una lingua diversa
Un anno è un secolo 365 croci
E la tua privazione mi taglia la testa

Uomo col fucile prigioniero della tua bandiera
Corri in tondo testa in fumo è la prima guardia
Torri come pere ma il nemico non esiste
Esplode il nulla e resto solo a difendermi dal buio

Grido l’allarme che m’esplode dentro
Perchè noi siamo al mondo problemi diversi
Un anno è un secolo 365 croci
E la tua privazione mi taglia la testa
Avevo una testa

Un anno è un secolo 365 croci
E la tua privazione mi taglia la testa
Grido l’allarme che m’esplode dentro
Perchè lo so che siamo problemi diversi
Lingue diverse

Trasforma il tuo fucile in un gesto più civile

Litfiba

Ingresso dei Francesi a Roma.

Nel pezzo seguente E. Dandolo ci descrive i sentimenti del popolo di Roma nei momenti subito prima e durante l’ingresso dei francesi in città.

Cresceva in città l’incertezza e la confusione. Turbe di popolani si aggiravano per le vie chiedendo con grida sinistre si continuasse la guerra; la maggior parte in un disdegnoso silenzio si preparava a sobbarcarsi all’antico giogo. Ma non una barricata fu abbattuta, non un posto di guardia nazionale sguernito, non un magistrato abbandonò il suo posto. Le deputazioni al campo su succedevano, e non si concludeva nulla. Finalmente con atto magnanimo furono spalancate le porte della città, consegnate le truppe in quartiere, e a quell’esercito, che veniva annunziandosi liberatore, rispose l’assemblea che, cedendo alla forza, Roma non resisteva più: compissero i Francesi il loro triste mandato.
La stessa mattina Garibaldi, adunata in piazza San Pietro la truppa ed i volontari, invitò chi non volesse deporre le armi a seguirlo. Annunziava ch’ei correva a gettarsi sulle montagne, non promettendo nulla, eccetto fame, sete, pericoli e combattimenti. Quattromila uomini si riunirono a lui; ed egli uscì dalla porta San Giovanni in Laterano, avviandosi alla volta di Tivoli. Nessuno ignora la fine dell’avventata sua spedizione, non ultimo miserando episodio di una istoria ancora più miseranda.
Il giorno 3 luglio alle quattro pomeridiane l’esercito francese faceva ingresso nella città soggiogata. Tutte le vie erano deserte, chiuse le imposte e le porte; un tetro silenzio regnava dapertutto. Nell’affacciarsi a Piazza del Popolo “ritornato a libertà”, s’arrestarono stupefatti all’aspetto di quella città, si minacciosa ancora nel suo silenzio. Fu dato ordine che si mettessero i cappellozzi sui fucili e, preceduti da forte avanguardia, al passo di carica entrarono 12 mila uomini. Nel medesimo momento la costituzione della Repubblica romana veniva con gran pompa pubblicata dal Campidoglio, in presenza di tutta l’Assemblea e di gran folla di popolo.

Da E. Dandolo: I volontari e i bersaglieri lombardi

Tonno alla Carlofortina

Oggi vi propongo una ricetta semplice e molto gustosa, il tonno alla carlofortina, buon appetito.

Tempo 40 min.circa

ingredienti per 4 persone:
tonno per arrosto, olio extravergine d’oliva, alloro, vino bianco secco, pomodori freschi, sale, acqua.

Preparazione:
Pulisci il tonno, privandolo della pelle e delle ossa, e taglialo a grossi tocchi (7-10 cm).
Rosola il tonno in olio caldo senza alcun sapore. Usa una padella: devi rosolarlo bene, ogni tocco, su tutti i lati.
Prendi un tegame ampio e a pareti alte, mettici dentro l’olio di rosolatura, e disponi all’interno i tocchi di tonno, ben distanziati l’uno dall’altro. Metti dentro anche qualche foglia d’alloro.
Fai ripartire la cottura e, appena raggiungi una buona temperatura, aggiungi il vino bianco. Fai sfumare, lasciando il tegame scoperto.
A parte avrai preparato i pomodori freschi tagliati a tocchetti.
Una volta sfumata la parte alcolica del vino bianco, aggiungi i pomodori  e il sale.
Fai addensare il sughetto prodotti dai pomodori e, a questo punto, aggiungi un po’ d’acqua, giusto per evitare che si attacchi: non devi in alcun modo ricoprire il tonno !!
Da questo momento fai andare la cottura per circa venti minuti, tenendo il fuoco basso: i primi dieci a tegame coperto, i restanti a tegame scoperto.
Durante la cottura, ogni tanto, agita con delicatezza il tegame.
Note:
Importante: non devi mai pungere il tonno con la forchetta o con il coltello e devi girarlo sempre con la massima delicatezza usando mestoli di legno.

Emilio Dandolo

Di seguito vi propongo qualche nota biografica tratta da Wikipedia sul noto patriota e militare Italiano Emilio Dandolo.

Emilio Dandolo (Varese, 5 luglio 1830 – Milano, 20 febbraio 1859) è stato un patriota e militare italiano, noto per aver preso parte ad alcune delle più importanti battaglie del Risorgimento.
Originario di una famiglia dalla quale nacquero diverse figure legate alle Guerre di indipendenza italiane, Emilio Dandolo fu uno dei protagonisti delle cinque giornate di Milano (1848) assieme al fratello Enrico, oltre agli amici Luciano Manara ed Emilio Morosini.
Combatté poi, con i Corpi Volontari Lombardi della Legione Manara, nella campagna del Bresciano e del Trentino, esperienza che poi raccontò nello scritto, “I volontari e i Bersaglieri Lombardi”. L’anno successivo, sempre con il fratello Enrico, partecipò alla costituzione della Repubblica Romana (1849) e, con il Battaglione Bersaglieri Lombardi al comando di Luciano Manara, alla sua difesa dai francesi. Fu ferito nella battaglia di Villa Corsini, nella quale morì il fratello Enrico. Sopravvissuto alle vicende successive alla caduta della Repubblica Romana, fuggì in esilio prima a Marsiglia e poi a Lugano. Emilio in questo periodo scrisse alcune opere tra cui “Viaggio in Egitto, nel Sudan, in Siria ed in Palestina” e “I volontari e i bersaglieri lombardi”.
Tornato in Italia si adoperò senza sosta per preparare la ripresa delle ostilità contro l’Austria. Partecipò alla guerra di Crimea, ma poiché era cittadino austriaco, fu rimandato a Milano dove fu sottoposto a stretto controllo da parte della polizia.
Malato gravemente di tisi, morì nel 1859 poco prima che la Lombardia venisse liberata. I suoi funerali, a Milano, assunsero spiccate connotazioni antiaustriache. Fu tumulato, su disposizione delle autorità austriache nel tentativo di evitare disordini, nel camposanto di Adro

Luciano Manara

Nell’ultimo articolo vi ho riportato un brano di E. Dandolo in cui ci descriveva le esequie svolte a Roma in onore di Luciano Manara, di seguito vi riporto alcune note biografiche tratte da wikipedia per capire chi fosse questo nostro patriota.

Luciano Manara ( Milano , 25/03/1825 – Roma, 30/06/1849) è stato un patriota italiano, tra le figure più note del Risorgimento. Cadde durante la difesa della seconda Repubblica Romana.

Nato in una facoltosa famiglia della borghesia milanese, Manara fu amico di Carlo Cattaneo e compì gli studi liceali a Milano. Frequentò le lezioni della scuola di Marina a Venezia e fra il 1840 e il 1846 soggiornò a lungo in Germania e in Francia. Sposato con Carmelita Fè, ha avuto tre figli: Filippo, Giuseppe e Pio Luciano.
Partecipò valorosamente alle Cinque Giornate di Milano, tra l’altro capeggiando l’operazione che portò alla conquista di Porta Tosa, divenuta così, subito dopo l’Unità d’Italia, Porta Vittoria, e alla Prima guerra di indipendenza italiana del 1848 al servizio del Governo provvisorio di Milano con un gruppo di 500 volontari da lui stesso organizzato, i Bersaglieri Lombardi.
Inquadrato, con il grado di maggiore, nei Corpi Volontari Lombardi del generale Michele Allemandi, prese parte nel mese di aprile all’invasione del Trentino con il compito di occupare Trento tagliando così la strada della Valle dell’Adige ai rinforzi austriaci alle fortezze del Quadrilatero, impresa che fu fermata dagli austriaci a Vezzano il 15 aprile a pochi chilometri da Trento.
Il 20 luglio nella battaglia di Sclemo, nei pressi di Stenico, nonostante il valore dimostrato, Manara fu pesantemente battuto dai 2.000 austriaci del maggiore Pompeius Scharinger von Lamazon e dovette ripiegare nel Castello di Stenico. Con la riorganizzazione del Corpo di Osservazione Volontario del Tirolo affidato al comando del generale Giacomo Durando, nell’estate prese parte alle operazioni di controllo del confine trentino operando in Valle Sabbia e sul Monte Stino.
Al ritorno degli Austriaci riparò nel mese di agosto con la sua colonna di volontari nel Piemonte dove fu messo a capo, con il grado di maggiore dell’esercito piemontese, di un corpo di bersaglieri e inquadrato nella divisione lombarda comandata dal generale Gerolamo Ramorino. Nella breve parentesi della ripresa della guerra contro l’Austria del 1849, Manara combatté con la sua unità sul Po e a La Cava (odierna Cava Manara in provincia di Pavia, che assunse in suo onore la nuova denominazione).
Dopo la sconfitta dell’esercito sabaudo nella battaglia di Novara, lasciò il Piemonte per partecipare alla difesa della Repubblica Romana. Il 22 aprile 1849, con i suoi 600 bersaglieri, su due battelli partì da Portofino per Civitavecchia e il 29 raggiunse Roma. Dopo diversi combattimenti contro le truppe borboniche nei dintorni della città, venne promosso tenente colonnello e in seguito colonnello. Il 16 maggio con la sua brigata uscì da Roma e con le truppe della repubblica occupò prima Anagni e poi Frosinone. Dal 3 giugno i francesi del generale Oudinot attaccarono Roma. Vennero organizzate le difese contro le soverchianti forze nemiche e Garibaldi lo nominò capo di Stato Maggiore. Dopo furiosi combattimenti, il 30 giugno nella difesa di Villa Spada, venne colpito a morte. Prima della sua morte, Manara ebbe modo di scrivere in una lettera all’amica, Francesca “Fanny” Bonacina Spini, le memorabili parole: “Noi dobbiamo morire per chiudere con serietà il Quarantotto; affinché il nostro esempio sia efficace, dobbiamo morire”.
Le esequie furono celebrate nella chiesa di San Lorenzo in Lucina e l’omelia funebre fu pronunciata da Don Ugo Bassi.
Il corpo rimase per qualche tempo a Roma. La madre non riuscì ad ottenere da Vienna il permesso per riportarlo a Milano.
Con le spoglie di Emilio Morosini e di Enrico Dandolo (caduto a Villa Corsini), via mare venne portato a Genova e da qui a Vezia (Lugano), dove venne sepolto temporaneamente nella tomba di famiglia dei Morosini.
Dopo continue insistenze e suppliche, nel 1853 l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe I concesse il permesso di riportare il corpo dell’eroe a Barzanò (dove la famiglia aveva una villa) in forma “strettamente privata”.
Solo dopo l’Unità d’Italia, nel 1864, ai Manara venne infine concesso di erigere la tomba di famiglia.
A lui è stato innalzato nel 1894 un monumento bronzeo nei Giardini Pubblici di Milano, opera dello scultore Francesco Barzaghi.
In suo onore, la squadra di calcio di Barzanò, il paese brianzolo in Provincia di Lecco ove si trova la sua tomba, si chiama proprio “Luciano Manara”.
A Roma sono intitolati a Manara una strada a Trastevere, un liceo classico sul Gianicolo ed una caserma dell’esercito italiano (attualmente sede del distretto militare di Roma), sita in Viale delle Milizie.

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