La stretta strada del Signore

Oggi come tema di riflessone voglio proporvi un brano della Genesi in cui Dio mette alla prova la fede di Abramo, buona lettura.

1 Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». 2 Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». 3 Abramo si alzò di buon mattino, sellò l’asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l’olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato. 4 Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo. 5 Allora Abramo disse ai suoi servi: «Fermatevi qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi». 6 Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutt’e due insieme. 7 Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: «Padre mio!». Rispose: «Eccomi, figlio mio». Riprese: «Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?». 8 Abramo rispose: «Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!». Proseguirono tutt’e due insieme; 9 così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna. 10 Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. 11 Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». 12 L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio». 13 Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. 14 Abramo chiamò quel luogo: «Il Signore provvede», perciò oggi si dice: «Sul monte il Signore provvede». 15 Poi l’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta 16 e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio, 17 io ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. 18 Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».
19 Poi Abramo tornò dai suoi servi; insieme si misero in cammino verso Bersabea e Abramo abitò a Bersabea.
20 Dopo queste cose, ad Abramo fu portata questa notizia: «Ecco Milca ha partorito figli a Nacor tuo fratello»: 21 Uz, il primogenito, e suo fratello Buz e Kamuèl il padre di Aram 22 e Chesed, Azo, Pildas, Idlaf e Betuèl; 23 Betuèl generò Rebecca: questi otto figli partorì Milca a Nacor, fratello di Abramo. 

Pula

Oggi per la categoria località Italiane vi propongo alcune notizie del comune di Pula in Sardegna che non solo ha spiagge da sogno ma anche una ricca e antica storia.

Pulaè un comune italianodi 7 305 abitantidella città metropolitana di Cagliariin Sardegna, situato a sud-ovest del capoluogo.

Pula sorge nelle vicinanze dell’antica città di Nora, fondata secondo la leggenda dagli Ibericondotti in Sardegna da Norace. L’antico centro urbano fu edificato dai fenici intorno all’VIII secolo a.C. probabilmente su preesistenti insediamenti nuragici di cui rimangono alcune testimonianze. Passò nei secoli successivi prima ai punici e poi ai romani che la elevarono per un breve periodo a capitale della provincia di Sardegna e Corsica, per poi cedere la carica alla vicina Caralis (odierna Cagliari). Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, a causa delle continue scorrerie, prima da parte dei vandali e in seguito dei pirati saraceni, la città di Nora, analogamente a molte altre città costiere sarde, cessò di esistere a partire dall’VIII secolo d.C. Circa.

Nel medioevo il villaggio di Padulis de Nura (Palude di Nora), sorto nei pressi dell’antica città di Nora attorno all’anno 1000, fece parte del giudicato di Cagliari, nella curatoria di Nora,di cui fu capoluogo fino alla decadenza di Nora; successivamente passò alla curatoria di Capoterra. Alla caduta del giudicato (1258) passò alla famiglia pisana Della Gherardesca. Dopo la morte del conte Ugolino, avvenuta nel 1289, e la fallita rivolta dei figli, fu amministrata dal comune di Pisa. Nel 1324 avvenne la conquista aragonese, e gli aragonesi la inglobarono nei possedimenti della corona.

Durante le guerre tra il giudicato di Arborea e il Regno di Sardegna (13651409) la villa venne occupata più volte dalle armate arborensi. Tornato definitivamente in mano aragonese, il villaggio, ormai pressoché disabitato, fu infeudato alla potente famiglia iberica dei Carroz.

Tra XVI e XVII secolo gli spagnoli edificarono lungo la costa tre torri d’avvistamento in funzione anti-barbaresca.

Intorno al 1363 il feudo venne incorporato, col nome di San Pietro Pula, nella contea di Quirra, trasformata in marchesato nel 1603 e feudo dei Centelles. I Centelles, nuovi feudatari, a partire dal 1630 ne favorirono il ripopolamento. La ripresa demografica non durò però a lungo; l’epidemia di peste del 1652 decimò la popolazione (che doveva inoltre difendersi dalle continue incursioni dei pirati barbareschi) e il nascente borgo si spopola nuovamente. Nel 1674 il territorio passò ai Borgia di Gandia e da questi ai Català nel 1726. Nel XVIII secolo il paese torna a nuova vita grazie alle iniziative dei frati mercedari e all’afflusso nella zona di agricoltori e pastori.

Nel 1839, in epoca sabauda, con la fine del sistema feudale, Pula venne riscattata all’ultimo feudatario, Filippo Osorio, e divenne comune del Regno di Sardegna e poi del Regno d’Italia dal 1861.

Nel promontorio di capo di Pula sorgono i resti dell’antica città fondata dai fenici, che con tutta probabilità è il primo e più importante centro sull’isola.

I resti furono scoperti casualmente, quando una violenta mareggiata rimise in luce una parte dell’edificio funerario del tophet. Le scoperte eccezionali si susseguirono, il ritrovamento più eclatante fu senz’altro il teatro, probabilmente anche per le sue buone condizioni di conservazione. Quest’opera viene attualmente utilizzata per un’interessante rassegna culturale.

Poco distante, una singola colonna indica il tempio romano e adiacente ad esso il Foro, centro sociale ed economico della città. Non lontano si trova il tempio dedicato alla dea Tanit, supposizione avanzata dal ritrovamento di una pietra piramidale, che raffigurerebbe la divinità.

Un edificio molto interessante è senza dubbio il complesso termale, i cui soli ruderi danno l’idea dell’imponenza della struttura.

Fonti: Wikipedia

L’impero Austriaco condanna i nostri Patrioti

Nel seguente articolo riportiamo qualche informazione sui due processi più famosi intentati dall’Impero austriaco a carico dei nostri patrioti, tra cui il più conosciuto quello contro S. Pellico

Negli anni 1820-1823 due clamorosi processi furono intentati nel Lombardo-Veneto contro esponenti del
movimento liberale patriottico, il cui gruppo dirigente ne risultò pesantemente indebolito.
Il primo, prese le mosse nell’ottobre del 1820
dall’intercettazione per opera della polizia pontificia di
una missiva che Pietro Maroncelli aveva scritto al
fratello Francesco, residente a Bologna.


Il contenuto della lettera, trasmessa alla polizia
austriaca, determinò la scoperta dell’organizzazione
carbonara in Lombardia e quindi l’arresto, tra gli altri,
di Maroncelli stesso e di Silvio Pellico.
Il processo si svolse quasi interamente a Venezia sotto
la direzione del giudice Salvotti e si concluse nell’agosto
del 1821 con la condanna a morte dei due principali
imputati; Giandomenico Romagnosi, coinvolto nelle
indagini e arrestato nel giugno del 1821, venne invece
dichiarato innocente e scarcerato nel dicembre dello
stesso anno.
Nel febbraio del 1822 anche le condanne di Maroncelli
e Pellico per decisione imperiale vennero commutate in
lunghi anni di carcere duro (vent’anni al primo e
quindici al secondo).
Nel marzo del 1821 una delazione ad opera di Carlo
Castillia aveva nel frattempo avviato un’indagine su
alcune trame dei federati lombardi per l’intervento dei
piemontesi in Lombardia e la formazione di un
governo provvisorio liberale, e aperto la strada ad un
nuovo procedimento giudiziario.
Solo nel dicembre 1821 si giunse però all’arresto di
Gaetano Castillia, fratello del delatore, di Giorgio
Pallavicino Trivulzio, che con lui era stato in Piemonte nel
marzo, di Federico Confalonieri, capo dell’intera
cospirazione, e di altri quarantadue indiziati.
Questo secondo processo, istituito da una commissione
speciale presieduta prima dal giudice Menghin poi ancora
una volta da Salvotti, durò quasi due anni, e si concluse
nel novembre 1823 con le condanne a morte dei tre
principali imputatati.
Ancora una volta una decisione imperiale, dovuta in parte
alla coraggiosa azione svolta a Vienna dalla moglie di
Confalonieri, Teresa Casati, commutò la pena di morte in
lunghi anni di carcere duro (ergastolo a Confalonieri e
vent’anni a Pallavicino e Castillia).
Benché l’orrore destato dal racconto delle sofferenze che i
patrioti patirono allo Spielberg, rivelato nel 1832 dalle Mie
prigioni di Pellico, fosse per l’Austria un colpo durissimo,
nessuno di loro una volta tornato in libertà, tra il 1830 e il
1836, assunse funzioni politiche di primo piano: così, pur
conservandosi una rete settaria nel Lombardo-Veneto, per
alcuni anni non furono organizzate in quella zona cospirazioni e congiure.

Millelire – Storia di coraggio Italiano

Nell’articolo di oggi voglio ricordare Domenico Millelire, al secolo Domenico Leoni, che in una battaglia(23/02/1793) per difendere la Sardegna a bordo di una scialuppa e con un solo cannone mise in fuga la flotta di Napoleone.

Domenico Millelire, pseudonimo di Domenico Leoni (La Maddalena1761 – La Maddalena14 agosto1827), è stato un ufficialeitaliano in servizio nella Regia Marina Sarda; è storicamente considerato la primamedaglia d’oro al valor militare delle Forze Armate italiane.

Figlio di Pietro Leonie Maria Ornano, fu il secondo di quattro fratelli tutti dediti alla Marina. Divenne celebre per la valorosa difesa dellarcipelago di La Maddalena dall’attacco, avvenuto il 23 febbraio 1793 da parte della flotta della Repubblica Francese, nella quale figurava, col grado di luogotenente, il giovane e futuro Imperatore di Francia Napoleone Buonaparte.

Nell’ultimo decennio del Settecento la neo-repubblica francese, spinta da mire espansionistiche, preme sui confini del Regno di Sardegna. I soldati di Vittorio Amedeo III contrastano efficacemente l’armata francese ai piedi delle Alpi, ma i transalpini cambiano strategia: mettono a punto un piano per invadere la Sardegna per fiaccare così la resistenza del Regno. Una flotta di 22 navi, ben equipaggiate e armate, salpa da Bonifacio alle 4.00 del mattino del 22 febbraio e già alle 9.00 una parte delle truppe da sbarco comandate dai luogotenenti Buonaparte e Quenza si impossessano dell’indifesa isola di Spargi. Sull’isola di La Maddalena intanto la popolazione civile viene evacuata nell’entroterra di Palau e ci si prepara alla difesa nonostante la manifesta inferiorità di uomini e mezzi. Sull’isola madre i miliziani sono circa 500 di cui la metà volontari e mal equipaggiati mentre sulla costa gallurese ci sono circa 200 combattenti, principalmente pastori e artigiani galluresi. La flotta sarda è composta di due mezze galere, la Beata Margherita e la S. Barbara, di quattro galeotte e di legni minori, l’isola di S.Stefano è armata di tre cannoni e presidiata da 25 uomini mentre in quella di La Maddalena sono presenti le batterie S. Andrea e Cavaliere.

La fregata francese Fauvette nel frattempo si avvicina all’isola madre ricevendo il fuoco dei cannoni della batteria Balbiano e quello delle mezze galere e viene costretta a ripararsi nella rada di Mezzo schifo dove cala l’ancora.

Nel pomeriggio, i francesi sbarcano, senza essere visti, sull’isola di S. Stefano, dove il luogotenente Bonaparte fa piazzare un mortaio d’assalto e alcuni cannoni che nella notte bersagliano senza sosta i forti maddalenini, la flotta all’ancora e lo stesso abitato di La Maddalena. La situazione è grave e ilnocchiere Millelire sa che La Maddalena non può resistere a lungo, prende il comando di una piccola lancia sulla quale è imbarcato il più grosso cannone della “Balbiano”, e lo trasporta a Punta Tegge nella parte ovest dell’isola per metterlo in batteria.

Da qui, con una pioggia di palle riesce a danneggiare la fregata “Fauvette” e costringerla a riparare in un luogo più sicuro per gettare l’ancora nella cala di Villa Marina a S. Stefano.

La vicina isola di Caprera non può più essere presidiata, gli uomini vengono richiamati per difendere il difendibile, ma Millelire non si arrende e da Punta Tegge, dove si trova, concepisce un piano molto ardito: fa montare una batteria sul litorale della Sardegna per cannoneggiare le navi francesi ancorate nella cala di Villa Marina.

Si imbarca sul suo lancione, scortato dalla galeotta Sultana e con l’aiuto di Tommaso Zonza, altro eroico Maddalenino, approda nei pressi di Palau e, con l’aiuto di alcuni pastori piazza il cannone da dove apre il fuoco sulla flotta all’ancora, la quale subisce danni pesantissimi ed è costretta nuovamente alla fuga. Millelire ne anticipa ancora le mosse: fa spostare la batteria a Capo d’Orso, a sud di Palau e colpisce ancora i francesi in fuga provocando un ammutinamento nell’equipaggio il quale, in preda allo sconforto, chiede di navigare in gran fretta verso la Corsica.

Il generale Colonna-Cesari, comandante della spedizione emana l’ordine di ritirata, ma Buonaparte non ci sta e continua il fuoco sulla Maddalena che risponde, seppur a corto di munizioni. Il nocchiere Millelire ora reimbarca il suo cannone sul lancione e insegue il convoglio nemico in una disordinata fuga, s’imbarca poi su di una scialuppa cannoniera e insegue, non ancora pago, la flotta francese fin quasi in Corsica. La ritirata di Napoleone diventa così d’obbligo.

Millelire morì nel 1827 e venne sepolto nella tomba di famiglia del cimitero vecchio de La Maddalena.

Fonti: Wikipedia.

Le dimissioni di Cavour

In questo articolo possiamo leggere il duro scontro avvenuto tra il Re V. Emanuele II e Cavour in seguito al tradimento di NapoleoneIII che impone all’Italia un iniquo trattato di pace .

Il bacio della morte

Cavour lo lesse, però man mano che andava innanzi nella lettura gli si accendeva il volto e cresceva l’orgasmo. Quando poi giunse a quel punto nel quale è detto che tutti i sovrani d’Italia avrebbero formato una lega presieduta dal Papa, allora non si contenne piu’ e proruppe altamente dicendo al Re di sperar bene che non avrebbe apposto la sua firma a quel trattato ignominioso. E qui dette sfogo lungamente all’animo esarcebato bollando con parole roventi la condotta dell’Imperatore. E ricordando al Re che tanti secoli gloriosi di Casa Savoia sarebbero stati contaminati per sempre e facendo appello disperato a tutti i sentimenti dell’animo, ora supplice ora minaccioso, lo scongiurò a respingere ciò che egli chiamava inique proposte.

Mirabile fu il sangue freddo col quale il Re ascoltò lo sfogo di Cavour. Quando ebbe finito, il Re gli disse:” Sta bene, Cavour, io pure avevo pensato molto di quanto lei mi ha detto, ma non è colpa mia se l’Imperatore non vuol continuare la guerra; e poiché non è possibile farlo recedere, la cosa migliore è di piegarsi nobilmente alla forza degli eventi anziché abbandonarsi ad atti inconsulti”.

Malgrado l’evidenza del ragionamento, Cavour concluse che se il Re voleva accettare era libero di farlo, ma ch’egli non non intendeva assolutamente di rendersene solidale egli offriva le sue dimissioni.

Sempre con calma il Re gli rispose che le dimissioni erano accettate fin da quel momento. Ma poi, quasi fosse ferito piu’ da quell’atto che dalle parole iraconde, fattosi piu’ severo e alzando man mano la voce, disse:” Oh, per lor signori le cose vanno sempre bene, perchè aggiustano tutto con le dimissioni, ma chi non si può levare d’impaccio così comodamente sono io che non posso disertare. Si fa insieme la strada e quando si è nel fitto delle difficoltà, allora mi lasciano solo ad affrontarle, solo responsabile in faccia al Paese e alla storia”.

Quindi, accennando il Ministro a continuare, il Re lo interruppe dicendo:” Ella non è in condizioni di continuare questo colloquio, vada a riposare, e il riposo le darà calma e consiglio; domani ne riparleremo”.

Dal racconto di C. Nigra a Livio Minguzzi, 1908

Arrosticini abruzzesi

Gli arrosticini sono il piatto tipico abruzzese più conosciuto e apprezzato nel mondo. Nascono negli Anni ’30 nella fascia orientale del Gran Sasso d’Italia, nella zona che va dalla Piana del Voltigno (quindi inerente ai comuni di Villa Celiera, Civitella Casanova e Carpineto della Nora) fino a Penne, anche se c’è chi vorrebbe ricondurne l’origine alla valle del Vomano ed al lato teramano del Gran Sasso, fra i comuni di Tossicia, Montorio e Isola del Gran Sasso.

Sono espressione culinaria della pastorizia stanziale: i pastori si nutrivano di arrosticini, fatti utilizzando la carne delle pecore non più produttive o di agnello castrato, che veniva prima tagliata in cubetti poi disposta su spiedini ricavati da bastoncini di legno di vingh, una pianta che cresce spontanea lungo le rive dei fiumi, per poi cuocerli alla brace all’aperto

Il vero arrosticino abruzzese è di carne ovina (agnello castrato, pecora o montone), anche se esistono altre varianti.

Ingredienti (per 4 persone)

  • 800 g di carne di pecora
  • 30 g di olio extravergine di olive
  • 1 rametto di rosmarino
  • 1/2 succo di limone
  • sale, quanto basta
  • pepe (facoltativo)

Preparazione

Dopo averne eliminato le parti più grasse, tagliate la carne in cubetti del lato di circa 1cm
Una volta ottenuti i cubetti di carne infilzatene 6 o 8 sugli spiedini. Ripetete il procedimento per tutti gli arrosticini. Appoggiate gli spiedini in un contenitore con olio, rosmarino e peperoncino (a scelta) dove dovranno marinare per almeno un’ora.

Il modo migliore per cuocere gli arrosticini è la fornacella (furnacella, rustillire o anche arrostellaro), ossia una brace lunga in cui si appoggiano gli arrosticini in fila. Potrete scegliere, però, anche una semplice griglia. Fate scaldare la griglia e oleatela appena appena in modo da girare facilmente gli arrosticini in cottura.Quindi adagiate gli arrosticini sulla griglia rovente. La cottura dovrebbe richiedere all’incirca 1 minuto per lato o comunque fin quando non si noterà una leggera crosticina. Prima di servili bagnateli col succo di mezzo limone.

Se ne consiglia l’abbinamento con un bicchiere di Montepulciano rosso.

Il Tradimento di Napoleone III

Nel servizio di oggi vi propongo un pezzo tratto dal carteggio privato tra Il Cavour e Nigra in cui inizia il racconto dell’incontro tra V. Emanuele e gli stessi Cavour/Nigra in cui il re mette al corrente il primo ministro sugli accordi preliminari tra Napoleone e l’imperatore d’Austria.

I preliminari di Villafranca

Il principe Napoleone arrivò verso le 10 e ¾ da Verona con i preliminari firmati dall’imperatore d’Austria e il Re. Io non ho assistito all’incontro. Il Re firmò dopo l’Imperatore, aggiungendovi:” en ce qui me concerne”.

Verso le 11 e ½ il Re scese a pianterreno con il principe Napoleone, mi fece fare una copia dei preliminari e partì poi per Monzabano, accompagnato dal suo aiutante di campo e seguito da me.

Arrivammo a Monzabano verso mezzanotte. Cavour attendeva febbricitante e molto eccitato.

Il Re lo fece entrare con me nella stanza che gli serviva da salotto da ricevere. Si tolse la tunica ( il caldo era soffocante), accese un sigaro, si sedette a un grande tavolo posto in mezzo, e con i gomiti appoggiati sull’orlo, mi disse: “ Nigra, date il foglio al Conte”. Il foglio era la copia che avevo fatto dei preliminari.

Cavour era in piedi, vicino al tavolo, alla sinistra del Re, io, che ne ero separato dal tavolo, ero davanti al Re.

Cavour prese il foglio e lo lesse.

Dal carteggio Cavour – Nigra

Di seguito vi fornisco poche informazioni sull’armistizio di Villafranca tratte dal sito Treccani.

Accordo concluso tra l’8 e l’11 luglio 1859, che pose fine alla seconda guerra di Indipendenza italiana. Dopo le vittorie di Solferino e di San Martino, Napoleone III, temendo complicazioni internazionali e l’ostilità dell’opinione pubblica francese alla formazione di un grande Stato italiano ai propri confini, offrì all’Austria un armistizio. I preliminari di pace furono conclusi l’11 luglio attraverso colloqui tra Napoleone III e Francesco Giuseppe: si stabilì che la Lombardia fosse ceduta alla Francia, che l’avrebbe a sua volta ceduta al Piemonte; che il granduca di Toscana e i duchi di Modena e Parma sarebbero tornati sui loro troni; si prefigurò la creazione di una confederazione italiana con a capo il papa, della quale avrebbe fatto parte anche il Veneto, pur restando sotto la Corona austriaca. Vittorio Emanuele II ratificò questi preliminari con la clausola «en tout ce qui me concerne», che gli permise più tardi di procedere all’annessione dell’Italia centrale, senza venir meno giuridicamente agli accordi. In seguito alla firma dell’armistizio Cavour si dimise per disaccordo da presidente del Consiglio.

L armistizio di Villafranca: concluso da Napoleone III di Francia e Francesco Giuseppe I d Austria l 11 luglio Fine seconda guerra d’indipendenza. Diversamente da quanto previsto. dall’alleanza sardo-francese, solo la Lombardia. venne ceduta al Piemonte.

Radices

Oggigiorno sempre più spesso i più piccoli perdono la consapevolezza del proprio territorio, della propria comunità e delle proprie origini.

In un mondo globalizzato è sempre più difficile riuscire a mantenere un senso di identità e di comunità ed è ancora più complesso trasmetterlo alle nuove generazioni che vivono questo momento di forte globalizzazione.

Globalizzazione che è prossima a trasformare tutti gli uomini in “fotocopie”: l’uno uguale all’altro.

Questo è causato soprattutto dalle multinazionali che “vogliono”  venderci ciò che “vogliono”.

Così, grazie soprattutto ai mezzi di massa: radio, giornali, televisori… stanno cercando di plasmarci a loro piacere.

Pian piano ci dimenticheremo chi siamo e vivremo giorno per giorno, al momento, senza conoscere il nostro passato.

Mantenere un legame con le proprie origini e identificarsi in un gruppo o comunità è molto importante. Oggi in diverse aree del mondo, sempre più spesso emerge questo bisogno di appartenenza, di legame tra tradizioni culturali e linguistiche. La storia ha forgiato i popoli caratterizzandoli l’uno dall’altro.

Per vivere bene e per costruirci un futuro, bisogna sapere chi si era, chi si è.

Poi è indispensabile avere dei valori in cui credere per i quali vivere, lottare battersi.

Giordano Bruno

Oggi come tema di riflessione voglio proporre alla vostra attenzione alcune frasi del celebre filosofo Italiano Giordano Bruno, bruciato sul rogo dalla sete di potere e dall’ignoranza della chiesa cattolica Romana del sedicesimo secolo.Buona lettura.

„Uno dunque è il cielo, il spacio immenso, il seno, il continente universale, l’eterea regione per la quale il tutto discorre e si muove. Ivi innumerabili stelle, astri, globi, soli e terre sensibilmente si veggono, ed infiniti raggionevolmente si argumentano. L’universo immenso ed infinito è il composto che resulta da tal spacio e tanti compresi corpi.“

„L’amore è ciò per la cui potenza tutte le cose son generate; è in tutte le cose, vivo in ciò che è vivo, grazie a lui ciò che è vivo vive, ed è lui stesso la linfa vitale di ciò che è vivo; riscalda ciò che è freddo, illumina ciò che è oscuro, risveglia ciò che è assopito, vivifica ciò che è morto, fa percorrere la regione sovraceleste alle cose inferiori, trasportandole con divino furore; per suo compito le anime son legate ai corpi, per la sua guida sono innalzate alla contemplazione, per il suo volo si uniscono a Dio superate le difficoltà naturali. È lui che insegna quali cose siano nostre e quali altrui, chi siamo noi e chi gli altri; è lui a fare in modo che le altre cose siano dominate e possedute da noi, e che noi comandiamo e dominiamo le altre cose; infatti la necessità, che si fa beffe di tutto, obbedisce al solo amore.“

„Onde possiamo stimare che de stelle innumerabili sono altre tante lune, altre tanti globi terrestri, altre tanti mondi simili a questo; circa gli quali par che questa terra si volte, come quelli appaiono rivolgersi ed aggirarsi circa questa terra.“

„Avete più paura voi ad emanare questa sentenza che non io nel riceverla.“

HAPPY XMAS (WAR IS OVER) – Felice Natale ( La Guerra è Finita)

Nell’articolo di oggi vi propongo la traduzione di una canzone (scritta da un sognatore dal nome “John Lennon”) che dedico a tutti voi……….. Buon Natale.

Buon Natale Kyoko 
Buon Natale Julian 

Così questo è il Natale, 
e cosa hai fatto? 
un altro anno è passato 
ed uno nuovo è appena iniziato 
e così questo è il Natale

spero che ti diverta 
con il più vicino e il più caro 
col più vecchio e il più giovane 

un felice Natale 
e un meraviglioso anno nuovo 
speriamo che sia davvero un buon anno 
senza alcuna paura 

e così questo è il Natale (la guerra è finita) 
per i deboli e per i forti (se lo vuoi) 
per i ricchi e per i poveri (la guerra è finita) 
il mondo è così sbagliato (se lo vuoi) 
e così buon Natale (la guerra è finita) 
per i neri e per i bianchi (se lo vuoi) per i gialli e per i neri (la guerra è finita) 
fermiamo tutte le guerre (adesso) 

un felice Natale 
e un meraviglioso anno nuovo 
speriamo che sia davvero un buon anno 
senza alcuna paura 

così questo è il Natale (la guerra è finita) 
e cosa hai fatto? (se lo vuoi) 
un altro anno è passato (la guerra è finita) 
ed uno nuovo è appena iniziato (se lo vuoi) 
e così questo è il Natale (la guerra è finita) 
spero che ti diverta (se lo vuoi) 
con il più vicino e il più caro (la guerra è finita) 
col più vecchio e il più giovane (adesso) 

un felice Natale 
e un meraviglioso anno nuovo 
speriamo che sia davvero un buon anno 
senza alcuna paura 
la guerra è finita, se lo vuoi 
la guerra è finita, adesso 

buon Natale.

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