Giordano Bruno

Oggi come tema di riflessione voglio proporre alla vostra attenzione alcune frasi del celebre filosofo Italiano Giordano Bruno, bruciato sul rogo dalla sete di potere e dall’ignoranza della chiesa cattolica Romana del sedicesimo secolo.Buona lettura.

„Uno dunque è il cielo, il spacio immenso, il seno, il continente universale, l’eterea regione per la quale il tutto discorre e si muove. Ivi innumerabili stelle, astri, globi, soli e terre sensibilmente si veggono, ed infiniti raggionevolmente si argumentano. L’universo immenso ed infinito è il composto che resulta da tal spacio e tanti compresi corpi.“

„L’amore è ciò per la cui potenza tutte le cose son generate; è in tutte le cose, vivo in ciò che è vivo, grazie a lui ciò che è vivo vive, ed è lui stesso la linfa vitale di ciò che è vivo; riscalda ciò che è freddo, illumina ciò che è oscuro, risveglia ciò che è assopito, vivifica ciò che è morto, fa percorrere la regione sovraceleste alle cose inferiori, trasportandole con divino furore; per suo compito le anime son legate ai corpi, per la sua guida sono innalzate alla contemplazione, per il suo volo si uniscono a Dio superate le difficoltà naturali. È lui che insegna quali cose siano nostre e quali altrui, chi siamo noi e chi gli altri; è lui a fare in modo che le altre cose siano dominate e possedute da noi, e che noi comandiamo e dominiamo le altre cose; infatti la necessità, che si fa beffe di tutto, obbedisce al solo amore.“

„Onde possiamo stimare che de stelle innumerabili sono altre tante lune, altre tanti globi terrestri, altre tanti mondi simili a questo; circa gli quali par che questa terra si volte, come quelli appaiono rivolgersi ed aggirarsi circa questa terra.“

„Avete più paura voi ad emanare questa sentenza che non io nel riceverla.“

HAPPY XMAS (WAR IS OVER) – Felice Natale ( La Guerra è Finita)

Nell’articolo di oggi vi propongo la traduzione di una canzone (scritta da un sognatore dal nome “John Lennon”) che dedico a tutti voi……….. Buon Natale.

Buon Natale Kyoko 
Buon Natale Julian 

Così questo è il Natale, 
e cosa hai fatto? 
un altro anno è passato 
ed uno nuovo è appena iniziato 
e così questo è il Natale

spero che ti diverta 
con il più vicino e il più caro 
col più vecchio e il più giovane 

un felice Natale 
e un meraviglioso anno nuovo 
speriamo che sia davvero un buon anno 
senza alcuna paura 

e così questo è il Natale (la guerra è finita) 
per i deboli e per i forti (se lo vuoi) 
per i ricchi e per i poveri (la guerra è finita) 
il mondo è così sbagliato (se lo vuoi) 
e così buon Natale (la guerra è finita) 
per i neri e per i bianchi (se lo vuoi) per i gialli e per i neri (la guerra è finita) 
fermiamo tutte le guerre (adesso) 

un felice Natale 
e un meraviglioso anno nuovo 
speriamo che sia davvero un buon anno 
senza alcuna paura 

così questo è il Natale (la guerra è finita) 
e cosa hai fatto? (se lo vuoi) 
un altro anno è passato (la guerra è finita) 
ed uno nuovo è appena iniziato (se lo vuoi) 
e così questo è il Natale (la guerra è finita) 
spero che ti diverta (se lo vuoi) 
con il più vicino e il più caro (la guerra è finita) 
col più vecchio e il più giovane (adesso) 

un felice Natale 
e un meraviglioso anno nuovo 
speriamo che sia davvero un buon anno 
senza alcuna paura 
la guerra è finita, se lo vuoi 
la guerra è finita, adesso 

buon Natale.

Il giuramento del pistolero

Oggi vorrei proporvi un piccolo pezzo, tratto dalla saga di Stephen King “La Torre Nera”, conosciuto come il Giuramento del Pistolero.I Pistoleri sono l’antico ordine che custodisce le terre di Gilead, in nome del Bianco. Sono una sorta di paladini, che al momento dell’investitura recitano un giuramento di tipo quasi religioso. Buona lettura.

“Io non miro con la mano;
Colui che mira con la mano ha dimenticato il volto di suo padre.
Io miro con l’occhio.

Io non sparo con la mano;
Colui che spara con la mano ha dimenticato il volto di suo padre.
Io sparo con la mente.

Io non uccido con la pistola;
Colui che uccide con la pistola ha dimenticato il volto di suo padre.
Io uccido con il cuore.”

La Torre nera – Stephen King

Un ordine del Re

In questo pezzo il De Amicis ci racconta come Il Generale Mollard e le truppe Italiane reagiscono all’arrivo del messaggero del Re con un suo ordine: Attaccate!

All’improvviso da una parte del campo si sentì una voce concitata: “Il generale Mollard!”. È un ufficiale d’ordinanza del Re, arrivato di gran carriera, con una notizia sul volto. Il Mollard accorre. “Generale!” quegli esclama: “Sua Maestà le fa sapere che i Francesi vincono a Solferino, e che egli vuole che i suoi soldati vincano qui. La 5° divisione è richiamata al campo. La brigata Aosta, un battaglione di bersaglieri e una batteria d’artiglieria hanno ricevuto l’ordine di venirsi a porre ai suoi comandi”.
Un lampo di gioia passò sul volto di Mollard. “ Signori!” egli esclama rivolgendosi verso gli ufficiali del suo seguito con piglio risoluto; “ il Re vuole che si conquistino le alture, e si conquisteranno.”
E poi all’ufficiale di ordinanza: “ Vada a dire al Re che i suoi ordini saranno eseguiti”.
L’ufficiale parte di carriera.
La notizia si è propagata pel campo colla rapidità del pensiero, e il campo ha mutato aspetto: gli ufficiali si cercano, si abbracciano e si salutano da lungi; i soldati rialzano il guardo radiante alle bandiere; in ogni parte è un sonar di fiere parole, un agitarsi impaziente, un dare e un ricevere frettoloso di comandi, un partire e accorrere precipitoso di cavalieri, un rimescolio, un ribollimento; fame, sete, arsura, stanchezza, tutto è svanito; i soldati si risentono freschi e gagliardi, come la mattina, all’uscita dei campi; un’altra aurora, piu’ splendida, sorge; tutti gli sguardi si volgono alle alture; il nemico è grosso, le artiglierie fitte, i siti fortissimi; ma bisogna prenderli, e si prenderanno, è ordine del Re.
Sono le quattro. Un’altra lieta voce corre pel campo. Arriva il Generale Cerale colla brigata Aosta, la brava brigata di Goito e di Santa Lucia, il 1° battaglione bersaglieri, la 15° batteria. Vengono, come ad una festa, baldanzosi e ridenti. “ Viva la brigata Aosta!” si grida nel campo. I reggimenti sfilano, ufficiali e soldati si salutano, le due illustri bandiere, lacere e superbe,passano sventolando in mezzo alle schiere riverenti. Il generale Mollard dispone l’ordine dell’assalto: la brigata Aosta a sinistra, la brigata Pinerolo a destra si slanceranno, convergendo, tra la Contracania e San Martino; il 7° reggimento della brigata Cuneo terrà dietro alla brigata Aosta; l’8° fermo, guarderà il campo dal lato di Peschiera.
Il cielo, fino allora limpidissimo, si rannuvola improvvisamente.
Un battaglione del 14°, una compagnia di bersaglieri e due pezzi d’artiglieria si recheranno nascostamente a San Donnino, e al primo colpo di cannone partito dal grosso della divisione s’avanzeranno a minacciare il nemico sulla sinistra. La 4° batteria sosterrà la brigata Pinerolo sulla destra, la 5° sulla sinistra, la 6° alla stazione di Pozzolengo, la 15° a destra della 6°, i cavalleggeri di Monferrato all’estrema destra.
Le nuvole dense e nerissime coprono tutta la faccia del cielo, e il tuono rumoreggia.
Le truppe si muoveranno tutte insieme, ordinate e silenziose: non un colpo di cannone, non un colpo di fucile prima che sian giunte al punto di assalire alla baionetta. Sarà dato il segnale. Allora tutte le artiglierie, di concerto, fulmineranno, suoneranno tutte le bande, batteranno la carica tutti i tamburi, e sopra il fracasso dei tamburi, delle bande, dei cannoni, tuonerà da ogni parte un grido formidabile: Viva il Re! E diecimila baionette si scaglieranno sul nemico, e Dio sia coll’Italia. La 5° divisione non può tardare a giungere; sono le cinque, tutto è disposto, giu’ gli zaini e avanti.
Le colonne partono per recarsi sul luogo di dove si slanceranno all’assalto.
In quel momento il tuono scoppia con immenso fragore: un temporale spaventevole, mista di grossa grandine e di pioggia prorompe; si leva un furiosissimo vento; fitti e vividi lampi balenano, e in pochi minuti il vasto campo di battaglia è tutto rigagnoli e fango.
Le colonne si fermano.
Appena il temporale ha rimesso un po’ della sua prima furia, ecco arrivare il generale Cucchiari, per la strada ferrata, colla brigata Casale, e il colonnello Cadorna per la strada di Desenzano, colla brigata Acqui. Tutta la 5° divisione è sul campo. Il Mollard corre a concertarsi con Cucchiari. La 5° divisione romperà la destra del nemico, e oltrepassandola, gli minaccerà la via di ritirata. La brigata Casale, il 18° fanteria, l’8° bersaglieri, due batterie e uno squadrone di Saluzzo andranno all’assalto. Il 17°, il 5° bersaglieri, una batteria restano sulla strada ferrata a guardar la parte di Peschiera. Ora è tutto a segni, avanti, all’ultima prova.
Tutta la linea si muove.

E. De Amicis: Ricordi del 1870-71

Limoncello

Il limoncello è un tipico liquore a base di limone, dal gusto intenso ma al tempo stesso dolce. Sebbene anche la Campania ne vanti la paternità, soprattutto la zona di Sorrento, tale liquore è molto diffuso in Sicilia dove si prepara comunemente in casa.

Ingredienti:

1 litro di alcol
1 litro d’acqua
700 gr. di zucchero bianco (sostituibile con quello di canna)
15 limoni gialli di medie dimensioni

Preparazione
Sbucciare i limoni facendo in modo di tagliare solo la parte gialla esterna, evitando quella bianca. Quest’ultima, essendo più amara, inasprirebbe il sapore del liquore. Mettere le bucce a macerare nell’alcol dentro un barattolo ermetico, accertandosi che esse siano tutte coperte dal liquido.
Lasciare riposare per 5 giorni. Una volta trascorso questo periodo, aprite il contenitore e controllate se le bucce di limone sono diventate secche.

Filtratene il contenuto con un colino. Per maggior sicurezza, si può anche mettere il velo dei confetti. In questo modo, eventuali piccoli residui non finiranno nel liquido.

Prima di questa operazione, però, occorre far sciogliere l’acqua con lo zucchero a fuoco lento e lasciare raffreddare. Infine mischiare l’acqua zuccherata al liquore filtrato.

Versare nelle bottiglie di vetro.

Tharros

Nell’articolo di oggi vi propongo alcune informazioni storiche di Tharros, località della Sardegna che ho nel cuore da quando giovinetto vi fui portato dai miei genitori in occasione di una vacanza nelle vicinanze di Cabras.

Tharros (in latino Tarrae, in greco antico Thàrras, Θάρρας) è un sito archeologico della provincia di Oristano, situato nel comune di Cabras, in Sardegna. La città si trova nella propaggine sud della penisola del Sinis che termina con il promontorio di capo San Marco.

Il toponimo, di origine protosarda, viene ricondotto ad una radice mediterranea *tarr- . La stessa base si ritrova, ad esempio, nel toponimo Tarrài (Galtellì) o, fuori dall’isola, Tarracina (Lazio) o Tarraco (Hispania Citerior).
La città fu fondata dai Fenici nell’VIII secolo a.C. nei pressi di un preesistente villaggio nuragico dell’età del bronzo. Il villaggio protosardo di Su Muru Mannu, sopra il quale fu impiantato il tofet, venne abbandonato pacificamente dai suoi abitanti che, stando ai dati archeologici, collaborarono con i fenici alla costruzione del nuovo centro urbano.
Successivamente, sotto la dominazione cartaginese, la città venne fortificata e ampliata e conobbe un periodo di floridezza economica con l’intensificarsi dei rapporti commerciali con l’Africa, la penisola iberica e Massalia. Tharros in epoca punica fu forse la capitale provinciale.
Conquistata da Roma nel 238 a.C., all’indomani della prima guerra punica, pochi decenni dopo (215 a.C.) fu uno degli epicentri della rivolta anti-romana capeggiata da Ampsicora. In età imperiale ci fu un intenso rinnovamento urbanistico con la costruzione delle terme, dell’acquedotto e la sistemazione della rete viaria con lastricato in basalto. La città ottenne lo status di municipium di cittadini romani.
Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, Tharros, governata prima dai Vandali e poi dai Bizantini e vessata dalle incursioni saracene, entrò progressivamente in una profonda crisi che porto all’abbandono del sito intorno al 1050. Prima del suo abbandono Tharros fu anche la capitale del giudicato di Arborea; la giudicessa Nibata o il giudice Orzocco I de Lacon-Zoritrasferì ad Oristano la sede vescovile e l’intera popolazione tarrense. Celebre è il detto (riportato per la prima volta dal Mattei) “e sa cittad’e Tharros, portant sa perda a carros”, letteralmente “dalla città di Tharros portano le pietre a carri (in grandi quantità, ndr)”, a dimostrazione del fatto che Oristano venne fondata con i resti materiali dell’antica colonia fenicia.

Wikipedia

IL SACERDOTE LAOCOONTE

In quest’articolo vi riporto un pezzo molto toccante tratto dal secondo libro dell’Eneide, la tragedia del sacerdote Laocoonte ( che cercava di dissuadere i troiani a non portare il cavallo di legno dentro Troia) e dei suoi figli.

Con tali insidie e con l’arte dello spergiuro Sinone
la cosa fu creduta e catturati con inganni e lacrime costrette
quelli che non domarono nè il Tidide nè Achille larisseo,
non dieci anni , non mille carene.
Qui un’altra cosa maggiore si presenta ai miseri e più
tremenda e turba gli animi inesperti.
Laocoonte, sacerdote estratto a sorte per Nettuno,
presso i solenni altari uccideva un enorme toro.
Ma ecco da Tenedo serpenti gemelli per l’alto mare tranquillo
(inorridisco raccontandolo) con immensi giri
incombono sul mare ed insieme si dirigono ai lidi;
ma i loro petti alzati tra i flutti e le creste
sanguinee superano le onde l’altra parte raccoglie
dietro e incurva i dorsi immensi con una spira.
C’è un fragore, spumeggiando il mare; ed ormai tenevano i campi
iniettati gli ardenti occhi di sangue e di fuoco
lambivano le sibilanti bocche con le lingue vibranti.
Scappiamo pallidi in volto. Quelli in schiera sicura
vano su Laocoonte; ed anzitutto entrambi i serpenti,
abbracciati i piccoli corpi dei due figli
li avvolgono e divorano col morso le misere membra;
poi afferran lui stesso che accorre e porta le armi
e lo legano con enormi spire; ed ormai
abbracciatolo due volte nel mezzo, due volte circondatogli
il collo con gli squamosi dorsi lo superan con testa ed alti colli.
Egli tenta con le mani divellere i nodi
macchiate le bende di bava e nero veleno,
insieme alza alle stelle terribili grida:
quali i muggiti, quando un toro ferito sfugge l’altare
e scuote dal capo la scure incerta.
Ma i draghi gemelli di corsa fuggono ai sommi templi
e cercano la rocca della crudele tritonide,
si nascondono sotto i piedi della dea e sotto il cerchio dello scudo.

Platone e il mito della caverna

Oggi voglio proporvi un brano classico della cultura occidentale, il mito della caverna scritto da Platone, scusatemi se eventualmente sbaglio qualcosa perchè la filosofia non è il mio campo, ma il brano ci fornisce una buona base su cui riflettere.

All’inizio del settimo libro della Repubblica Platone narra il mito della caverna, uno dei piú famosi ed affascinanti. In esso si ritrova tutta la teoria platonica della conoscenza, ma anche si ribadisce il rapporto tra filosofia e impegno di vita: conoscere il Bene significa anche praticarlo; il filosofo che ha contemplato la Verità del Mondo delle Idee non può chiudersi nella sua torre d’avorio: deve tornare – a rischio della propria vita – fra gli uomini, per liberarli dalle catene della conoscenza illusoria del mondo sensibile. Socrate parla in prima persona; il suo interlocutore è Glaucone.

Repubblica, 514 a-517 a
 
1      [514 a] – In séguito, continuai, paragona la nostra natura, per ciò che riguarda educazione e mancanza di educazione, a un’immagine come questa. Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sí da dover restare fermi e da [b] poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini. – Vedo, rispose. – Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti [c] di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre [515 a] figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono. – Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri. – Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte? – E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il [b] capo per tutta la vita? – E per gli oggetti trasportati non è lo stesso? – Sicuramente. – Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni? – Per forza. – E se la prigione avesse pure un’eco dalla parete di fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce, credi che la giudicherebbero diversa da quella dell’ombra che passa? – Io no, per Zeus!, [c] rispose. – Per tali persone insomma, feci io, la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali. – Per forza, ammise. – Esamina ora, ripresi, come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall’incoscienza. Ammetti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto, costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; e che cosí facendo provasse dolore e il barbaglio lo rendesse incapace di [d] scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso, ma che ora, essendo piú vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi piú essere, può vedere meglio? e se, mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe piú vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso? – Certo, rispose.
2      [e] – E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui può sostenere la vista? e non li giudicherebbe realmente piú chiari di quelli che gli fossero mostrati? – È cosí, rispose. – Se poi, continuai, lo si trascinasse via di lí a forza, su per l’ascesa scabra ed erta, e non lo si lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non s’irriterebbe [516 a] di essere trascinato? E, giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere. – Non potrebbe, certo, rispose, almeno all’improvviso. – Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore. E prima osserverà, molto facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti nei loro riflessi nell’acqua, e infine gli oggetti stessi; da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, [b] potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo stesso piú facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole. – Come no? – Alla fine, credo, potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria. – Per forza, disse. – Dopo di che, parlando del sole, potrebbe già concludere che è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile, e ad essere [c] causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano. – È chiaro, rispose, che con simili esperienze concluderà cosí. – E ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza che aveva colà e di quei suoi compagni di prigionia, non credi che si sentirebbe felice del mutamento e proverebbe pietà per loro? – Certo. – Quanto agli onori ed elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai primi riservati a chi fosse piú acuto nell’osservare gli oggetti che passavano e piú [d] rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e poi e insieme, indovinandone perciò il successivo, credi che li ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero onori e potenza? o che si troverebbe nella condizione detta da Omero e preferirebbe “altrui per salario servir da contadino, uomo sia pur senza sostanza”, e patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo? – Cosí penso anch’io, rispose; [e] accetterebbe di patire di tutto piuttosto che vivere in quel modo. – Rifletti ora anche su quest’altro punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all’improvviso dal sole? – Sí, certo, rispose. – E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima [517 a] che gli occhi tornino allo stato normale? e se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo? – Certamente, rispose. […]

Raffaello Sanzio Scuola di Atene -Platone ed Aristotele – Musei Vaticani

San Martino

In questo pezzo il De Amicis cerca di descrivere il travaglio interno provato dal Generale di Fanteria Italiana Filiberto Mollard durante una pausa della battaglia di San Martino, in cui l’incertezza e lo sconforto per i tanti morti cerca di prendere il sopravento.

Alle due,nel campo dell’estrema sinistra, dura ancora l’incertezza. La 3° divisione è come abbandonata in una solitudine trista. I soldati, stracchi e muti, interrogano con l’occhio ansioso gli ufficiali, cupi anch’essi, che si sentono ancora suonare nel cuore gli ultimi lamenti dei compagni caduti. Il generale Mollard, torbido e accorato, erra pel campo, alla ventura, chiuso nei suoi pensieri. Che sarà seguito? Che fa la 5° divisione? E le altre? E i Francesi? Vincono? Perdono? Nessun aiuto, nessun ordine, nessun avviso; la battaglia tace; dall’una e dall’altra parte si posa sulle armi; e un vasto campo di cadaveri si stende frammezzo, tristamente deserto, e tacito di un silenzio terribile, che par che attenda e invochi e accusi il sangue profuso invano, e le vite spente senza gloria. Guai se in quella dolorosa aspettazione, dinanzi a quel funesto spettacolo, nell’animo dei soldati sottentra al furore l’orrore, lo sgomento della rotta al desiderio impaziente della riscossa, e intiepidito l’ardore delle vene, la stanchezza dei corpi prevale! Ogni momento è un pericolo. “ Ritirarsi?” si domanda Mollard; qualcuno glielo consiglia. “Oh no! Mai!” Il suo sangue di soldato si rimescola. “ Dopo tre vittorie francesi, e forse mentre si calcan sul campo gli allori della quarta! Dopo il trionfo di Milano, che non è stato ancora legittimato da un trionfo sul campo! Dopo aver perduto su quei colli il fiore dei nostri vecchi reggimenti! Dopo che fu sparso il sangue di Arnaldi e spezzato il cuore di Berretta! E Goito, dunque? E Pastrengo? E Santa Lucia? E Novara? Sono nomi morti codesti, o non son altro che nomi? Ritirarsi, no! Gli Italiani per provare il loro diritto di vivere hanno da mostrare al mondo che sanno morire. Sarebbe la prima volta”, esclama il Mollard con quel suo accento vibrato che ogni parola sembra un colpo di spada, “ la prima volta che mi dovrei ritirare! Questo mi manda in bestia!”. E scopertosi il capo, stropiccia il berretto con le mani convulse.

I due Imperatori

In questo pezzo il De Amicis ci descrive i momenti salienti della battaglia di Solferino – San Martino e il confronto tra i due imperatori, Napoleone III per i francesi e Francesco Giuseppe per gli austriaci, durante i combattimenti.

All’improvviso gli Austriaci, come incitati da una sovrumana forza alle spalle, levando altissime grida, si precipitano con irresistibile impeto sui bersaglieri algerini, e li cacciano indietro. Gli Algerini, rinforzati da due battaglioni di fanteria, assaltano alla lor volta gli Austriaci; ma incontrano un gagliardo rincalzo, son costretti per la seconda volta a ripiegare.
Che è questo?
Gli Austriaci combattevano sotto gli occhi del loro giovane imperatore.
Allora il Mac Mahon prepara l’assalto tutto il corpo d’esercito. Il momento è decisivo: gli Austriaci fanno l’ultimo sforzo verso il centro, ed è sforzo disperato: i due imperatori, presenti e vicini, si sentono senza vedersi, nel raddoppiato furore delle parti; là sta per suonare la sentenza della grande giornata. Il segnale è dato, i Francesi si scagliano su pel monte; feroce assalto, feroce resistenza; le artiglierie infuriano con terribile fracasso, il sangue corre, muore il colonnello Laure, cadono uno sull’altro i soldati, ma ormai volgerà alla fine questo orrendo macello; gli Austriaci incalzati dalla furia delle baionette, dilaniati dalle batterie della guardia, indietreggiano: la fortuna di Francia prevale. In quel mentre l’11° reggimento degli usseri austriaci, respinto da uno squadrone di cacciatori della guardia, bersagliato dall’11° battaglione cacciatori, si riduce, miserando avanzo, tra i suoi.
Gli Austriaci si ritirano nel villaggio di Cavriana, ridotto dall’artiglieria francese in un mucchio di rovine.

E. De Amicis

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